Letteratura
Scritti sull'esperienza triestina
Trieste e la scena internazionale
Deportazione e internamento nelle pratiche psichiatriche del dopoguerra.
Aspetti della storia psichiatrica greca.
Th. Megaloeconomou, C. Baldi, Seminario: "Psichiatria e Nazismo",
1997, Dipartimento di Salute Mentale Trieste
Leros, un'isola situata nella parte Nord del Dodecanneso, è stata
utilizzata per tutto il XX secolo, come molte altre regioni greche, quale
area di repressione e compensazione delle contraddizioni sociali interne
alla società greca, ovvero come un luogo di esilio e concentramento
di persone escluse, di ogni genere dalla società.
Le contraddizioni dell'esclusione sociale, si manifestano nel funzionamento
quoditiano di un sistema sociale complicato e competitivo - che continuamente
per sua propria natura, produce e riproduce vari gruppi di esclusi e diseredati,
compiendo su di loro quello che Franco Basaglia ha chiamato «crimini
di pace».
Soprattutto in periodi di svolte storiche critiche, queste contraddizioni
arrivano al punto di esplosione, quando il regime social-economico e politico
difende le basi della sua propria riproduzione usando ogni genere di violenza
di fronte al "nemico interno" estromettendolo dalla comunità,
e dai confini nazionali in quanto pericolo «miasma e fonte di contaminazione
del corpo sociale e nazionale sano».
Una tradizione amara, che si perde nella storia dei secoli, vuole molte
delle isole greche, essere luoghi scelti per l'esilio dei rivali politici
e, nel XX secolo, anche dei lebbrosi e dei matti.
Piccole, aride, rocciose e lontane isole, si offrono per l'internamento
l'allontamento sicuro di chi deve essere escluso ed esiliato.
I confini chiusi dell'isola, il mare che si frappone, il deserto e la
mancanza di abitanti in alcune di queste, l'assenza di ogni comunicazione
salvo quella controllata assolutamente dai guardiani del campo, sono gli
elementi ideali per l'isolamento sicuro del pericolo, per l'ammutolimento
di quelli che hanno una opinione contraria, la debellazione e annichilamento
del vigore e della restistenza psichica ed ideologica.
E' la siepe e la difesa efficace contro l'altro, alieno o estraneo.
L 'isola scomunicata dal mare è oltre i limiti della società
costituita, non solo nella periferia della citta', nelle zone isolate
dei confini di una società dominata dalla normalità stabilita,
ma molto più lontano, fuori da ogni possibilità d' approccio
reciproco. Esistono nomi che portano un carico storico enorme, che nessuna
considerazione post-moderna può scaricare o alleviare : Anafi,
Folegandros, Makronissos, Ai Stratis, kithira, Gia, Ikaria, Ghiaros, Leros...
Alcune di queste sono plaghe rocciose aride e deserte (Makronissos, Ghiaros)
dove possono essere applicati i piu rigidi «programmi» di
isolamento, tormenti ed assassinii. In altre esiste una rudimentale o
anche organizzata struttura sociale (Ikaria, Leros), dove i deportati
sono imprigionati in un campo oppure, a seconda dell'andamento della correlazione
politica generale dei rapporti di forza sociale di quel momento, possono
avere qualche tipo di relazione con la comunità locale.
Siamo entrati in un periodo storico dove una dialettica inevitabile
ha fatto diventare la caduta dei muri il punto di partenza di molti e
più barbari muri, di nuovi campi di concentramento e massacri nel
cuore proprio dell'Europa stessa, di sradicamento in massa e di migrazione
di milioni di uomini miserabili e affamati, di disoccupazione su larga
scala, di oppressione, razzismo, neonazismo e di rinascita di nazionalismo
assassino.
Alcuni si affrettano sbrigativamente a indicare i responsabili principali,
nei gruppi etnici che si ammazzano fra di loro: gli autori del sacrificio
attribuiscono la responsabilità della violenza agli affamati e
agli emarginati, a qualche minoranza linguistica, ai diseredati dei nuovi
ghetti delle megalopoli, a gruppi razzistici isolati di ogni tipo.
è lo stesso modo in cui la società fa sì che che
i matti paghino per la loro stessa follia, escludendoli dalla comunità
e condannandoli all'internamento e all'abbandono.
Ma come l'inizio e la metà, così anche la fine di questo
secolo è governata dalle manifestazioni feroci di una crisi permanente
e faticosa di un sistema che ha stabilito dalla sua nascita, precise linee
di demarcazione,di alienazione e di oggettivazione dell' uomo, all'interno
di un' organizzazione sociale nella quale, anche se attrverso diverse
fasi, non si è mai smesso di considerare la libertà come
diritto di poter fare qualunque cosa purchè non si danneggi l'altro.
I limiti entro i quali nessuno può muoversi senza danneggiare l'altro
sono fissati dalla legge, esattamente come i limiti di due campi di concentramento
sono segnati da uno steccato. Sono questi i diritti dell'uomo!
La libertà è data all'uomo inteso come unità isolata,
chiusa dentro se stessa, non attiene alle relazioni dell'uomo con l'uomo,
ma alla separazione dell'uomo dall'uomo, è il diritto a questa
separazione, il diritto della persona che inizia e finisce dentro se stesso
( Marx, la questione ebraica)
E ancora "l'applicazione pratica del diritto della libertà
è il diritto dellla proprietà individuale" che è
"il diritto dell'egoismo".
Questa libertà individuale , con la sua messa in pratica, costituisce
la base della società borghese; essa fa sì che ogni uomo
veda nell'altro uomo non l'attuazione, ma la restrizione della propria
libertà.
Questo nucleo teorico puo costituire un punto di partenza prezioso per
un approccio alla questione della quale ci occupiamo.
Bisogna dire che le pratiche alle quali facciamo menzione, riguardano
quello che Gilles Deleuze, seguendo Michel Foulcault, chiama «società
di disciplina», forme di organizzazione sociale che hanno sostituito,
nel 18°-19° secolo, le «società di sovranità»
e che, ai nostri tempi, danno il loro posto alle «società
di controllo». Le «società di disciplina» hanno
organizzato i grandi spazi dell'internamento, dove l'individuo non smettte
mai di passare da un spazio chiuso all'altro, dove ognuno di essi è
dotato di proprie regole e leggi : famiglia, scuola, armi, fabbrica, ospedale/manicomio,
carcere. Sotto questo aspetto, nella fabbrica pare di essere meglio, secondo
Foulcault, il modello ideale dello spazio di inclusione: concentramento,
distribuzione nello spazio, organizzazione del tempo, costituzione, nello
spazio e tempo, di una forza produttiva, della quale il risultato globale
deve superare quello delle forze singole. Ma, cone sottolinea Deleuze,
ci troviamo dalla fine della 2^ Guerra mondiale, in una crisi generalizzata
delle società di disciplina, in una crisi di tutti gli spazi di
internamento. Tutti gli annunci di una loro ristrutturazione non è
altro che quello di «gestire le loro angoscie e tenere la massa
sempre occupata fino all'installazione delle nuove forze che suonano il
campanello». Sono proprio le «società di controllo»
che vengono a sostituire le «società di disciplina»,
con forme di controllo all'area aperta, che sostituiscono le vecchie funzioni
disciplinari in un sistema chiuso. La crisi dell'asilo quale spazio di
internamento ha dato origine ai servizi comunali e settorializzati, alle
varie forme di ricovero parziale o ricovero a casa, senza essere sempre
sicuri, a priori e per definizione, che queste forme segnalino un passo
avanti nell'uso della libertà, e non possano, al contrario, sotto
certe condizioni e modalità di amministrazione, costituire meccanismi
di controllo ugualmente severi a quelli della inclusione. Non si tratta,
naturalmente, di un passaggio automatico da una forma all'altra. Attualmente
il sistema pare usare metodi utilizzati a vicenda da entrambe le forme
storiche di manipolazione: sia forme disciplinari di reclusione sia forme
aperte di controllo sociale. Il manicomio, l'internamento e l'esilio continuano
a costituire parte integrale della pratica del potere per la manipolazione
della soggettività. Per questa ragione il riferimento alla storia
dell'esilio e dell' internamento degli ammalati psichici in Grecia nei
precedenti decenni e specialmente nell'isola di Leros, dal 1958 fino al
1982, continua ad avere un importanza attuale, soprattuto al fine di dedurre
conclusioni sulla sostanza delle pratiche psichiatriche, che continuano,
secondo la nostra opinione, ad essere praticate, in modo universale, anche
oggi, con forme uguali o diverse ma più mascherate.
La storia di Leros e delle sue istituzioni, è un'occasione per
conoscere il destino comune della deportazione del malato mentale, isolato
ed internato, e del prigioniero politico, recluso ed internato.
Certo tra i due gruppi ci sono grandi differenze e ogni semplificazione
sarebbe rischiosa. Il prigioniero politico oppone un'energica resistenza
e ha coscienza del proprio posto e del proprio ruolo nel conflitto con
il potere costituito, che lo esclude e lo perseguita.
Questo accade in diversa misura per tutti i gruppi di esclusi.
L'unico, come ha scritto Basaglia, che nella situazione in cui si trova
non è in grado di percepire fino a che punto sia la malattia ad
essere responsabile della sua esclusione e fino a che punto lo sia l'emarginazione
in cui la società stessa lo ha collocato è il malato di
mente.
Egli infatti ( e proprio in questo sta il dramma sociale della malattia
mentale), non può capire fino a dove arriva la sua malattia. Il
malato vive una doppia esclusione , che si trova alla base della sua psicosi,
l'esclusione dalla realtà da un lato e dalla società dall'altro...
Esistono, tuttavia processi e simbolismi che presentano una analogia
e/o somiglianza fra questi due gruppi di esclusi , internati e perseguitati.
L'esilio che subiscono nasce dalle dinamiche prodotte dall'impotenza
e dal rifiuto dell'uomo di assumersi le responsabilità di una libertà
autentica all'interno di un sistema alienato ed alienante di relazioni
sociali.
Si tratta di una deportazione che guardata da un punto di vista antropologico,
inizia dal momento in cui l'uomo oggettiva un pezzo di se stesso che non
può controllare, ne ha paura e lo attribuisce a qualcuno fuori
di sé.
l'«Altro» può essere una persona, un gruppo, una minoranza.
Il processo dell'eliminazione ha la sua origine nei processi svolti quando
viene manifestata l'impossibilità dell'uomo di assumersi le responsabilità
della sua libertà autentica, come uomo sociale, dentro l'intero
percorso storico delle società classiste. l'esclusione assume forme
nuove, straordinarie in un sistema alienato e alienante di relazioni sociali,
quale è il sistema capitalistico. Quanto più le relazioni
alienanti conquistano la società e il mondo, per mezzo della «globalizzazione»
del capitale e del mercato, tanto più le contraddizioni e le loro
conseguenze sociali ed esistenziali - l'esclusione nelle sue varie forme
- vengono allargate e moltiplicate.
l'esclusione, cioe', di se stesso, da se stesso e l' esclusione dell'«altro»,
è definita, interagisce e si àncora in un sistema di relazioni
sociali, che per struttura è basato sulla separazione e l'esclusione
di gruppi e classi sociali. La psichiatria classica, nata nel 19°
secolo, parallelamente alle sue aspirazioni terapeutiche e sempre in conflitto
con esse, ha rivestito un ruolo di disciplina e controllo sociale, al
servizio dei meccanismi statali derivate dalle rivoluzioni civili in Europa.
La psichiatria basata sul modello medico positivistico della malattia,
trova il suo fondamentio teorico nelle concezioni di «malattia come
degenerazione» nonchè del «darvinismo sociale»,
che hanno dato luogo alle considerazioni sulla sofferenza psichica intesa
come una versione inferiore, pericolosa e degenerata dell'esistenza umana.
Queste teorie, rigenerate anche dalla moderna ricerca biologica e genetica,
continuano a far sì che la psichiatria anche nella sua attuale
versione neopositivistica, perpetui il suo ruolo con l'internamento di
quelli che vengono distrutti ed esclusi dal ciclo produttivo, con le teorie
dell'«incurabile» e l'abbandono terapeutico, con la tutela
della Legge e dell'Ordine, della Normalità stabilita e della Rationalita'
dominante.
Vi è un filo sottile che, cominciando dalle radici antropologiche
e sociali dell'esclusione dell'«Altro» e con la mediazione
delle teorie della degenerazione organica e dell' inferiorita', continua
con pratiche che vanno dall'abbandono sociale e terapeutico, all'internamento
fino ad arrivare allo sterminio di massa dei campi nazisti.
La psichiatria tradizionale (che rimane la stessa nelle sue varianti modernizzate),
mette in atto una nuova doppia esclusione. Da una parte esclude il malato
di mente da qualsiasi possibilità di comprendere la propria esistenza
e i propri vissuti, dall'altra conferma il suo allontanamento dalla società.
La psichiatria tradizionale condivide con le forze dell'ordine che perseguitano
il prigioniero politico , il punto di partenza, l'ispirarsi alla volontà
di proteggere la società e conservare la legge e l'ordine da ogni
insidia o deviazione, dai comportamenti che sono fuori dalla norma o che
vanno contro le norme, dal pericolo che sia lesa la proprietà individuale,
che sia offesa la morale, siano toccati i principi dell'ordine costituito,
da atteggiamenti sovversivi della diversità, tanto che si manifestino
come eccentrico comportamento individuale, quanto che si presentino come
proposizione di un modello alternativo di organizzazione sociale.
Nella Grecia degli anni ‘50 e '60, gli uomini di sinistra e i comunisti
furono definiti dalla stessa bocca del re di allora "miasma",
cioè uomini e idee che infettano, pericolosi, che dovevano essere
eliminati dal tessuto sociale e dallo Stato, rimanere nei campi di concentramento
e nei luoghi d' esilio
Era il momento in cui dopo la guerra civile in Grecia (1944-1949), al
movimento comunista sconfitto, fu imposto l'atroce governo dei vincitori.
Migliaia di partigiani furono rinchiusi in campi di concentramento, torturati
e messi a morte. Ad altri fu imposta una dura politica di umiliazione
e di annientamento politico e morale, una politica di "persuasione
e recupero" della persona nel nome dei valori di "Patria, famiglia,
religione". Nell'arida isola di Makronisos fu compiuto, dal 1947
e per molti anni, un esperimento unico nella storia di «trasformazione
nazionale», per mezzo di esecuzioni e di torture terribili, individuali
e collettive, corporali e psicologiche al fine di ottenere pentimento
e dichiarazioni firmate di ricusazione delle idee comuniste.
Chi si pentiva a sua volta poteva essere utilizzato quale carnefice e
torturatore dei suoi stessi ex compagni che non cedevano.
L'isola di Leros, si era appena riunita alla madrepatria, in seguito all'integrazione
di tutta la regione del dodecanneso alla Grecia nel 1947, dopo circa 50
anni di occupazione italiana. Per molti anni prima il 1947, Leros era
stata utilizzata dal regime fascista italiano come base navale (per gl'importanti
porti naturali che dispone), in cui alloggiavano grandi forze militari
(oltre 7000 persone). Questo esercito di occupazione e le sue necessità
diedero una grande spinta ad una economia subordinata alle attività
e alla vita dei conquistatori sull'isola (soprattuto attività commerciali
e lavori edilizi).
Nel 1949,in reparto delle caserme militari, abbandonate dai militari italiani
una parte delle caserme italiane abbandonate, furono istituite le cosiddette
«scuole tecniche reali» che erano centro di rieducazione nazionale
di giovani partigiani e di figli che, per varie ragioni, si trovarono
durante la guerra civile, senza famiglia.
Oltre ad imparare un mestiere utile per l'occupazione professionale futura,
si facevano soprattuto sforzi per un adattamento ideologico e politico
nel nome del dogma ufficiale : l'anticomunismo. Circa 5000 giovani passarono
per queste scuole di Leros, vivendo in condizioni di campo di concentramento
mentre altre 200 persone circa dalla popolazione locale lavoravano come
istruttori delle vari mestieri e per la manutenione stessa degli edifici.
Le scuole funzionarono fino 1960.
Si dice che tra i giovani partigiani erano stati trasferiti anche alcuni
prigionieri comuni per «trattamenti speciali».
Poiché dopo l'unione con la madrepatria, l'economia dell'isola
subì una grave crisi e in tutto il Paese c'era una grave crisi
economica e mancavano investimenti, i politici eletti al parlamento della
regione del Dodecanneso (soprattutto P. Kotiadis, Ministro a quel tempo
della marina mercantile) tentarano di prendere al volo l'occasione data
in quel momento dalla necessità di ridurre l'affollamento degli
ospedali psichiatrici esistenti, (caldeggiata dal ministro della sanità
K. Psareas) che alla fine della guerra civile avevano un numero altissimo
di internati (ospedali psichiatrici di Dafni, Dromo-kaition manicomio
di Salonicco, Creta,) dove spesso dormivano 3-4 internati su un letto.
Come si faceva con i detenuti politici, imprigionati in varie isole, così
si iniziò a realizzare "piccole colonie di psicopatici"
( erano state chiamate così) che servivano per decongestionare
i manicomi già esistenti Nel 1953 venne istituita una colonia di
psicopatici ad Agios Georgios a Perama dell'Attica, per la decongestione
del manicomio di Dafni. Nello stesso periodo venne istituito l' Ospedale
Neuropsichiatrico Pediatrico Statale di Dau a Penteli (ONPD) e nel 1963
il PIKPA (allora KEPEP) di Leros, per la decongestione del ONPD.
Nel 1972 fu creata come colonia di psicopatici, l'ospedale di Petra di
Olimpos per la decongestione del manicomio di Salonicco. Nel 1958 chiuse
la colonia di Aghios Georgios e tutti gli internati vennero trasferiti
presso la neocostituita «Colonia di Leros». Nello stesso anno,
furono chiusi alcuni piccoli asili regionali, come il Veghio, manicomio
di Cefalonia, lo Skilitsio di Chios, l'asilo di Ermupolis a Siro. I loro
ricoverati furono trasferiti probabilmente a Leros.
Davanti al problema della miserabile situazione dell'istituzione psichiatrica
in Grecia si ebbero proposte di consiglieri tecnici e soprattutto di uno
svizzero, certo dott. Repond che propose di istituire in Grecia colonie
agricole di malati mentali come era tato fatto negli anni precedenti in
Svizzera e anche in Germania ( dottor H. Simon responsabile di una colonia
agricola).
Tale proposta divenne ciò che si dice la "foglia di fico"
della gigantesca deportazione a Leros di più di 4000 persone con
sofferenza e/o ritardo mentale da tutti gli ospedali psichiatrici del
paese, scelti con criteri di base precisi: coloro che venivano considerati
irrecuperabili , e coloro che erano stati abbandonati dai familiari i
quali per uno o due anni non si erano più occupati di loro ( oi
azithitoi ).
L'uso degli edifici dei militari italiani a Leros era una soluzione economica
per lo Stato e i suoi consulenti psichiatri, ma prescindeva dal fatto
che gli alloggi non erano adeguati nemmeno per gli animali.
Furono sufficientile le firme dei resposabili dei reparti dell'ospedale
di Dafnì e e di altri ospedali psichiatrici per concentrare centinaia
di internati in grandi navi da guerra, con un numero sul petto che corrispondeva
ad un nome sulla carta, e portarli a leros,
L'isola all'inizio aveva preparato una grande accoglienza, ma restò
incerta senza capire cosa mai le sarebbe derivato dalla dipendenza economica
da un ‘istituzione che avrebbe preso gigantesche proporzioni,
Alcuni dei numeri attaccati sul petto dei deportati si persero durante
il viaggio e ancora oggi alcuni di essi, nell'ospedale psichiatrico non
hanno nome.
Queste persone provenivano dall'esclusione del malato mentale, dall'essere
stati oggettivati in un'astratta malattia, separata dall'esistere sociale;
e finirono nello snaturamento e nell'annichilimento istituzionale, in
una sostanziale morte psichica, esistenziale e sociale, trattati come
animali.
Durante il lavoro di questi ultimi cinque anni per l'attuazione dei progetti
finanziati dalla Comunità Europea per la trasformazione dell'Ospedale
Psichiatrico di Leros, è apparso incredibile quante riserve di
umanità, quanta forza di attenzione, quanta capacità di
resistenza ognuno degli internati ha conservato nella parte più
profonda di se stesso, nonostante la violenza che ha subito, e quanto
ciascuno di essi è riuscito ad esprimere in ragione , sentimento
disperazione, gioia, dolore, quando finalmente ha avuto la possibilità
della libertà.
Non esiste, forse, una caratterizzazione piu semplice e chiara di cosa
sia stata la deportazione di migliaia di ammalati a Leros, dalla dichiarazione,
fatta anni fa, da una psichiatra, che lavorava in manicomio : «Noi
li abbiamo accolti ed amati gli ammalati, Hitler ne avrebbe fatto sapone!!!...».
Infatti, quali radici ideologiche aveva questa deportazione di massa se
non quelle stesse radici che hanno portato le «vite indegne di vivere»
(così erano state definite dal nazismo) nei campi di Hitler e al
loro sterminio nelle camere a gas?
La dittatura dei colonnelli, il 1967, è un tentativo disperato
per la conservazione e la fortificazione dello stato dopo la guerra civile,
di fronte ad un movimento popolare che , dalla metà degli anni
‘60, aveva cominciato a superare le conseguenze della sconfitta.
Esprime la crisi profonda di questo stato, costituisce per tutta la sua
durata, nonostante il suo carattere tirannico e tormentoso, un regime
di crisi, e questo si vede con il suo crollo nel 1974, che viene accompagnato
dalla demolizione dello stato del dopo guerra civile e la conquista di
importanti benchè malsicure libertà democratiche.
Durante la dittatura, dall'aprile 1967 fino al luglio 1974, Leros, dopo
Ghiaros , diventa di nuovo un luogo di campi di concentramento di detenuti
politici, oppositori della dittatura, soprattuto di sinistra. Circa 4000
detenuti politici furono trasferiti a Leros (soprattuto da Ghiaros) dal
settembre 1967. Sull'isola, essi vissero per quattro anni circa, fino
al 1971, in due campi, Lakki e Partheni. Il campo di Lakki fu insediato
in due grandi edifici fatiscenti, nella località di Aghios Georgios
a Lepida, dove nel passato funzionavano le scuole tecniche reali. ( In
uno di questi edifici ha trovato alloggio piu tardi, nel 1985, il famigerato
padiglione 16 del Manicomio, noto come il padiglione dei «nudi»,
la pietra dello scandalo scoppiato in tutto il mondo, il quale ha poi
creato le condizioni per un intervento mirato al cambiamento radicale
dell'ospedale psichiatrico iniziato dopo il 1990.)
In questi anni detenuti politici e ammalati di mente internati risiedevano
in zone adiacenti a Lepida. Li separava un reticolato. Dietro di esso,
i due gruppi soffocavano di prigionia e tormento.
Esiste una breve, però caratteristica nota nel racconto di un detenuto
politico nel campo di Lakki (una delle rare menzioni per l'"esilio
comune" purtroppo, che esistono nei racconti degli esuli politici):
«... Di seguito ottenemmo di fare un bagno in mare, sotto la sorveglianza
delle guardie, circondati da mitragliatrici e fucili. Il bagno lo facevamo
accanto al padiglione dei malati irrecuperabili di Leros: Gli edifici
di questi uomini tragici, che erano più o meno mille, erano circondati
da reticolati. Quando passavamo vicino, scortati dalle guardie, alcuni
di essi correvano verso il reticolato e chiedevano sigarette. Alcuni ingiuriavano
le guardie.
Alcuni esiliati politici riconoscevano loro compaesani, vecchi prigionieri
politici, i quali nel passato erano stati torturati ed erano impazziti
per questo.
Non ci minacciano forse ora gli organi della Hunda che potremmo finire
nello stesso modo dei nostri vicini?"
La maggior parte dei malati internati a Leros si ammalarono per la prima
volta proprio negli anni '40, nel decennio che per la Grecia iniziò
con la guerra italo-greca in Albania, continuò con l'occupazione
tedesca e poi con la resistenza che finì in guerra civile e fu
seguita da esecuzioni, assassinii, campi di concentramento. Come si sa,
uomini come il poeta Ritzos, Theodorakis, molti membri del partito comunista
e di altri gruppi di sinistra e altri famosi intellettuali furono deportati
e segregati a Leros.
Dal 1989 fino al 1995 sono stati effettuati seri interventi e sono stati
realizzati nel manicomio di Leros molti programmi finanziati dalla Comunità
Europea, che hanno cambiato radicalmente la situazione e la vita degli
internati. Oltre 100 ex internati, vivono ora in appartamenti normali
dentro la comunità di Leros e molti altri in ostelli e appartamenti
in varie regioni della Grecia continentale.
Nel 1994 si chiude il padiglione dei "nudi", il 16 che abbiamo
gia menzionato, molti di essi vivono ora in appartamenti fuori del recinto
ospedaliero. Nel 1996
chiude il padiglione 11, il piu grande di tutti, dopo un grande lavoro
durato sei anni. Tutti gli ex ricoverati del "11" vivono ora
in appartamenti fuori dell'ospedale o in piccole casette dentro il recinto
ospedaliero. Anche gli altri reparti sono stati smantellati e a parte
gli appartamenti fuori dell'ospedale, la maggioranza degli ammalati vive
adesso in piccole strutture-case nell'area del manicomio.
I diritti di tuttti gli internati di Leros come cittadini, sono stati
affermati con una pratica di lavoro difficile, irta di difficoltà,
ma vincente.
Certo, l'ospite inserito nel gruppo appartamento rimane un cittadino povero,
che è ancora ben lontano dall'avere riacquisito i suoi diritti,
e per il quale si continua a lavorare nel tentativo di un integrazione
effettiva nella società: società che non è cambiata,
anzi è peggiorata nei parametri di base: rapporti antagonistici
di classe, discriminazioni razziste, processi infiniti di esclusione sociale
di un numero sempre maggiore di gruppi, povertà e disoccupazione.
Le stesse attività cooperativistiche avviate nell'ospedale psichiatrico
di Leros fanno a fatica a restare in piedi e svilupparsi nel senso di
imprese sociali. incagliandosi nelle strettoie di difficoltà complesse.
La vita degli uomini è cambiata!
Ma non siamo affatto certi che si sia capito quale delitto sia stato mai
commesso negli anni precedenti contro migliaia di persone, nè che
si sia imparata la lezione.
Soprattutto gli stessi ospiti degli appartamenti non possono dimenticare.
Al contrario , la libertà riacquistata li fa ricordare. Fa sentire
nostalgia, nostalgia e desiderio non soddisfatti.
Alcuni si sentono, anche in questa loro nuova condizione, come esiliati,
ricordano la loro casa, gli affetti, la vita che hanno per sempre perso.
Qualche volta l'essere usciti dall'ospedale psichiatrico non significa
altro che rendere attiva una memoria penosa.
Dall'internamento e dalla morte psichica, dalla mancanza di ogni speranza,
sono passati al vivere le intollerabili contraddizioni della vita sociale.
E' il vissuto dell'esilio di chi vive libero su un'isola, da quale desidera
andare via ma non può, perché ormai non ha più dove
andare, perche tutto è irrimediabilmente distrutto.
è un sentimento di sradicamento che pone in discussione la stessa
libertà acquisita, è ancora una volta esilio!
Dove e quando finisce l'esilio? Molte volte la "prigione" che
uno percepisce, vivendo nella società, può essere più
dolorosa e soffocante; allo stesso tempo la presa di coscienza delle contraddizioni
e del ruolo che ognuno ha in esse diventa più profonda.
Gli internati e gli ex internati di Leros pongono il problema del modo
in cui possa essere superato l'esilio prodotto dai rapporti sociali alienati
ed alienanti, del modo in cui ognuno si assuma le proprie responsabilità
e la propria libertà come soggetto individuale e collettivo in
un processo di trasformazione sociale e di costruzione di libertà
che porti a non avere più bisogno di distruggere la gente nei campi
di concentramento.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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come concetto socio – psychiatrico Scritti Vol I.
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processo di trasformazione. . Salonico 1995.
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No 28-29.
5. Kostas Papanicolaou : Con le baionette sulle spalle. Giaros-Leros,
1967-1971.
6. Maria Mitrosili : Lo statuto legale e sociale degli ricoverati del'
Ospedale Psichiatrico di Leros. Richerca Finanziata dalla Comunità
Europea D. G. V. 1995.
7. Kostas BairaKtaris : Salute Mentale e Intervento Sociale. Ed. "Enallaktikes
Ekdosis".
8. Gilles Deleuze : La societa di controllo. Trad. in greco. Ed. "Eleytheriaki
Cultura".
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