Giovanna Del Giudice e Assunta Signorelli
Relazione Del Giudice e Signorelli al 4° Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria Sociale del 25-27 febbraio 94 e pubblicato su Metropoli e oltre Andrea Tencati Editore 95

DONNE, METROPOLI E PSICHIATRIA

Nell'ultimo rapporto del LABOS sulle "povertà estreme" in Italia, quelle dei malati di mente, degli homeless, degli emigrati, dei nomadi, sono le donne le più svantaggiate per il rischio di violenza, in particolare violenza fisica e sessuale, a cui sono esposte.
Le donne sono maggiormente a rischio di deriva sociale, ma non sono per loro individuati e sviluppati programmi specifici di abilitazione ed integrazione sociale.
Eppure è acquisizione ormai generalizzata che nei confronti di "soggetti socialmente deboli", l'uguaglianza nei diritti, le pari opportunità anche se sancite, possono essere raggiunte solo attraverso formulazioni legislative e pratiche di "azioni positive", che vadano a diminuire e/o abolire la disparità che di fatto esiste e si riproduce.
Azioni positive per compensare una "disparità" che è diminuita, o abolita capacità e possibilità di accesso, ma tanto più per introdurre differenti logiche e letture in una "unicità" omologante ed escludente.
Affrontiamo da quest'ottica la questione donne, metropoli, psichiatria, convinte di non poter porre se non questioni ed interrogativi che riguardano noi donne operatrici e insieme le donne utenti.
E' l'assenza che caratterizza le donne nella psichiatria, dove "presenza": vuol dire visibilità, parola, autonomia, potere.
Dietro lo schermo della complessità ed unicità del reale e della neutralità della scienza, è stata sempre rimandata ad un altrove la questione della contraddizione naturale che l "esser donna" pone.
Per essere più chiare, se oggetto della psichiatria è la sragione rispetto ad una ragione storicamente fondata sul principio del "neutro universale", che nega valore a corporeità e concretezza, a relazione ed affettività, a riproduzione e condivisione, quale altro destino per le donne che di queste categorie sono portatrici e garanti se non la loro "negazione"?
Negazione di una diversità naturale che è stata storicamente determinata come svantaggio, minor potere, incapacità, rimanendo quindi possibile alle donne solo l'accettazione e l'omologazione e l'agire il terreno dell "alienazione".
Le donne nella storia della psichiatria, come nella metropoli, sono state solo amate/amanti, pazienti, madri, mogli, figlie, loro malgrado complici o silenziose testimoni di una negazione che su di loro si perpetuava.
Oggi in Inghilterra la questione principale nei manicomi civili e giudiziari è legata alle storie di violenza fisica e sessuale che si consumano sulle degenti, ma contemporaneamente si vuole affrontare la questione dell'arretratezza e invivibilità delle strutture attraverso reparti psichiatrici misti.
Eterna contraddizione che riduce ancora una volta la donna a merce d'uso per una umanizzazione e trasformazione sociale, senza mai volgere attenzione, progetti, sforzi, risorse, al suo riconoscimento e alla sua valorizzazione in sé.
"Due nemici per la vita e per la morte avevano scelto come campo di battaglia lo spento paesaggio della mia anima. Solo la pazzia mi proteggeva dall'insopportabile dolore che, altrimenti, i due mi avrebbero causato. Così mi tenevo ben stretta alla pazzia ed essa a me. Nel più profondo del mio intimo, là dove essa non penetrava, resisteva una coscienza della mossa e della contromossa che mi concedevo "più in su". Un tratto umoristico in ogni pazzia. Chi sa riconoscerlo ha vinto." (Christa Wolf in Cassandra).
E' questo "più in su" che oggi ci preme rendere visibile ed affermare come punto di arrivo/partenza di un percorso che, riconoscendo come valore forte parzialità, differenza, specificità, opponendosi alle logiche antiche della complessità e unicità del reale, faccia emergere soggettività diverse, pratiche forti ed autonome, riconosca bisogni differenziati, costruisca mappe e percorsi di salute e qualità di vita per le donne.

Donne nel manicomio.

Riconfermiamo che la lotta al manicomio e alle sue logiche era ed è condizione prioritaria da cui partire.
Il manicomio rende uomini e donne oggetti di custodia, relitti in cui si fa fatica a riconoscere anche sembianze umane, esistenze "indegne di vita" (Jay Lifton in "I medici nazisti").
Ma anche qui una differenza, introdotta ed agita attraverso i custodi e le custodi.
E' la sessualità che viene mortificata ed offesa nella donna reclusa, attraverso questa avvengono punizioni e ricatti. Se violenze sessuali, trasgressioni nel ruolo, pratiche di opposizione ed emancipazione, incapacità/impossibilità a riprodurre l'altro, portano la donna in manicomio, l'unica possibilità di uscita è scegliere di ritornare di nuovo nello spazio chiuso della famiglia, nei ruoli tradizionali.
E' per questo, forse, che le donne degenti nei manicomi e nella residenzialità protratta e nel manicomio sono meno degli uomini, pur essendo invece maggiore il numero di donne in carico ai servizi psichiatrici.
Peraltro è per questo, forse, che le donne che rimangono nella residenza protratta e nel manicomio sono le più "resistenti" ai programmi riabilitativi, programmi per lo più informati a logiche di normalizzazione e di ritorno nel ruolo.
Vogliamo dire che la "resistenza" è da intendersi come l'incapacità della psichiatria ad assumere come indice di salute momenti conflittuali e di rottura, tanto più quando la donna appartiene alle classi meno abbienti.
Vogliamo dire che ciò che di volta in volta è definito come irrecurabilità, cronicità, superficialità, deficit per le donne, altro non è se non "estraneità" ad un mondo, ad una scienza fondata sul non riconoscimento delle differenze, sull'omologazione/appiattimento di ogni diversità.

Donne nella trasformazione.

La fine del manicomio come istituto e risposta alla sofferenza psichica è stato passaggio da una logica segregativa e custodialistica ad una di presa in carico del soggetto, uomo o donna, nella comunità, rispondendo alla complessità e differenziazione del suo bisogno di salute e di qualità di vita.
Se questo processo ha trovato origine in una diffusa cultura antistituzionale ed antirepressiva propria degli anni 60/70, la distruzione del manicomio e la rottura delle sue logiche è avvenuta solo lì dove è stata forte una pratica reale di trasformazione.
In tale pratica, fondanti sono e sono stati, il riconoscimento dell'uguaglianza dei diritti per soggetti diseguali, il rifiuto di qualsiasi forma di violenza e di sopraffazione, la capacità di cura e riproduzione dell'altro, l'attenzione al quotidiano, l'ascolto, l'affettività, la fantasia, l'intuizione.
Ma le donne che hanno operato questa rottura, utenti, infermiere, mediche, non hanno avuto consapevolezza di riportare a sè tutto ciò, di chiamarlo "qualità femminili", di valorizzare e riconoscere come proprie quelle pratiche.
E, se da una parte ricostruivano attenzioni, storie, relazioni, producevano affettività, disponibilità, comunicazione, normalità, pratiche di convivenza; dall'altra sopportavano lacerazioni e rotture, costrette a modificare modalità di riconoscimento e d'azione a loro proprie, in processi di omologazione maschili.
Forse non era possibile altrimenti. Erano anni in cui le donne agivano molto di più pratiche di emancipazionismo, che di differenziazione e valorizzazione di una specificità.
Mancava, e non solo in noi, la coscienza che il manicomio, la psichiatria, erano figli naturali di una logica assoluta che non permetteva diversità/differenziazioni.
E così, se alcune percorrevano in quegli anni nella deistituzionalizzazione la logica della parità/omologazione, altre, nel consegnarsi all'analisi, se pur tra donne, di fatto riproducevano l'oggettivazione di sè, sfumavano la loro differenza e si immergevano in un terreno di una psichiatria liberata da tutto, tranne che dal suo essere scienza maschile.
Così, se il lavoro terapeutico di donne con donne andava a sollevare alcune questioni sul "continente nero" ed inesplorato dell'esser donna, dall'altro si riproponeva come lavoro per poche, che lasciava immutati i manicomi, e tanto più le donne che in quelli rimanevano recluse, non riuscendo ad arrivare al nocciolo della psichiatria, nè tanto meno riuscendo a restituire al sociale della comunità femminile la sua sofferenza.

Donne nella metropoli.

La metropoli, come il manicomio, annulla, omologa, produce e riproduce negazione e violenza per le donne, in particolare per quelle appartenenti a classi sociali a rischio, ad etnie diverse.
Come nel manicomio, vanno agite pratiche di riconoscimento e di differenziazione. Oggi le questioni da affrontare, per le donne nella psichiatria della metropoli, sono:

  1. Fine della segregazione manicomiale e costruzione di servizi comunitari che producano risposte attente e specifiche per le donne.
  2. Lotta contro tutti i processi di uso della donna per l'umanizzazione delle istituzioni,
    senza considerare i suoi bisogni specifici.
  3. Riconoscimento non solo della differente prevalenza di specifiche patologie nelle
    donne, ma riconoscimento di specifica domanda di salute.
  4. Riconoscimento e presa in carico delle forme di violenza fisica, psicologica, sessuale,
    che arrivano al Servizio Sanitario.
  5. Messa a punto di programmi di prevenzione, informazione e formazione, tesi a
    diminuire l'uso protratto da parte delle donne di psicofarmaci, ansiolitici ed antidepressivi, a carico della medicina di base.
  6. Messa in atto di programmi specifici di abilitazione, riabilitazione ed integrazione
    sociale, che tengano conto della donna in sè e non solo all'interno di relazioni.
  7. Attivazione di risorse, per progetti specifici di valorizzazione del lavoro riproduttivo
    e di imprenditorialità femminile.
  8. Progetti formativi specifici sulla sofferenza femminile, risposte differenziate, diritti
    dell'utenza.

Un'esperienza.

A Trieste, all'interno del Dipartimento di Salute Mentale, un gruppo di donne operatrici ed utenti, da qualche anno, ha iniziato un percorso che ha portato alla costituzione di un Centro Donna-Salute Mentale che risponde non solo al bisogno di cura delle donne di un territorio, ma offre iniziative di salute a tutte le donne della città.
Servizio Psichiatrico forte, come tale portatore di norme e regole istituzionali e contemporaneamente pratica allusiva ad una alterità possibile, fuori dalla logica dello scontro.
Incontro-confronto, che attraversa le donne portatrici di sofferenza ed operatrici, costringendole, finalmente, a misurarsi con sè stesse, senza più schemi e difese.
Alla logica oggettivante dell'interpretazione psichiatrica cui nessuna tecnica si sottrae, si sostituisce il riconoscimento della soggettività, possibile solo in una relazione fortemente inquinata ed inquinante, ove i ruoli si scambiano e si confondono in un processo di reciprocità mai compiuto.
Relazione che si riempie di cose, oggetti, pratiche comuni, iniziative, che investono le donne oltre la psichiatria, immettendo in questa bisogni, necessità, desideri, abilità e competenze finora misconosciute, in una sofferenza che rivendica il suo diritto ad esistere.
Torna il tema antico e mai risolto della maternità, di quella capacità di "generare", di attraversare il "limite" del finito, ridotta a sommatoria di funzioni e ruoli da giudicare ed etichettare.
Nasce da qui l'equivoco, sostanziato e rafforzato dalla psichiatria e dalla psicanalisi, di un nesso tra l'essere madre e la capacità di attendere ed educare, nesso ormai talmente forte che le due cose non sono più concettualmente distinguibili.
Paradosso di una scienza che si pone come teoria della persona, confondere essere ed abilità, natura e possibilità, fino ad assimilarli in un tutt'uno.
E' su questa contraddizione del tutto innaturale e costruita fuori dal "genere", che oggi il nostro agire pratico si misura.
E' necessario costruire oggi linguaggi, percorsi e luoghi altri, dacchè, svelato il meccanismo, residuano soltanto violenza ed arroganza a coprire l'incapacità a misurarsi con l'altro da sè.
Violenza ed arroganza senza soluzione di continuo tra le istituzioni e il sociale, ma che tutto informano, rappresentando il substrato culturale di quanto oggi va accadendo.
Le pratiche di negazione e di violenza quotidiana sulle donne sono temi non più affrontabili con interpretazioni e/o giustificazioni di maniera.
Noi oggi denunciamo quanto la psichiatria, le sue teorie, hanno contribuito a costruire la subalternità della donna, a rendere il suo corpo merce di scambio, oggetto tra gli oggetti, fuori dal mondo delle idee e della ragione.


Relazione per il convegno "METROPOLI ed OLTRE"
IV Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria Sociale
Trieste - 25/27 Febbraio 1994.