Assunta Signorelli
Intervento al ciclo di incontri "Non solo signore della notte" sul traffico di donne ai fini di sfruttamento sessuale. -3° incontro: "Le buone pratiche" -Prato 16 febbraio 2002

PROSTITUZIONE, IDENTITÀ, GENERE

"Non solo signore della notte": ciclo di incontri sul traffico di donne ai fini di sfruttamento sessuale. -3° incontro: "Le buone pratiche" -Prato 16 febbraio 2002

Provo vergogna quando passo con mio figlio e vedo corpi in mostra sulle strade.......si uccide per la vergogna dopo una serata con una prostituta........non mi firmo perché ho vergogna.......non si vergogni di noi......avevamo speranza di uscire da questo ergastolo di vergogna e sfruttamento......

Solo alcune delle tante frasi in cui ci si imbatte quando si parla di "prostituzione". E non importa chi, dove e quando le abbia pronunciate: sono frasi senza tempo né storia (le ultime sono tratte dal libro della Merlin scritto nel '55), che chiunque di noi ha ascoltato e, perché no, forse anche pronunciato. Vergogna è la parola che le contraddistingue, parola usata per dare voce a un sentimento che accomuna uomini e donne in una mescolanza di soggettività singolari che, pur partendo da posizioni e punti di vista fra i più eterogenei, alla fine si ritrovano a provare la stessa sensazione, a formulare lo stesso pensiero per esprimere posizioni diverse e talvolta contraddittorie fra di loro.
Ma cos'è questa "vergogna"?
Perché per segnalare moti dell'animo e dell'intelletto che si presupporrebbero divergenti usiamo tutti questa parola?
Nulla di più semplice che prendere in mano il dizionario e scoprire l'intrigo che questa parola nasconde, continuando così il lavoro svolto nella stesura del manuale (1) quando, per poter innanzitutto comprendere quello che nella pratica era il mio operare e poi proporlo alla riflessione e al dibattito, sono andata a cercare il significato originario di tutte quelle parole usate e abusate da operatori e operatrici socio-sanitarie.
E così scorrendo i dizionari, leggendo le diverse definizioni, mi si sono proposti nessi e associazioni, come in un gioco al rimando, con altre parole che, forse, potrebbe permettere di affrontare in modo laico la relazione esistente fra prostituzione e vergogna.
Per questo mi è parso opportuno riprendere altre parole, costruire una sequenza, quasi una forma di libere associazioni, che, a partire dal genere arrivi alla vergogna passando attraverso identità, sessualità e prostituzione.
Sequenza certamente molto personale ma che, tuttavia, riprende, nel suo dipanarsi, questioni oggi centrali nella ridefinizione di una società capace di misurarsi con le diverse singolarità presenti in essa senza aver bisogno di costruire steccati e barriere.
Di seguito propongo i risultati della ricerca effettuata utilizzando materiali e pubblicazioni di linguistica, psicologia, filosofia e sociologia. Le definizioni che ho dato per ciascuna parola sono, perciò, il risultato dell'elaborazione personale e, come tali, non hanno la pretesa di esaurire le problematiche sottese ma soltanto di esplicitare il tentativo di affrontare in modo quanto più possibile libero categorie e pensieri che, proprio per le loro peculiarità, scatenano moti e sensazioni profonde soprattutto in chi, come me, donna per nascita e per scelta, da sempre cerca di mantenere integro il filo sottile che unisce anime e corpo.

genere: al di là di tutti i possibili significati che la parola genere ha nella lingua italiana, mi pare opportuno proporla così come negli ultimi vent'anni é stata utilizzata dal movimento delle donne. In quest'ottica quando si parla di genere ci si riferisce a quell'insieme di specificità, competenze e funzioni che caratterizzano l'essere donna nel vivere quotidiano. Mi rendo conto che così la definizione appare troppo vaga e, quindi, esposta a critiche le più diverse; ma, data la sede, non ritengo opportuno addentrarmi nel dibattito che esiste al riguardo; preferisco, invece, segnalare che queste caratteristiche vanno ben al di là della sessualità e si inseriscono all'interno di processi e relazioni di potere tutti volti, dentro una società patriarcale, a circoscrivere la specificità femminile sul terreno della riproduzione, terreno rigidamente codificato da leggi e categorie estranee alle donne.

identità: dal latino idem la stessa cosa, l'essere identico; assoluta uguaglianza. l'insieme dei caratteri fisici e psicologici che rendono una persona quella che è, diversa da ogni altra. In psicologia (Galimberti) con questo termine si intende l'identità personale, ossia il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre.
Per Locke e Hume l'identità è un meccanismo psicologico che ha il suo fondamento non in un'entità sostanziale che noi chiameremmo Io, ma nella relazione che la memoria instaura tra le impressioni continuamente mutevoli e tra il presente e il passato. Da questo punto di vista l'identità non è un dato ma una costruzione della memoria. Questa riflessione filosofica è stata sostanzialmente accolta dalla psicologia che parla di identità e di crisi di identità in ordine alla solidità o fragilità di questa costruzione. Partendo da questa definizione è evidente come l'identità di ogni singolo soggetto è tanto più solida quanto più riesce a essere flessibile e nomadica (Rosi Braidotti) nel senso che il singolo, la singola, solo se riesce a riconoscersi come intero e parziale nello stesso tempo, può trovare un proprio equilibrio nello "stare" nel mondo, stabilire legami e relazioni non distruttive, riconoscersi e differenziarsi dall'altro/altra da sé senza fare/subire violenza.
Per questo motivo in riferimento alle singolarità soggettive pare più corretto parlare di identità multiple, ciascuna in sé finita ma legata alle altre senza soluzione di continuità pena l'insorgere di patologie psichiche socialmente invalidanti per lungo tempo appannaggio del sesso femminile.
Patologie attinenti alla "normalità" femminile, a quella che Galimberti chiama "l'identità coatta", che la legge e l'ordine sociale impone al genere e, come tali, difficilmente aggredibili con gli strumenti classici delle varie discipline "psi"; Contraddizione, questa, difficile da affrontare e sciogliere perché se non si tiene conto del disagio che comunque la normalità determina, la donna si trova costretta in una sorta di terra di nessuno dove il rischio della solitudine e della negazione di sé è altissimo e, spesso, ineludibile.
E in questa terra di nessuno le donne si misurano con la perdita di significato e di valore del proprio sentire e volere e, di necessità, apprendono le regole di un gioco a loro estraneo. Gioco che le vede comunque perdenti perché costrette a vivere attraverso gli altri assumendosi colpe e responsabilità legate a ruoli e funzioni "naturalmente" definite.
Nasce, così, quel modello precostituito di identità femminile (donna = moglie, madre, sorella), che di tutto tiene conto tranne che della soggettività di ogni singola donna e che giustifica l'esercizio, da parte del padre/padrone, di qualsiasi forma di violenza e appropriazione.

sessualità: complesso dei caratteri sessuali e dei fenomeni relativi al sesso. Interessante notare come, mentre il dizionario della lingua italiana si ferma qui, nel dizionario di psicologia la sessualità venga definita sempre come un complesso di caratteri che non sono più solo sessuali ma fisici, funzionali, psichici e culturali atti alla perpetuazione della specie.
Nessun accenno alla funzione del piacere che, pure, la sessualità svolge e la cui assenza o alterazione spesso dà origine a disturbi del carattere e del comportamento in percentuale sicuramente più significativa rispetto all'assenza o alterazione della funzione procreativa. E mantenendo fede a questa impostazione il dizionario continua segnalando come nell'uomo (e nella donna no?) l'atto sessuale si manifesti come un fenomeno molto complesso dove, accanto alle espressioni genetiche, alla funzionalità endocrina e nervosa, si aggiungono componenti psicologiche individuali e norme culturali che influenzano in maniera diversa il vissuto e la condotta sessuale di ciascun individuo.
Ancora si segnala come sia a livello biologico che a livello psicologico l'ambivalenza sessuale, l'attività e la passività, è inscritta come differenza nel corpo di ogni soggetto e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda è stata culturalmente messa in secondo piano per le esigenze dell'organizzazione genitale e dell'ordine sociale…. il dispositivo significante della differenza sessuale gioca a livelli che oltrepassano a tal punto le modalità biologiche della riproduzione, da far ritenere, nella distribuzione dei ruoli e delle mansioni, che quella differenza sia più sessuata che sessuale…. Divieti sessuali sostanziano tabù, riti, e miti, dividono lo spazio e il tempo in sacro e profano, gli atti in puri e impuri, determinano le tappe della crescita…. Queste regole culturali fanno sì che la coppia parentale, paritetica sotto il profilo della generazione, diventi gerarchica nella rappresentazione sociale. (Galimberti)

prostituzione: parola derivata dal latino "pro statuere" che significa collocare davanti, mettere in mostra, esporre, senza alcun riferimento a transazioni mercantili. Nell'uso comune commercio delle prestazioni sessuali. In termini legali la parola prostituzione si riferisce soltanto a quelle persone che si impegnano apertamente nella transazione economica per un tot pattuito di denaro o di beni utili.
Mette qui conto richiamare il contratto matrimoniale che, fino a tempi recenti prevedeva l'obbligo della prestazione sessuale della moglie (alcuni e alcune parlano anche, in termini spregiativi, di una sorta di prostituzione coniugale). In sostanza nel contratto matrimoniale la donna scambiava il suo corpo per dei beni materiali (l'adulterio della moglie è sempre stato sanzionato in modo più pesante che non quello del marito). Evidente in questa definizione come la prostituzione viene a configurarsi come "lavoro" e questo non meraviglia se pensiamo che questa interpretazione si ritrova in molte narrazioni e scritti di donne prostitute (valga come esempio una lettera riportata nel libro curato da Lina Merlin e Carla Barberis ed. Il Gallo 1955: noi siamo un gruppo di signore che si guadagnano onestamente la vita nel cognito e rinomatissimo casino.......Ci consenta di lavorare in pace...)

vergogna: dal latino verecundia, nel vocabolario latino questa parola segue la parola verginità, la cui radice è il verbo vereor che significa rispettare, venerare, avere timore, rispetto ecc., sentimento di mortificazione derivante dalla consapevolezza che un'azione, un comportamento, un discorso ecc., propri o di altri, sono disonorevoli, sconveniente, ingiusti o indecenti. Plurale le vergogna = i genitali. Sinonimi timidezza, impaccio, imbarazzo, soggezione. Nel Dizionario etimologico della lingua italiana (Nuova edizione riveduta di Tristano Bolelli) troviamo che quasi tutti i verbi il cui prefisso è ver derivano dal verbo fer che ha molteplici significati. In latino, Fero=palesare, mettere in mostra, richiedere presentare condurre, vereor, il cui participio è veritas, significa avere reverenza, venerare (deponente della 2° con.) verecundor aris atus sum = sentire vergogna (deponente della 1°); condor deriva dalla versione arcaica di cunctor che significa indugiare, tardare, trattenersi dal dare.
Evidente come in questa definizione per quanto vi siano compresi molteplici significati la parola vergogna assume sfumature molto più articolate e positive di quelle che siamo stati abituati/abituate a cogliere nel linguaggio comune.
Allargando il terreno all filosofia e alla psicologia vediamo, come scrive Galimberti, che "Hegel coglie nel sentimento della vergogna ciò che consente all'uomo di cancellare l'indigenza della vita animale...nascondendo quegli organi che sono superflui per l'espressione dello spirito; mentre Kierkegaard ribadisce il sentimento della vergogna come "angoscia e timore di vestirsi della differenza animale", sempre rifacendosi al racconto biblico in cui Adamo e Eva, dopo la colpa, "si accorsero di essere nudi e ne provarono vergogna". Tema ripreso da Sartre che riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell'altro che ci deruba della nostra soggettività, per ridurci a oggetto del suo spettacolo. La vergogna, scrive Sartre, "non è il sentimento di essere questo o quello oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell'essere degradato, dipendente e cristallizzato che io sono per altri; la vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che abbia commesso questo o quell'errore, ma semplicemente che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione d'altri per essere ciò che sono. Il pudore e, in particolare il timore di essere sorpreso in stato di nudità non sono che specificazioni simboliche della vergogna originale: il corpo simbolizza, qui, la nostra oggettività senza difesa. Vestirsi significa dissimulare la propria oggettività, reclamare il diritto di vedere senza essere visto, cioè di essere puro soggetto.......Freud legge la vergogna come forma di rimozione.....altri con ciò polemizzano; interessante le affermazioni di ricerche psicoanalitiche più recenti (Semi e Lynd) che propongono uno stretto legame fra vergogna e identità dal momento che la vergogna sarebbe provocata da esperienze che mettono in questione il concetto che noi abbiamo di noi stessi, perché ci costringono a vederci con gli occhi degli altri e a riconoscere la discrepanza tra il modo con cui gli altri ci percepiscono e il modo con cui noi ci percepiamo. Le esperienze vergognose, se vengono accettate, accrescono la nostra autoconsapevolezza e la possibilità di autotrasformazione; se invece vengono negate, provocano lo sviluppo di una corazza difensiva."
Corazza difensiva che come ben sanno quanti e quante, su diversi versanti, si occupano della salute mentale delle persone non è certo un bel viatico per affrontare le difficoltà del vivere quotidiano dal momento che la corazza difensiva altro non è che il muro che ci isola dal mondo rendendoci impenetrabili e sordi a stimoli e sollecitazioni provenienti da tutto quello che non riconosciamo come "nostro".
Forse proprio per questo anche quella parte della psichiatria lontana dalla fenomenologia e dall'analisi oggi ritiene opportuno affrontare il tema della vergogna visto che come riferiscono nel loro articolo "Fondamenti teorico-clinici della Vergogna" Anna Maria Benedetto e Andrea Gragnani Pubblicato su: Psicoterapia, vol.9, pagg. 47-66, 1997: tra le emozioni egopoietiche abbiamo scelto di presentare una rassegna dello stato dell'arte degli studi sulla vergogna sostanzialmente per due motivi: da una parte perché pur essendo una emozione che sperimentiamo e riconosciamo quotidianamente paradossalmente viene spesso confusa con altre o trascurata nel setting terapeutico; dall'altra, è quella che riscontriamo più frequentemente in svariati quadri psicopatologici. È stato dato molto risalto alla diagnosi differenziale con le altre emozioni quali il senso di colpa e l'imbarazzo proprio per rendere più chiare e più fruibili tali informazioni per il nostro lavoro di psicoterapeuti. Tale approccio ci permette una maggiore dimestichezza nell'ambito della vergogna e ci consente di ampliare il nostro campo di osservazione e di intervento in un lavoro di ristrutturazione cognitiva.

Queste le definizioni.
Non sfugge a una lettura attenta come il filo sotterraneo che le lega nasca sempre da lì, da quella condanna biblica che come un macigno ha pesato sulla storia delle donne e che vuole corpo e spirito non solo separati ma fra loro in opposizione e antaganismo. Condanna che ha costretto le donne a scegliere fra corpo e ragione e, in questa scelta, a negarsi ed appiattirsi su valori e comportamenti da altri definiti, vivendo come "colpa" il desiderio di realizzarsi come singolarità soggettiva capace di esprimersi dispiegando la propria corporeità fin nei meandri più reconditi.
E allora se questo è il nesso, se parole come identità, genere, prostituzione, vergogna, sono parole che ricongiungono pezzi di memoria del genere, nascosti nelle pieghe di una storia che non abbiamo mai potuto raccontare perchè, finalmente, non affermare, con Rosi Braidotti, che il soggetto donna è contenitore semantico generale che raggruppa diversi tipi di donne, di vari livelli di esperienza e diverse identità? Da ciò discende che quella della prostituta è, semplicemente, un'identità parziale che molte e molti portano dentro come desiderio di riappropriazione di quelle parti di sé superflue per l'espressione dello spirito; come riconoscimento di appartenenza al mondo della carne; come consapevolezza che essere oggetto per l'altro, in un mondo capace di reciprocità e mutuo rispetto, può essere fonte non solo di piacere ma anche di potere. Di quel potere che, come mi piace ricordare, non è sinonimo di sopraffazione ma di "poter essere" (dal latino posse = possibilità di esistere) e contare per perseguire obbiettivi propri utilizzando modalità e relazioni sempre suscettibili di cambiamenti e modificazioni.

NOTE:
(1) Mi riferisco al libro "Servizi in vetrina" che contiene


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. T.Bolelli "Dizionario etimologico della lingua italiana" Nuova edizione riveduta Prima edizione 1994Licenza UTET
  2. R. Braidotti "Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità" Donzelli Editore 1995
  3. N. Chodorow "La Funzione materna" La Tartaruga Edizioni 1991
  4. C. Corso "Ritratto a tinte forti"; Giunti Ed. 1991
  5. G.Del Giudice, G.Bambara, C.Adami (a cura di) "I Generi della violenza" Tipologie di violenza contro donne e minori e politiche di contrasto Edizioni Franco Angeli 2002
  6. P. Donati "Generi, differenze nelle identità" Franco Angeli 1996
  7. B.Duden "Il corpo della donna come luogo pubblico" Bollati Boringhieri
  8. M. Foucault "I corsi al Collège de France I Résumés" Feltrinelli 1999
  9. M. Foucault "La volontà di sapere" Feltrinelli 1999
  10. U.Galimberti "Dizionario di Psicologia" 1992
  11. bell hooks "Elogio del margine" Feltrinelli 1998
  12. L.Merlin e C. Barberis "Lettere dalle case chiuse" ed. Il Gallo 1955
  13. F. Ramondino "Passaggio a Trieste" Einaudi Edizioni 2000
  14. A. Signorelli (a cura di) "Fatevi Regine" Sensibili alle foglie Edizioni 1996
  15. A. Signorelli e M.Treppete (a cura di) "Servizi in vetrina" - Manuale per gli interventi nel mondo della prostituzione migrante - Ed Asterios 2001 scaricabile dal sito http:/:transnet.exclusion.net
  16. M.A. Teodori ( a cura di) "Lucciole in lotta" sapere 2000
  17. Trotula de Ruggiero "Sulla malattia delle donne" La Luna Edizioni1994