Assunta
Signorelli
1993
Cos'altro
é stata l'esperienza di Trieste se non l'aver posto come obiettivo centrale
il "ricominciare ad essere" per tutti.
Nel manicomio niente e nessuno è, ciascun oggetto, luogo o persona ha
solo il volto/l'immagine della negazione; anche l'intenzione, il pensiero, non
può esistere perché nel luogo della non ragione tutto scompare
e perde significato.
Così distruzione del manicomio, lotta anti-istituzionale come riconquista
di significato, riappropriazione dell'esserci, riproposizione sulla scena di
tutto quanto dentro c'era ed accadeva.
Rileggendo da quest'ottica, appare subito chiaro come il processo di ricostruzione/ridefinizione
agito, ha riguardato tutto e tutti; nessuna componente, nè poteva essere
altrimenti, ha potuto/voluto sottrarsi a questo processo. Anche i luoghi fisici,
lo spazio che il Manicomio occupava, ha riconquistato un proprio "esserci",
non più luogo da dimenticare, oltrepassare, ma punto d'incontro, percorso
cittadino con edifici da usare per i bisogni del quartiere, strade da attraversare,
in una parola un "pezzo di città (uno dei pochi con tanto verde)
da agire e sul quale interrogarsi.
Oggi, infatti, il Comprensorio di San Giovanni (l'ex O.P.P. di Trieste) contiene
in sé realtà diverse e diversificate, luoghi vissuti ed agiti,
ricchi di memoria storica che, lungi dal rappresentare stigma e/o vergogna,
si propone a tutti per un "mai più come prima".
Si intrecciano qui storie e percorsi, cantieri di lavoro, abitazioni, servizi,
laboratori di attività e di ricerca, luoghi di incontro in un continuo
rimescolamento di necessità/bisogni/desideri/dolori e gioie che indicano
come sia possibile una "cultura della convivenza" fondata non sulla
tolleranza acritica e di maniera, ma sul reciproco riconoscimento/rispetto.
Collina di San Giovanni, già manicomio/luogo di negazione ed oggi luogo
di continua produzione/riproduzione di vita e socialità per tutti/tutte.
Fascino discreto di una storia che ha segnato mura ed oggetti, di un percorso
che li ha attraversati, rendendoli partecipi e complici di un progetto, per
certi versi utopico, ma che ancora oggi segnala, in tutta la sua concretezza
e materialità tangibile, che "è possibile", partendo
dagli ultimi, ritrovare il bandolo della matassa e tessere una trama che sostenga
tutti/tutte. L'apertura dei cancelli, l'abbattimento delle reti, l'irruzione
della banalità del quotidiano ha reso possibile il "ricominciare
ad esserci per tutti", dacché, trattandosi di una realtà
totale, o tutto si metteva in moto o nulla poteva accadere.
Certamente, diverse sono state le strade; ciascuno, inteso sia come singolo
che come componente istituzionale, ha agito/subito modalità diverse di
percorso per raggiungere l'obiettivo dell'esserci: perché diverso era
il punto di partenza, la possibilità di agire, la consapevolezza stessa
del "non esserci".
E per i medici "ricominciare ad essere" significava agire una "presenza"
reale e concreta nel manicomio, assumere fino in fondo la responsabilità
del terapeutico, come risposta al bisogno di salute e benessere dei malati/malate.
Gli infermieri/le infermiere, da parte loro, da custodi dell'ordine istituzionale,
si trasformavano in garanti di cura e di sostegno per i malati/le malate. Questi
ultimi, infine, divenivano persone, non più oggetti indifferenziati ed
anonimi di custodia/cura, ma soggetti di diritto, con bisogni, desideri, singoli
e diversificati.
La ridefinizione, quindi, della propria identità, sia istituzionale che
sociale, ha rappresentato il filo comune del lavoro che ha portato all'attuale
organizzazione dei S.S.M. di Trieste.
Sin dall'inizio, nel 1972, si trattava di restituire dignità e senso
a storie soggettive, a presenze le più diverse, a ruoli emarginanti e/o
emarginati; di ricostruire un mondo nel quale fosse possibile per ciascuno/ciascuna
esprimersi e contare, un mondo fondato sull'assunto che il "diritto di
esistenza" non può essere con nulla barattato, né può
tanto meno essere scambiato come premio.
Uno slogan segnò nei primi anni il nostro agire: "La libertà
è terapeutica", libertà intesa come complesso di diritti/doveri
che tutti/tutte ci riguardano, sia come individualità che come corpo
sociale.
Non libertà come abbandono, ma come garanzia di un complesso di diritti
naturali quali: il diritto di asilo, lavoro, socialità, affettività,
privacy, cura e denaro nel manicomio esclusi.
Garanzia di diritti che diviene vuota affermazione astratta se non si traduce
in una pratica articolata e complessa che quei diritti renda accessibili ed
agibili per tutti, soprattutto per chi, per propria storia, esperienza, problematicità,
è più debole e quindi non in grado di autonomamente conquistarli.
Ed il lavoro materiale di restituzione, ricostruzione, a volte costruzione,
del diritto pieno alla cittadinanza è stato quanto è avvenuto
nell'esperienza di distruzione del manicomio di Trieste.
Diritto di cittadinanza che è diritto politico, civile e sociale; e quindi
è evidente come il nostro lavoro su questi tre piani di intervento si
sia articolato, costruendo un "progetto unificato", che di tutti e
tre tenesse conto senza operare mai, pena l'inutilità dell'agire, scissioni
e/o gerarchie.
Al fine di rendere più chiaro quanto detto, pare opportuno fare una lista dei "diritti e degli strumenti" adottati per garantirli:
1. Diritti
civili: Ricostruzione storie soggettive, carte d'identità, dal ricovero
coatto al ricovero volontario, da volontario ad ospite.
2. Diritto al lavoro: 5 Cooperative integrate: 200 soci lavoratori, 100
persone in borsa di form.
3. Diritto al denaro: Sussidi, Pensioni.
4. Diritto allo studio: Corsi di alfabetizzazione 150 ore per conseguimento
del diploma III.a Media.
5. Diritto d'asilo: Appartamenti per gruppi Residenze riabilitative Riconoscimento,
da parte dell'I.A.C.P., di un punteggio per le persone ricoverate in O.P.P.
6. Diritto all'arte e al gioco: Laboratori espressivi Politecnico Feste-concerti.
7. Diritto alla cura: S.P.D.C. Centri di Salute Mentale
Sul diritto
alla cura ci pare opportuno in questa sede soffermarci perché, forse,
è il "diritto" che la distruzione del manicomio fa emergere
ex-novo. Sempre occultato dall'obbligo della custodia, diviene centrale fin
dall'inizio, nell'organizzazione dei Servizi Territoriali.
Nell'O.P.P. il trattamento veniva prioritariamente identificato come privazione
di libertà, tutela della normalità dalla sragione. Il processo
di deistituzionalizzazione, capovolgendo il rapporto fra la psichiatria ed il
proprio oggetto, obbligava gli operatori/le operatrici ad assumersi la responsabilità
di assicurare alle persone portatrici di sofferenza il diritto a star bene,
ad agire/vivere la propria esistenza (e quindi anche la propria malattia) in
modo dignitoso ed adeguato ai propri bisogni/necessità.
Bisogni e necessità che, se genericamente si definiscono come "domanda
di cura", di fatto implicano e coinvolgono livelli e funzioni le più
diverse, nel momento in cui la cura si declina come esperienza esistenziale
per entrambi i poli del binomio curante/curato e, come tale, viene perciò
contaminata ed attraversata dalle contraddizioni della normalità.
E questa contaminazione, possibile solo fuori dall'istituzione medicale (sia
essa il manicomio, il reparto ospedaliero o l'ambulatorio psichiatrico), configura
e sottende una considerazione piena, un pieno rispetto per la malattia e per
gli ammalati/le ammalate, per le loro esigenze affettive, maggiori e diverse
da quelle dei sani. Considerazione e rispetto che evocano un maggior carico
di responsabilità ed impegno di lavoro per i/le curanti, una maggiore
esigenza di professionalità nuove ed avanzate, in cui molte e diverse
figure possono pienamente realizzarsi (F. Rotelli 1990).
E nella presenza di tali figure professionali, non sanitarie, si configura quella
possibilità di scambio e di individuazione di alternative reali e concrete
che permettono la costruzione/ricostruzione di un'identità sociale per
la persona sofferente fondamentale per un "progetto terapeutico",
il cui obiettivo non sia la riparazione e/o la restaurazione dello status quo
ante, ma la conquista di spazi di salute e benessere ove agire la propria differenza
non più diversità.
E tra le differenze possibili ad un certo punto si è imposta quella più
naturale, la più ovvia forse, ma proprio per questo sempre nei luoghi
di cura occultata: la "differenza di genere".
Le donne dei servizi, indipendentemente dal loro ruolo e/o statuto istituzionale,
hanno sentito la necessità di interrogarsi sulla loro "differenza",
differenza che tutte le attraversava e, rispetto alla quale, il rischio di omologazione
ed appiattimento sui modelli dell'altro diveniva sempre più forte ed
evidente.
Interrogativi e riflessioni che, nell'estate del '90 hanno portato, dentro una
riorganizzazione complessiva del D.S.M. (dipartimento di salute mentale) di
Trieste, alla costituzione di un'équipe composta solo da psichiatre e
psicologhe che ha assunto la responsabilità di una zona del dipartimento
(si formarono allora in totale 4 zone territoriali ciascuna affidata ad un'équipe)
composta da 2 Centri di Salute Mentale fino a quel momento distinti e separati.
Iniziò così un lavoro di progressiva integrazione delle 2 équipe
dei " centri (il Centro di San Giovanni e quello di via Gambini) e di differenziazione
delle funzioni dei due servizi, al fine di definire luoghi fisicamente diversificati,
dentro i quali affrontare problematiche riferite a soggetti tra loro differenti
per poter sperimentare nella pratica quotidiana il binomio valore/disvalore,
proprio di ogni "differenza" quando non la si voglia vedere come un
assoluto totalizzante.
Lavoro che ha prodotto, attraverso passaggi molteplici e variamente articolati
l'attuale assetto organizzativo di quella che va sotto il nome di "IV zona
San Giovanni-via Gambini" o "Unità Operativa 2b" che consta
di 3 subunità (un Centro di accoglienza sull 24 ore a San Giovanni, un
Centro Donna in via Gambini sulle 12 ore ed un Servizio psichiatrico presso
il Distretto Socio-Sanitario) fra loro strettamente connesse in termini di complementarità
e finalità terapeutiche, ma separate per quanto riguarda la fisicità
dei luoghi e la specificità di intervento. Specificità che si
definisce, non a partire da categorie nosografiche, ma dalle soggettività
nuove che il lavoro di deistituzionalizzazione aveva fatto emergere come centrali
ed urgenti sia in termini di bisogni che di diritti.
Nasce così "Centro Donna-Salute Mentale", che, organizzandosi
come un centro sulle 12 ore con solo operatrici rivolto alle donne portatrici
di sofferenza e, contemporaneamente, come polo, nella città, di aggregazione
sulle tematiche femminili, si pone come obiettivo prioritario l'affrontamento
del disagio femminile, in termini di differenza di genere.
Si cerca così e si sperimenta un diverso modo di agire/essere nelle istituzioni,
ove diviene centrale la ricerca e l'esplicitazione del proprio bisogno, della
propria creatività: in una parola del proprio piacere rispetto al quale
tutte le istituzioni devono misurarsi.
Il territorio sfuma nei suoi confini anagrafici ed istituzionali, potendosi
molto più riconoscere nell'agire pratico del Centro, un territorio donna,
definito non da strade o quartieri, ma da bisogni inevasi, diritti violati,
capacità espressive e desideri di trasformazione.
La stessa struttura fisica del Centro, senza una rigida codificazione degli
spazi, assume capacità "trasformiste", cioè "facce",
funzioni, potenzialità ed atmosfere diversificate dalla diversità
delle persone e del motivo per cui si incontrano.
Luogo di risposta, servizio quindi, ma anche e soprattutto punto di incontro,
contenitore da riempire ed attraversare, per un lavoro a più voci, voci
di donne, dove differenti ruoli e professionalità ridefiniscano ed alimentino
un linguaggio ed un sapere al femminile.
Linguaggio e sapere capace di attraversare il terreno della sofferenza, fuori
dalla logica della "cura", ma all'interno di relazioni forti, reciproche,
e, perché no, antagoniste, senza dover ricorrere ad un altro da noi,
in particolare ad una psichiatria di tutto liberata, tranne che del suo essere
"scienza maschile".
Assunta
Signorelli (Dicembre 1993)