Assunta
Signorelli
maggio 1999
L'utopia, nel senso che questo termine ha assunto in Ernst Bloch, ha la funzione di darci, in rapporto allo stato di cose presente, il distacco che ci permette di giudicare quello che facciamo alla luce di quanto potremmo o dovremmo fare perché.........ciò che sta prendendo corpo intorno a noi é un'utopia nel senso etimologico del termine: una sorta di irrealtà reale che si aggiunge alle macerie di un mondo defunto, tesse un secondo mondo, detto "virtuale", senza tempo, né luogo, né spessore, né resistenza, nel quale ognuno é dappertutto contemporaneamente, dunque in nessun posto, poiché ogni luogo é un "non importa dove" intercambiabile con tutti gli altri..........U-topia: mondo smaterializzato, acentrato, estraneo ai ritmi del corpo, estraneo al bisogno dei sensi di costruirsi, costruendo, con un lavoro sempre incompiuto, una realtà che si oppone e resiste loro. (André Gorz: "Miseria del presente Ricchezza del possibile")
L'Utopia
è possibile
perché è l'arte della necessità.
(Josè Munoz)
Ero a cena
a casa di amici quando, su un manifesto appeso al muro, ho letto questa frase.
Non conoscevo, né ancora conosco, Josè Munoz eppure in questa
frase mi sono riconosciuta fino in fondo, perché vi ho ritrovato il significato
più vero di un lavoro che, iniziato a Gorizia negli anni '60, ha dimostrato
che del manicomio si può fare a meno.
Come non sentire la necessità del cambiamento quando si entra in un luogo
come il manicomio, come potersi riconoscere come operatori/operatrici, dove
ritrovare la propria funzione terapeutica se non nel cambiamento?
Ma per poter cambiare era necessaria tanta utopia perchè utopica é
la liberazione dei desideri, della creatività e dell'immaginazione soprattutto
se in riferimento alla concretezza di una realtà che, proprio sulla negazione
di ogni possibilità di espressione di questi, fonda la ragione stessa
del suo esistere.
Figlia della necessità l'esperienza di trasformazione istituzionale agita
a Gorizia prima ed a Trieste poi, è stata e continua ad essere pratica
di lotta non al manicomio ma alla "follia" come istituzione, come
insieme di ....<apparati scientifici, legislativi, amministrativi, di codici
di riferimento culturale e di rapporti di potere strutturati intorno ad un ben
preciso oggetto....:la "malattia"> (Franco Rotelli: "L'istituzione
inventata"). Pratica di lotta, quindi, che non si esaurisce con la distruzione
del manicomio, dal momento che quei codici e quegli apparati ad esso sopravvivono
ed, anzi, forti proprio di quella pratica inizialmente osteggiata, si ripropongono
sulla scena come scientifici e neutrali.
É questo un nodo centrale sul quale oggi confrontarsi: il vecchio adagio
intorno alla necessità, nel dopomanicomio, di un sapere neutrale ed oggettivo,
di un'autonomia della psichiatria dal sociale, pare oggi rivitalizzarsi a fronte
delle incertezze e frammentazioni che segnano questo nostro tempo.
Incertezze e frammentazioni che, lungi dal determinare nuove chiusure in astratte
competenze e categorizzazioni, rappresentano una risorsa importante e significativa
da assumere per delineare percorsi di comunicazione e connessione fra conoscenze
diverse, ciascuna portatrice di verità parziali, valide proprio perché
non totalizzanti e, come tali, suscettibili di modificazioni ed aggiustamenti
a seconda del luogo e del momento cui ci si riferisce.
É evidente che una simile modalità di pensare obbliga a misurarsi
continuamente fra gli opposti, a tener sempre conto dei molteplici punti di
vista presenti in ogni fenomeno esistenziale ed accadimento sociale ed a sperimentare
forme di mediazione capaci di tener insieme l'astrattezza della ragione e la
concretezza dei corpi e dei sentimenti, senza mai operare scissioni o negazioni
utili solo alla riproduzione di nuove istituzioni totali che, nell'occultare
l'altro da sé della ragione, confermano la necessità della guerra
e della distruzione per affermare il dominio del più forte.
Forme di mediazione possibili soltanto se si é convinti della necessità
di ribadire, contro tutte le evidenze, la necessità dell'Utopia, ancora
una volta come liberazione di desideri e creatività per contrastare il
mondo virtuale ed astratto di cui parla Gorz e dentro il quale, visto che tutto
é uguale a tutto ed anche al suo contrario, la liberazione del desiderio
va a coincidere con la propria distruzione e con la negazione di qualunque possibilità
di esistenza "altra".
Utopia, il non-luogo della diversità, il nessun luogo delle soggetività
altre e dei frammenti.
Utopia per tener vivo il ricordo e la memoria delle lotte e delle resistenze
passate e presenti in un tempo che di queste pretende di fare a meno per obbligare
a vivere un qui ed ora che altro non può produrre se non conformismo
e subalternità.
Utopia perchè il ricordo non sia solo e semplicemente nostalgia e la
memoria non si trasformi in passatismo, ma origine di una continuità
accidentata, piena di chiaroscuri, capace perciò di riproporre la necessità
del dentro-fuori, di un "come se" che in questi anni ha costrutito
possibilità di esistenza ed espressione a soggettività sofferenti,
diverse perchè non riconducibili ad una "ragione" certa ed
univoca.
Per questo é ancora importante porre con forza la questione delle "Istituzioni
Totali" visto che questo secolo che sta per chiudersi molte ne ha proposte
(lager, carceri speciali, prigioni etc..) e di nuove continua a proporne (ancora
campi di sterminio, campi profughi, ospizi per vecchi e bambini, cronicari per
malati terminali etc..).
Le istituzioni totali rappresentano la risposta più violenta e disumana
al bisogno che uomini e donne esprimono di esistere e contare per quello che
sono e rappresentano senza negare le proprie origini, o rinunciare alla propria
specificità, di soggetto, di genere, di cultura.
Le istituzioni totali mascherano spesso questa violenza dietro ideologie e culture
che nella medicina in genere, nella psichiatria in particolare, riconoscono
radici e costruiscono neutralità, oggettività, necessità,
difficili da negare se non si é in grado di costruire servizi forti non
perché totalizzanti o autoreferenti, ma perché in grado di assumere
fino in fondo il proprio limite e la contradizzione di un pecorso che, proprio
per essere dentro le istituzioni del comando, non può essere lineare
ed univoco dacchè costantemente sottoposto alle lusinghe ed al fascino
delle logiche regressive e rassicuranti del potere costituito.
Pensiamo che le "nuove istituzioni" di cui oggi si parla non siano
in fondo sostanzialmente diverse dai vecchi manicomi, dal momento che uguali
sono i proponenti e simili le motivazioni addotte per giustificarne l'esistenza,
prima fra tutte la necessità di separare e dividere per poter assicurare
efficienza e funzionalità.
Separazione e divisione che non nasce dalle differenze dei soggetti ma, come
sempre, da una nosografia, cosiddetta scientifica, incapace di comprendere l'altro
da sé se non come devianza e trasgressione.
E proprio partendo da questa similitudine che riteniamo che quanto agito nella
trasformazione del manicomio vada riproposto, oggi, come modalità pratica
di intervento per affrontare le questioni che l'emergere di bisogni ed esigenze
legate a differenti modalità di esistenza pone.
In sostanza oggi come allora si tratta di continuamente deistituzionalizzare
un territorio che, per le sue caratteristiche strutturali, tende a respingere
ed ostacolare ogni forma di vita che non corrisponda a quelle già sperimentate
nonostante continuamente di queste denunci l'inadeguatezza ed il fallimento.
Forse, più semplicemente, é necessario porre la questione del
rapporto fra individuo e collettività come tensione costante alla individuazione
di spazi e luoghi dove, come dice Virginia Held in Etica Femminista, sia possibile
"..convivere culturalmente con la frammentazione senza aver bisogno di
rimettere insieme e ricucire un consenso.." inutile e di facciata che,
mentre nega il conflitto, lo trasforma in guerra e distruzione.
Spazi e luoghi, di volta in volta, identificabili come case, centri di accoglienza,
servizi territoriali, scuole eccetera la cui pratica sia sempre pratica della
trasformazione, costruzione/decostruzione di istituzioni vive e vitali, suscettibili
di verifiche ed aggiustamenti sulla base di un confronto con un reale in continuo
divenire.
Luoghi, ancora oggi, come mercati dove le culture ed i saperi diventano scambiabili
e per tutti fruibili, fuori dalla retorica della sacralità della scienza
ma fino in fondo contaminati dalla corporealità delle soggettività
molteplici che li attraversano.
Servizi dove la con-fusione non é e non vuole essere appiattimento ed
omologazione di soggettività, ruoli e funzioni diversi e diversificati
ma l'articolarsi di questi in una complicità fatta di relazioni forti
capaci di sostenere il conflitto tra gli opposti, la crisi del cambiamento,
l'emergenza di nuovi soggetti senza mai aver bisogno della negazione o dell'annullamento
delle identità molteplici e moltiplicantesi.
Perché questo accada é, quindi, necessario considerare i saperi,
i modelli, le tecniche come strumenti non assoluti ma sempre suscettibili di
modificazioni e cambiamenti, necessari per costruire poteri forti capaci di
incidere sul quotidiano nella direzione di una realtà per tutti/tutte
agibile.
Ed allora scienza, medicina, psichiatria non più a priori indiscussi
ma saperi relativi, incerti e discutibili perchè necessitati ad un confronto
con esistenze, identità diverse e non riconducibili in toto ad oggetti/prodotti
di un meccanicismo figlio di una ragione positivista ormai inadeguata ai tempi.
Saperi relativi che, dismesso il principio d'onnipotenza proprio della ragione
e della logica causa-effetto, si sperimentano e si verificano con la miseria
del quotidiano, con la sofferenza dei corpi e, riconoscendo nei processi di
autonomizzazione e soggettivazione delle identità negate il proprio scopo,
questi processi favoriscano svelando la miseria degli specialismi e delle competenze
utili solo alla riproduzione del comando di un potere ridotto ormai, per sopravvivere,
a violare qualunque forma di esistenza a sè non riconducibile.
In questo allora la forza ed il significato di una pratica fondata non sulla
costruzione di un sapere o di una scienza, la psichiatria, che, liberata dalla
violenza del manicomio, può riproporsi come neutrale e perciò
aspirare ad un'autonomia da un sociale gravido di miserie e sofferenze culturali
ed economiche ma sulla costruzione di percorsi in grado di garantire risposte
a bisogni, necessità, desideri, aspirazioni di quanti, uomini e donne,
marginali perchè folli o viceversa, sono da sempre esclusi dai processi
di produzione/ riproduzione sociale.
Nel manicomio niente e nessuno è, ciascun oggetto, luogo o persona ha
solo il volto/l'immagine della negazione; anche l'intenzione, il pensiero, non
può esistere perché nel luogo della non ragione tutto scompare
e perde senso.
Ed é per tale motivo che il lavoro di destituzzionalizzazione, a Trieste,
sin dall'inizio ha significato restituire dignità e senso a storie soggettive,
a presenze le più diverse, a ruoli emarginanti e/o emarginati; ricostruire
un mondo nel quale fosse possibile per ciascuno/ciascuna esprimersi e contare,
un mondo fondato sull'assunto che il "diritto di esistenza" non può
essere con nulla barattato, né può tanto meno essere scambiato
come premio.
Ed é sul diritto di esistenza che pare opportuno soffermarsi dal momento
che rappresenta uno dei nodi più significativi da sciogliere proprio
in relazione alla questione del rapporto individuo/individua-collettività
perché, se é vero che sul principio generale: "tutti/tutte
hanno diritto di esistere" non v'é discussione possibile, diverse
appaiono le cose quando ci si interroga sul significato più profondo
di un tale principio.
Quando parliamo del diritto di esistere ci riferiamo ad un complesso di diritti
che, nel concreto vanno a comporre un quadro estremamente articolato di diritti
universali e, contemporaneamente, particolari visto che il modo di agire la
propria esistenza é diverso a seconda delle origini, della cultura e
della storia individuale.
Diritto di esistenza, che, se di necessità, in sé comprende quelli
che attualmente vengono definiti come diritti di cittadinanza,non va con questi
confuso dal momento che la parola cittadinanza è parola a rischio perche
porta con sé il concetto di separazione (cittadino come appartenente
ad una comunità geograficamente e giuridicamente definita).
Rischio che obbliga quanti oggi sono impegnati sul terreno dei diritti ad interrogarsi
a fondo su come sia possibile evitare di costruire nuovi recinti e confini,
in una parala a cosa ci si debba riferire quando si parla di cittadinanza in
termini di concretezza e "corporealità" (Rosi Braidotti).
Discutere di democrazia, diritti, norma ed esclusione partendo dalla concretezza
e materialità dei corpi, dal particolare che le esperienze soggettive
propongono è qualcosa che trova molti/molte impreparate perché
si é sempre di ciò discusso in astratto, riferendosi ad un "soggetto
ideale" capace di comprendere dentro di sé tutti i possibili soggetti
che realmente esistono e che a quella particolare norma, legge o principio devono
adeguarsi.
A rendere la questione ancora più complicata sta il fatto, poi, che a
ben riflettere questo soggetto ideale tanto ideale non é ma ha corpo,
linguaggio e costumi ben definiti e facilmente identificabili "nel soggetto
maschio, bianco, istruito e benestante" , in una parola nell'abitante di
una particolare "regione del mondo", quella che, di fatto, oggi governa
il mondo detenendo il controllo su tutte le risorse vitali (dal linguaggio come
forma di comunicazione principale, alla possibilità di indirizzare la
scienza e la tecnica, al denaro).
Ma se questo é il quadro di riferimento prioritaria appare la necessità
di ridisegnare la categoria della "cittadinanza" in modo tale che
possa realmente comprendere in sé le molteplici singolarità che
nella città vivono, tutti i soggetti che compongono non la comunità
del "qui ed ora", geograficamente limitata da confini e barriere,
quanto piuttosto quella dell'andare e dello stare, del viaggio e dell'incontro,
aperta disponibile ad accogliere ed a far incontrare linguaggi e storie, crocevia
d'incontro e luogo di residenza temporaneo o definitivo.
Comunità senza confini o barriere che non siano quelle dei corpi, della
fisicità concreta di ciascuno che non può, non deve essere violata.
Comunità aperta ed in continuo divenire perché, lo abbiamo imparato,
sono le certezze e le convinzioni incrollabili (scientifiche, religiose, politiche,
culturali fa lo stesso) che hanno prodotto i mostri del nostro tempo, prima
fra tutte la guerra.
Assunta
Signorelli
21 Maggio 1999