Assunta
Signorelli
Introduzione di Assunta Signorelli al libro
Fatevi Regine edito da Sensibili Alle Foglie 1996
DOLORE, SOFFERENZA, MALATTIA DELLE DONNE
A) Introduzione.
Dolore,
sofferenza, malattia, parole queste che fanno parte del linguaggio comune e
che sempre evocano qualcosa di profondo, un sentire, un affetto di difficile
definizione.
E difficile è definirle se è vero che le definizioni dell'una
costantemente rimandano all'altra in un intreccio che solo la medicina occulta
e misconosce.
Tralasciando le definizioni del vocabolario della lingua italiana, che pure
di per sè sono utili dacchè l'etimologia delle parole molto ci
dice del loro significato (dolore viene dal latino ed ha in sè il doppio
significato sia attivo che passivo , sofferenza è sopportare qualcosa,
malattia è avere dolore) e rivolgendo l'interesse alla medicina ed alla
psicologia/psichiatria un contributo, probabilmente tra i più esaurienti,
ci viene dato dal Galimberti nel suo "Dizionario di Psicologia".
Vediamone di seguito le definizioni:
dolore = "sensazione di sofferenza che si presenta come risposta soggettiva ad uno stimolo avvertito dall'organismo come nocivo o comunque riduttivo del suo benessere. Dal punto di vista psicologico il dolore è una delle tonalità emotive fondamentali che accompagnano l'esistenza." (pag.306)
Dopo questa definizione generale egli distingue tra:
dolore fisico = riporta la fisiologia del dolore e la teoria dei recettori.
dolore psichico = "...provoca un restringimento del campo di coscienza su temi penosi e depressivi"....ed ancora "...La percezione del dolore è legata alla visione del mondo del soggetto,alla sua personalità al contesto storico-culturale, in cui egli è inserito,per cui è possibile dire che l'ambiente fornisce un codice di significati attraverso cui il fenomeno del dolore acquista il suo particolare senso." (pag. 306)
espressioni culturali del dolore =...."L'uomo contiene e confina il suo dolore attraverso il linguaggio. Prima della parola, il dolore ci possiede come sensazione sorda e muta"....."la storia dell'uomo occidentale conosce due fondamentali elaborazioni dell'esperienza del dolore: quella greca che concepisce il dolore come inscindibile dalla vita.......e quella ebraico-- cristiana dove il dolore viene associato alla colpa. Nell'epoca attuale, caratterizzata dal dominio della tecnica, il dolore viene separato dall'esperienza quotidiana ......rimosso dall'esperienza comune ......relegato nei luoghi competenti, gli ospedali, dove il corpo diventa organismo ed il dolore malattia." (pag. 307)
Per
quanto riguarda, poi, le parole malattia e sofferenza, mancano definizioni dirette;
alla voce malattia troviamo un rimando a pschiatria e psicopatologia mentre
la voce sofferenza manca del tutto.
Ed è forse impossibile definire in termini teorici la sofferenza dacchè
essa è intimamente legata e connessa al sentire, al silenzio, quel silenzio
che va oltre la parola ed il linguaggio e che se da un lato segna il limite
della comprensione possibile attraverso la comunicazione verbale dall'altro
segnala ed esplicita una complessità dell'esistenza che non può
sempre essere ristretta e costretta in parole e/o definizioni per loro natura
statiche e non "in divenire" come l'esperienza esistenziale per se
stessa è:"su ciò di cui non si può parlare si deve
tacere." (Wittgenstein)
B) Le parole ed il genere.
Sintomatico
come le definizioni sopra riportate non citino mai il "genere". Appare
quasi che l'essere uomo o donna sia un accidenti secondario: nemmeno laddove
si parla di cultura, ambiente, colpa, si ritiene necessario richiamare il problema
del "genere": Eppure la storia delle donne è strettamente intrecciata
al concetto di "dolore" rappresentando questo l'origine e la trama
di un percorso mai definitivamente compiuto. La biblica condanna del "partorirai
con dolore" è sicuramente più dura e drammatica da sopportare
del "lavorerai la terra con il sudore della fronte" dal momento che
va direttamente ad interferire con la capacità distintiva del genere.
Capacità che così da "valore-forza" diviene "vergogna-colpa"
fornendo la base teorica per quell'inferiorità naturale delle donne oggetto,
fino a pochi decenni fa, di disquisizioni e trattati ed ancora oggi, a volte
forse in maniera più soft, riproposta.
Ed è per questo che le donne non parlano mai del "dolore in sè"
(non esiste o, quantomeno, non è facilmente reperibile bibliografia in
proposito) ma sempre lo riportano al terreno della propria vita, alla propria
storia: raccontando di sè, parlano del proprio dolore, di un sentire/vivere
un'esperienza profonda di rottura e scissione tra il pensiero ed il proprio
corpo che quella condanna ha sancito. E' il dolore una necessità naturale
della quale non mette conto parlare, un prezzo da pagare per la propria diversità,
non un sentimento che origina dalla "fatica del vivere" ma qualcosa
che acquista senso e significato solo quando lo si consegna ad altro da sè
(la medicina) quando si fa sintomo di un malfunzionamento, quando in una parola
diviene "malattia".
La malattia rappresenta così la questione da affrontare, la "cosa"
di cui dire:ed infatti le donne di questa parlano, del suo incidere nel quotidiano,
di quanto e di come si siano trovate costrette ad interrogarsi ed a riflettere
su ciò che inizialmente si percepisce come un tradimento del proprio
corpo e del conflitto, inevitabile e doloroso, che sempre l'incontro (o forse
sarebbe più corretto dire lo scontro) con l'istituzione sanitaria, intesa
sia come struttura organizzata che come insieme di rapporti/relazioni , scatena.
E' proprio nella malattia che fino in fondo si sperimenta il "non esister
come persona", l'annullamento totale del proprio corpo che, scomposto in
organi e funzioni, diviene oggetto di studio e sperimentazione per altri, alla
donna distanti ed estranei e che su questa estraneità/distanza fondano
il loro potere/sapere.
E che questo sia un sentire comune e diffuso lo dimostra il fatto che autrici
le più diverse per storia, cultura, nazionalità ed orientamento
politico (vicine o lontane dal femminismo) tutte narrino di questa esperienza
di annullamento della propria identità, del processo di sequestro ed
alienazione della propria sofferenza e del proprio dolore che l'iter terapeutico,
indipendentemente dal suo esito, ha in loro determinato.
Numerosa e variamente articolata è, infatti , la produzione letteraria
di donne su questo tema, alcune già scrittrici altre al loro primo impegno,
in tante hanno raccontato la loro malattia ( da Silvia Plath a Susan Sontag,
da Katie Millet a Janet Frame per citare solo le più conosciute) rompendo
quel muro di ipocrisia e falsa coscienza che una certa cultura ha costruito
intorno all'esperienza di malattia come evento rigidamente privato e da vivere
in modo nascosto ed isolato.
A scopo esemplificativo ho scelto di leggere alcuni brani da un libro, quasi
un diario di viaggio nella malattia, che a mio parere rende il senso di quanto
finora affermato.
Si tratta di " Una Vita Preziosa" scritto da Maxie Wander. Nata nel
1933 a Vienna da famiglia operaia e comunista la Wander nel 1958 si trasferisce
nella R.D.T. per, come lei stessa afferma, "contribuire a costruire il
mondo nuovo". Per anni vivrà all'ombra del marito svolgendo vari
lavori (dalla fotografa alla scrittrice di sceneggiature ed articoli per giornali
) fino al 1977 quando pubblica il suo primo libro dal titolo: "Ciao bella.
19 storie, quasi un romanzo" (trattasi di 19 interviste a donne tra i 16
ed i 92 anni). Immediato è il successo sia di critica che di pubblico,
ma la Wander non ha il tempo per viverlo dachè nello stesso anno esplode
la sua malattia (un tumore al seno ).
Maxie Wander muore il 20 novembre del 1977.
Ancora una notazione: nonostante la Wander abbia avuto un atteggiamento fortemente
critico rispetto alle forme di integrazione che lo " stato socialista"
concedeva alle donne rifiutò sempre che del suo libro si desse una lettura
"femminista" ritenendo che la specificità e la forza delle
sue storie stesse proprio in una lettura complessiva di queste (1).
Vedremo poi, come,la sua esperienza di malattia modificherà anche questo
suo sentire.
Il
primo brano è del 22 settembre 1976: da poco più di 10 giorni
Maxie è ricoverata, ha subito già una prima operazione e si interroga
sul suo futuro:
"Queste notti, questa paura e il mio rimuginare sui dottori, la loro
incerezza, il loro brancolare nel buio.Forse sono costretti a mentire, non tutti
sopportano la verità. Ma poi dovrebbero mettersi d'accordo su cosa dire.
Così invece il paziente che osserva e riflette e fa domande, domande
insistenti, viene a sapere solo un'accozzaglia di indicazioni, mezze bugie ed
incoerenze, che tradiscono impotenza e spesso perfino la immaturità umana
dei medici. E quindi il malato non si sente al sicuro e sprofonda nell'angoscia.
L'angoscia, ho letto una volta, deriva dal non sapere. Certo, l'angoscia può
anche derivare dal sapere. Ma i medici dovrebbero stabilire accuratamente quando
e che cosa un malato deve sapere e renderne conto. Ma a loro interessa solo
il tumore e questo è desolante!" (pag. 24-25)
Trasferitasi
in una clinica specializzata: si temono metastasi, Maxie aspetta ed annota:
27 ottobre 1976
"...Penso: per una paziente che si affida ciecamente al proprio destino
ed alle mani del medico forse tutto è più semplice. Non so. Ma
a una paziente che vuole essere informata, che osserva e registra tutto e fa
domande i dottori sono molto poco preparati. Ed io sono sbalzata dalla speranza
alla disperazione...." (pag. 48 )
Ancora
ricoverata ormai consapevole della gravità della malattia, cosi scrive
ad un'amica:
1 Novembre 1977
"...Sai Tanja che cosa mi dico da qundo sono qui? Non sono settimane
perse, è la mia vita che devo vivere il più onestaamente ed intensamente
possibile. Ho cominciato a dissotterrare le mie sorgenti sepolte. Allora sono
felice in ogni situazione.........Vivere sarebbe un'alternativa di prim'ordine!...."
( pag. 52-53 )
A
casa, in fase di riposo, così ricorda in una lettera l'esperienza di
ricovero.
31 Luglio 1977
"...Poi c'è l'ottantacinquenne, l'hanno ricoverata morente nella
nostra camerata. Allora sono accorsi i dottori, le hanno fatto iniezioni, iniezioni
per il cuore o che so io, trasfusioni, ossigeno, che solerzia, che faticaccia,
e sendo te, che cosa è successo...
Quella donna continua a vivere, perchè non l'hanno lasciata morire? Adesso
da' in escandescenze tutte le notti, grida, cade dal letto, ha vomitato, ha
cacato daperttutto, si rotola nella sua sporcizia, la puzza, il rumore, le corse
continue, i lamenti ... E dobbiamo stare tutti svegli a guardare questo dramma,
questo dramma spaventoso, come una persona non riesca né a vivere né
a morire ....
Le infermiere sono stanche, irritate, cercano di attirarla a letto, devono cambiare
di nuovo tutto...
E tutto questo davanti agli occhi di malati gravi, che desiderano solo un po'
di pace e tranquillita', che tuttavia non riusciranno ad ottenere! Per quale
motivo i dottori fanno questo. E se devono compiere simili assurdi esperimenti
con persone che stanno morendo (e certo a volte sarebbe più umanitario
che alcuni fossero lasciati morire) perchè poi a scena aperta, perchè
non dietro ad una tenda, in una camera a parte o che so io .... Chiudo qui,
Sofia, potrei continuare a raccontarti storie del genere per ore!"
(pag. 186)
A
casa, cerca di riprendere il suo lavoro di scrittrice, ha il progetto di scrivere
un libro di interviste ad uomini, ma sente la difficolta' di ciò e così
si confida con un'amica:
16 Agosto 1977
..."Sarebbe bello se potessi mettere a nudo (non allo scoperto) un po'
della loro paura di non essere alla altezza, il loro conflitto tra l'obbligo
di essere (onni-)potente ed il loro desiderio di sicurezza... Ma loro conoscono
molto meno delle donne i propri bisogni e le proprie angosce. Chiedono molto
meno alla loro personalita', o se non altro in modo diverso da noi donne. Le
donne vogliono diventare persone, gli uomini vogliono ottenere qualcosa, vogliono
avere successo e credono che sia necessario volerlo..." (pag. 198)
Ancora
a casa, così risponde ad una amica che le aveva scritto di un suo ricovero:
30 Settembre 1977
"... Io l'ho vissuta proprio come te: ma perchè non viene nessuno
e mi accarezza, mi pulisce il vomito dal collo e dai capelli, mi versa due gocce
di tè in bocca, mi guarda negli occhi e mi dice: <<Io so come si
sente, ma poi passa, anche la voce ritorna ed i dolori al petto sono dati solo
dalla narcosi, non ha nessun motivo di aver paura!>> - Nessuno mi ha mai
detto qualcosa del genere e mi domando come si possa fare in modo che i medici
se ne rendano conto. Non possono guarire le parti del corpo senza pensare a
tutta la persona, è veramente assurdo." (pag. 207)
La
sua ultima lettera:
11 Novembre 1977
"... A volte non ci credo più che guarirò. I medici non
riescono a venire a capo della febbre ..., che cosa devo fare con questa malattia?"
(pag. 212)
(1)Wolfgang Emmerich in suo libro sulla letteratura della D.D.R. a proposito di "Ciao bella " scrive:...quasi nessun altro libro dice tante cose della R.D.T. , quasi nessun altro fa tanto coraggio, perchè in esso prendono la parola donne che rifiutano di adeguarsi e mettono seriamente in pratica il diritto all'autodeterminazione nella vita quotidiana
C) La donna e la medicina.
Questa
perdita d'identita' dentro l'istituzione sanitaria, il passaggio da persona
sofferente ad organo malato, il desolante interesse dei medici per il tumore
e non per le persone, segue, nella storia della medicina, un iter molto simile
a quello che ha determinato l'esclusione delle donne dalla pratica della professione
medica, esclusione che soltanto di recente va scomparendo (forse però
sarebbe interessante approfondire quanto ciò sia dovuto ad un processo
di omologazione al maschile delle donne mediche) e che le storiche della medicina
datano tra il XVII ed il XVIII secolo (pare possibile stricamente affermare
che fino ad allora le malattie delle donne fossero affare di donne).
E' questa l'epoca in cui si compie, in modo definitivo la divaricazione netta
tra la medicina popolare e quella ufficiale. E' il periodo dei processi per
stregoneria, dell'attacco alle donne quali depositarie e portatrici di un sapere
da condannare perchè "contaminato" da irrazionalita' e sentimenti
non suscettibili di rigide codificazioni e perciò stesso pericoloso per
un potere che sulla "ragione" organizzera' e costruira' la sua credibilita'
ed il suo dominio.
Così radicale è questa esclusione, che si arriva a negare il genere
(trasformandone il nome al maschile) a donne che pure fino ad allora avevano
avuto peso e significato. (Mi riferisco in particolare ad un Trattato sulle
malattie delle donne, scritto da Trotula de Ruggiero, medica della Scuola salernitana,
la cui femminilita' è stata ridimostrata tra il XIX ed il XX secolo).
E negando il genere si nega contemporaneamente un patrimonio di conoscenza e
di sapere, riferito al soffrire ed al curare da donna a donna, sapere costruito
su un "sentire" solidale e su un essere del medico/medica totalmente
dentro la situazione del mal stare non solo per necessita' ma anche e soprattutto
per scelta consapevole. Non è questa la sede ma vale la pena di consigliare
almeno la lettura di quel trattato di Trotula (ristampato di recente) perchè
è dato di cogliere un'attenzione, una capacita' di ascolto di chi soffre
che molto richiama e dà risposte alle questioni che i brani prima letti
pongono.
Prima e fondamentale conseguenza di questa separazione tra malattia e malato
è la scissione, ancora oggi presente, che viene a porsi tra "curare"
ed "assistere" laddove l'assistenza rappresentera' il terreno subalterno
(questo si dà delegare alle donne) nei confronti di una medicina tutta
tesa a studiare ed interpretare le malattie in luoghi "asettici" e
distanti dal vivere quotidiano; ad inseguire un'impossibile guarigione, laddove
questa non è intesa come riconquista di un nuovo equilibrio psicofisico
del soggetto quanto piuttosto come rientro integrale (la restitutio ad integrum)
in una "normalita" i cui confini sono sempre labili ed aleatori.
E su la malattia così intesa, su una scienza che assume il corpo come
sommatoria di organi e funzioni, si costruisce quel modello di organizzazione
sanitaria che ancora oggi resiste.
Siamo agli inizi del XIX secolo, la dea Ragione domina il quadro culturale e
politico dell'Europa occidentale, non meraviglia, quindi, che proprio in quest'epoca
nasca la Psichiatria come scienza deputata ad occuparsi e a trattare quelle
forme di sofferenza che si esprimono attraverso comportamenti trasgressivi e
devianti fino ad allora considerati di origine sovrannaturale, divina e/o demoniaca.
L'operazione di annullamento ed alienazione del dolore dal sociale è
così compiuta. La psichiatria assume come suo terreno di indagine la
"sragione" come opposto di una ragione che della negazione della corporeita'
e del mondo dei sentimenti ha fatto il suo fondamento storico.
D) Le donne e la psichiatria.
In
un simile quadro culturale è evidente quale possa essere il destino delle
donne. Se difficile è il loro rapporto con la medicina generale, impossibile
e distruttivo diviene quello con la psichiatria. Non mi soffermerò a
lungo sul tema donna/follia dacché gia' in questo corso è stato
affrontato in modo esaustivo e completo. (Il I° seminario della Franca Ongaro
Basaglia).
Mi limiterò soltanto a richiamare alcuni concetti per dare ragione dell'esistere
di questo luogo.
Si disse allora come per le donne .... "l'ideale di salute mentale corrispondesse
all'accettazione di caratteri definiti da altri come precipuamente femminili,
specifici della sua natura. Come la non adesione ai ruoli naturali fosse fonte
di pesanti sensazioni morali e sociali" (F. Ongaro Basaglia) Si disse anche
come, nonostante i cambiamenti di questi ultimi decenni ancora le donne vivono
come "colpa" il desiderio di realizzarsi come persone in sé
e non solo in funzione di altri. E come questa colpa spesso sia origine di malattia
rappresentando questa l'unica possibilita' concessa e riconosciuta per esprimersi.
E come la psichiatria, la sua pratica terapeutica (in tutte le sue versioni)
altro non sia per le donne che conferma del non valore della loro diversita'
e proposta di appiattimento/omologazione a valori e comportamenti da altri definiti.
E) Centro Donna - Salute Mentale. Una risposta possibile?
Ed
è per contrastare e praticamente opporsi a questo che 5 anni fa un gruppo
di donne portatrici di sofferenza ed operatrici dei Servizi Salute Mentale iniziarono
un percorso che ha portato alla costituzione di Centro Donna - Salute Mentale
come luogo che risponde al bisogno di cura di un territorio e che offre iniziative
di salute a tutte le donne della città'. Servizio psichiatrico forte
e come tale portatore di regole istituzionali ma contemporaneamente pratica
allusiva ad un'alterita' possibile fuori della logica dell'occultamento e/o
dell'antagonismo.
Che il lavoro di cura delle donne abbia un'alta terapeuticita' è cosa
ormai acquisita per tutti. E' il prendersi cura costruire legami e relazioni
dentro le quali la soggettivita' possa esprimersi, comporre un mosaico nel quale
ciascuno/a possa esserci/riconoscersi come soggetto attivo e passivo nel medesimo
tempo.
Relazioni, reti sempre misconosciute o travisate allorquando vengono interpretate
secondo categorie come dipendenza/dominio (il transfert-controtransfert dell'analisi).
Queste categorie costruiscono una gerarchia che rimanda a valori oggettivi e
formalmente astratti. Ripercorrere l'intreccio, individuare nella rete una gerarchia
altra di valori soggettivi e come tali non più assoluti è il primo
passo per rompere l'antinomia vincere/perdere (la guarigione come sconfitta
della malattia) e delineare quella scelta di vivere cui si riferisce la Cassandra
di Christa Wolff ("tra vivere e morire preferisco esistere"). Per
comprendere come si sia agito per costruire una rete siffatta e quali siano
state le strategie pratiche messe in atto impone di riferire l'esperienza dall'inizio.
Si assunse allora la "faziosita'", il punto di vista di parte come
chiave di lettura che permettesse di esplicitare il non detto, di far emergere
quell'insoddisfazione sempre occultata e negata in nome di un complessivo che
poi alla fine non accontentava mai nessuno.
E fu così che parole come accudimento, attesa, relazione, soggettivita'
diventavano altro, svelavano significati insospettabili, entravano nel relativo
del vivere quotidiano potendo così assumere alternativamente connotati
non solo differenti ma a volte contrapposti. Un esempio in proposito per far
meglio comprendere quanto si viene dicendo. La parola "attesa" porta
con sé tutta una serie di significati negativi. E' il tempo che trascorre
inutilmente, che deve essere sempre annullato, tutto nell'attuale organizzazione
sociale tende (o almeno dovrebbe tendere) a ridurlo: si parla di "tempi
morti".
Del tutto diverso appare il discorso dalla parte delle donne. Per noi il tempo
dell'"attesa" è importante, è il tempo della preparazione
e della trasformazione del corpo, dell'apprendimento di ciò che sta per
accadere. Tempo che non può essere compresso ed annullato, ma che, anzi,
va intensamente vissuto perchè ricco di sensazioni ed emozioni sempre
nuove anche se antiche.
Per troppo tempo ignorata l'attesa riconquista così un valore ed un senso,
da esperienza intima e personale si trasforma in attenzione all'altro da sé,
in rispetto dei tempi naturali, in capacita' di ascolto e valorizzazione del
silenzio. Non più tempo morto ma tempo da salvaguardare e valorizzare
per evitare la durezza del primo impatto, per imparare a rispettarsi ed a reciprocamente
ri/conoscersi prima di iniziare qualcosa, qualunque essa sia, insieme. Come
per l'attesa così per molti altri concetti/parole diviene possibile leggere
l'esperienza delle donne in modo più concreto e lineare riconducendola
al divenire quotidiano e contemporaneamente sottraendola ad astrazioni e a teorizzazioni
a lei estranee.
Così anche parole come emancipazione, autonomia, potere, diventano altro,
acquistano nuovi significati dacché per vivere non è più
necessario affermarsi negando l'altro da sé, rompendo la continuita'
con la madre ma anzi proprio in questa e nella reciprocita' affermare e confermare
l'esistenza.
Si delinea così e si dipana nello svolgersi della pratica quitidiana
la possibilita' di agire/dire un'etica terapeutica strettamente ancorata alla
corporeita'. Pratica che si costruisce e si definisce nella costante mediazione
tra bisogni ed esigenze diverse e differenziate, talvolta contrapposte al fine
di connetterle e raccordarle senza che sia necessario escluderne nessuna.
Etica del sentimento così come della ragione, della soggettivita' così
come dell'oggettivita', etica della corporeita' così come del pensiero,
in una parola etica del concreto contro l'etica dell'astratto.
E quando la ragione si fa materia, il corpo ritrova il suo linguaggio, la sua
espressivita', esce dal mondo delle merci per riacquistare il suo valore originario.
Molteplici diventano così le possibilita', le strade da percorrere, il
dire ed il pensare, non più costretti nell'assoluto, riconquistano la
loro relativita' e, misurandosi nel divenire quotidiano, assumendo di volta
in volta significati ed intenzionalita' le più diverse possono permettersi
il lusso dell'errore. Ed è l'errore, la possibilita' di verificarsi senza
le paure della condanna o del giudizio superiore lo strumento principale di
questo nostro percorso. Errore come molteplicita' di direzione, quasi un errare
alla ricerca di un cammino comune per costruire una strada dentro la quale riconnettere
le diramazioni, i viottoli, un paesaggio il più variegato possibile.
Errore che nasce dalla consapevolezza della non "unicita'" del reale,
dall'aver sperimentato la fatica del vivere quotidiano e, contemporaneamente,
la ricchezza del "negativo", la necessita' storica, divenuta ormai
capacita' naturale, di continuamente riconettere ciò che altri separarono.
Ed anche il confronto diviene così più facile e costruttivo, dacché
non di vittorie si è alla ricerca ma della possibilita' di costruire
un luogo che tutti/tutte possa contenere ed accogliere.
Strategia dell'errore come possibilita' di profondamente incidere e trasformare
il reale, dacché i poteri che in questo modo emergono e si delineano
non hanno più aggettivi ma solo significati. E' il potere infatti l'intenzionalita'/opportunita'
concreta di agire un obbiettivo, di indicare modalita' e relazioni sempre suscettibili
di cambiamenti e modificazioni. Potere perciò stesso non più immutabile
ma continuamente sottoposto alla verifica del suo farsi corpo, concretezza e
materia.
Potere che come il corpo seduce e si sostanzia in forme e modi anche per noi
spesso sconosciuti. Corpo come modalita' di comunicazione come possibilita'
di stabilire continuita' tra prima e dopo, e di delineare il confine con l'altro
da sé senza che ciò diventi violenza o negazione. Corpo che riconosce
il conflitto come necessario e vitale ed in questo riconoscimento lo assume
costruendo le mediazioni tra punti di vista contrapposti, ricollegando gli antagonismi
e rompendo le antinomie.
Ed è per questo che a Centro Donna non si parla più di dipendenza/autonomia
(self-help) ma di relazioni e crescita, non del terapeutico come cura abbandono
ma di reciprocita' della riproduzione sociale, non di pace/guerra ma di Conflitto/Mediazione/Rispetto.
Questo percorso, questo agire con l'unico obbiettivo che tutte le donne possano
con Gabriella dire:
Ti senti sola in mezzo ad una folla
chiassosa e rissosa di persone
ammassate ti manca l'aria.
Cerchi in questo spazio, disperatamente una via d'uscita,
un bagliore di luce, una porta che ti porti fuori
da quell'orribile tunnel in cui stai vivendo.
Corri ansimante, angosciata la trovi. Sei salva.
Sei in un mondo nuovo, tra persone che piangono
dei tuoi dolori e disavventure
che ti capiscono e ti offrono una mano sicura.
e
nessuna debba più chiedersi come Kate Millet nel suo libro "Il Trip
della follia":
"... perchè non chiamarla sofferenza? Hai permesso che la tua sofferenza,
persino l'offesa che hai subito, venissero trasformate in malattia. Hai lasciato
che la tua opprimente ed apparentemente inspiegabile sofferenza di fronte a
ciò che ti è stato fatto, il trauma e l'infamia del trattamento,
venissero trasformate in misteriosa psicosi. Come hai potuto permetterlo?".
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI.