Assunta
Signorelli e
Paola Zanus
Pubblicato
sulla rivista tutteStorie Racconti Letture trame di donne n° 4 marzo/giugno
2000 Gruppo editoriale Il Saggiatore
SCRIVERE NEL NON LUOGO DELL'UTOPIA
Faccia
molta attenzione, quando prende in mano
il coltello, il chirurgo!
Sotto quelle incisioni precise e sottili
s'agita colei che é sotto accusa- la vita
(emily dickinson)
Qui a Trieste è nata l'esperienza pratica di distruzione dei manicomi
ed é presente una rete di servizi territoriali, il dipartimento di salute
mentale (D.S.M.), in grado di accogliere le domande poste da uomini e donne
con sofferenza psichica.
Dal 1992, nel D.S.M., esiste Centro Donna-Salute Mentale, servizio pubblico
che risponde al bisogno di cura delle donne che abitano nel territorio di riferimento.
Centro Donna nasce dall'incontro di donne portatrici di sofferenza e delle operatrici
coinvolte nel processo di distruzione pratica del manicomio di Trieste e nella
costruzione della rete di servizi territoriali a quello alternativi.
Senza il manicomio e senza la sua risposta totalizzante-l'internamento- la sofferenza
psichica ha potuto esprimersi senza essere negata, separata e reclusa; e alle
persone , non più oggetti di custodia e controllo, sono state restituite
soggettività e differenze.
I bisogni inevasi, le voglie di trasformazione e di riconoscimento autonome
conducono donne sofferenti ed operatrici all'individuazione di un terreno comune
da inventare ed agire un "territorio donna", che oltrepassando i confini
del territorio anagrafico, si estende a tutte le donne della città e
della provincia, alle migranti, alle profughe.
Centro Donna è anche sede dell'Associazione culturale di donne "Luna
e l'Altra", che si propone di.... "valorizzare l'identità della
cultura femminile, di favorirne l'espressione, di promuovere iniziative atte
a produrre spazi operativi per l'affermazione dello specifico femminile nel
campo della salute, della giustizia e dei diritti" (dallo statuto dell'associazione).
Punto di incontro per le associazioni di donne della città vi si organizzano
incontri, dibattiti, seminari, stages, corsi e laboratori di ricerca teorico-pratica
su temi i più diversi quali: psichiatria, storia, arti figurative ed
espressive, letteratura, scrittura, medicina naturale, in/formazione (su salute,
corporeità, sessualità ed organizzazione dei servizi per le donne).
La maggiore attitudine delle donne a creare relazioni e reti di rapporti ci
rende possibili pratiche che, a partire da un "sentire comune", restituiscono
percorsi soggettivi e collettivi. É così possibile, superando
le categorie della psichiatria tradizionale, leggere il disagio delle donne
dentro le storie individuali di ciascuna e dentro processi storici e culturali
determinati e riconoscibili: la cultura di Genere é un contenuto forte
del lavoro.
La "con-fusione" tra salute e "follia" produce a volte sentimenti
di tensione, a volte caduta di tensione o stanchezza fra le operatrici. É
però, ormai, esperienza acquisita che quanto più alto é
il livello e la qualità dei progetti tanto più si produce salute
per tutte le donne. Anche il problema del potere (gerarchia dei ruoli e responsabilità
istituzionali nel Servizio) si sdrammatizza e si modifica divenendo attribuzione/riconoscimento
di autorevolezza e competenza nel fare cose insieme (dallo affrontare una "crisi",
alla preparazione di una festa, all'organizzazione di un corso).
L'esperienza della "contaminazione" dei saperi (della psichiatria,
della medicina, della storia, della filosofia, della politica) rende possibile
una mobilità del potere fra le discipline, mai forti ed uniche; evita
il rischio di riprodurre ulteriori specialismi, gerarchie fisse e rigidità
incapaci di leggere la continua mobilità del reale anche all'interno
del movimento delle donne oltre che delle istituzioni per la salute mentale.
Al Centro-Donna cerchiamo, così, di alzare il tiro del lavoro, in modo
da rendere il disagio e la sofferenza non solo esperienza di tutte, ma esperienza
superabile e, almeno in parte, rappresentabile.
Per trasmettere senza teorizzare non possiamo produrre modelli da trasferire,
misurare e non possiamo tacere. Scegliamo la narrazione, la trascrizione del
discorso diretto, lo scambio mobile dei materiali tra le donne nel Centro e
fuori, ci rappresentiamo in lavori di continuo divenire, sempre attente ad evitare
rigide codificazioni e travisamenti.
É la nostra una storia di trasformazione di un'istituzione totale, dentro
la quale si intrecciano e si confondono le storie di tante donne, singole e
collettivo insieme, di quelle che ci sono state anche solo per un momento e
delle altre che da anni impegnano ore ed ore del proprio tempo per curarsi,
lavorare, divertirsi, imparare ed insegnare, in un dare/avere che non conosce
fine.
Storie singole, soggettive, che durante questo cammino si sono ricomposte, ciascuna
potendo, proprio nella partecipazione ad un lavoro comune, ritrovare parti di
sé, conquistarne di nuove, riproporsi alla vita non più come oggetto
passivo di un fato ma come soggetto attivo di un'esistenza complicata, forse,
ma comunque degna di essere vissuta.
Storie individuali, che tutte conosciamo, perché più volte ce
le siamo raccontate, ma che finora abbiamo taciuto, tenendole dentro di noi
come un tesoro da difendere e da non disperdere: un patto non detto ma da tutte
rispettato, timorose di esporci, di far cadere il velo che intorno a noi avevamo
innalzato.
Si sa, la psichiatria raccoglie la storia dei matti (si chiama "anamnesi")
per dare senso al proprio agire, utilizza linguaggi "scientifici e neutrali"
per nascondere la propria estraneità alla concretezza del quotidiano,
tenta di ricondurre al razionale emozioni, affetti, sentimenti alla ragione
estranei, costruisce categorie diagnostiche basandosi su una normalità
statisticamente determinata e, così facendo, non può, non riesce
mai a dar conto del "praticamente vero" della sofferenza. Parla di
malattie e patologie utilizzando l'uomo, la donna che soffre come oggetto di
ricerca e studio perdendo così, di necessità, il singolo, la singola
che o del suo malstare diventa soggetto narrante o scompare perché alieno
ed alienato del diritto alla propria parola.
Mentre parla di te la psichiatria ti interpreta, ti reinventa secondo un astratto
modello e tu, uomo o donna, scompari, la tua corporeità si deforma, perde
i suoi confini naturali per mescolarsi nel magma indistinto della scienza: quella
frase, quel grido diventa uguale a quello di tanti altri, il tuo dolore si chiama
depressione la tua gioia maniacalità, ed a nessuno importa se quel grido,
quel ridere, segnalavano un fatto accaduto, una sconfitta od una vittoria che
volevi comunicare.
Ed é per questo motivo che fino ad oggi abbiamo sempre rifiutato di partecipare
al "delirio collettivo" della messa in scena delle "storie vere",
di parlare delle donne di "Centro Donna" come di casi emblematici
buoni per i numerosi talk shows televisivi o per una sotto-narrativa che da
anni inonda il mercato.
Noi sperimentiamo la possibilità di una resistenza attiva agli psicologismi
imperanti e siamo consapevoli della necessità di un cammino, lungo e
faticoso, per rifondare le storie sulle vite di soggetti, individui e collettivi,
sulle appartenenze e sui nomadismi delle identità.
Se intercaliamo normalità e normali follie, se ci divertiamo, non neghiamo
diritto alla cura ma rivendichiamo la possibilità di aver cura di te
dovunque tu sia: nel dolore angoscioso che separa dal mondo, nella solitudine
dell'esilio dal mondo, nell'insopportabilità del mondo, nella sua "scientifica"
irrapresentabilità.
Volevamo raccontarci, cercavamo un modo, una forma che questo rendesse possibile,
abbiamo fatto numerosi tentativi: dai corsi di scrittura a quelli teatrali fino
ad arrivare alla produzione di due video. Tentativi parziali, allusivi di una
realtà complessa ed articolata mai fino in fondo compiuta.
E così siamo andate avanti in questi anni finché una scrittrice:
Fabrizia Ramondino, non ci ha permesso di dar corpo e forma a quello che era,
sì, un nostro desiderio ma anche, crediamo, un dovere nei confronti di
quanti, uomini e donne, si pongono, per necessità o virtù, la
questione del che fare per contrastare la sofferenza ed il malstare di questo
nostro tempo.
Uscirà in febbraio, per le edizioni Einaudi, il suo-nostro libro "Passaggio
a Trieste" (Taccuino di un soggiorno presso le donne di Centro Donna-Salute
Mentale. Trieste, giugno-settembre 1998) dove lei stessa racconta come l'abbiamo
chiamata, l'impegno che insieme ci siamo assunte e quanto é accaduto
durante la sua permanenza con noi
Fabrizia, un'amica, che di tanto in tanto aveva, in questi anni, con noi condiviso
alcuni momenti di vita e di lavoro; esperienze circoscritte, di breve durata,
ma particolarmente intense e significative nel segnalare la possibilità
di costruire legami ed intese forti anche a distanza, di riconoscersi e ritrovarsi,
rompendo i confini astratti degli specialismi e delle competenze, sul terreno
comune della fatica di vivere e della sua felicità.
Ciò che non dice, é come quel suo stare con noi, quel suo quadernino
nero fitto di appunti, quella sua attenzione discreta e partecipante, ci ha
dato forza e consapevolezza, come sia stato facile fidarsi ed affidarsi a lei,
quanto ciascuna di noi ha imparato da quel suo continuo guardare ed esserci,
e quanto sia stato importante per noi scoprire che narrarsi non solo é
possibile ma addirittura divertente e gratificante.
Fabrizia ci ha reinventato dandoci la parola e la voglia di continuare e ricominciare
la nostra avventura dalla nuova casa di "Androna degli Orti" dove
ormai ci siamo trasferite.