Assunta
Signorelli
Introduzione
di Assunta Signorelli al Convegno organizzato dall'Associazione Luna e L'altra
presso l'Aula di via Tigor Università di Trieste il 6 novembre 96
"VIOLENZA SESSUALE, LA PAROLA AGLI UOMINI!...".
L'ampio
dibattito maturato in tutti questi anni nel movimento delle donne intorno alle
questioni della violenza sessuale ha determinato il crescere ed il consolidarsi
di una "cultura del genere", che ha ricondotto il fenomeno
della violenza sulle donne alle sue vere coordinate storico-sociali, fuori dalla
logica dell'auto-colpevolizzazione.
Che il fenomeno vada letto come naturale conseguenza di una cultura che vuole
la "donna", in quanto corpo, merce di scambio del "contratto
fra uomini" - sin dall'antichità le donne sono state considerate
"bottino di guerra" o "pegno di pace" (E.
Badinter) -, e quindi, non come trasgressione ma come conferma della "norma
sociale" (C. Ventimiglia), rappresenta un dato acquisito per tutti.
Questa consapevolezza, se da un lato ha significato una conquista delle donne,
contemporaneamente si è posta come contraddizione forte dell'agire/essere
femminile nella famiglia e nel sociale, dal momento che ha fortemente scosso
il "sentire/pensare" della madre.
Contraddizione, che solo ora appare in via di superamento, avendo avuto le donne
la capacità/coraggio di assumere come propria la questione dell'essere,
in quanto madri, depositarie e mediatrici della cultura del padre.
Se quanto finora detto è vero, se cioè le donne hanno assunto
ed affrontato il fenomeno in tutte le sue molteplici sfaccettature e/o punti
di vista, lo stesso non è accaduto per "l'altra metà del
cielo".
In tutti questi anni, infatti, accanto al diffondersi della riflessione e del
dibattito fra le donne, il silenzio ha caratterizzato il mondo degli uomini.
Silenzio, non sempre e non per tutti complice, ma che certamente segnala una
impossibilità/incapacità ad affrontare un tema che, comunque la
si pensi, vede gli uomini coinvolti in prima persona come soggetti attivi.
Silenzio che, certamente, è anche da ricondurre alla "estraneità
coatta" al mondo delle relazioni, che la cultura del padre ha sancito e
posto come fondamento dell'autorità e del potere maschile.
Silenzio che, però, pensiamo vada ormai rotto, dacché forte è
la sua incongruenza, se rapportabile al gran dire degli uomini su questioni,
quali gravidanza, aborto, fecondazione artificiale; in cui centrale è
il "corpo" di donna ed il suo controllo.
Pensiamo
che siano ormai maturi i tempi per proporre all'altro da noi una "riflessione
ed un pensare", non sugli oggetti/poteri, ma sui soggetti/le relazioni,
e ciò anche al fine di evitare la trappola di assumere noi il problema
di chi la violenza agisce, espropriandone così i diretti interessati.
E' per questo che ci pare opportuno proporre un luogo ed un tempo, dove possa
accadere che gli uomini, quelli più attenti e che già su questo
terreno hanno iniziato a muoversi, esplicitino il loro pensiero non sulle vittime
ma sugli attori della violenza, e costruiscano una loro cultura antagonista
alla "normalità", unica garanzia, questa, per una soluzione
possibile di un fenomeno le cui dimensioni sempre più si allargano, e
sul quale noi donne abbiamo detto tutto quello che era, per noi, possibile.