Assunta Signorelli e Giovanna Del Giudice
Pubblicato sul numero speciale della rivista Fogli di Informazione giugno-agosto 1996 Manicomio ultimo atto. Edizioni Centro di documentazione di Pistoia

LE DONNE NELLA DEISTITUZIONALIZZAZIONE

Quali sono state le ragioni perche' a Trieste, all'interno della pratica psichiatrica di deistituzionalizzazione, un gruppo di donne operatrici ed utenti dei servizi ha sentito la necessita' di iniziare un discorso teorico-pratico a partire dall'appartenenza al genere femminile?
Tali ragioni, pur partendo da uno specifico di pratica e di situazione, hanno radici nel generale.
Oggi riteniamo inutili per una pratica di trasformazione dell'esistente, che si manifesta attraverso un "assetto di guerra", le ragioni del "complessivo" che vanno perlopiu' solo a giustificare e confermare questo.
Parole un tempo cariche di senso perche' dietro avevano pratiche di trasformazione sono oggi divenute vuote ed inutili dacche' non rispondenti a nessuna pratica. In questi ultimi anni l'assenso generale su alcune parole d'ordine non ha forse significato l'appiattimento e lo svuotamento delle stesse?
Oggi per continuare pratiche di trasformazione, per opporci alle ragioni della guerra, che e' tornata ad essere realta' e logica imperante, crediamo di dover ripartire dalla parzialita', quella evidentemente che ci appartiene e ci garantisce, la parzialita' dell'essere donne.
Questo appare possibile per noi all'interno della pratica dei Servizi a Trieste, perche' finite per sempre le questioni dello "internamento" stiamo da tempo affrontando quelle della vita: lavoro, casa, identita', cultura, formazione, relazioni sociali ecc.
Riconfermiamo che la lotta al manicomio, alla sua logica e alle sue rappresentazioni, era ed e' prioritaria per chi affronta la questione teorico-pratica della sofferenza psichiatrica e della sua deistituzionalizzazione. Quindi solo dopo la rottura del manicomio possiamo trovare e affrontare soggetti con identita' di genere separate e non oggetti indifferenziati, nel migliore dei casi "oggetti di cura".
Pensiamo peraltro che altro potrebbe essere oggi per le donne il percorso di attacco al manicomio o alle sue equivalenze.
Potrebbe non essere necessario il passaggio, allora agito (inizi anni settanta), attraverso modelli maschili, in particolare in riferimento alla gestione del potere, e al mascheramento e all'occultamento dell'emotivita' e del sentimento.
Oggi le donne potrebbero meglio e da subito ricondurre all'identita' femminile e alle sue pratiche, le azioni e le logiche che hanno reso possibile la distruzione pratica del manicomio quali l'attenzione al quotidiano, la liberazione di affettivita', la capacita' di riproduzione dell'altro, la capacita' di cura, la possibilita' di coesistenza di soggettivita' diverse, la fantasia, l'intuizione .... Crediamo di poter dire che allora, quando a Trieste si lavorava per la rottura del manicomio e dei suoi meccanismi istituzionali, non avevamo la consapevolezza e la cultura di chiamare "qualita' femminili" quelle che agivamo. Se da una parte ricostruivamo storie, attenzioni, luoghi dove era possibile e dignitoso vivere, stimolavamo desideri e complicita', portavamo la normale affettivita' in luoghi e situazioni deprivate da sempre di queste, dall'altra molte di noi furono costrette ad imparare a modificare le proprie emozioni e modalita' di riconoscimento e d'azione, per acquisire modalita' di riconoscimento e di azione maschili, pena l'essere negate o distrutte.
Forse non era possibile agire altrimenti, mancava in quegli anni, e non solo in noi, l'intuizione che il manicomio, la psichiatria, era "figlio naturale" di una logica assoluta che non permetteva, allora come oggi, diversita'/differenziazioni. E cosi' mentre alcune, e noi tra loro, percorrevamo nell'istituzione la logica della parita'/omologazione, altre nel consegnarsi all'analisi, se pur fra donne, di fatto riproducevano l'oggettivazione di se', sfumavano la loro differenza e si immergevano nel terreno minato di una psichiatria liberata da tutto, tranne che dal suo essere scienza maschile.
Cosi' in quegli anni le esperienze di lavoro di donne su donne con sofferenza psichiatrica, se da una parte sollevarono alcune delle questioni dell'esser donna, dall'altra lasciarono immutato il manicomio e tanto piu' le donne che in quello continuavano ad essere recluse, non riuscendo ad arrivare al nocciolo della psichiatria, ne' tanto piu' arrivando a restituire al sociale, al sociale della comunita' femminile, la sua sofferenza.
Il nostro percorso, a Trieste, ha portato alla chiusura definitiva del manicomio (1980), alla ricostruzione di un mondo/ una storia negata, alla riconquista di spazi e modalita' esistenziale che hanno permesso il riconoscimento della differenza perduta, in una parola alla restituzione del diritto di cittadinanza ai ricoverati uomini e donne.
A Trieste da molti anni si fa a meno del manicomio per tutti/e, la sofferenza psichiatrica puo' esprimersi e trovare risposte nel territorio, nelle case dove la gente vive, nelle strade, nei luoghi di lavoro, senza piu' venire negata, separata e reclusa.
I Centri di Salute Mentale, posti nella citta', sono divenuti punto centrale sul quale si fonda e diparte l'assistenza psichiatrica. Luoghi fisici, non ideologici, capaci di strutturarsi ed organizzarsi in piu' direzioni e con piu' funzioni per rispondere alla complessita' e polimorfia della sofferenza, per accompagnarla nei suoi percorsi.
Ma proprio per la moltiplicazione delle funzioni che il Servizio progressivamente e' venuta ad assumere, per la quantita' di soggetti ai quali andava a riferirsi, per il suo declinarsi in momenti sempre piu' complessi e diversificati, che ad un certo punto e' stato forte il rischio della totalizzazione. La complessita' raggiunta che non riusciva a consegnare ad altri, ad altro parti di se', abbisognava di una nuova regola per essere tenuta insieme e non poteva se non determinare l'omologazione delle pratiche e della soggettivita' nuove che pure il servizio stesso aveva fatto emergere.
Omologazione ed appiattimento che sono sempre rischio immanente del "buon servizio", che alla fine, per incapacita' e/o presunzione, invece di trasformarsi e superarsi, tende ad autoriprodursi.
Da tempo il territorio, punto forte per l'organizzazione dei servizi, e' sfumato nei suoi confini anagrafici ed istituzionali, imponendosi nuove categorie come lettura e ridefinizione di una geografia altra. Molto può riconoscersi nel nostro lavoro come punto di riferimento, pure organizzativo, un "territorio-donna", definito non da strade o quartieri, ma da bisogni inevasi, diritti violati e tanto piu' da capacita' espressive, desideri, voglie di trasformazione e di riconoscimento autonome.
E' in questo quadro di riflessioni che a Trieste negli ultimi anni e' andata maturando una pratica di sperimentazione fra le donne dei Servizi, donne operatrici e donne segnate dalla sofferenza psichiatrica, che pur partendo dae logiche differenziate ha individuato due momenti di azione, collegati ma diversi, per mantenere contemporaneamente aperta la contraddizione sia sul versante della citta' che su quello dei servizi.
Nascono così nel settembre del '90: "Luna e l'altra", associazione culturale di donne e "Spazio Donna", luogo fisico, separato e contiguo agli spazi dei Servizi, ma distante da questi, nelle forme organizzative e di gestione.

Così dicevamo di noi, della nostra esperienza pratica nel 1991, in un incontro a Roma. Da allora ad oggi molte cose sono accadute. Il pensiero e le parole del genere hanno ormai conquistato diritto di cittadinanza nel mondo della cultura e della politica.
Quelle che allora erano intuizioni, ipotesi, riflessioni di alcune (per certi versi tante), confinate in un "altrove" circoscritto, hanno oggi assunto forza e significato, rappresentando uno dei terreni (non certo il solo, ma forse tra i più ignificativi), su cui misurarsi, per quanti, uomini e donne, sono impegnati nella costruzione di una vivibilità del reale, oltre e dentro tutte le differenze possibili.
La contaminazione agita senza abdicare alla propria specificità, l'alterità proposta, non come antagonismo ma come reciprocità e confronto, ha permesso l'emergere di soggettività e risorse, che sono ricchezza per tutti/tutte e che a pieno titolo concorrono a determinare una lettura del complessivo, senza che sia necessario scotomizzare e/o omologare alcunché.
A Trieste, infatti, oggi esiste il Centro Donna - Salute Mentale, naturale evoluzione di Spazio-Donna, come Servizio Psichiatrico forte, articolato sulle 1 ore, che risponde al bisogno di cura delle donne di un territorio ed offre iniziative di salute a tutte le donne della città.
Servizio pubblico, separato ma accessibile e fruibile, ove, attualmente, molto si dibatte intorno alla necessità di proporre con forza, soprattutto in psichiatrica, la questione dei "Servizi separati" per le donne, dacché la promiscuità altro non ha prodotto se non l'obliterazione e l'oscuramento del corpo e della sua fisicità.
Servizi separati o forse meglio "sessuati", ove sperimentare percorsi e pratiche capaci di produrre benessere fisico e culturale, attraverso un intreccio dei saperi e pratiche che, nei diversi settori, le donne propongono.
Intreccio e relazioni che, in questi anni, ha costruito ed agito "Luna e l'altra", associazione culturale di donne, che allora presentammo come allusione possibile di una continuità senza fratture e di una reciprocità fra donne provenienti da storie e percorsi i più diversi; tutte, però, disponibili a ".... fare i conti con la paura del silenzio e della follia..."
E così "Luna e l'altra" si è in questi anni impegnata su molteplici fronti: dalla pace alle problematiche del lavoro, dalla formazione al tema della sessualità, dalle questioni teoriche sulla sofferenza alla cultura del piacere, ponendo in essere, volta per volta, momenti teorico/pratici di incontro/confronto che l'hanno resa punto di riferimento per molte di quelle donne impegnate nella costruzione di una "cultura del genere", capace di confrontarsi con la complessità del reale senza rinunciare alle proprie peculiarità.
Sono nati così corsi di formazione sulla qualità dei Servizi, formazione e pratiche di terapie corporee e naturali, attività di relazioni e scambio con le donne delle vicine repubbliche devastate dalla guerra, un video prodotto insieme alla Cooperativa "La Collina" di Trieste, che ha visto protagoniste tutte le donne del Centro, un'esperienza di formazione di artigianato-donna, che oggi sta valutando l'opportunità di misurarsi sul terreno dell'Impresa, alcuni libri (uno già pubblicato ed altri due in fieri), in collaborazione con la Cooperativa "Sensibili alle Foglie", di Roma , ed ancora corsi di scrittura, di lettura e di espressione teatrale, manifestazioni e feste in un intreccio costante di saperi e competenze, che nella propria specificità di genere, riconoscono il terreno comune da cui partire senza invocare discriminazioni di sorta, naturalmente estranee a chi da sempre ha dovuto/voluto tener conto dell'altro da sé.
Intreccio di saperi e competenze che ha prodotto un Progetto Salute Donna (P.S.D.), che si propone di operare, sia sul variante culturale che su quello organizzativo dei Servizi Sanitari (territoriali ed ospedalieri), introducendo in questi, come centrale e non più eludibile, il tema del "corpo" e della sua individualità, non più da scomporre in sommatoria di funzioni e/o bisogni. Progetto che l'Azienda Sanitaria Triestina ha fatto proprio, riconoscendo valore e significato ad un'ipotesi di lavoro che pone, come fondante per qualunque verifica di qualità/efficienza dell'agire sanitario, garantire e salvaguardare i diritti della persona, primo fra tutti quello alla propria differenza.
P.S.D. rapresenta una delle due articolazioni del progetto-obiettivo materno-infantile, previsto dal Piano Sanitario Nazionale, sul presupposto che il considerare il binomio madre-figlio come un'unica entità è non solo concettualmente scorretto, ma talvolta addirittura metodologicamente rischioso, dacché non permette di riconoscere bisogni, necessità, diritti non sempre coincidenti ma, anzi, a volte tra loro in conflitto. Conflitto la cui mediazione è possibile soltanto quando si è in grado di riconoscere sia la madre che il figlio/la figlia, come singole individualità e quindi di organizzare risposte differenziate per entrambi.
Ancora, costringere la donna solo sul terreno della procreazione, negandole capacità e specificità altre, rappresenta un'operazione non solo di negazione e violenza per il genere femminile ma anche di oggettivo impoverimento per tutti, dacché priva la società di un sapere forte quale quello che si costruisce sul terreno delle relazioni e della concretezza del quotidiano.
Particolarmente importante e significativo diviene un simile ragionare quando si affrontano le questioni della medicina, scienza che sempre e comunque con il corpo e la sua concretezza deve misurarsi e confrontarsi, pena la sua inefficacia ed inutilità. Scienza che, forse proprio per questo, più di ogni altra, mostra, ancora oggi resistenza a chiunque, se non addirittura ostilità nei riguardi del genere. Resistenza ed ostilità che non meravigliano, quando si tenga presente la storia della medicina e, soprattutto, il suo costituirsi come potere-sapere dal 1600 ai nostri giorni.
Senza addentrarci in questa storia (non è questa la sede), basta solo richiamare il processo di alienazione del dolore dal corpo sociale e la separazione netta e violenta operata tra curare ed assistere (questo, solo, delegato in toto alle donne) per rendere ragione di quanto sopra detto, di quanto cioè il potere medicale si sia costruito sulla rottura del legame tra spirito e carne e sulla scissione netta tra "salute" e "malattia". Scissione che trova la sua espressione più alta e paradossale nella nascita e fondazione della Psichiatria che assume come suo terreno di indagine e di intervento quella "sragione" che si identifica come l'opposto di una ragione che, sempre più va a definirsi come negazione della corporeità e del mondo dei sentimenti.
Psichiatria che tuttora, pur nelle sue espressioni più aperte ed avanzate, stenta a liberarsi del suo essere scienza maschile, se è vero, come è vero, che ancora oggi i programmi riabilitativi sono, per le donne, informati a logiche di normalizzazione e di ritorno nello spazio chiuso della famiglia e nei ruoli tradizinali. Se è vero, come è vero, che ancora oggi, mentre da una parte la questione principale nei manicomi civili e giudiziari è legata alle storie di violenza fisica e sessuale che si consumano sulle degenti (Bisceglie insegna!), contemporaneamente si vuole affrontare la questione della arretratezza ed invivibilità delle strutture attraverso reparti, comunità e residenze psichiatriche miste.
Eterna contraddizione che riduce la donna a merce d'uso per un'umanizzazione e trasformazione sociale, senza mai volgere attenzione, progetti, sforzi, risorse , al suo riconoscimento ed alla sua valorizzazione in sé. Accusando, anzi, a volte chi ciò cerca di agire e propone di strumentalizzare le donne, costituendo di fatto un ostacolo per la distruzione dei manicomi.- Ed è proprio perché siamo convinte, e la nostra storia ne fa fede, che la lotta al manicomio ed alle sue logiche era ed è condizione prioritaria da cui partire, che abbiamo ritenuto opportuno riproporre in questa sede quanto già allora andavamo dicendo, sperando che possa divenire terreno di dibattito e di confronto per tutte le persone impegnate sul terreno della deistituzionalizzazione.

Trieste 27/05/96