Assunta
Signorelli
Relazione
per il Convegno Donne e Salute Mentale organizzato il 13-14 dic 98 a Lucca dalla
Società Italiana di Psichiatria
FINALMENTE SOLE: DONNE NELLA DEISTITUZIONALIZZAZIONE A TRIESTE
Non
so perché ma mi risulta sempre molto difficile pensare a parole che esprimono
sensazioni sentimenti, stati d'animo, condizioni dell'esistere come parole cui
dare un solo significato o, meglio, un valore, una qualità, positiva
o negativa che sia, comunque univocamente definita.
Credo che queste parole, hanno sensi e significati diversi a seconda dell'ottica
da cui si guardano. Sono, cioè, parole legate a storie, tempi, culture
e generi e soltanto in questo intreccio si costruisce e chiarisce il loro significato.
"<<Vivo da sola perché l'ho scelto, (...), l'ho deciso, l'ho
voluto con tutta me stessa perché ci credevo. Io la metterei come tappa
obbligatoria sia per gli uomini che per le donne>>..Così una donna
di 28 anni...di Bologna, all'intervistatore che le chiedeva il perché
della sua condizione" (Maura Palazzi in "Donne Sole" )
Ed allora solitudine non come condanna o patologia, ma come condizione possibile
di un'esistenza di donna che ha imparato dalla storia del suo genere che per
troppo tempo "l'essere con" ha significato disconoscimento di valore,
condizione di subalternità all'altro da sé che in cambio di cure
ed affetto offriva tutela e valore sociale.
Solitudine, in quest'ottica, come possibilità di ritrovarsi e riconoscersi,
riscoprendo il valore ed il significato della propria identità in un
processo di autovalorizzazione che ripropone la donna sulla scena dell'esistere
come alterità con cui confrontarsi e non più come oggetto subalterno,
vittima di una "mancanza" naturale e, perciò stesso, in sé
carente e bisognevole di tutela
Certamente solitudine anche come dolore, sofferenza laddove non può essere
scelta ma costrizione, necessità figlia dell'abbandono o della fuga,
luogo dell'assenza e del non senso, di un vuoto, ricordo e memoria di un passato
pieno tanto da scoppiare.
Solitudine e dolore che è impossibile definire in termini teorici perché
intimamente legati al sentire, al silenzio, quel silenzio che va oltre la parola
ed il linguaggio e che segna il limite della comunicazione verbale ed esplicita
una complessità dell'esistenza che non può essere ristretta o
costretta in parole o definizioni per loro natura statiche e non "in divenire"
come l'esperienza esistenziale per se stessa è: "su ciò di
cui non si può parlare si deve tacere." (Wittgenstein).
E la storia delle donne trascorre e si declina tra forme di solitudine, dolori
e gioie che nel corpo si esprimono e nel cui linguaggio si riconoscono.
Linguaggio alieno al mondo della "ragione", della scientificità
razionale di una medicina sempre più distante e di una psichiatria alla
continua ricerca di un senso per sé ma ormai del tutto estranea alla
concretezza ed alla miseria del vivere quotidiano.
Psichiatria che, insieme alla variegate e variopinte scienze "psi",
continua a proporsi come vuoto palcoscenico, fiera delle vanità di un
"pensiero univoco e sterile" che nella pretesa di tutto interpretare
e ricondurre alla unicità della ragione continuamente allarga i confini
del patologico e dell'incomprensibile fino a portare allo scoperto la questione
vera: che di incapacità di comprendere, condividere del/della terapeuta
trattasi e non, come si vorrebbe far credere, di incapacità di intendere
del matto o della matta.
Incapacità di comprendere che trova la sua espressione più alta
proprio nell'incontro del sapere psichiatrico con il "genere femminile",
genere alla psichiatria del tutto sconosciuto nella sua complessità ed
espressione dal momento che questa nasce come strumento di omologazione e normalizzazione
di comportamenti, pensieri e sentimenti espressione di una singolarità
non riconducibile a medie statistiche ed universali.
Già Franca Ongaro Basaglia in molti suoi scritti ha rilevato come per
le donne .... "l'ideale di salute mentale corrisponda all'accettazione
di caratteri definiti da altri come precipuamente femminili, specifici della
sua natura. Come la non adesione ai ruoli naturali sia fonte di pesanti sensazioni
morali e sociali e come, nonostante i cambiamenti di questi ultimi decenni ancora
le donne vivono come "colpa" il desiderio di realizzarsi come persone
in sé e non solo in funzione di altri, e come questa colpa spesso sia
origine di malattia rappresentando questa l'unica possibilità concessa
e riconosciuta per esprimersi".
Ed é per questo che la psichiatria, la sua pratica terapeutica (in tutte
le sue versioni) altro non può essere per le donne che conferma del non
valore della loro diversità e proposta di appiattimento, omologazione
a valori e comportamenti da altri definiti.
A partire da queste considerazioni, dalla impossibilità cioè di
dibattere intorno alla solitudine delle donne come questione meramente teorica
ed astratta ritengo più corretto, in questa sede, descrivere il percorso
che un gruppo di donne ha praticamente agito a Trieste, all'interno del processo
di distruzione dell'ospedale psichiatrico, per la costituzione di "Centro
Donna-Salute Mentale" servizio territoriale pubblico istituzionalmente
deputato al trattamento di tutte le forme di sofferenza psichica delle donne
di una zona della città e, contemporaneamente, sede di un'associazione
di donne "Luna e l'altra" che offre iniziative di salute a tutte le
donne della città.
Percorso che evidentemente ha inizialmente coinciso con una scelta di solitudine
e riflessione rispetto ad una psichiatria di tutto liberata tranne che del suo
essere scienza maschile.
Infatti a Trieste alla fine degli anni 80 a processo di deistituzio- nalizzazione
ultimato e con servizi territoriali "forti", perché riconosciuti
dalle altre agenzie del territorio come "garanti" dei diritti dei
soggetti vulnerabili, e perché capaci di strutturarsi ed organizzarsi
in più direzioni e con più funzioni per rispondere alla complessità
e polimorfia della sofferenza ed accompagnarla nei suoi percorsi, nuove categorie
ed istanze sono emerse come lettura e comprensione di una geografia del territorio
non più definita da confini anagrafici ma da bisogni inevasi, diritti
violati, desiderio di trasformazione e di riconoscimento autonome.
Desiderio di trasformazione e di riconoscimento che ha spinto le donne dei servizi
di salute mentale, indipendentemente dal loro ruolo o statuto istituzionale,
ad interrogarsi sulla loro "differenza", differenza che tutte le attraversava
e, rispetto alla quale, il rischio di omologazione ed appiattimento sui modelli
dell'altro diveniva sempre più forte ed evidente.
Questione della differenza che ha accompagnato l'esperienza triestina sin dall'inizio
come un fiume carsico: nasce ai tempi del manicomio, per esempio da episodi
come la prescrizione di una pillola ad una paziente lì reclusa (1973).
Si trattava di una ragazza giovane, con una sua vita sessuale, che chiedeva
di non subire conseguenze non volute. Una prescrizione istituzionalmente non
possibile, ma la psichiatra che l'aveva in cura decise comunque di farla; su
questa prescrizione nacque un dibattito tra gli psichiatri e le psichiatre impegnati
nella distruzione del manicomio la cui conclusione fu una sorta di quarantena
per la psichiatra accusata di superficialità ed avventurismo.
La ricordo come un'occasione mancata per noi donne, accadde e forse non la capimmo
bene.
Nel '76-'78 si costituisce un collettivo di donne chiamato "collettivo
per la salute della donna" dalla mobilitazione sul diritto della donna
di interrompere la gravidanza per motivi terapeutici, vista la sentenza della
Corte Costituzionale che includeva la tutela dell'equilibrio psichico della
donna fra i motivi terapeutici.
Infine tutti i Centri di salute mentale hanno avuto gruppi di donne, ogni tanto
emergeva il discorso intorno a tematiche femminili, soprattutto attorno al tema
di maternità volute, negate o imposte. Ancora ricordo negli anni '80
il laboratorio di scrittura "Luna e l'altra".
....."Allora (negli anni '70-'80), quando a Trieste si lavorava per la
rottura del manicomio e dei suoi meccanismi istituzionali, non avevamo la consapevolezza
e la cultura di chiamare "qualità femminili" quelle che agivamo.
Se da una parte ricostruivamo storie, attenzioni, luoghi dove era possibile
e dignitoso vivere, stimolavamo desideri e complicità, portavamo la normale
affettività in luoghi e situazioni deprivate da sempre di queste, dall'altra
molte di noi furono costrette ad imparare a modificare le proprie emozioni,
per acquisire modalità di riconoscimento e di azione maschili, pena l'essere
negate o distrutte.
Forse non era possibile agire altrimenti, mancava in quegli anni, e non solo
in noi, l'intuizione che il manicomio, la psichiatria, era "figlio naturale"
di una logica assoluta che non permetteva, allora come oggi, diversità
o differenziazioni.
E così mentre alcune, e noi tra loro, percorrevamo nell'istituzione la
logica della parità/omologazione, altre nel consegnarsi all'analisi,
se pur fra donne, di fatto riproducevano l'oggettivazione di sé sfumavano
la loro differenza e si immergevano nel terreno minato di una psichiatria liberata
da tutto, tranne che dal suo essere scienza maschile.
Così in quegli anni le esperienze di lavoro di donne su donne con sofferenza
psichiatrica, se da una parte sollevarono alcune delle questioni dell'esser
donna, dall'altra lasciarono immutato il manicomio e tanto più le donne
che in quello continuavano ad essere recluse, non riuscendo ad arrivare al nocciolo
della psichiatria, né tanto meno arrivando a restituire al sociale, al
sociale della comunità femminile, la sua sofferenza......"(G. Del
Giudice- A. Signorelli in "Manicomio ultimo atto")
Nel 1990 i gruppi di donne attivi nei Centri si mettono a discutere se costruire
o non costruire un Centro-Donna un servizio territoriale, cioè, istituzionalmente
deputato al trattamento di tutte le forme di sofferenza psichica delle donne
(dai trattamenti sanitari obbligatori alle cure ambulatoriali) oppure un'associazione
con donne della città, avviando iniziative generali e tralasciando il
momento istituzionale più vero.
Entrambe le cose avevano il loro fascino e i loro rischi ed allora, come spesso
accade per le donne, decidemmo di percorrere entrambe le strade.
Così, nell'estate del '90, dentro una riorganizzazione complessiva del
D.S.M. (dipartimento di salute mentale) di Trieste, si formò un'équipe
composta solo da psichiatre e psicologhe che assunse la responsabilità
di una zona del D.S.M. composta da 2 Centri di Salute Mentale fino a quel momento
distinti e separati.
Iniziò, allora, un lavoro di progressiva integrazione dei 2 centri (il
Centro di San Giovanni e quello di via Gambini), di differenziazione delle funzioni
in luoghi fisicamente separati, per poter sperimentare nella pratica quotidiana
il binomio valore/disvalore, proprio di ogni "differenza" quando non
la si voglia vedere come un assoluto totalizzante.
Lavoro che ha prodotto, attraverso passaggi molteplici e variamente articolati
l'attuale assetto organizzativo di quella che va sotto il nome di "Unità
Operativa 2b" che consta di 3 subunità (un Centro di accoglienza
sulle 24 ore a San Giovanni, un Centro Donna in via Gambini sulle 12 ore ed
un Servizio psichiatrico presso il Distretto Socio-Sanitario) fra loro strettamente
connesse in termini di complementarità e finalità terapeutiche,
ma separate per quanto riguarda la fisicità dei luoghi e la specificità
di intervento.
Forse abbiamo perso in parte la nostra scommessa o, forse, sarebbe meglio dire
che sulla questione del rapporto donne-potere non siamo ancora in grado di esplicitare
i nessi ed il legame che esiste fra l'antagonismo nei confronti delle istituzioni
che la nostra pratica quotidiana produce ed il nostro essere comunque istituzione
di potere.
Sapevamo, quando abbiamo incominciato, che con il potere avremmo dovuto fare
i conti, pensavamo che, come donne, dovevamo sperimentarci su questo terreno
cercando altre strade, altre possibilità di gestione dell'istituzione
che non riproducessero i soliti meccanismi di oppressione e prevaricazione della
più forte sulla più debole.
L'antinomia autoritarismo/autorevolezza andava sciolta ed attraversata in modo
da non ricadere nel vecchio adagio che quando le donne hanno potere diventano
come gli uomini, se non peggio.
La questione é ancora aperta dal momento che in questi 8 anni ci sono
stati momenti di crisi e di difficoltà che, sebbene superati, continuano
a porci dubbi ed interrogativi.
L'altra questione era ed é capire se é possibile attraversare
l'istituzione e costruire risposte su una sofferenza, cioè differenziare
il tipo di sofferenza.
Non si capisce perché, essendo diversi uomini e donne, ad un diverso
tipo di sofferenza bisogna rispondere in modo uguale. E non invece tentando
una risposta specifica.
Nel riconoscimento di essere donna fai un salto oltre la malattia, ti aggreghi
e costruisci non sulla sofferenza, ma su una identità in positivo. Questo
è un elemento che attraversa di più le operatrici e rende possibile
una reciprocità tra loro e le utenti. La questione è "essere
donna" con alcuni tipi di sofferenza, non è "essere matta".
La normalità della donna è già sofferenza psichica. La
donna è quella che "manca di qualcosa", che ha una "incapacità
naturale", che non è capace di fare qualcosa. La definizione che
il Lombroso dà della "donna delinquente" è molto divertente
perché dice che la donna delinquente è una donna "forte ed
aggressiva, che può essere anche intelligente e creativa"!
Se essere donna e se il vedere le cose da parte delle donne, è un modo
di vedere non univoco, non sicuro, ambiguo e molto più "falso",
lo stare male delle donne va letto in questo modo ed il tuo essere operatrice
significa operare sempre in questo "doppio". E se è vero quello
che Basaglia chiamava il "doppio" della malattia, lo star male di
chi soffre e l'oggettivazione diagnostica che l'istituzione psichiatrica ne
fa, allora nella donna diventa il "quadruplo"
"Centro-Donna" non nasce facilmente perché viene vissuto come
l'esplicitazione di un limite, una sollecitazione agli psichiatri a tirarsi
indietro.
Inizialmente un gruppo agguerrito di donne utenti; la motivazione allo stare
insieme quando è motivazione per riconoscersi, per ricostruirsi, e per
poter meglio affrontare l'altro che sino a ieri ha preteso che il suo linguaggio
fosse il tuo, diventa una necessità.
Le donne che inizialmente non volevano venire, oggi hanno cambiato idea. Una
volta una ha detto: "Quando sto male non mi piace stare al Centro-Donna,
quando sto bene mi rendo conto che è meglio che quando sto male sto qui."
Questo luogo permette un processo di consapevolezza che si acquista nel leggere
alcuni propri comportamenti di sofferenza; permette cioè l'unico processo
reale di superamento della malattia, visto che parlare di guarigione non ha
senso: la consapevolezza del proprio star male, e l'individuazione di strumenti
che permettono di evitarlo..
Nel centro molte donne hanno fatto questo percorso (nel 1997 470 sono le donne
venute in contatto con il servizio , di queste 333 hanno stabilito un rapporto
con Centro Donna. 130 sono le donne che hanno partecipato a corsi di formazione,
lettura, scrittura, teatro ed artigianato. 17 donne hanno usufruito di borse
di formazione al lavoro e 7 sono state regolarmente assunte.)
A parte poi le molte persone giovani che attraverso questo luogo hanno evitato
una situazione di psichiatrizzazione più forte.
Non so se questo luogo dà delle meraviglie, però ha dato la possibilità
di letture differenti, ha sancito il fatto che ragionare per differenze è
fondamentale anche in psichiatria. Ci ha liberato dall'ideologia che presume
di totalizzare la lettura della storia dell'altro in una sola ottica.
Ci ha dato la ricchezza di poter far accadere in contemporanea cose tra loro:
un corso qui, interviste per un giornale là, una donna in crisi che ha
assunto farmaci e noi reagiamo come si fa in una casa, facendole bere caffè
amaro per farla vomitare ed impedirne, così, l'ospedalizzazione e la
violenza di una lavanda gastrica. E' una scena capitata e queste cose non si
ostacolavano l'una con l'altra.
E' semplicemente dall'incontro di differenze che nascono momenti, quelli sì,
terapeutici. Ti danno molto nel tuo operare, nella tua messa in discussione,
ti mettono in difficoltà nel tuo ruolo di potere. Quanto più riesci
a non stare nella psichiatria, tanto più riesci a porre condizioni di
normalità, tanto più la gente sta bene. Quanto più i luoghi
sono specifici per la sofferenza, tanto meno sono terapeutici.
Se si pone la questione intorno ad una differenza forte, ad una differenza negata
e non intorno ad una "sciagura", alla mera astratta "sofferenza",
si hanno molte più possibilità di agire processi di salute. Non
è vero che esista la "solidarietà" intorno ad identità
negative; se ti incontri lì o solo lì, non puoi che produrre malessere
per tutti. Questa è la chiusura della psichiatria, non luogo di produzione
di salute, non luogo aperto, ma luogo protetto, chiuso, di sofferenza.
Questo luogo è la dimostrazione che non puoi avere certezze, devi verificare
costantemente quello che fai, bisogna essere capaci di sopportare anche l'errore,
e questo storicamente appartiene alle donne perché hanno dovuto mediare
tra bisogni contrastanti.
Il conflitto di genere non va esasperato ma tenuto costantemente presente, costantemente
devi mettere insieme i due poli della questione.
I luoghi di accoglienza possono non diventare luoghi della miseria e della disperazione;
puoi portare il territorio nelle istituzioni, costruire luoghi che servono a
chi si è visto negare tutto e che contemporaneamente mettano chi si è
visto negare tutto, in rapporto con il mondo.
Il Centro non è un'istituzione specifica; ha molta flessibilità
di accesso, di agibilità, è fruibile, è come dovrebbero
essere tutte le istituzioni, e che poi non lo sono.
La "bassa soglia", cioè il grado di accessibilità di
un servizio e la sua fruibilità reale da parte dei cittadini/cittadine,
non sta nel fatto che il medico parla con la signora dieci minuti dopo che è
arrivata. Quello è il delirio di onnipotenza degli psichiatri. "Bassa
soglia" è che tu entri in un luogo e trovi un posto dove ti riconosci,
che poi parli o non parli con il medico... Un luogo dove esplicitare il tuo
problema e cominciare a pensare di costruire risposte per questo problema .
Il Centro-Donna non dà un modello ma una possibilità di relazionarsi
con chiunque, mantenendo il rispetto delle proprie differenze. C'è il
tentativo come utopico di rompere tutte le categorie, questo è il valore
differenziale del Centro-Donna.
La possibilità di differenziarsi, di essere delle singole, senza che
questo determini un tuo accoglimento o una tua espulsione. Certamente ti viene
chiesto qualcosa in cambio, ti devi relazionare con, devi assumere alcune regole
istituzionali perché queste fanno parte del gioco, però sono regole
non date a priori: sono come i mobili, che si mettono a seconda di come tu vuoi
usare una stanza; non modelli rigidi e prefissati. Anche l'uso dei farmaci è
motivo di discussione, segnale del limite, contrattazione, e nella contrattazione
accettare di contaminarti con le forme anche più banali, terra terra
della vita, del quotidiano".
Servizio pubblico, separato ma accessibile e fruibile, ove, attualmente, molto
si dibatte intorno alla necessità di proporre con forza, soprattutto
in psichiatrica, la questione dei "Servizi separati" per le donne,
dacché la promiscuità altro non ha prodotto se non l'obliterazione
e l'oscuramento del corpo e della sua fisicità.
Servizi separati o forse meglio "sessuati", ove sperimentare percorsi
e pratiche capaci di produrre benessere fisico e culturale, attraverso un intreccio
dei saperi e delle pratiche che, nei diversi settori, le donne propongono.
Intreccio e relazioni che, in questi anni, ha costruito ed agito "Luna
e l'altra", associazione culturale di donne, allusione possibile ad una
continuità senza fratture e ad una reciprocità fra donne provenienti
da storie e percorsi i più diversi; tutte, però, disponibili a
".... fare i conti con la paura del silenzio e della follia..."
E così "Luna e l'altra" si è in questi anni impegnata
su molteplici fronti: dalla pace alle problematiche del lavoro, dalla formazione
al tema della sessualità, dalle questioni teoriche sulla sofferenza alla
cultura del piacere, ponendo in essere, volta per volta, momenti teorico/pratici
di incontro/confronto che l'hanno resa punto di riferimento per molte di quelle
donne impegnate nella costruzione di una "cultura del genere", capace
di confrontarsi con la complessità del reale senza rinunciare alle proprie
peculiarità.
Intreccio di saperi e competenze che ha prodotto un Progetto Salute Donna (P.S.D.),
che si propone di operare, sia sul variante culturale che su quello organizzativo
dei Servizi Sanitari (territoriali ed ospedalieri), introducendo in questi,
come centrale e non più eludibile, il tema del "corpo" e della
sua individualità, non più da scomporre in sommatoria di funzioni
e/o bisogni. Progetto che l'Azienda Sanitaria Triestina ha fatto proprio, riconoscendo
valore e significato ad un'ipotesi di lavoro che pone, come fondante per qualunque
verifica di qualità/efficienza dell'agire sanitario, garantire e salvaguardare
i diritti della persona, primo fra tutti quello alla propria differenza.
P.S.D. rappresenta una delle due articolazioni del progetto-obiettivo materno-infantile,
previsto dal Piano Sanitario Nazionale, sul presupposto che il considerare il
binomio madre-figlio/figlia come un'unica entità è non solo concettualmente
scorretto, ma talvolta addirittura metodologicamente rischioso, dacché
non permette di riconoscere bisogni, necessità, diritti non sempre coincidenti
ma, anzi, a volte tra loro in conflitto. Conflitto la cui mediazione è
possibile soltanto quando si è in grado di riconoscere sia la madre che
il figlio/la figlia, come singole individualità e quindi di organizzare
risposte differenziate per entrambi.
E proprio la questione della maternità, intesa sia come possibilità/capacità
di agire la funzione dell'educare che come "mettere al mondo", si
propone, oggi, come terreno da assumere in modo forte per quante, operatrici
della salute, si sentono impegnate nel contrastare processi e meccanismi di
svalorizzazione e negazione del "genere".
La violenza, sia fisica che psicologica, che le istituzioni in generale, quelle
della salute e della giustizia in particolare, attualmente agiscono sul "genere"
in nome di un "etica" astratta sta assumendo aspetti davvero paradossali.
La facilità con cui si costruiscono percorsi di annullamento e negazione
della singola donna richiede un'attenzione ed una riflessione "laica"
e non ideologica che ancora stenta a manifestarsi.
Noi, come operatrici di Centro Donna, quotidianamente riceviamo segnali preoccupanti
in questa direzione, tanto più preoccupanti perché, in maniera
asettica ed apparentemente neutrale, forniscono giustificazioni scientifiche
ed "oggettive" ad una normativizzazione del corpo che privi le donne
di qualunque diritto su questo.
Diritto quale il diritto alla integrità psicofisica del proprio corpo
e, quindi, ad agire vivere la propria sessualità in maniera autonoma
e consapevole che é diritto naturale, politico e sociale, la cui negazione
fornisce il sostrato culturale ad ogni forma di violenza sul corpo di donna,
prima fra tutte la violenza sessuale.
Si pone così anche per la medicina la questione della "cittadinanza"
come categoria da continuamente ridefinire e ridisegnare in modo tale che possa
in sé comprendere le molteplici singolarità che nella città
vivono. Ma questo é un' altra storia che ancora dobbiamo fare per poterla
domani raccontare.
Assunta
Signorelli
(psichiatra dir. II livello U.O. 2b D.S.M. Trieste)
Dicembre 1998
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