Diritti
Ha scritto Susan Sontag: "La malattia è il lato più
oscuro della vita, una cittadinanza gravosa. Tutti noi che siamo nati
abbiamo una doppia cittadinanza: nel regno dei sani ma anche nel regno
dei malati. E anche se tutti preferiremmo usare il passaporto buono, prima
o poi ognuno è costretto a diventare, almeno per poco, cittadino
dell'altro regno".
Ecco allora che la battaglia per il diritto alla salute mentale di tutti,
per il riconoscimento dei diritti, per lo smascheramento dei pregiudizi,
per una Sanità migliore, per la democrazia nei servizi è
una battaglia fondamentale. Non solo di civiltà. Perché
non riguarda solo una ristrettissima minoranza di persone, e già
varrebbe la pena di battersi per loro, ma direttamente o indirettamente
tutti noi.
Pensiamo che i diritti delle persone con disturbo mentale non debbano
in nulla essere differenti da quelli di tutti gli altri cittadini. Verrebbe
da dire che l'unico e più importante diritto da garantire assolutamente
debba essere appunto il diritto alla normalità.
Riportare le persone con disturbo mentale nell'ambito della normale fruizione
dei beni, delle leggi e dei servizi rappresenta oggi la più importante
via di uscita dalla spirale disturbo mentale-etichettamento-emarginazione.
In Italia, le leggi di riforma dell'assistenza psichiatrica e la conseguente
chiusura del manicomio sono state una misura che si é rivelata
capace di avviare processi efficaci per fronteggiare la discriminazione
e per restituire i diritti.
Tuttavia nel momento in cui una persona viene sottoposta ad un trattamento
psichiatrico è comunque opportuno ribadire alcuni principi essenziali
che, anche se ripetono quanto già sancito dalle norme costituzionali,
vanno costantemente riproposti.
In proposito il comitato nazionale di bioetica (Governo Italiano. Comitato
nazionale della bioetica. Parere del comitato su psichiatria e salute
mentale. 24 novembre 2000, http://www.governo.it/bioetica/testi/241100.html)
ha prodotto un documento di grande importanza affrontando nel dettaglio
le questioni della tutela della soggettività, del consenso e dei
diritti delle persone con disturbo mentale che da qui discendono. E' molto
utile che i familiari e le persone con disturbo mentale cerchino e leggano
questo documento.
Riportiamo un'ampia selezione dei due paragrafi che entrano nel merito
dei temi cui abbiamo fatto cenno.
"…La tutela della soggettività della persona con disturbo
mentale assume nel quadro dell'etica medica contemporanea, un valore paradigmatico
in quanto è condizione indispensabile per la costruzione e lo sviluppo
della libertà, la quale va intesa essenzialmente come processo
di liberazione che ha origine da un'esigenza etica fondamentale della
persona. La tutela della soggettività della persona con disturbo
mentale ha pertanto una connotazione etica in quanto è educazione
al sentirsi e al voler essere liberi e quindi promozione della libertà
autentica. Un concetto di libertà così inteso risulta strettamente
connesso al principio di autonomia, che è riferito al rispetto
assoluto della persona. Ma ad evitare equivoci pericolosi va precisato
che la tutela della soggettività del malato non consiste nel credere
che egli sia libero (contro l'evidenza dei condizionamenti patologici
di natura cognitiva e o affettiva) bensì nell'aiutarlo a divenire
libero.
Essa è finalizzata al ripristino della comunicazione, compromessa
o interrotta dal disturbo mentale, e rende pertanto possibile l'ascolto.
Aldilà delle modalità diagnostico-cliniche, infatti, l'ascoltare
e il saper ascoltare ha anche un elevato valore etico in quanto è
assunzione e riconoscimento del "malato" non come altro da me
ma come un altro io che dà significato al rapportarsi con lui e
quindi a me stesso…..
Per quanto concerne, infine, la complessa questione dei limiti intrinseci
al consenso informato delle persone con disturbo mentale è necessario
in primo luogo chiarire la natura graduale e mutevole della capacità/incapacità
di intendere e volere. Anche nel caso della schizofrenia va tenuto presente
che il percorso è estremamente vario e differenziato: tra i due
estremi della cronicizzazione con grave deterioramento cognitivo e rilevante
disabilità da una parte, e l'acquisizione di un accettabile condizione
di salute dall'altra, vi è una vasta gamma di sfumature ove si
alternano fasi di aggravamento e fasi di remissione, o un grado accettabile
di stabilizzazione ben controllata. Tutto ciò comporta una radicale
critica di due orientamenti estremi: l'uno volto ad escludere sempre e
comunque la capacità della persona con disturbo mentale a recepire
correttamente l'informazione e ad esprimere un valido consenso; l'altro
connotato dall'ingenuo ottimismo in senso opposto. In realtà va
innanzitutto osservato che tra l'assoluta incapacità di intendere
e di volere, propria della demenza ( un grave ed evidente danno del cervello),
e la "normalità" vi sono una serie di gradi intermedi,
dove deficit cognitivi e alterazioni affettive possono determinarne diminuzioni
ma non l'assenza. Ciò non legittima comunque la rinuncia all'informazione
ma comporta il criterio etico (ma anche clinico) della cautela nel vagliare
caso per caso se, come, quando, fornire l'informazione e, soprattutto,
una scelta puntuale delle modalità e della misura adatta alla singola
persona in riferimento alla sua situazione e al suo contesto bio-psico-sociale
ed esistenziale. ...è fondamentale il criterio per cui «informare
è prima di tutto comunicare all'interno della relazione».
...alle persone affette da disturbo/disagio mentale/affettivo devono
essere assicurati i diritti di tutti gli altri membri della comunità,
anche indipendentemente dalla concreta possibilità di esercitarli.
La particolare vulnerabilità di tali soggetti richiede infatti
che sia rafforzato per essi il riconoscimento di una piena cittadinanza
il quale deve essere concretamente difeso e promosso in primo luogo attraverso
il rispetto di alcuni diritti (e/o l'adempimento di alcuni doveri) fondamentali,
quali ad esempio:
- diritto a un trattamento privo di coercizioni e rispettoso della dignità
umana con accesso alle più opportune tecniche di intervento medico,
psicologico, etico e sociale;
- diritto a che venga eliminata ogni forma di discriminazione (sessuale,
culturale, religiosa, politica, economica, sociale, etnica) nelle modalità
di trattamento, anche quando limitative della libertà;
- diritto a non subire nessuna forma di abuso fisico e/o psichico;
- diritto alla riservatezza;
- diritto alla protezione delle proprietà personali;
- diritto a vedersi tutelati dalle conseguenze di forme di autodistruttività
(autoaccuse, dichiarazioni di indegnità, etc.) nei confronti
della famiglia, dei datori di lavoro, dell'autorità giudiziaria;
- diritto a vedere realizzate condizioni ottimali di degenza e di comunicazione
con l'esterno nei luoghi di ricovero;
- diritto alla difesa della propria genitorialità, da attuarsi
nel pieno rispetto del preminente interesse dei minori. A tal fine è
necessario un bilanciamento tra questo diritto e l'interesse del minore
ad una crescita sana ed equilibrata."
(tratto da Dell'Acqua P (2003). Fuori come va? Famiglie e persone con
schizofrenia. Roma: Editori Riuniti)
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