Assunta
Signorelli
Articolo
pubblicato su "I Generi della violenza" Tipologie di violenza contro
donne e minori e politiche di contrasto a cura di G.Del Giudice, G.Bambara,
C.Adami Edizioni Franco Angeli 2002
CENTRO DONNA-SALUTE MENTALE GENERE E POTERE: CONVIVENZA IMPOSSIBILE ?
A
Trieste, città dove è nata l'esperienza di distruzione dei manicomi
e della costruzione di una rete di servizi territoriali in grado di affrontare
le questioni poste dalle persone portatrici di sofferenza psichica con risposte
articolate (dai centri di salute mentale aperti 24 ore alle cooperative sociali)
ha operato dal novembre del 1992 fino all'ottobre del 2000 Centro Donna-Salute
Mentale, servizio forte articolato sulle 12 ore, con un'équipe composta
solo da operatrici, rivolto al bisogno di cura delle donne di un territorio
e, per la coesistenza in esso dell'associazione "luna e l'altra",
punto di incontro e di riferimento teorico pratico per tutte le donne della
città.
Centro Donna-Salute Mentale é stata la risposta che un gruppo composito
di donne ha dato alle questioni poste dalla differenza di genere che, dopo la
chiusura del manicomio, sono divenute centrali per affrontare la sofferenza
psichica come riconoscimento di specificità e valorizzazione delle diversità
singolari oscurate dalla psichiatria istituzionale subalterna alla cultura del
più forte.
L'essersi poste come genere e come soggetti all'interno di un'istituzione forte
e radicata nel territorio, come i Centri di Salute Mentale triestini, ha reso
possibile confrontarsi con la scienza psichiatrica utilizzando le letture che
oggi le donne propongono nei diversi campi del sapere.
Si sono preferite discipline come la storia, la letteratura e l'arte che, per
la loro estraneità alla medicina, non rischiano di essere mangiate e
digerite da questa, come é successo ai saperi medicali di memoria femminile,
quelli che compongono il mondo delle terapie dolci, ormai completamente assorbiti
nel Grande Mercato e, quindi, omologati e spogliati di ogni potenzialità
realmente trasformatrice perché rinchiusi in un mondo a sé, fuori
dai conflitti.
E quelle discipline hanno portato allo scoperto i nessi esistenti fra le storie
delle donne che, nel corso dei secoli, hanno sperimentato forme di opposizione
ad un potere che le voleva docili e subalterne. Dalle eroine delle tragedie
greche alle donne che, oggi, affollano i servizi psichiatrici e gli studi degli
psicoterapeuti, passando per le mistiche, le indiavolate e le streghe, un filo
comune, sotterraneo ma resistente, attraversa la storia del genere.
Mi riferisco al fatto, ormai da tutti e tutte riconosciuto, che la volontà
di opporsi ad una legge altrove scritta e di affermare la propria soggettività
spesso, paradossalmente, coincide con la propria distruzione per cui molte volte
il disagio psichico altro non é che una forma esasperata di resistenza
ad un mondo e a una cultura altra rispetto al proprio sentire e volere.
Forme di resistenza e volontà di opposizione che continuamente deve misurarsi
con la questione del potere inteso come possibilità sia di essere quel
che si é sia di incidere e contare dentro le istituzioni .
Questione del potere che tanto più si pone quando, come é accaduto
a noi, operatrici di centro donna, si decide di attraversare l'istituzione come
soggetti attivi e, quindi, necessitate ad assumere il potere come dato di realtà
e nello stesso tempo come strumento per costruire luoghi dentro i quali le donne
possono sperimentarsi come soggetti autonomi.
Fin dall'inizio dell'esperienza eravamo consapevoli che con questo avremmo fatto
i conti: semplici erano le domande che accompagnavano il nostro tentativo di
affrontare, come donne, la gestione di un'istituzione. Due questioni fondamentali
avevamo di fronte, una che ci riguardava come operatrici nella direzione di
lavorare insieme senza nell'ordine:
L'altra
questione, più strettamente legata al rapporto donne-psichiatria, era
capire se e come era possibile affrontare la malattia e scioglierla non in astratte
diagnosi o in modelli interpretativi omologanti ma nel riconoscimento di una
specificità "di genere" della sofferenza assumendo come dato
fondamentale da cui partire l'irriducibilità della storia di ciascuna.
Su questo siamo andate avanti, perché ritrovare nella storia di altre
pezzi della propria storia ha permesso a tutte, certamente in modi diversi e
particolari, di trovare un senso al proprio malstare, senza cercare le colpe
in sé o nelle persone più care e vicine, iniziando quel processo
di consapevolezza che si acquista nel riconoscere un senso ai propri comportamenti
"disturbati", unico processo reale di superamento della malattia,
visto che in psichiatria parlare di guarigione non ha senso.
E questa singolarizzazione del percorso terapeutico ci ha liberato dall'ideologia
che presume di totalizzare la lettura della storia dell'altro/a riconducendola,
attraverso astrazioni successive, all'interno di categorie generali costruite
su medie statistiche e normative.
Estraneità a categorie nosografiche ed inquadramenti diagnostici che
ha reso possibile proporsi come riferimento ed approdo per tutta una serie di
questioni e problemi che segnano l'esistenza femminile nel suo declinarsi quotidiano.
Problemi attinenti alla "normalità" femminile, a quella che
Galimberti chiama "l'identità coatta" che la legge e l'ordine
sociale impone al genere e, come tali, difficilmente oggetto di presa in carico
da parte delle istituzioni sanitarie in generale, della salute mentale in particolare,
se non quando danno origine a patologie chiaramente riconoscibili.
Contraddizione, questa, difficile da affrontare e sciogliere perché,
se da una parte, la psichiatrizzazione della normalità della donna è
operazione che non aiuta il genere, dall'altra il non tener conto sul terreno
istituzionale, di quella sofferenza che, comunque, la normalità determina,
costringe la donna in una sorta di terra di nessuno dove il rischio della solitudine
e della negazione di sè è altissimo e, spesso, ineludibile.
E in questa terra di nessuno le donne si misurano con la perdita di significato
e di valore del proprio sentire e volere e, di necessità, apprendono
le regole di un gioco a loro estraneo. Gioco che le vede, comunque, perdenti
perché costrette a vivere attraverso gli altri assumendosi colpe e responsabilità
legate a ruoli e funzioni "naturalmente" definite.
Nasce, così, quel modello precostituito di donna, moglie e madre, che
di tutto tiene conto tranne che della soggettività di ogni singola donna
e che , nella "famiglia normale", giustifica l'esercizio, da parte
del padre/padrone, di qualsiasi forma di violenza e di appropriazione.
Certo oggi lo scenario complessivo é cambiato, per certi versi si é
fatto più confuso e difficile da affrontare dal momento che coesistono
modelli culturali diversi e fra loro contraddittori; le politiche dell'uguaglianza
perseguite nel secolo appena trascorso se da un lato hanno rafforzato la soggettività
femminile dall'altro hanno determinato processi di omologazione al maschile
e conseguente colpevolizzazionne delle vittime di violenza come epigoni di una
storia che si vorrebbe finita per sempre.
In questa contraddizione, nell'esplicitare l'ambiguità ed il doppio che
l'essere donna oggi significa, si è declinata la pratica di Centro Donna
allorquando, nell'assunzione della specificità di genere come categoria
di riferimento, ha affrontato la questione della violenza sessuale dentro la
storia e l'esistenza di ciascuna mettendo in atto percorsi di autoriconoscimento
e di liberazione evitando processi di psichiatrizzazione e/o di psicologizzazione
e, nello stesso tempo, costringendo l'istituzione sanitaria a declinarsi e articolarsi
secondo i bisogni e le necessità delle donne.
In molte occasioni é riuscito il tentativo, in genere utopico, di rompere
tutte le categorie: quando qualcuna, non era importante quale fosse il suo ruolo,
poteva "mettere in scena" la propria storia senza il timore di ricondurla
all'astratta ripetitività dei modelli interpretativi, scoprendo il valore
e il significato della propria unicità ed intuendo la necessità
di dare un nome al proprio dire e al proprio fare oltre ed al di là del
linguaggio del padre.
Sulla necessità, per le donne, di nominare il proprio fare, le cose che
faticosamente costruiscono e producono ritengo necessario soffermarmi perché,
a mio parere, intorno ad essa ruotano molte delle questioni che riguardano la
possibilità di, finalmente, vivere fuori della tutela del padre in una
condizione di autonomia piena e di reciprocità con l'altro da sé
non più mutuata da modelli che si pretendono "naturali" ma
che di naturale hanno solo la "inferiorità" femminile di aristotelica
memoria.
Alle donne non é permesso nominare nemmeno i propri figli, il legame
che unisce, per quanto naturale, non ha diritto di esistenza nell'ordinamento
legislativo di quasi tutti i paesi cosiddetti democratici e civili, é
il padre che dà il nome e, con quest'atto sancisce il suo diritto sulla
madre e sul figlio, la figlia, "naturalmente incapaci".
Forse come dicono molti e molte, la questione é del tutto secondaria
se rapportata a discriminazioni e disequità più macroscopiche
e con ricadute economiche significative, eppure, a ben riflettere, le sue conseguenze
sono state devastanti.
E, infatti, la vergogna e lo stigma che per anni ha segnato non solo le madre
ma anche i figli e le figlie, definiti illegittimi o naturali (paradosso di
una società che pone fuori legge la natura!) é qualcosa dalla
quale non é più possibile prescindere quando si affronta la questione
dell'autonomia femminile.
Quale autonomia riconoscersi, quale valore darsi quando anche ciò che,
nel bene e nel male, segnala da sempre la nostra specificità, per avere
diritto di cittadinanza piena ha bisogno di porci ai margini, fuori del diritto
e dalla parola?
Qui sta il nocciolo del problema, perché quest'impossibilità di
nominare é stata assunta dalle donne come alienazione necessaria da estendere
ad ogni proprio gesto o azione che, fuori dell'approvazione e dalla tutela maschile,
non ha leggittimità e riconoscimento.
Anche noi, non siamo riuscite a fare a meno della tutela e del riconoscimento
maschile e, così, siamo cadute nella trappola di riportare al nostro
interno la contraddizione preferendo la reciproca invalidazione piuttosto che
assumere la radicalità di un percorso autonomo comunque difficile ed
in continuo divenire perché fondato non su riferimenti consolidati ma
sulla critica dell'esistente.
Per questo la domanda che c'eravamo all'inizio poste, quella del rapporto donne
e istituzioni, é ancora senza risposta poiché dall'ottobre del
2000 Centro Donna non esiste più: non siamo state capaci di esplicitare
i nessi ed il legame fra l'antagonismo nei confronti delle istituzioni che la
nostra pratica quotidiana produceva ed il nostro essere comunque istituzione
di potere.
E che la questione irrisolta rimandi, comunque, al rapporto donne e potere nelle
istituzioni, lo dimostra il fatto che "Luna e l'altra", l'associazione
che fin dall'inizio aveva affiancato il centro nella riflessione ed elaborazione
teorica intorno alla pratica del centro e nell'intreccio di attività
con donne provenienti da altre storie e percorsi, continua attivamente ad operare
sul terreno della salute e della cultura delle donne.
Forse questa non é stata la sola ragione che ha determinato la fine dell'esperienza;
forse sono possibili anche altre letture, tutte, come spesso accade, con pezzi
di verità parziali, dal momento che la realtà, come la vita, non
si lascia mai rinchiudere in definizioni o interpretazioni univoche e totali.
Ma quello che mi appare abbastanza convincente è il fatto che, al di
là di polemiche o riduzionismi di piccolo cabotaggio, questa chiave di
lettura rende possibile una riflessione laica non solo sulla nostra esperienza
ma anche su quella più generale della diffusione del disagio femminile
e dell'aumento del fenomeno della violenza contro le donne entrambi, in quest'ottica,
espressione di impossibilità per le donne di autodeterminarsi nel proprio
esistere quotidiano.
Assunta
Signorelli Giugno 2001