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* Editoriali

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Alda Merini

Prevenire, curare, riabilitare: guarire si può

disegno di Ugo Pierri*La condizione di benessere psichico può essere valutata al meglio come capacità di stabilire relazioni appropriate e soddisfacenti, e di adottare comportamenti adeguati nel far fronte ai diversi cambiamenti - ambientali, relazionali, istituzionali - che si succedono nel corso della vita. Di fronte ai rischi di riduzione, compromissione o perdita di queste capacità, i servizi di salute mentale hanno il compito di prevenire, curare e riabilitare, dovendo coinvolgere nella loro azione diversi ambiti e soggetti, attori e risorse della comunità.

La prevenzione, in senso lato, non può che riguardare l'organizzazione sociale nel suo insieme, dato che promuovere la salute - e specialmente la salute mentale - significa migliorare le condizioni di vita e rispondere ai bisogni fondamentali delle persone, specie dei gruppi a rischio. È parte del lavoro di prevenzione rendere vivibili gli spazi sociali, favorendo il benessere e lo sviluppo della comunità nel rispetto della natura, delle culture, delle etnie, della fede religiosa; facilitare l'accesso all'istruzione, alla formazione, all'informazione e alla cultura; costruire percorsi di conoscenza, comunicazione e scambio non solo tra le singole persone, ma tra i differenti gruppi sociali.

La cura deve tendere ad evitare che le persone, esposte a una temporanea o permanente condizione di difficoltà, perdano diritti e competenze sociali, dignità e potere nell'esercizio dei loro ruoli (affettivi, relazionali, familiari, produttivi). Nello scongiurare rischi di espulsione e di emarginazione, l'impegno dev'essere applicato a trasformare atteggiamenti e comportamenti basati sui pregiudizi e sull'intolleranza, senza mai trascurare i problemi e i diritti dei familiari, o di coloro che possono essere - anche indirettamente - coinvolti o danneggiati. Gesti, conoscenze, tempi e spazi d'intervento, strumenti e programmi devono essere orientati a valorizzare i significati e i contenuti della sofferenza, l'unicità delle esperienze e delle storie, facendo leva su bisogni e domande di cambiamento che riguardano in realtà il rapporto fra le persone e le istituzioni, tra i singoli individui e l'intera comunità.

A sua volta la riabilitazione, in quanto apprendimento o recupero di capacità, abilità e competenze sociali, deve riuscire ad articolare percorsi differenziati, adeguati alle difficoltà e agli ostacoli caso per caso. Nei suoi obiettivi e nelle sue implicazioni si estende ben oltre i confini del servizio, dato che il lavoro di riabilitazione deve favorire l'uso di risorse e migliorare capacità per difendere, mantenere o restituire poteri e diritti, personali e sociali, nell'esercizio della cittadinanza.

*Come si traducono concretamente questi criteri e principi - della prevenzione, della cura, della riabilitazione - nell'organizzazione quotidiana dei servizi? con quali percorsi, attività, programmi? con quali risorse?

La Guida che vi proponiamo [NdR: la "Guida ai Servizi" è riportata anche nel sito web del DSM: www.triestesalutementale.it/guida/guida_frame.htm] parla di questo:

- fornisce informazioni utili sul Dipartimento di Salute Mentale: quali e quante strutture contiene, a cosa servono i servizi e come utilizzarli, dove si trovano e come funzionano, che tipo di attività, interventi e prestazioni offrono;

- descrive la mappa del territorio e dei distretti sanitari, indicando le sedi e i luoghi dove diverse competenze si intrecciano nel sostegno a particolari programmi;

- richiama i principi legislativi e ripercorre le tappe che hanno contrassegnato il passaggio dall'ospedale psichiatrico all'assistenza territoriale;

- indica la pluralità dei soggetti e degli "attori" attualmente coinvolti nel campo della salute mentale: oltre agli utenti e ai loro familiari, agenzie e servizi che intervengono nel territorio, associazioni no-profit e cooperative sociali, enti ed istituzioni locali, volontari e privati cittadini.

È questa pluralità - di luoghi, di soggetti, di culture, di risorse - che oggi consente di esprimere più pienamente la domanda di salute, e che autorizza anche noi operatori ad affrontare con maggior ottimismo i problemi connessi al disturbo mentale. Nelle prospettive aperte dalla riforma sembra infatti possibile superare il pregiudizio dell'inguaribilità/cronicità del malato di mente, che escludeva fino a non molti anni or sono di considerare la guarigione come un obiettivo da perseguire.
Con la parola "guarigione" intendiamo qui soprattutto l'esperienza attiva del "riaversi", "rimettersi in cammino", "recuperarsi": percorso ogni volta personale ed unico, che impegna chi soffre di un grave disturbo nella riconquista di un'autonomia piena, di soggetto e di cittadino, responsabile di sé in quanto capace di responsabilità verso gli altri, fino al punto da impegnare se stesso in un `lavoro di aiuto' ad altri in difficoltà analoghe.
Maggiori probabilità di recupero e guarigione dal disturbo mentale vengono oggi associate all'introduzione di nuovi e più adeguati interventi farmacologici e psicologici, che possono lenire la sofferenza mentale e ridurne gli effetti talvolta distruttivi, comportamentali e relazionali. Ma da soli questi interventi sarebbero insufficienti, se il nuovo assetto territoriale dei servizi non consentisse il protagonismo degli utenti, dei familiari e dei cittadini che - variamente associati - rafforzano il loro potere di autonomia, di scelta e di decisione, nel perseguire obiettivi di salute e nel difendere i propri interessi.

*La vera "scoperta", quel che abbiamo acquisito in molti anni di impegno e lotta contro l'esclusione, è che chi soffre di disturbi mentali dev'essere prima di tutto aiutato a salvaguardare e conservare i propri diritti all'interno dello spazio sociale: sia nella vita più privata e quotidiana, che nel tessuto delle relazioni e degli scambi della comunità cui appartiene. Sono diritti non sostenuti da astratte norme giuridiche ed amministrative, ma da risorse che vanno attivamente ricercate e formalizzate, oltre che da azioni e interventi che ne garantiscano l'accesso e l'uso effettivo.
In altre parole il diritto c'è se lo si esercita: va riconosciuto nella concreta esistenza delle persone, nelle forme della loro riproduzione sociale e nei loro percorsi di emancipazione. Se, come molti oggi riconoscono, sono questi gli aspetti centrali del lavoro terapeutico - riabilitativo, si potrebbe dire che l'originalità dell'esperienza di Trieste è consistita, fin dai primi anni '70, nell'inventare giorno per giorno le vie di accesso a opportunità e diritti sociali - casa, reddito, lavoro, istruzione e formazione, reti di appartenenza e di socialità - utilizzando risorse e procedure diverse da quelle di norma utilizzate nell'intervento psichiatrico.
Sono oggi numerose le persone con disturbo mentale (o che l'hanno avuto in passato) attive in associazioni e gruppi per la difesa dei loro diritti, spesso sostenuti da operatori, volontari o privati cittadini. A loro volta i familiari sono sempre più presenti sulla scena dei servizi: programmi di sostegno, di informazione e riduzione del carico, si realizzano con risultati quanto mai utili nel migliorare le qualità di vita dell'intero nucleo familiare.
In molti casi le opportunità di accedere alle cure, o di avviare percorsi di abilitazione e guarigione, sono a tuttora condizionate da pregiudizi e da conseguenti forme di discriminazione. È un fronte sul quale ci si deve ancora impegnare, a Trieste e in Italia, anche se la chiusura degli ospedali psichiatrici ha prodotto di per sé grandi cambiamenti nell'immagine sociale delle persone con disturbo mentale, migliorando visibilmente le loro possibilità di conservare ruoli e competenze sociali, rendendo realistiche le aspettative di guarigione.

*Di una cosa siamo convinti: che l'informazione, la conoscenza e la partecipazione consapevole dei cittadini sono requisiti indispensabili a costruire e rinnovare con continuità il sistema dei servizi di salute mentale. Al tempo stesso siamo consapevoli che l'ingresso di un cittadino in un servizio psichiatrico, quando la richiesta di aiuto e intervento viene formulata per la prima volta, continua a rappresentare un momento di grande delicatezza e di rischio. Il tempo che la domanda impiega per essere correttamente formulata e giungere ai servizi, le modalità con cui viene trasmessa e recepita, le prime risposte messe in campo, sono molto influenti nel determinare i risultati che si possono ottenere sul breve, medio o lungo periodo.
Vorremmo che la Guida servisse, fra le altre cose, a ridurre questo rischio: da un lato facilitando l'accesso ai servizi, dall'alto consentendo modalità più efficaci di comunicazione, scambio e conoscenza tra coloro che concorrono alla promozione della salute mentale, e fra i cittadini e i servizi.
Se, come può naturalmente accadere, nel contatto con il Dipartimento di Salute Mentale troverete che qualcosa non va, o se vi sembra che si possa fare di meglio, vi preghiamo di farcelo sapere. Vi ringraziamo intanto per la vostra attenzione e collaborazione.

 

Giuseppe Dell'Acqua
(direttore del Dipartimento di Salute Mentale, Trieste)

[articolo inserito il mese di ottobre 2005]

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