Assunta Signorelli
Relazione al Convegno sulla Famiglia organizzato dal Telefono Donna di Como novembre 96

LA FAMIGLIA COME LUOGO DI VIOLENZA

Quando oggi parliamo di famiglia ci riferiamo a un modello particolare di famiglia caratterizzata dall'essere individuale, monogamica e patrilineare.
Infatti se la famiglia, come concetto, accompagna l'uomo nella sua storia sin dai primordi, come modello organizzativo è un modello strettamente legato all'organizzazione sociale. Nella storia dell'evoluzione dell'uomo e della donna esistono diversi modelli di famiglia.
Interessante, soprattutto per quanto attiene al problema della violenza, è un particolare modello di famiglia, studiato da Malinoski e presente in certe comunità insulari della Melanesia nord-orientale, la famiglia matrilineare che rappresenta l'esatto opposto del modello patrilineare.
In questo modello la parentela passa attraverso la linea materna e la successione e l'eredità avvengono in linea femminile. Il figlio o la figlia appartengono alla famiglia materna, é il fratello della madre che esercita l'autorità paterna.
La matrilinearità è anche legata al fatto che la consapevolezza della paternità maschile é il risultato di un'evoluzione storico-culturale, non un dato materiale-concreto come per la maternità. Il collegamento tra l'atto sessuale e la riproduzione non è così automatico come noi pensiamo. Nella famiglia matrilineare il padre é più un amico, un fratello, il rapporto padre-figlio è un rapporto amicale non di parentela, mentre l'autorità, il potere anche economico, appartiene al fratello della madre, quindi comunque è un uomo il rappresentante dell'autorità ma quest'uomo non ha un legame emotivo con la prole e ciò, come studi anropo-sociologici dimostrano, modifica molto le dinamiche familiari soprattutto sul versante dello sviluppo psicologico dei bambini e delle bambine.
La famiglia cui ci riferiamo attualmente è monogamica (un solo marito e una sola moglie), patrilineare (il padre è il depositario dell'autorità) e storicamente si struttura verso la fine dell'ottocento gli inizi del novecento, dopo la rivoluzione industriale. Oggi questo modello conosce una situazione di crisi ma fino a una ventina di anni fa era molto chiaro e definito, talmente chiaro e definito da essere considerato non come prodotto di una evoluzione storico-sociale, ma come una istituzione naturale, come un modello di istituzione naturale fondato sulla disuguaglianza.
E' questo modello di famiglia che fonda l'attuale organizzazione sociale ed informa la cultura ed i comportamenti dei /delle singole individui/e; il re o il capo dello stato é padre dei cittadini, il papa è il padre dei fedeli e così via in una sorta di legame irreversibile tra pubblico e privato, distinti e separati per quanto riguarda il quotidiano delle persone ma totalmente sovrapponibili in riferimento al declinarsi dei meccanismi gerarchici e di potere.
Perciò quando parliamo di famiglia noi contemporaneamente parliamo di una istituzione che ha un aspetto economico, uno sociale, uno religioso ed uno affettivo.
Le problematiche, le contraddizioni della famiglia, nascono proprio perché tutti questi aspetti informano e determinano la famiglia come istituzione. Istituzione che nasce nell'epoca industriale, quando avviene la separazione tra il lavoro domestico ed il lavoro produttivo. Nell'epoca preindustriale la famiglia era anche un luogo di produzione economica, l'elemento produttivo e l'elemento riproduttivo in parte si sovrapponevano tra loro e questo rendeva, per certi versi, la famiglia autosufficiente anche sul versante economico.
La rivoluzione industriale determina la spaccatura tra il lavoro produttivo e il lavoro riproduttivo e, come conseguenza, la famiglia diviene il luogo della riproduzione di forza -lavoro, perde ogni possibilità di autosufficienza economica totalizzando la donna nel suo ruolo "naturale" di cura della prole e del marito-padre che, attraverso il suo lavoro fuori, diviene l'unico produttore di reddito.
La donna si colloca così nella sfera del "privato", mentre l'uomo assume fino in fondo la sfera pubblica ed automaticamente diviene il garante della economia e della moralità familiare rispetto alla società. Questa definizione, evidentemente, sancisce una disuguaglianza tra i componenti il nucleo familiare che divengono tutti oggetto di tutela e protezione da parte del padre per cui la famiglia che noi oggi ci troviamo davanti è una istituzione naturale fondata sulla disuguaglianza che in sè porta una forte valenza di autoritarismo. Il fenomeno della violenza come nasce nella famiglia, come si articola e come si sviluppa è fenomeno connesso a questa modalità di organizzazione e non generale e/o assoluto.
Esiste poi un'altra contraddizione, un altro elemento che viene a complicare il quadro e di cui bisogna tener conto quando si parla di violenza familiare.
Dopo la Rivoluzione francese, con la nascita del codice napoleonico, entra nella famiglia la categoria dell'amore (il matrimonio non è più solo un contratto economico-sociale ma anche una scelta emotivo-affettiva degli sposi) e ciò complica per certi versi ancora di più il problema perchè le relazioni tra i componenti sono contemporaneamente economico-sociali ed emotivo-affettive.
L'essere il matrimonio contratto sociale e contratto d'amore, una libera scelta delle persone che lo contraggono, se da un lato segnala una crescita sociale e culturale perché riconosce il diritto dell'individuo all'emotività, rende più difficile e contraddittoria la comprensione dei fenomeni che avvengono in famiglia.
D'altronde la famiglia così organizzata economicamente deve essere un sistema aperto mentre da un punto di vista affettivo ed emotivo si configura come sistema chiuso ed autosufficiente. Questo fa sì che l'istituzione famiglia diventi soggetto sociale in sè e che le leggi mirino a tutelare molto di più la famiglia come unità che non i singoli componenti.
I genitori rispondono dei figli rispetto alla legge, responsabili nel bene e nel male; il riconoscimento dei figli come individui e come persone portatrici di diritti è qualcosa con cui soltanto da pochi anni facciamo i conti. Fino a quindici, venti anni fa parlare di diritti dei bambini non significava niente, perché i bambini erano come piccoli adulti che bisognava crescere ed allevare, non soggetti portatori di diritti. Bisogna tener conto di queste cose perché sono il segnale dell'ideologia e dei valori che sottendono le istituzioni: gli eventi non sono casuali, sono un prodotto culturale e sociale.
L'istituzione famiglia è un'istituzione estremamente complessa e per certi versi oscura e confusa proprio perché contemporaneamente giocano piani diversi, l'economico, il religioso, emotività ed affetti, e perciò leggere il fenomeno famiglia, è qualcosa di estremamente difficile e complicato perché ogni volta siamo costretti a fare i conti con tutte queste cose messe insieme.
I bambini , i figli, sono soggetti e come tali sono portatori di diritti e portatori di doveri, oppure sono oggetti di allevamento, di educazione. L'essere soggetto od oggetto non è un optional ma è qualcosa di forte, perché se io sono oggetto dentro un'istituzione, evidentemente il mio interesse, il mio bisogno, è sempre subalterno all'interesse e al bisogno dell'istituzione. Se io sono soggetto, i miei bisogni, i miei interessi, hanno diritto di esistenza e devono essere garantiti dall'istituzione. Quello che è il problema è l'inversione del rapporto, sicuramente una relazione tra me e l'istituzione deve esistere, ma bisogna vedere se questa relazione esiste come relazione tra soggetti, quindi entrambi portatori di diritti, di bisogni, di desideri, o se invece esiste come relazione tra un soggetto, l'istituzione, la famiglia in questo caso, e l'oggetto di questa istituzione, il figlio/a.
La mia impressione è che la crisi oggi sia intorno al problema della definizione e della comprensione della necessità della reciprocità tra i componenti la famiglia.
Io parlavo di figli come di soggetti deboli nell'organizzazione familiare; quando noi parliamo di soggetti deboli, parliamo di soggetti cui non viene riconosciuta una autonomia, un'identità di pensiero. E' anche vero che la famiglia è figliocentrica, nel senso dell'importanza di curare, allevare, educare i figli, dare loro il massimo possibile; ma è la cura e l'educazione di un oggetto per farlo diventare soggetto. Quello che manca è il riconoscimento di soggettività al bambino/a, è l'educazione in termini di plasmare l'oggetto-figlio in una certa direzione e non il riconoscimento del suo essere un individuo portatore di diritti, di cultura ,di storia. Esiste tutto un mondo che questa famiglia ha totalmente cancellato; è il mondo dell'espressione corporea, del linguaggio non verbale, della cultura dei bambini intesi non come i futuri adulti ma come portatori ed espressione di una cultura altra, che non è la cultura degli adulti.
L'organizzazione familiare è un'organizzazione dove le funzioni e i ruoli vanno a definire un soggetto forte, che è il padre: portatore di autorità, di potere economico e di modelli di comportamento, e dei soggetti deboli, che sono la madre ed i figli.
La madre deve essere mediatrice dei valori del padre, assicurare la riproduzione della cultura dominante, garantire l'osservanza delle regole e delle norme da parte dei figli che sono l'oggetto sul quale questi modelli, questi valori, devono attecchire,radicarsi ed esprimersi con comportamenti adeguati per il sociale.
La connessione famiglia società, è una connessione fortissima; i valori sociali, i valori statuali, non passano se non passano attraverso la famiglia. Quindi anche l'organizzazione sociale ha bisogno di un certo modello di famiglia per cui crisi della famiglia é necessariamente anche crisi della società e viceversa.
La famiglia è questo modello di istituzione dentro la quale la disuguaglianza delle componenti si definisce come disuguaglianze di potere. C'è una diversità di funzioni, una diversità di ruoli, che determina poi una disuguaglianza di potere.
La famiglia classica è quella formata dal padre, che raccoglie su di sé il potere e l'autorità; dalla madre ,che si propone come mediatrice di valori e di questa autorità; e dai figli che sono l'oggetto dell'autorità e del potere del padre.
Che cosa è allora la violenza nella famiglia? Perché noi parliamo di una situazione violenta in famiglia? Noi parliamo di situazione violenta proprio se ci riferiamo a questo problema della disuguaglianza: tenete conto che il potere del padre è un potere per certi versi trascendente, nel senso che è indipendente da come è il padre, dalle sue caratteristiche e dalle sue qualità; è un potere che trascende il singolo individuo ed è strettamente legato a questo ruolo, a questa funzione. E' un potere che non si discute, come il potere di Dio; è una autorità che non si discute perchè " naturale".
Tutte le istituzioni totali, come le carceri, i manicomi, riproducono questo modello di famiglia ed anzi i diversi ruoli, dal direttore-padre-padrone alle differenti figure dei subalterni, sono quasi l'estremizzazione di questo modello familiare, ne diventano il suo paradosso.
E' perciò lecito chiedersi: a che cosa serve questa famiglia? Perché questa istituzione è così importante? Che cosa deve assicurare la famiglia alla società?
Assicura la riproduzione e la proprietà privata, il riconoscimento della proprietà privata come valore, l'educazione e l'allevamento dei figli, che poi diventeranno forza lavoro. Cioè la riproduzione dei valori serve ad avere dei cittadini: la famiglia è il luogo dove si formano i cittadini, quindi deve garantire il consenso a una organizzazione di potere dello Stato.
Lo Stato, che ha il potere o in forma di democrazia o in forma di autorità unica e sovrana , attraverso quali strumenti garantisce che il proprio potere si conservi, attraverso quali strumenti si garantisce continuità e trasmissione di valori? Immaginiamoci un mondo senza famiglia. E' molto difficile, nel senso che anche le forme di convivenza, non sancite da un atto giuridico - religioso come il matrimonio, di fatto poi riproducono il loro modello familiare nei ruoli all'interno; molto difficile la non riproduzione di questi ruoli come fatto proprio di modello culturale di riferimento che noi abbiamo; entrare in un'ottica di non famiglia come la conosciamo oggi, che poi potremmo chiamarla lo stesso famiglia, ma di comunità educante per esempio, o di altre esperienze, non è facile perché contrasta con la nostra cultura.
Quando noi pronunciamo la parola "padre" o pronunciamo la parola "madre", non pronunciamo parole neutre, ma parole con forti valenze affettive, emotive, sociali, economiche, religiose, etiche. Queste parole oramai hanno assunto tali e tanti significati che riuscire ad immaginare qualcosa d'altro o pensarle svincolate da questi modelli culturali non é assolutamente facile.
Come fa la famiglia a garantire la riproduzione del modello sociale e dei valori culturali di cui dicevamo?
Esistono degli strumenti che permettono di garantire questa trasmissione di valori, la riproduzione di buoni cittadini?
Evidentemente l'educazione è l'unico strumento a disposizione. I figli vengono educati a questi valori, l'educazione viene impartita attraverso un sistema fortemente autoritario. Abbiamo detto che l'autorità del padre è un'autorità che non si discute, e quindi è una autorità i cui valori non vengono discussi. I figli devono assumere questi valori, farli propri, e riprodurli una volta che si trovano fuori.
E' per questo che l'educazione attiene al padre, la donna é solo mediatrice dei valori paterni e la sua funzione è comunque subalterna dal momento che i valori che trasmette le sono, non solo estranei, ma per certi versi addirittura ostili.
Dentro questo sistema, che sembra così chiaro e così preciso, tutto dovrebbe funzionare ma invece non funziona assolutamente nulla, perché la famiglia è un crogiolo di sofferenze, di contraddizioni, di pesantezze e di malessere. E questo non soltanto oggi, a causa, come sostengono alcuni, del movimento di emancipazione delle donne.
C'è un libro di Focault molto significativo in proposito intitolato "Io, Pierre Riviere.." L'uomo protagonista del libro, uccide la madre, la sorella e il fratello , per liberare il padre. Pierre Riviere durante la sua permanenza in carcere scrive una sua memoria per dimostrare come il suo gesto sia stato necessitato dal comportamento della madre, che non aveva mai accettato l'autorità del marito, e come lui non sia altro che il vendicatore del padre , l' agnello sacrificale, quasi, per ristabilire l'ordine familiare.
Si sente legittimato nel suo comportamento, che pure riconosce sbagliato e per il quale è disponibile a scontare la pena in nome della salvaguardia dell'onore familiare.
Intorno alla questione posta da Pierre, sulla normalità o follia del suo gesto, nasce, in Francia, un dibattito acceso che vede scendere in campo psichiatri, sociologi, avvocati, e che appassiona tutta l'opinione pubblica.
I giudici, consapevoli di quello che è in gioco, non se la sentono di esprimere alcun giudizio, né di condanna a morte nè di assoluzione per cui con atteggiamento pilatesco rimandano al re, siamo nel 1835, la decisione nel senso che il processo si conclude con una domanda di grazia. Domanda che verrà poi vanificata dal suicidio di Pierre.
Foucault ha raccolto e discusso tutta la documentazione sulla vicenda focalizzando la analisi sui rapporti tra scienza e potere, tra psichiatria e giustizia e tra individuo e strutture sociali di controllo.
E' pur vero, però, che se assumiamo il punto di vista di "genere" , quello che subito balza agli occhi é come la questione intorno a cui tutto si declina é rappresentata dal comportamento della madre, comportamento improntato ad una totale indipendenza dalle regole familiari, ad un non riconoscimento dell'autorità paterna. Autorità il cui valore è sacro e, come tale, trascendente per cui soltanto al re, il padre di tutti, attiene il giudizio.
Nessuna società può tollerare, pena la crisi di tutta la sua organizzazione, la messa in discussione di questa autorità ed è per questo motivo che dentro l'istituzione famiglia vengono tollerati e riconosciuti come possibili comportamenti e atteggiamenti altrimenti perseguiti qualora si riconosca che sono necessari per confermare la gerarchia e l'autorità.
La famiglia in sostanza è la prima istituzione di controllo del comportamento dell'individuo; essa non solo deve riprodurre dei modelli di comportamento ma deve anche reprimere comportamenti mirati a sovvertire la gerarchia ed a contrastare il principio di autorità.
La famiglia deve formare dei cittadini contemporaneamente capaci di accettare il principio di subalternità ed insieme il principio della responsabilità diretta e della autonomia: Il messaggio della famiglia da questo punto di vista è drammatico , perché mentre si obbliga il bambino a riconoscere come importanti una serie di valori, a lui estranei, contemporaneamente gli si richiede una responsabilità ed una autonomia nello agire. E' qui che origina la questione della violenza; il principio di autorità che non può essere messo in discussione, uccide l'autonomia e scatena aggressività e comportamenti violenti.
Nella famiglia il principio d'autorità coincide con la figura paterna, funzione della madre è mediare questa autorità e trasmettere alla prole la cultura ed i principii che questa autorità fondano.
L'autorità paterna essenzialmente si esercita sui corpi , perché laddove tutto ciò che è legato alla corporeità, all'affettività, diventa istinto e come tale fuori dalla ragione è importante definire un codice di comportamento capace di controllare la naturalità.
Ed infatti la monogamia non é un valore naturale ma diventa necessità per il mantenimento dell'ordine familiare e, soprattutto, per salvaguardare la proprietà privata. Se al figlio si trasmette per eredità la proprietà familiare, bisogna che la sua discendenza dal padre venga garantita e l'unico modo certo per ottenere ciò sta nell' impedire alla donna rapporti sessuali extra coniugali.
La fedeltà nel matrimonio non è un valore assoluto, non è un valore naturale, è un valore economico forte, è un valore sociale che mi garantisce che quando io muoio la mia proprietà va ai miei figli, non ai figli di qualcun altro.
Con il rito del matrimonio la donna passa dalle mani del padre alle mani del marito, è vero che dal 1975 é cambiata la formula del matrimonio, ma 20 anni sono pochi per cancellare una cultura, e nella mentalità dei più all'uomo compete provvedere alle necessità economiche e proteggere la donna.
E' su questa incapacità della donna di avere un ruolo sociale, su questo aver relegato la funzione della donna alla procreazione ed alla cura dei figli, averle inibito un ingresso nel sociale, che si fonda la necessità per l'uomo di proteggere , qualche volta anche di abusare del suo potere; d'altronde a lui spetta determinare i valori, sapere ciò che è bene e che è male per la famiglia, per i figli ma anche per la donna, e d'altronde a lui compete il sostentamento.
Questo principio fonda la subalternità femminile, non c'è reciprocità di diritti; il matrimonio diventa luogo di protezione e tutela della donna che viene considerata soggetto debole e quindi come tale portatrice di minori diritti perchè minori sono le sue capacità e possibilità.
In un sistema di questo tipo, il problema della violenza diventa qualcosa di notevole, perché noi abbiamo detto all'inizio che ci troviamo di fronte a un'istituzione che non ha soltanto valenze socio- economiche-legali ma anche valenze emotive e affettive.
La donna cui è assegnata la funzione di mediazione, di allevamento dei figli non è un soggetto attivo nel processo educativo o almeno lo è solo nella misura in cui ha passivamente accettato valori a lei sostanzialmente estranei rispetto ai quali i suoi sentimenti, la sua corporeità, non hanno diritto di esistenza in termini di autonomia e soggettività ma solo come strumenti da agire-usare per raggiungere-mantenere un equilibrio familiare socialmente accettabile.
Qui nasce la contraddizione forte, che non sta tanto nella divisione dei ruoli, quanto nella negazione della sessualità e della corporeità come valori possibili ed in sè distinti, e nell'assegnare al padre il ruolo di unico garante per la società che, a partire da ciò, si disinteressa di quanto accade dentro la famiglia, laddove non va a interferire con le sue regole e la sua organizzazione: in famiglia tutto è permesso purchè non dia disturbo sociale (si pensi soltanto alle ultime sentenze relative all'uso della violenza fisica come strumento di persuasione).
Ed é questo disinteresse sostanziale che rende la famiglia un sistema chiuso, praticamente inaccessibile perchè se è vero che esiste un apparato giudiziario ed un sistema di servizi sociali che può intervenire é anche vero che esso interviene solo quando la famiglia mostra di non essere unita: laddove la famiglia si propone come istituzione compatta e forte è difficilissima qualsiasi forma di intervento. Quando leggiamo di violenze sessuali familiari, si tratta sempre di storie che durano da anni; il che vuol dire che per anni la famiglia è stata un sistema chiuso e inaccessibile.
Ancora oggi è estremamente difficile, per esempio nel mondo della scuola e anche nel mondo dei servizi sociali, verificare il sospetto che certi bambini subiscano violenza.
Il bambino stesso ha vergogna, ha paura di denunciare la propria famiglia come agente di violenza. I bambini percepiscono la famiglia come un valore forte, assoluto per tutti e i genitori sono quasi come la loro carta di credito per aver accesso nella società. Dire che un genitore o una genitrice è cattiva, significa dire che anch'io sono cattivo, è una mia vergogna e colpa.
Ecco che il problema della violenza nella famiglia è un problema estremamente difficile da evidenziare, perché di fatto, paradossalmente, ogni comportamento in famiglia può esser violento. Per sistemi educativi, quali i nostri, che si fondano molto sul principio di autorità, sul problema della repressione sessuale, se il singolo individuo non aderisce alle norme in qualche modo deve essere costretto non gli si può permettere devianza o trasgressione.
Tutto il sistema della proprietà privata, della garanzia dei diritti della famiglia, si fonda su questa inaccessibilità della famiglia. E' questo sistema chiuso che è generatore di violenza; evidentemente la donna è oggetto di repressione dentro la famiglia ma contemporaneamente è anche la garante di questo sistema familiare.
Sistema familiare che si fonda sull'esclusione della donna dalla sfera pubblica e sulla sua costrizione dentro un ruolo rigido e ben definito, sulla negazione di senso del suo corpo e di qualsiasi autonomia della sua sessualità, legittimata solo perché strumento di procreazione, procreazione come unica dimensione possibile per una realizzazione del femminile (si pensi al gran chiasso che esiste intorno alla questione della fecondazione assistita!).Sono i figli l'epifenomeno della donna per il mondo, il segno del suo fallimento o del suo successo.
In quest'ottica diviene più facile comprendere la difficoltà del rapporto madre-figlia/figlio, rapporto tutt'altro che naturale perchè inquinato dall'investimento che la donna deve agire sui figli, e di come e perchè c'è sempre un momento in cui si sentirà in diritto di chiedere ragione di questo investimento. Se la funzione della madre è: riprodurre e mandar nel mondo persone che la rappresentino, evidentemente queste devono rappresentarla per le cose in cui crede.
E la sensazione di fallimento, la sofferenza che le donne vivono in relazione ai figli, nasce dalla perversione di questo sistema che non garantisce individualità e soggettività a nessuno dei suoi componenti; anche il padre, benchè garantito come potere, viene costretto in un ruolo ben definito.
La famiglia, perciò, come ogni sistema chiuso, ha in sè dei meccanismi perversi che agiscono, sicuramente in modo diverso e diversificato dacchè diversi sono i ruoli e le funzioni, su tutti i componenti il nucleo determinando sofferenza e crisi di rigetto.
Soprattutto la donna ne diventa oggetto e soggetto in contemporanea: da una parte è oggetto e proprietà dell'uomo , ma possiede i figli, ai quali tramandare un sistema di valori che, seppure naturalmente non le appartiene, storicamente ha fatto proprio in modo a volte così totale da vivere la riuscita o meno dei figli come segnale della riuscita o meno della sua esistenza. Ed é a partire da ciò che la crisi della donna, la sua sofferenza/impossibilità a tollerare un sistema che continuamente le richiede scissione e negazione del proprio essere persona mette in discussione ed altera tutta la famiglia.
Quando la donna si mette in discussione come madre e come moglie, elabora una propria autonomia di percorso e di esistenza, si rende conto che il suo lavoro di riproduzione ha un valore economico sempre nascosto e negato, la crisi della famiglia è inevitabile dacchè vengono messi in discussione valori e categorie, prima fra tutti quella dell'inferiorità naturale del genere femminile, sui quali il genere maschile ha fondato il suo potere e la sua organizzazione sociale.
Portato scontato di questa crisi è la violenza ed anche se questa notazione non vuole e non può essere considerata come giustificazione delle violenze degli uomini sulle donne, credo che sia qualcosa con cui oggi è necessario misurarsi.
Oggi affianco alla cultura della famiglia come sistema chiuso, dell'essere padre-padrone ecc., cultura che continua ad esistere per entrambi i generi , esiste la questione della ridefinizione dell'identità del genere maschile e quindi della violenza che nasce dalla paura della sottrazione e della perdita, é come se l'uomo avesse sempre di più bisogno di forme di violenza sulla donna per affermare il proprio potere, perché si sente messo in discussione in quelli che sono i suoi valori e le sue categorie fondanti.
Ancora di più quindi la famiglia diventa una miscela esplosiva: bambini e bambine che si trovano dentro un sistema che continua ad essere chiuso, perché ancora tale è a livello di organizzazione sociale ma con modelli fortemente in crisi, e quindi con valori non più chiari.
Da quanto finora detto è evidente come oggi il problema della violenza nella famiglia, laddove noi riconosciamo nella famiglia un sistema chiuso, è un problema di violenza che si genera e si auto genera, in cui l'unica possibilità che noi abbiamo di intervento è quella di intervenire direttamente sul modello, rivisitandolo non in termini di distruzione della famiglia, ma di rottura dell'equazione che la differenza di ruoli, la differenza di sessi determini disuguaglianza sociale.
Se a diversi ruoli corrispondesse uguale potere sociale, forse non staremmo qui a discutere di violenza nella famiglia. Se riconoscessimo ai corpi ed alla differenze sessuali la stessa autonomia e lo stesso valore che riconosciamo alla mente ed alle idee la questione della convivenza familiare assumerebbe altro significato perchè nella relativizzazione dell'assoluto e nel rispetto delle diversità sta forse l'unica reale possibilità di contrastare qualunque forma di violenza.
Violento è il sistema in sè, che poi dentro questo sistema in sè violento le violenze dei singoli trovino un terreno di espressione, questo é solo una ragione in più per rivedere il sistema nel suo complesso.
C'é necessità di riflessione, certi valori sono fortemente in crisi, dacchè si é evidenziata tutta la loro strumentalità ed ipocrisia, quindi non è più soltanto la famiglia patologica in crisi ma la famiglia normale; problemi di violenza sui bambini, sulle donne, attengono tantissimo alla normalità delle famiglie, non riguardano soltanto famiglie economicamente o socialmente disastrate , e questo è il segnale che non è un problema patologico.
Se la violenza in famiglia attraversa gli strati sociali tutti e non attiene soltanto a situazioni di devianza o marginalità, ma è estremamente connaturata alla normalità del sistema, è evidente che allora ciò su cui bisogna riflettere è il modello normale, è la famiglia normale quella dove avviene tanta violenza, perché a volte si pensa che la violenza in famiglia riguardi certi strati sociali, riguardi certe situazioni devianti, marginali; non è vero, la violenza in famiglia riguarda tutti gli strati sociali, paradossalmente riguarda più strati sociali alti, perché più facilmente possono sottrarsi a un controllo sociale, a un controllo delle istituzioni, bene o male situazioni di marginalità o devianza o di disastri socioeconomici, vengono prima a conoscenza dei servizi sociali, del sistema di controllo dell'istituzione.
Famiglie benestanti sono molto più chiuse e la violenza soltanto quando diventa eclatante viene riconosciuta come tale. Mentre se noi pensiamo che questo sistema chiuso è in sè generatore di violenza nella normalità, stiamo anche molto più attente alla storia delle persone, e riusciamo a leggere questa violenza in maniera molto più consona , molto meno colpevolizzante; perché ancora oggi, proprio perché la violenza è strettamente connessa a un modello di normalità, le donne hanno molta vergogna della violenza nella famiglia; se ne sentono responsabili, come se la violenza in famiglia fosse il segnale della loro incapacità a costruire famiglia.
Se a me attiene il mondo del privato, il mondo della famiglia, se la famiglia è crogiolo di violenza e disperazione, vuol dire che io ho sbagliato qualcosa. Questa responsabilità la donna si assume, ed anche la violenza del marito, diventa colpa sua.
Oggi ho voluto mettere in evidenza che c'è una normalità di questo modello che determina violenza, perché è facile poi dire che la violenza nasce dalla patologia, è molto più difficile leggere i meccanismi della normalità che determinano violenza.