Assunta
Signorelli
Relazione
al Convegno Violenza alle donne e risposta delle istituzioni organizzato il
13-14 novembre 98 a Trieste
CENTRO DONNA-SALUTE MENTALE UNA STORIA DI GENERE
Faccia
molta attenzione, quando prende in mano
il coltello, il chirurgo!
Sotto quelle incisioni precise e sottili
s'agita colei che é sotto accusa- la vita
(emily dickinson)
Cos'altro é stata l'esperienza di Trieste se non l'aver posto come obiettivo
centrale il "ricominciare ad essere" per tutti.
Nel manicomio niente e nessuno è, ciascun oggetto, luogo o persona ha
solo il volto/l'immagine della negazione; anche l'intenzione, il pensiero, non
può esistere perché nel luogo della non ragione tutto scompare
e perde significato.
Così distruzione del manicomio, lotta anti-istituzionale come riconquista
di significato, riappropriazione dell'esserci, riproposizione sulla scena di
tutto quanto dentro c'era ed accadeva.
Rileggendo da quest'ottica, appare subito chiaro come il processo di ricostruzione,
ridefinizione agito, ha riguardato tutto e tutti; nessuna componente, né
poteva essere altrimenti, ha potuto o voluto sottrarsi a questo processo. Anche
i luoghi fisici, lo spazio che il Manicomio occupava, ha riconquistato un proprio
"esserci", non più luogo da dimenticare, oltrepassare, ma punto
d'incontro, percorso cittadino con edifici da usare per i bisogni del quartiere,
strade da attraversare, in una parola un "pezzo di città" (uno
dei pochi con tanto verde) da agire e sul quale interrogarsi.
Oggi, infatti, il Comprensorio di San Giovanni (l'ex ospedale psichiatrico di
Trieste) contiene in sé realtà diverse e diversificate, luoghi
vissuti ed agiti, ricchi di memoria storica che, lungi dal rappresentare stigma
o vergogna, si propone a tutti per un "mai più come prima".
Si intrecciano qui storie e percorsi, cantieri di lavoro, abitazioni, servizi,
laboratori di attività e di ricerca, luoghi di incontro in un continuo
rimescolamento di necessità, bisogni, desideri, dolori e gioie che indicano
come sia possibile una "cultura della convivenza" fondata non sulla
tolleranza acritica e di maniera, ma sul reciproco riconoscimento e rispetto.
Collina di San Giovanni, già manicomio/luogo di negazione ed oggi luogo
di continua ri/produzione di vita e socialità per tutti/tutte.
Fascino discreto di una storia che ha segnato mura ed oggetti, di un percorso
che li ha attraversati, rendendoli partecipi e complici di un progetto, per
certi versi utopico, ma che ancora oggi segnala, in tutta la sua concretezza
e materialità tangibile, che "è possibile", partendo
dagli ultimi, ritrovare il bandolo della matassa e tessere una trama che sostenga
tutti/tutte.
L'apertura dei cancelli, l'abbattimento delle reti, l'irruzione della banalità
del quotidiano ha reso possibile il "ricominciare ad esserci per tutti",
dacché, trattandosi di una realtà totale, o tutto si metteva in
moto o nulla poteva accadere.
Certamente, diverse sono state le strade; ciascuno, inteso sia come singolo
che come componente istituzionale, ha agito/subito modalità diverse di
percorso per raggiungere l'obiettivo dell'esserci: perché diverso era
il punto di partenza, la possibilità di agire, la consapevolezza stessa
del "non esserci".
E per i medici "ricominciare ad essere" significava agire una "presenza"
reale e concreta nel manicomio, assumere fino in fondo la responsabilità
del terapeutico, come risposta al bisogno di salute e benessere dei malati/malate.
Gli infermieri/le infermiere, da parte loro, da custodi dell'ordine istituzionale,
si trasformavano in garanti di cura e di sostegno per i malati/le malate. Questi
ultimi, infine, divenivano persone, non più oggetti indifferenziati ed
anonimi di custodia/cura, ma soggetti di diritto, con bisogni, desideri, singoli
e diversificati.
La ridefinizione, quindi, della propria identità, sia istituzionale che
sociale, ha rappresentato il filo comune del lavoro che ha portato all'attuale
organizzazione dei Servizi di Salute Mentale (S.S.M.) di Trieste.
Sin dall'inizio, nel 1972, si trattava di restituire dignità e senso
a storie soggettive, a presenze le più diverse, a ruoli emarginanti e/o
emarginati; di ricostruire un mondo nel quale fosse possibile per ciascuno/ciascuna
esprimersi e contare, un mondo fondato sull'assunto che il "diritto di
esistenza" non può essere con nulla barattato, né può
tanto meno essere scambiato come premio.
Uno slogan segnò nei primi anni il nostro agire: "La libertà
è terapeutica", libertà intesa come complesso di diritti/doveri
che tutti/tutte ci riguardano, sia come individualità che come corpo
sociale.
Non libertà come abbandono, ma come garanzia di un complesso di diritti
naturali quali: il diritto di asilo, lavoro, socialità, affettività,
privacy, cura e denaro nel manicomio esclusi.
Garanzia di diritti che diviene vuota affermazione astratta se non si traduce
in una pratica articolata e complessa che quei diritti renda accessibili ed
agibili per tutti, soprattutto per chi, per propria storia, esperienza, problematicità,
è più debole e quindi non in grado di autonomamente conquistarli.
Ed il lavoro materiale di restituzione, ricostruzione, a volte costruzione,
del diritto pieno alla cittadinanza è stato quanto è avvenuto
nell'esperienza di distruzione del manicomio di Trieste.
Diritto di cittadinanza che è diritto politico, civile e sociale; e quindi
è evidente come il nostro lavoro su questi tre piani di intervento si
sia articolato, costruendo un "progetto unificato", che di tutti e
tre tenesse conto senza operare mai, pena l'inutilità dell'agire, scissioni
e/o gerarchie. Lavoro che fu reso possibile dal coinvolgimento attivo del personale
delle varie agenzie di volta, in volta interessate. Fu necessario lavorare con
i servizi sociali del comune, l' Istituto Autonomo delle Case Popolari (I.A.C.P.),
l'I.N.P.S., l'anagrafe dovendosi ricostruire esistenze da molti anni civilmente
cancellate.
Al fine di rendere più chiaro quanto detto, pare opportuno fare una lista
dei "diritti e degli strumenti" adottati per garantirli:
Sul
diritto alla cura ci pare opportuno soffermarci perché, forse, è
il "diritto" che la distruzione del manicomio fa emergere ex-novo.
Sempre occultato dall'obbligo della custodia, diviene centrale fin dall'inizio,
nell'organizzazione dei Servizi Territoriali.
Nell'O.P.P. il trattamento veniva prioritariamente identificato come privazione
di libertà, tutela della normalità dalla sragione. Il processo
di deistituzionalizzazione, capovolgendo il rapporto fra la psichiatria ed il
proprio oggetto, obbligava gli operatori/le operatrici ad assumersi la responsabilità
di assicurare alle persone portatrici di sofferenza il diritto a star bene,
ad agire/vivere la propria esistenza (e quindi anche la propria malattia) in
modo dignitoso ed adeguato ai propri bisogni/necessità.
Bisogni e necessità che, se genericamente si definiscono come "domanda
di cura", di fatto implicano e coinvolgono livelli e funzioni le più
diverse, nel momento in cui la cura si declina come esperienza esistenziale
per entrambi i poli del binomio curante/curato e, come tale, viene perciò
contaminata ed attraversata dalle contraddizioni della normalità.
E questa contaminazione, possibile solo fuori dall'istituzione medicale (sia
essa il manicomio, il reparto ospedaliero, l'ambulatorio psichiatrico o il setting
psicoanalitico), configura e sottende una considerazione piena, un pieno rispetto
per la malattia e per gli ammalati/le ammalate, per le loro esigenze affettive,
maggiori e diverse da quelle dei sani. Considerazione e rispetto che evocano
un maggior carico di responsabilità ed impegno di lavoro per i/le curanti,
una maggiore esigenza di professionalità nuove ed avanzate, in cui molte
e diverse figure possono pienamente realizzarsi. (1)
E nella presenza di tali figure professionali, non sanitarie, si configura quella
possibilità di scambio e di individuazione di alternative reali e concrete
che permettono la costruzione/ ricostruzione di un'identità sociale per
la persona sofferente fondamentale per un "progetto terapeutico" ,
il cui obiettivo non sia la riparazione e/o la restaurazione dello status quo
ante, ma la conquista di spazi di salute e benessere ove agire la propria differenza
non più diversità.
E tra le differenze possibili ad un certo punto si è imposta quella più
naturale, la più ovvia forse, ma proprio per questo sempre nei luoghi
di cura occultata: la "differenza di genere". Questione, questa della
"differenza", che per tutti i primi anni aveva attraversato il processo
di distruzione del manicomio in modo sotterraneo, come un fiume carsico che
solo per brevi tratti scorre in superficie. [come l'episodio della prescrizione
di un anticoncezionale per una giovane donna rinchiusa (1973), il "collettivo
per la salute della donna" ('76-'78) nato dalla mobilitazione sul diritto
della donna di interrompere la gravidanza per motivi terapeutici connessi al
suo equilibrio psichico, la partecipazione attiva ai processi per "stupro"
nei confronti di donne portatrici di sofferenza psichica (1978)]
Crediamo di poter dire che allora (negli anni '70-'80), quando a Trieste si
lavorava per la rottura del manicomio e dei suoi meccanismi istituzionali, non
avevamo la consapevolezza e la cultura di chiamare "qualità femminili"
quelle che agivamo. Se da una parte ricostruivamo storie, attenzioni, luoghi
dove era possibile e dignitoso vivere, stimolavamo desideri e complicità,
portavamo la normale affettività in luoghi e situazioni deprivate da
sempre di queste, dall'altra molte di noi furono costrette ad imparare a modificare
le proprie emozioni, per acquisire modalità di riconoscimento e di azione
maschili, pena l'essere negate o distrutte.
Forse non era possibile agire altrimenti, mancava in quegli anni, e non solo
in noi, l'intuizione che il manicomio, la psichiatria, era "figlio naturale"
di una logica assoluta che non permetteva, allora come oggi, diversità/differenziazioni.
E cosi' mentre alcune, e noi tra loro, percorrevamo nell'istituzione la logica
della parità/omologazione, altre nel consegnarsi all'analisi, se pur
fra donne, di fatto riproducevano l'oggettivazione di sé, sfumavano la
loro differenza e si immergevano nel terreno minato di una psichiatria liberata
da tutto, tranne che dal suo essere scienza maschile.
Così in quegli anni le esperienze di lavoro di donne su donne con sofferenza
psichiatrica, se da una parte sollevarono alcune delle questioni dell'esser
donna, dall'altra lasciarono immutato il manicomio e tanto più le donne
che in quello continuavano ad essere recluse, non riuscendo ad arrivare al nocciolo
della psichiatria, né tanto meno arrivando a restituire al sociale, al
sociale della comunità femminile, la sua sofferenza. (2)
Ma, a processo di deistituzionalizzazione ultimato e con servizi territoriali
"forti", perché riconosciuti dalle altre agenzie del territorio
come "garanti" dei diritti dei soggetti vulnerabili, e perché
capaci di strutturarsi ed organizzarsi in più direzioni e con più
funzioni per rispondere alla complessità e polimorfia della sofferenza
ed accompagnarla nei suoi percorsi, nuove categorie ed istanze sono emerse come
lettura e comprensione di una geografia del territorio non più definita
da confini anagrafici ma da bisogni inevasi, diritti violati, desiderio di trasformazione
e di riconoscimento autonome.
Desiderio di trasformazione e di riconoscimento che ha spinto le donne dei servizi,
indipendentemente dal loro ruolo e/o statuto istituzionale, ad interrogarsi
sulla loro "differenza", differenza che tutte le attraversava e, rispetto
alla quale, il rischio di omologazione ed appiattimento sui modelli dell'altro
diveniva sempre più forte ed evidente.
Eravamo un gruppo di donne composito (operatrici, utenti, e donne della città)
quando decidemmo di assumere come punto di partenza per costruire una pratica
di lavoro quelli che, nella cultura comune, sono i difetti fondamentali delle
donne: falsità e tendenziosità.
"False" perché costrette a nascondersi ed a seguire strade
tortuose ed ingannevoli per affermarsi; "tendenziose" perché
costrette a ricorrere a modi di pensiero trasversali rispetto all'obiettività
della ragione maschile dominante. Insomma, come suona la formula giuridica,
traditrici rispetto ad una verità imparziale che da sempre le ha escluse
come parti in gioco.
Ed allora il nostro primo atto fu convocare un'assemblea per tutte le donne
dei servizi con un volantino dal titolo: "Siamo false e tendenziose. Vogliamo
discuterne insieme!"
Ci ritrovammo in tante: in tante si erano riconosciute in quel volantino e per
tutte era chiara la necessità di uscire allo scoperto come donne operatrici
rispetto a questioni quali follia, salute, malattia, servizi ed istituzioni.
Quello fu il primo di una serie di incontri; ci interrogavamo sul che fare:
se costruire o non costruire un Centro-Donna: un servizio territoriale, cioè,
istituzionalmente deputato al trattamento di tutte le forme di sofferenza psichica
delle donne (dai trattamenti sanitari obbligatori alle cure ambulatoriali) oppure
un'associazione di donne che avviasse iniziative generali su temi quali il disagio
delle donne, tralasciando il momento istituzionale più vero.
Entrambe le cose avevano il loro fascino e i loro rischi, ed allora, come spesso
avviene per le donne decidemmo di provare ad intrecciare i due percorsi, per
misurarci sul terreno istituzionale senza rinunciare alla possibilità
di un confronto allargato che lo strumento associazione consente.
Così, nell'estate del '90, fondammo l'associazione culturale di donne
"L'una e l'altra" e, contemporaneamente, dentro una riorganizzazione
complessiva del D.S.M. (dipartimento di salute mentale) di Trieste, formammo
un'équipe composta solo da psichiatre e psicologhe cui fu affidata la
responsabilità di una zona del D.S.M. composta da 2 Centri di Salute
Mentale fino a quel momento distinti e separati.
Iniziò, allora, un lavoro di progressiva integrazione dei 2 centri (il
Centro di San Giovanni e quello di via Gambini), di differenziazione delle funzioni
in luoghi fisicamente separati, per poter sperimentare nella pratica quotidiana
il binomio valore/disvalore, proprio di ogni "differenza" quando non
la si voglia vedere come un assoluto totalizzante.
Lavoro che ha prodotto, attraverso passaggi molteplici e variamente articolati
l'attuale assetto organizzativo di quella che va sotto il nome di "Unità
Operativa 2b" che consta di 3 subunità (un Centro di accoglienza
sulle 24 ore a San Giovanni, un Centro Donna in Androna degli Orti sulle 12
ore ed un Servizio psichiatrico presso il Distretto Socio-Sanitario) fra loro
strettamente connesse in termini di complementarità e finalità
terapeutiche, ma separate per quanto riguarda la fisicità dei luoghi
e la specificità di intervento.
Specificità che si definisce, non a partire da categorie nosografiche,
ma dalle soggettività nuove che il lavoro di deistituzionalizzazione
aveva fatto emergere come centrali ed urgenti sia in termini di bisogni che
di diritti.
Nasce così "Centro Donna-Salute Mentale", che, organizzandosi
come un centro sulle 12 ore rivolto alle donne portatrici di sofferenza con
solo operatrici e, contemporaneamente, grazie alla compresenza nel centro dell'associazione,
come polo, nella città, di aggregazione sulle tematiche femminili, si
pone come obiettivo prioritario l'affrontamento del disagio femminile, in termini
di differenza di genere.
...<<Posizionarsi come genere e come soggetti rende più facile
l'interlocuzione, sia con la psichiatria, quando si vuole fare salute mentale
per le donne, che con altre discipline come la storia, la letteratura, l'arte
sufficientemente lontane dalla medicina da non correre il rischio di essere
mangiate e digerite, come é successo, invece, a saperi di memoria femminile,(l'uso
delle erbe e dei fiori, le medicine dolci/alternative/comple- mentari) ormai
completamente assorbiti nel Grande Mercato, e quindi, omologati, spogliati di
ogni potenzialità realmente trasformatrice perché rinchiusi in
un mondo a sé, dove tutto é bio-x e resta rigorosamente fuori
dalle questioni.
Per noi, invece, resta sempre aperta la questione del potere e delle donne:
non siamo ancora in grado di esplicitare i nessi ed il legame che esiste fra
l'antagonismo nei confronti delle istituzioni che la nostra pratica quotidiana
produce ed il nostro essere comunque istituzione di potere.
L'antinomia autoritarismo /autorevolezza va sciolta ed attraversata in modo
da non ricadere nel vecchio adagio che quando le donne hanno potere diventano
come gli uomini, se non peggio. Si sapeva fin dall'inizio, che con questo avremmo
fatto i conti: quali strade possibili ci sono nella gestione di un'istituzione:
Forse, in parte, abbiamo perduto la nostra scommessa perché la questione
é ancora aperta, ed anzi in alcuni passaggi é sembrata chiudersi
in negativo, ma forse l'origine di ciò sta nella fragilità strutturale
del Centro, comune a tutte le istituzioni, specialmente quelle con pretese innovative,
che fa correre a volte il rischio di irrigidirsi su posizioni di autodifesa
tradendo il mandato originario di servizio e responsabilità.
L'altra questione era ed é capire se é possibile attraversare
l'istituzione e costruire risposte su una sofferenza "singolare",
cioè differenziare il tipo di sofferenza assumendo come dato fondamentale
da cui partire l'irriducibilità della storia di ciascuno/a.
Non si capisce perché, essendo diversi uomini e donne, ad un diverso
tipo di sofferenza bisogna rispondere in modo uguale e non invece cercando risposte
che di questa "diversità", della "doppiezza" delle
donne tengano conto.
Se essere donna e se il vedere le cose da parte delle donne, éun modo
di vedere non univoco, non sicuro, ambiguo e molto più "falso",
lo stare male delle donne va letto in questo modo ed essere operatrice significa
operare sempre in questo "doppio". E se é vero quello che Basaglia
chiamava il "doppio" della malattia, lo star male di chi soffre e
l'oggettivazione diagnostica che l'istituzione psichiatrica ne fa, allora nella
donna diventa il "quadruplo"
Ancora, nel riconoscersi come donna si va oltre la malattia, ci si aggrega e
si costruisce non sulla sofferenza, ma su una identità in positivo e
questo riconoscimento, interessando anche le operatrici, rende possibile una
reciprocità tra loro e le donne che stanno male.
"Centro-Donna" non nasce facilmente perché viene vissuto come
l'esplicitazione di un limite, una sollecitazione agli psichiatri a tirarsi
indietro.
Alla sua costituzione partecipa un gruppo agguerrito di donne utenti; la motivazione
allo stare insieme quando é motivazione per riconoscersi, per ricostruirsi,
e per poter meglio affrontare l'altro che sino a ieri ha preteso che il suo
linguaggio fosse il tuo, diventa una necessità.
Le donne che inizialmente non volevano venire, oggi ti chiedono di stare lì.
Una volta una ha detto: "Quando sto male non mi piace stare al Centro-Donna,
quando sto bene mi rendo conto che é meglio che quando sto male sto qui."
Ed in effetti Centro Donna permette un processo di consapevolezza che si acquista
nel leggere alcuni propri comportamenti di sofferenza; permette cioè
l'unico processo reale di superamento della malattia, visto che parlare di guarigione
non ha senso.
La consapevolezza del proprio star male, dunque l'individuazione di strumenti
che permettono di evitare questo star male... nel centro molte donne hanno fatto
questo percorso. (Nel 1997 470 sono le donne venute in contatto con il servizio
, di queste 333 hanno stabilito un rapporto con Centro Donna. 130 sono le donne
che hanno partecipato a corsi di formazione, lettura, scrittura, teatro ed artigianato.
17 donne hanno usufruito di borse di formazione al lavoro e 7 sono state regolarmente
assunte.)
Non é un fatto assoluto, ma é eticamente corretto che l'istituzione
offra alle donne un luogo separato nel momento in cui stai male.
Non è sottrazione a qualcuno o di qualcosa, é tentativo di arricchimento
su qualcosa. Forse non dà delle meraviglie, però ha dato la possibilità
di letture differenti, ha sancito il fatto che ragionare per differenze è
fondamentale anche in psichiatria.
Ci ha liberato dall'ideologia che presume di totalizzare la lettura della storia
dell'altro/a riconducendola, attraverso astrazioni successive, all'interno di
categorie generali costruite su medie statistiche e normative.
Ci ha dato la ricchezza di poter far accadere in contemporanea cose tra loro:
un corso qui, interviste per un giornale là, una donna in crisi che ha
assunto farmaci e noi reagiamo come si fa in una casa, facendole bere caffè
amaro per farla vomitare ed impedirne, così, l'ospedalizzazione e la
violenza di una lavanda gastrica.
É dall'incontro di differenze che nascono momenti, quelli sì,
terapeutici. Momenti che arricchiscono molto la pratica dell'operatrice, mettendola
in discussione ed in difficoltà come ruolo di potere. Quanto più
si riesce a non stare nella psichiatria, a porre condizioni di normalità,
tanto più la gente sta bene. Quanto più i luoghi sono specifici
per la sofferenza, tanto meno sono terapeutici.
Se si pone la questione intorno ad una differenza forte, ad una differenza negata
e non intorno ad una "sciagura", alla mera astratta "sofferenza",
si hanno molte più possibilità di agire processi di salute.
Non é vero che esista la "solidarietà" intorno ad identità
negative; se ci si incontra lì o solo lì, non si può che
produrre malessere per tutti. Questa é la chiusura della psichiatria,
non luogo di produzione di salute, non luogo aperto, ma luogo protetto, chiuso,
di sofferenza.
La pratica di Centro Donna é la dimostrazione che non si possono avere
certezze, ma che é necessario verificare costantemente quello che si
fa, bisogna essere capaci di sopportare anche l'errore, e questo storicamente
appartiene alle donne perché hanno, da sempre, dovuto mediare tra bisogni
contrastanti.
Il conflitto di genere non va esasperato ma tenuto costantemente presente, costantemente
bisogna mettere insieme i due poli della questione.
I luoghi di accoglienza possono non diventare luoghi di miseria e disperazione;
si può portare il territorio nelle istituzioni, costruire luoghi che
servono a chi si é visto negare tutto e che contemporaneamente mettano
chi si é visto negare tutto, in rapporto con il mondo.
Il Centro non é un'istituzione specifica; ha molta flessibilità
di accesso, di agibilità, é fruibile, é, come dovrebbero
essere tutte le istituzioni, a bassa soglia.
La "bassa soglia", cioè il grado di accessibilità di
un servizio e la sua fruibilità reale da parte dei cittadini/cittadine,
non sta nel fatto che l'operatore/l'operatrice parla con la signora dieci minuti
dopo che é arrivata.
"Bassa soglia" é entrare in un luogo e trovare un posto dove
riconoscersi, che si parli o no con il medico... Un luogo dove esplicitare il
proprio problema e cominciare a pensare di costruire risposte per questo problema
.
Centro-Donna non dà un modello ma una possibilità di relazionarsi
con chiunque, mantenendo il rispetto delle proprie differenze.
É il tentativo, forse utopico, di rompere tutte le categorie, la "messa
in scena" di biografie singolari il cui valore e significato sta nella
loro irripetibilità e non, come le diverse discipline "psi"
propongono, in un astratta ripetitività di dinamiche e modelli interpretativi:
é questo il valore differenziale del Centro-Donna.
La possibilità di differenziarsi, di essere delle singole, senza che
questo determini accoglimento o espulsione. Certamente viene chiesto qualcosa
in cambio, ti devi relazionare con, devi assumere alcune regole istituzionali
perché queste fanno parte del gioco, però sono regole non date
a priori: sono come i mobili, che si mettono a seconda di come tu vuoi usare
una stanza; non modelli rigidi e prefissati. Anche l'uso dei farmaci é
motivo di discussione, segnale del limite, contrattazione, e nella contrattazione
accettare di contaminarti con le forme anche più banali, terra terra
della vita, del "quotidiano".
Servizio pubblico, separato ma accessibile e fruibile, ove, attualmente, molto
si dibatte intorno alla necessità di proporre con forza, soprattutto
in psichiatrica, la questione dei "Servizi separati" per le donne,
visto che la promiscuità altro non ha prodotto se non l'obliterazione
e l'oscuramento del corpo e della sua fisicità.
Servizi separati o forse meglio "sessuati", ove sperimentare percorsi
e pratiche capaci di produrre benessere fisico e culturale, attraverso un intreccio
dei saperi e delle pratiche che, nei diversi settori, le donne propongono.
Intreccio e relazioni che, in questi anni, ha costruito ed agito "Luna
e l'altra", l'associazione che fin dall'inizio ha affiancato il centro
come allusione possibile ad una continuità senza fratture e ad una reciprocità
fra donne provenienti da storie e percorsi i più diversi, tutte, però,
disponibili a ".... fare i conti con la paura del silenzio e della follia...".
E così "Luna e l'altra" si é in questi anni impegnata
su molteplici fronti: dalla pace alle problematiche del lavoro, dalla formazione
al tema della sessualità, dalle questioni teoriche sulla sofferenza alla
cultura del piacere, ponendo in essere, volta per volta, momenti teorico/pratici
di incontro/confronto che l'hanno resa punto di riferimento per molte di quelle
donne impegnate nella costruzione di una "cultura del genere", capace
di confrontarsi con la complessità del reale senza rinunciare alle proprie
peculiarità.
Sono nati corsi di formazione sulla qualità dei Servizi, pratiche di
terapie corporee e naturali, attività di relazioni e scambio con le donne
delle vicine repubbliche devastate dalla guerra, ed ancora corsi di scrittura,
di lettura e di espressione teatrale, manifestazioni e feste in un intreccio
costante di saperi e competenze, che nella propria specificità di genere,
riconoscono il terreno comune da cui partire senza invocare discriminazioni
di sorta, naturalmente estranee a chi da sempre ha dovuto/voluto tener conto
dell'altro da sé.
Intreccio di saperi e competenze che ha prodotto un Progetto Salute Donna (P.S.D.),
che si propone di operare, sia sul versante culturale che su quello organizzativo
dei Servizi Sanitari (territoriali ed ospedalieri), introducendo in questi,
come centrale e non più eludibile, il tema del "corpo" e della
sua individualità, non più da scomporre in sommatoria di funzioni
e/o bisogni.
Progetto che l'Azienda Sanitaria Triestina ha fatto proprio, riconoscendo valore
e significato ad un'ipotesi di lavoro che pone, come fondante per qualunque
verifica di qualità/efficienza dell'agire sanitario, garantire e salvaguardare
i diritti della persona, primo fra tutti quello alla propria differenza.
P.S.D. rappresenta una delle due articolazioni del progetto-obiettivo materno-infantile,
previsto dal Piano Sanitario Nazionale, sul presupposto che il considerare il
binomio madre-figlio/figlia come un'unica entità é non solo concettualmente
scorretto, ma talvolta addirittura metodologicamente rischioso, dacché
non permette di riconoscere bisogni, necessità, diritti non sempre coincidenti
ma, anzi, a volte tra loro in conflitto. Conflitto la cui mediazione é
possibile soltanto quando si é in grado di riconoscere sia la madre che
il figlio/la figlia, come singole individualità e quindi di organizzare
risposte differenziate per entrambi.
E proprio la questione della maternità, intesa sia come possibilità/capacità
di agire la funzione dell'educare che come "mettere al mondo", si
propone, oggi, come terreno da assumere in modo forte per quante, operatrici
della salute, si sentono impegnate nel contrastare processi e meccanismi di
svalorizzazione e negazione del "genere".
La violenza, sia fisica che psicologica, che le istituzioni in generale, quelle
della salute e della giustizia in particolare, attualmente agiscono sul "genere"
in nome di un "etica" astratta sta assumendo aspetti davvero paradossali.
La facilità con cui si costruiscono percorsi di annullamento e negazione
della singola donna richiede un'attenzione ed una riflessione "laica"
e non ideologica che ancora stenta a manifestarsi.
Noi, come operatrici di Centro Donna, quotidianamente riceviamo segnali preoccupanti
in questa direzione, tanto più preoccupanti perché, in maniera
asettica ed apparentemente neutrale, forniscono giustificazioni scientifiche
ed "oggettive" ad una normativizzazione del corpo che privi le donne
di qualunque diritto su questo.
Diritto quale il diritto alla integrità psico-fisica del proprio corpo
e, quindi, ad agire vivere la propria sessualità in maniera autonoma
e consapevole che é diritto naturale, politico e sociale, la cui negazione
fornisce il sostrato culturale ad ogni forma di violenza sul corpo di donna,
prima fra tutte la violenza sessuale.
Ritorna qui la questione della "cittadinanza" come categoria da continuamente
ridefinire e ridisegnare in modo tale che possa in sé comprendere le
molteplici singolarità che nella città vivono. Ma questa é
un'altra storia che ancora dobbiamo fare per poterla domani raccontare.
Già, perché quanto finora descritto é storia di un percorso
di trasformazione di un'istituzione totale, dentro la quale si intrecciano e
si confondono le storie di tante donne, singolarità e collettivo insieme,
di quelle che ci sono state anche solo per un momento e delle altre che da anni
impegnano ore ed ore del proprio tempo per curarsi, lavorare, divertirsi, imparare
ed insegnare, in un dare/avere che non conosce fine.
Storie singole, soggettive, che durante quel cammino si sono ricomposte, ciascuna
potendo, proprio nella partecipazione ad un lavoro comune, ritrovare parti di
sé, conquistarne di nuove, riproporsi alla vita non più come oggetto
passivo di un fato ma come soggetto attivo di un'esistenza complicata, forse,
ma comunque degna di essere vissuta.
Assunta
Signorelli (settembre 1999)
Note:
(1) Franco
Rotelli nell'articolo <<Per una scienza da slegare>> scritto su
"L'Unità" del 2 settembre 1990 poneva in termini chiari la
questione della necessità di sciogliere la pratica psichiatrica da rigidi
schematismi e di riportarla sul terreno delle relazioni e dello scambio
(2)Questi
ultimi 4 capoversi sono tratti dall'articolo "le donne nella deistituzionalizzazione"
di Giovanna del Giudice ed Assunta Signorelli pubblicato in "Manicomio
Ultimo Atto" ed Centro di Documentazione Pistoia 1997
(3)da
"Diritti dei corpi, risorse del diritto" di Assunta Signorelli-Paola
Zanus comunicazione al"1°Convegno Internazionale per la Salute Mentale"
Trieste 20-24 Ottobre 1998