Leggi e indirizzi
Quando una persona attraversa l'esperienza del disturbo mentale è
elevato il rischio della perdita di fondamentali diritti personali e sociali.
Perciò è opportuno che le persone che soffrono di disturbi mentali,
i loro familiari e tutti coloro che in diversi modi sono coinvolti e partecipano,
direttamente e indirettamente, alla promozione della salute, conoscano le
disposizioni attuali che regolamentano la cura e i trattamenti della persona.
Dal ricovero coatto al ricovero volontario
La prima legge nazionale sull'assistenza psichiatrica, intitolata "Disposizioni
e regolamenti sui manicomi e sugli alienati", venne promulgata nel 1904
dal governo Giolitti e completata nel 1909 da un regolamento di esecuzione.
In quanto legge di ordine pubblico essa metteva in primo piano il bisogno
di protezione della società dai malati di mente, subordinando la "cura"
alla "custodia". L'internamento manicomiale così veniva motivato:
"Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette da
qualsiasi causa d'alienazione mentale quando siano pericolose a sé
o agli altri o riescano di pubblico scandalo" (L. n. 36/1904).
Il ricovero avveniva con la certificazione di un medico e l'ordinanza del
questore. Entro 15 giorni (tempo d'osservazione) il direttore del manicomio
doveva trasmettere al procuratore della repubblica una relazione scritta;
entro 30 giorni la persona veniva o dimessa o sottoposta a "ricovero
definitivo". Veniva nominato un tutore, la persona veniva così
interdetta e privata dei suoi diritti civili: il diritto a ereditare, a sposare,
a comprare e a vendere, ad amministrare il proprio patrimonio, a votare, ad
essere genitore. L'eventuale cessazione del ricovero definitivo era vincolata
a una certificazione di guarigione. La dimissione, rarissima, avveniva sotto
la diretta responsabilità del direttore, a meno che la famiglia non
"ritirasse l'alienato" con l'autorizzazione del tribunale. L'assistenza
psichiatrica era amministrata dalle province, ciascuna delle quali doveva
dotarsi di un manicomio. Il ricovero poteva anche essere attivato dietro richiesta
del paziente, ma si svolgeva con le stesse rigide regole.
Queste procedure sono rimaste inalterate fino al 1968, allorché viene
votata in parlamento la legge n. 431, nota come "legge Mariotti",
che oltre ad istituire il ricovero volontario, introduce la possibilità
di trasformare il ricovero coatto in volontario, previo accertamento del consenso
del paziente.
L'importanza di questa legge consisteva anche nel prevedere alcune trasformazioni
organizzative dell'ospedale psichiatrico, tendenti ad equiparalo agli ospedali
generali, e nell'istituire attività preventive e di cura fuori dalle
mura manicomiali.
Dall'internamento al diritto alla salute: la legge di riforma
La Legge 180, approvata
il 13 maggio 1978 (Norme per gli accertamenti ed i trattamenti sanitari volontari
e obbligatori), inserita in seguito nella legge di "Istituzione del Servizio
Sanitario Nazionale" (n. 833/23 dicembre 1978), stabilisce che è
il diritto della persona alla cura e alla salute, e non più il giudizio
di pericolosità, alla base del trattamento sanitario anche in psichiatria.
Tale trattamento è di norma volontario e viene effettuato, come la
prevenzione e la riabilitazione, nei presidi e nei servizi extra – ospedalieri,
operanti nel territorio.
Qualora vi siano "alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi
terapeutici", e si siano rivelati inefficaci tutti i tentativi in tal
senso, persistendo il rifiuto delle cure da parte del soggetto può
essere richiesto il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) che può
essere attuato presso qualsiasi struttura territoriale di salute mentale,
e anche a domicilio del paziente; nel caso in cui si reputi necessaria la
degenza ospedaliera, il TSO verrà eseguito presso i Servizi Psichiatrici
di Diagnosi e Cura istituiti presso gli ospedali generali.
La proposta di TSO, fatta da un medico e convalidata da un altro medico del
servizio pubblico, viene inviata al sindaco il quale, oltre ad emettere l'ordinanza,
avvisa il giudice tutelare in quanto autorità deputata a garantire
i diritti del paziente. Dopo una settimana, nel caso in cui il TSO debba proseguire
dev'essere di nuovo motivato dal medico; in ogni caso, anche durante il TSO
occorre fare ogni sforzo per ricercare il consenso alle cure da parte del
paziente, al quale devono essere garantiti diritti di libera comunicazione
ed eventuale ricorso contro il provvedimento.
La 180 stabiliva altresì che negli ospedali psichiatrici non doveva
più essere ricoverato nessuno, mentre venivano concesse deroghe –
rinnovate poi per alcuni anni – all'ammissione di pazienti ricoverati
prima del maggio ‘78. Gli ospedali psichiatrici, che dovevano essere
gradualmente superati, diventarono strutture ad esaurimento, e nel marzo 1999
il Ministero della Sanità ne annunciò l'avvenuta, definitiva
chiusura.
La legge 180 è stata emanata come legge quadro, che rinviava ad un
Piano Sanitario Nazionale "i criteri e gli indirizzi ai quali deve riferirsi
la legislazione regionale per l'organizzazione dei servizi fondamentali e
per l'organico del personale..., le norme generali per l'erogazione delle
prestazioni sanitarie, gli indici e gli standard nazionali da assumere per
la ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale tra le regioni". È
invece accaduto che le leggi regionali sono state formulate con gravi ritardi,
in modo frammentario e spesso contraddittorio rispetto alla legge nazionale,
mentre il Piano Sanitario Nazionale è stato realizzato con difficoltà.
Solo nel 1994 è stato emanato il primo Progetto Obiettivo Salute Mentale;
nel frattempo la legge 180 non è stata adeguatamente finanziata e implementata.
In questo contesto occorre sottolineare che la Regione Friuli – Venezia
Giulia ha recepito pienamente le indicazioni della riforma con la legge n.
72/23 del dicembre 1980, dando avvio ad un positivo processo di cambiamento.
Non a caso questa legge regionale viene considerata un modello di corretta
attuazione della 180; molte sue indicazioni sono state fatte proprie dal 2°
Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale, approvato nel novembre 1999 (Dpr
274/1999).
Il Servizio Sanitario Nazionale
Nel 1978 è stato sancito nel nostro paese il diritto alla salute
e all'assistenza sanitaria. Gratuita fino al 1990, l'assistenza sanitaria
è stata poi sottoposta ad un regime di rimborso parziale con il pagamento
di ticket, sebbene buona parte dell'assistenza rimanga tuttora gratuita. La
spesa sanitaria del 2005 si è assestata intorno agli 88,2 miliardi
di euro (171.000 miliardi di lire circa); in più circostanze si è
convenuto che la spesa per la salute mentale dovrebbe utilizzare il 5% (4,4
miliardi di euro).
Attualmente la spesa per la salute mentale non supera il 3% e colloca il nostro
paese oltre il ventesimo posto insieme al Portogallo, la Slovacchia, la Cechia,
ecc. In Svezia, in Gran Bretagna, in Germania la spesa si colloca intorno
al 10%.
A Trieste, da ormai 10 anni, si mantiene stabile, oscillando di anno in anno
tra il 4,2 e il 4,8 della spesa sanitaria globale.
Nel 2005, Trieste ha speso per la salute mentale € 16.057.739 (4,3% del
bilancio di previsione dell'ASS n. 1 Triestina).
Ai fini dell'organizzazione dell'assistenza sanitaria l'Italia è stata
divisa in unità territoriali amministrative, denominate fino al 1995
Unità Sanitarie Locali (USL) e successivamente trasformate in "aziende"
ex – USL, o Aziende per i Servizi Sanitari (ASS), a seguito della legge
502/92. Ciascuna azienda copre un'area territoriale che va da un minimo di
circa 100.000 a un massimo di 500.000 abitanti o più; amministra tutta
la sanità del territorio di competenza, quindi anche l'assistenza psichiatrica.
Lo stato stanzia l'intero finanziamento alle 20 Regioni e province Autonome;
a loro volta le Regioni, attraverso il Servizio Sanitario regionale, governano
con una certa autonomia erogando, sulla base dei piani sanitari annuali, i
finanziamenti alle aziende del proprio territorio.
Le recenti modifiche della carta costituzionale hanno reso le autonomie regionali
in campo di programmazione e spesa sanitaria ancora più ampie, tanto
che si può affermare che è ormai compito e responsabilità
dei governi locali assicurare e garantire quantità e qualità
delle cure e dei servizi per i cittadini.
Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale
L'approvazione nel 1994 del primo Progetto Obiettivo Nazionale per la Salute
Mentale segna una tappa storica nelle vicende dell'assistenza psichiatrica
italiana; a sua volta, il secondo Progetto Obiettivo (19992000) precisa quali
debbano essere le strutture e i servizi dei Dipartimenti di Salute Mentale,
ne definisce gli standard di funzionamento e di fatto conferma, sviluppandoli
ulteriormente, i contenuti della legge 180. Si conclude così un ciclo,
durato oltre vent'anni, di avvio e sperimentazione della riforma, caratterizzato
dalla contrapposizione – al loro interno e tra di loro – di operatori/operatrici,
familiari, amministratori, politici e settori dell'opinione pubblica.
Il Progetto Obiettivo è un provvedimento utile allo sviluppo qualitativo
e quantitativo dell'assistenza psichiatrica per almeno cinque ragioni:
- sancisce il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici;
- individua, quale modello organizzativo più idoneo a garantire
la continuità terapeutica e l'unitarietà degli interventi,
il Dipartimento di Salute Mentale inteso come un insieme integrato di strutture
e di servizi, a direzione e coordinamento unica;
- precisa che il Servizio di Diagnosi e Cura è parte integrante
del Dipartimento di Salute Mentale, anche se collocato in ospedale e/o in
un'azienda sanitaria diversa da quella dei servizi territoriali;
- sottolinea la necessità di valutare gli esiti degli interventi
e la qualità dei servizi dei Dipartimenti di Salute Mentale, dotati
di autonomia finanziaria al fine di valutarne l'efficienza;
- promuove una nuova fase caratterizzata dalla valutazione delle molte
– spesso contrastanti – tipologie di servizi e metodologie d'intervento.
Politiche di salute mentale e diritti di cittadinanza
In tutto il mondo vaste quote di popolazione vivono tuttora in condizioni
di oppressione a causa di vari fattori: estrema miseria economica e culturale,
mancanza di risorse nel proprio territorio o nella propria classe sociale,
squilibri tra il nord e il sud, regimi politici autoritari e repressivi che
non riconoscono o violano i diritti umani fondamentali. In un contesto caratterizzato
da profonde disuguaglianze, le persone che soffrono di disturbi mentali costituiscono
una delle minoranze più oppresse: non solo perché è quella
a cui con maggiore frequenza vengono negati i diritti di cittadinanza, ma
perché la negazione dell'accesso ai diritti è in questo caso
legittimata da un malinteso statuto scientifico di "malattia".
Dato che la gran parte dei fondi destinati alla psichiatria viene a tutt'oggi
investita per ospedalizzare o segregare in istituzioni chiuse le persone che
soffrono di disturbi mentali, diventa una priorità l'impegno dei governi
a promuovere politiche che, nel prevedere la chiusura immediata di tutti i
luoghi di contenzione e reclusione, diano impulso a programmi e interventi
centrati sulla comunità e sul suo sviluppo. In questo passaggio appare
particolarmente urgente la creazione di servizi di salute mentale in aree
territoriali definite, con il mandato di identificare scelte operative, strategie
di promozione della salute e di concreto accesso ai diritti.
Nella ricorrenza della giornata della salute mentale, il 7 aprile 2001, l'Organizzazione
Mondiale della Sanità ha indicato a tutti i governi del mondo la via
del superamento delle grandi istituzioni e la necessità della lotta
a tutte le forme di esclusione. Ha tra l'altro indicato il nostro paese come
esempio di cambiamento positivo scrivendo: "...In Italia la legge di
riforma del 1978 ha dato avvio a un processo di superamento degli ospedali
psichiatrici, con la creazione di servizi centrati sulla comunità che
permettono ai pazienti di condurre la loro vita in contesti sociali normali".
Occorre insomma cambiare il luogo della cura per cambiare i metodi della cura:
non basta cambiare solo l'uno o gli altri. L'attenzione deve essere spostata
dalla malattia in sé alla totalità della persona: i suoi bisogni
e diritti, ma anche le sue capacità e risorse. Nel prevedere la necessità
di risposte articolate i programmi non devono essere rivolti solo all'individuo
ma anche al suo contesto, alla sua rete di appartenenza e ai gruppi sociali
di riferimento.
In altre parole, il compito delle politiche – sia dei governi centrali
che delle amministrazioni locali – diventa quello di promuovere la cittadinanza
per le fasce più svantaggiate e vulnerabili della popolazione, innalzando
la loro qualità di vita, favorendo la loro autonomia ed emancipazione
(anche dalla dipendenza dai servizi), in modo che il concreto esercizio dei
diritti accresca complessivamente le loro possibilità e capacità
di scelta e di azione.
Più in particolare alle persone che soffrono di gravi disturbi mentali
occorre garantire:
- la disponibilità di aiuti materiali e sussidi economici –
anche transitori – per avere un reddito che consenta una vita dignitosa;
- condizioni di habitat soddisfacenti: la propria casa, ma anche la possibilità
di accedere ad appartamenti, comunità e residenze transitorie, protette
e semi – protette, in fasi e cicli particolari di bisogno;
- l'inserimento lavorativo in rapporto alle proprie esigenze, capacità
e inclinazioni;
- l'accesso all'istruzione, all'informazione, alla formazione;
- l'accesso a contesti e a occasioni di socializzazione, nello svolgimento
di attività finalizzate e di tempo libero.
Il governo centrale e le amministrazioni locali devono inoltre attivare
programmi di educazione sanitaria per i cittadini, al fine di promuovere una
diversa immagine della malattia mentale, liberata da etichettamenti e pregiudizi.
La dichiarazione di Helsinki
Dal 12 al 15 gennaio 2005, l'Organizzazione Mondiale della Sanità
ha organizzato a Helsinki una Conferenza europea sulla salute mentale. Alla
fine dei lavori, i ministri della salute di cinquantadue paesi dell'Europa
geografica, compresa la Turchia e l'Uzbekistan, hanno approvato all'unanimità
un documento di grande importanza. Una dichiarazione comune che permetta di
condividere analisi e valutazioni sulla condizione delle persone che nei singoli
paesi vivono l'esperienza del disturbo mentale.
Secondo il direttore europeo dell'OMS, l'accordo sottoscritto è un
punto di partenza storico: il risultato di anni di esperienza e di lavoro
nell'ambito della difesa dei diritti umani e della cura, trattamento e prevenzione
della salute mentale.
Alla stesura del testo hanno partecipato anche medici, psicologi, ricercatori
insieme a persone con l'esperienza del disagio e familiari di persone che
usano i servizi per la salute mentale dei diversi sistemi sanitari europei.
Nelle quattro giornate di Helsinki, è stato accolto anche un dettagliato
Piano d'Azione che vincola i governi europei. Perché dalle parole si
passi ai fatti. I principi espressi in questi documenti sono quelli che hanno
sorretto il cambiamento in Italia e quelli che questa Guida cerca di illustrare
in quanto il "sistema Trieste" rappresenta una concreta esperienza
di rinnovamento.
I testi di Helsinki costituiscono un impegno per il nostro paese e per i governi
regionali e locali, ai quali i cittadini coinvolti devono riferirsi nel chiedere
servizi e risposte ai loro bisogni.
Nelle note che seguono, presentiamo una brevissima sintesi del Documento di
Helsinki.
Non c'è salute senza salute mentale. La salute mentale e il benessere
mentale di una persona sono fondamentali per la qualità della sua vita.
Incidono sulla produttività degli individui, delle famiglie, delle
comunità e delle nazioni. Rendono le persone capaci di sperimentare
il vero significato della vita. Permettono loro di esprimere la propria creatività
e di essere dei cittadini partecipi e attivi.
Così si sono espressi i ministri della salute dei 52 paesi europei
membri dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, in un accordo
siglato ad Helsinki nelle scorse settimane, hanno sottoscritto una dichiarazione
sulla salute mentale.
Tra le priorità stabilite dall'OMS ci sono la necessità di promuovere
la salute mentale e quella di aiutare la prevenzione, il trattamento, la cura
e la riabilitazione dei problemi di malattia mentale. Il programma d'azione
prevede di aumentare gli investimenti per la salute mentale e stabilire politiche
sanitarie e leggi basate sulle attuali conoscenze e considerazioni sui diritti
umani.
Secondo quanto stabilito dall'accordo, politiche e pratica nella cura della
salute mentale dovrebbero essere focalizzate a promuovere il benessere mentale,
contrastare la discriminazione e l'emarginazione sociale, prevenire i problemi
di salute mentale, fornire servizi efficaci e adeguati, favorire il reinserimento
in società delle persone che hanno sperimentato seri disturbi di salute
mentale.
La dichiarazione dell'OMS mette la salute mentale al centro del potenziale
umano, sociale ed economico delle diverse nazioni ed esorta gli stati a considerarla
come parte integrante delle proprie politiche sociali. Al pari della difesa
dei diritti umani, dell'educazione e dello sviluppo.
La Dichiarazione definisce le principali priorità del prossimo decennio:
- Diffondere l'importanza del benessere mentale;
- Lottare collettivamente contro lo stigma, la discriminazione e l'ineguaglianza
e responsabilizzare e sostenere le persone affette da problemi di salute
mentale e le loro famiglie affinché possano partecipare attivamente
a questo processo;
- Concepire e realizzare sistemi di salute mentale completi, integrati ed
efficaci che inglobino la promozione, la prevenzione, il trattamento, la
riabilitazione, le cure ed il reinserimento sociale;
- Rispondere al bisogno di disporre di un personale di cura competente ed
efficace in tutti questi campi;
- Riconoscere l'esperienza e la conoscenza delle persone che fanno e/o hanno
fatto l'esperienza del disturbo mentale e dei familiari e di quanti coinvolti
quale base importante per la pianificazione e sviluppo dei servizi di salute
mentale".
Il Libro verde
La conferenza ministeriale europea dell'OMS sulla salute mentale svoltasi
ad Helsinki ha definito un quadro per provvedimenti di ampia portata e ottenuto
un fermo impegno politico a favore della salute mentale. La Commissione europea,
partner della conferenza, è stata invitata a contribuire all'attuazione
di questo quadro d'azione nella misura delle sue competenze, in linea con
le aspettative del Consiglio e in collaborazione con l'OMS.
Nel maggio 2006 la Comunità europea riferendosi alla Dichiarazione
di Helsinki ha elaborato il "libro verde" per "Migliorare la
salute mentale della popolazione. Verso una strategia sulla salute mentale
per l'Unione Europea".
La salute mentale della popolazione europea costituisce una risorsa per il
conseguimento di alcuni obiettivi strategici dell'Unione Europea, quali il
ritorno dell'Europa sulla via della prosperità a lungo termine, un
maggiore impegno dell'Europa nell'ambito della solidarietà e della
giustizia sociale e un miglioramento concreto e tangibile della qualità
di vita dei cittadini europei.
La salute mentale della popolazione europea può tuttavia essere sensibilmente
migliorata:
- un cittadino su quattro è affetto da patologie mentali, che possono
portare al suicidio, causa di troppe morti;
- le patologie mentali comportano perdite significative ed oneri per il
sistema economico, sociale, educativo nonché giudiziario e penale;
- stigmatizzazioni, discriminazioni e il mancato rispetto dei diritti umani
e della dignità delle persone affette da patologie mentali o handicap
si verificano ancora, in contrasto con i valori europei fondamentali.
Migliorare è possibile. Sono già state avviate numerose iniziative.
Occorre un ulteriore sviluppo e un consolidamento delle iniziative in corso.
L'appello di papa Benedetto XVI
Il giorno 11 febbraio 2006, in occasione della 14° Giornata Mondiale
del Malato, papa Benedetto XVI ha inviato a tutti i cittadini e cittadine
del mondo un accorato appello per stimolare e promuovere attenzione, solidarietà
ed azioni concrete nei confronti delle persone con l'esperienza del disturbo
mentale.
Nel suo messaggio ha scritto:
"In molti Paesi non esiste ancora una legislazione in materia
ed in altri manca una politica definita per la salute mentale. C'è
poi da notare che il prolungarsi di conflitti armati in diverse regioni
della terra, il succedersi di immani catastrofi naturali, il dilagare
del terrorismo, oltre a causare un numero impressionante di morti, hanno
generato in non pochi superstiti traumi psichici, talora difficilmente
recuperabili. Nei Paesi ad alto sviluppo economico, poi, all'origine
di nuove forme di malessere mentale gli esperti riconoscono anche l'incidenza
negativa della crisi dei valori morali. Ciò accresce il senso
di solitudine, minando e persino sfaldando le tradizionali forme di
coesione sociale, ad iniziare dall'istituto della famiglia, ed emarginando
i malati, particolarmente quelli mentali, considerati sovente come un
peso per la famiglia e per la comunità. Vorrei qui rendere merito
a quanti, in modi diversi e a livelli diversi, operano perché
non venga meno lo spirito di solidarietà, ma si perseveri nel
prendersi cura di questi nostri fratelli e sorelle, ispirandosi a ideali
e principi umani ed evangelici.
Incoraggio pertanto gli sforzi di chiunque si adoperi perché
a tutti i malati di mente sia dato accesso alle cure necessarie. Purtroppo,
in molte parti del mondo i servizi per questi malati risultano carenti,
insufficienti o in stato di disfacimento. Il contesto sociale non sempre
accetta i malati di mente con le loro limitazioni, e anche per questo
si registrano difficoltà nel reperire le risorse umane e finanziarie
di cui c'è bisogno. Si avverte la necessità di meglio
integrare il binomio terapia appropriata e sensibilità nuova
di fronte al disagio, così da permettere agli operatori del settore
di andare incontro più efficacemente a quei malati ed alle famiglie,
le quali da sole non sarebbero in grado di seguire adeguatamente i congiunti
in difficoltà. La prossima Giornata Mondiale del Malato è
un'opportuna circostanza per esprimere solidarietà alle famiglie
che hanno a carico persone malate di mente."
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