Letteratura
Scritti sull'esperienza triestina
Trieste e la scena internazionale
"Documento di introduzione alla tavola rotonda: Leros, manicomio
d'Europa"
C. Baldi (DSM Trieste), Tavola rotonda Leros: manicomio d'Europa, Reseau
internazionale di Psichiatria –Trieste 1998
Leros è una piccola isola greca nel mare del Dodecanneso, che
dal 1912 alla fine della II guerra mondiale è stata colonia italiana.
Durante i 50 anni di occupazione l'isola, per i vantaggi della sua posizione
geografica, è stata una importante base navale dell'Egeo.
Nel 1947, con la fine del colonialismo, il Dodecanneso si riunisce alla
Grecia. I 7000 militari alloggiati in Leros vengono evacuati e gli edifici
delle caserme restano vuoti e abbandonati.
Questo segna il destino di Leros tragicamente, come tante altre, l'isola
diventa un luogo di deportazione, di esilio e di tortura.
Infatti nel 1949, dopo la guerra civile che vede la vittoria della destra,
in un reparto delle caserme furono istituite le cosiddette "Scuole
Tecniche Reali", che costituirono un centro nazionale per la rieducazione
dei figli dei dissidenti politici. Circa 5000 giovani passarono per queste
scuole, vivendo in condizioni di caserma. D'altra parte 200 persone della
popolazione dell'isola vi lavoravano.
Dopo l'unione con la Madrepatria l'isola entrò in una grave crisi
economica.
In tutto il paese mancavano gli investimenti economici. Così i
politici eletti al Parlamento dalla regione del Dodecanneso videro un'occasione
da non perdere nella necessità di ridurre l'affollamento dei vari
ospedali psichiatrici esistenti in tutta la Grecia, in cui alla fine della
guerra civile si trovava un numero elevatissimo di internati.
Un decreto reale fonda la cosiddetta "colonia di Leros per psicopatici",
con il compito di provvedere non solo alla cura dei pazienti del Dodecanneso,
ma anche al trattamento di pazienti cosiddetti cronici provenienti dagli
altri ospedali. Con questo decreto nasce a Leros la deportazione psichiatrica.
Uno degli obiettivi ufficiali era "la riabilitazione e la risocializzazione,
attraverso il lavoro, dei pazienti in una colonia agricola". Di fatto
invece la cosa prese proporzioni mostruose. I malati furono concentrati
su grandi navi da guerra, con un numero sul petto che corrispondeva ad
un nome su una carta. Nel viaggio molti di questi numeri si persero e
a tutt'oggi, nonostante ogni tipo di ricerca, per un gran numero di essi
il nome resta ignoto. Dagli iniziali 650 posti letto si arrivò
ai 2650 del 1965 e in quello stesso anno la "Colonia" prese
il nome di "Ospedale Psichiatrico".
Con la dittatura dei colonnelli dal 1967 al 1974, Leros diventò
luogo di campi di concentramento anche per 4000 prigionieri politici.
I precisi interessi economici, che si erano creati attraverso il meccanismo
delle forniture all'ospedale psichiatrico, erano rafforzati anche dal
meccanismo delle forniture alimentari per i prigionieri politici. Si giunse
ad una situazione orribile: nel 1971 i commercianti dell'isola arrivarono
a protestare perché la dittatura militare aveva concesso l'amnistia
a molti prigionieri e spostato i campi di concentramento di Leros in altre
regioni del paese.
Complessivamente più di 4000 malati passarono per l'Ospedale dal
1958 al 1981. In tale anno i posti-letto dell'Ospedale Psichiatrico erano
2750. Ma nessuno era stato dimesso: tragicamente, la morte era l'unica
modalità di dimissione.
I due criteri fondamentali, con cui erano stati scelti i malati da deportare
a Leros, erano:
I) la diagnosi di malattia grave e la difficoltà di gestione,
II) la constatazione dell'abbandono del malato da parte dei familiari
(almeno uno o due anni senza contatti).
Nel 1981, l'anno in cui si registra il maggior numero di pazienti ricoverati,
un gruppo di medici che svolgeva il proprio tirocinio, denunciò
le gravissime condizioni di vita degli internati in un simposio internazionale,
chiese che i ricoveri fossero interrotti e che l'ospedale fosse chiuso.
Nel 1982 un documentario girato da Kostizoi (oi azetetoi , “gli
abbandonati”), contribui'in maniera sostanziale a sensibilizzare
l'opinione pubblica sulla questione di Leros.
Nel 1984, la CEE finanziò la riforma psichiatrica in Grecia,
assegnando un contributo sostanziale per l'Ospedale di Leros. Ma nei fatti
nessun progetto venne implementato e fino al 1989 solo il 20% dei contributi
risultò realmente realizzato.
Un solo cambiamento fu fatto all'interno dell'ospedale: gli internati
furono suddivisi per categorie sulla base di criteri diagnostici e di
valutazioni funzionali Furono creati reparti omogenei e furono costituiti
così anche il famigerato reparto 16 per gli uomini e il reparto
2 per le donne, dove furono ammassate le persone “gravi” dal
punto di vista psichico, con handicap fisici e grave ritardo.
Nelle ordinate villette degli ex ufficiali furono alloggiati invece gli
internati più funzionali, che potevano tranquillamente autogestirsi.
La situazione rimase dunque estremamente difficile e, anche per la mancata
utilizzazione dei fondi CEE,
lo scandalo dilagò a macchia d'olio.
Ma la crisi politica del giugno 1989 non permise il proseguimento di
questo piano.
Così il problema arrivò all'attenzione dello stesso Parlamento
Europeo, in cui si pensava persino di bloccare i finanziamenti e imporre
severe sanzioni alla Grecia. Lo scoppio della guerra del Golfo fece mettere
da parte la discussione quando era già stata programmata.
Il Ministro della Sanità greco lanciò allora un appello
a tutte le agenzie psichiatriche del paese perché si organizzassero
programmi di intervento e formazione del personale. Furono presentati
27 programmi, tra i quali furono scelti 10. Ma nessuno prevedeva interventi
di lunga durata all'interno dei reparti dell'Ospedale: venivano organizzati
13 ostelli in varie parti della Grecia, per collocare in ognuno 9 o 10
ospiti che sarebbero stati scelti tra gli internati di Leros dai vari
gruppi di intervento - nel giro di due mesi di lavoro - guardando in particolare
al loro luogo di origine.
L'incongruità di questi programmi era evidente, dato che ben
1000 internati restavano fuori da ogni intervento (su 1100 che c'erano
nel 1991, all'inizio dei lavori). Ma i progetti furono intanto approvati
per un costo molto elevato: ben 1 miliardo e 250 milioni di dracme.
Solo sotto la costante pressione della comunità internazionale
fu approvato un altro progetto, che proponeva un intervento di deistituzionalizzazione
all'interno dell'Ospedale: precisamente un intervento per i padiglioni
11 e 16, reso possibile dal fatto che per questi settori (e solo per questo)
delle proposte concrete furono avanzate dallo psichiatra direttore di
settore, dottor Megaloeconomou. Questo nuovo progetto fu approvato prevedendo
un intervento che interessava 400 internati per un costo limitato di 460
milioni di dracme. Al progetto presero parte, oltre ad un gruppo di specialisti
greci, equipes straniere di consulenti tecnici provenienti da Trieste
(italia) e da Maastrict.(Olanda) che condivisero l'intervento di lunga
durata all'interno dei reparti dell'ospedale e sostennero tale strategia
di intervento. Nel 1993 il progetto fu rinnovato ed esteso per tutti i
settori dell'ospedale.
Quando nel 1991 si dette avvio all'attuazione dei programmi, c'erano profonde
divisioni e conflittualità sia fra i partecipanti ai due diversi
progetti, sia fra le diverse equipes di intervento, fra le due equipes
straniere che si ispiravano a concezioni diverse, ed anche all'intemo
del gruppo di ispettori CEE, che ogni tre mesi controllava l'andamento
dei lavori.
In sostanza si scontravano due impostazioni opposte.
Da un lato il compito dell'intervento era individuato in una umanizzazione
del manicomio: rendere l'ospedale più dignitoso e pulito, imbiancare
le pareti, mettere le lenzuola sui materassi, dare ai malati cibo sufficiente
debellando le anemie e le carenze vitaminiche, fornire loro vestiti adeguati,
il tutto sempre in un ordine disciplinato e silenzioso all'interno della
recinzione dell'ospedale, perché precise diagnosi psichiatriche
sancivano in nome della pericolosità sociale la necessità
di contenzione di quei malati, con la perdita di ogni diritto e l'esclusione
dalla società.
Dall'altro invece come compito dell'intervento si intendeva un vero
e proprio lavoro di deistituzionalizzazione: ( l'equipe triestina in pieno
accordo con il Direttore greco del progetto), l'abbattimento di ogni muro
di contenzione e di separatezza, la restituzione di libertà e di
diritti, e tutto questo come premessa necessaria per affrontare quindi
l'intervento di riabilitazione, ricostruire le singole soggettività,
le capacità di scelta e interazione, recuperare le identità
biografiche, origini, nomi, reti familiari, possibilità di riaccoglimento
e solidarietà.
In questa seconda prospettiva, appariva sbagliato tentare di collocare
dei malati in ostelli senza scambio reale con la realtà circostante
che ormai non riconoscevano più dopo quaranta anni di lontananza,
in assenza di reti sociali e familiari, in situazioni prive di servizi
sociali e psichiatrici di sostegno per affrontare una vita più
libera e dignitosa: alla prima difficoltà, al primo sintomo di
crisi , sarebbero ritornati nel più vicino Ospedale Psichiatrico.
Sembrava produttivo, invece, lavorare sul cambiamento delle relazioni
fra ciascun malato e i suoi guardiani, trasformarlo in uno scambio tra
soggetti, liberando l'uno e l'altro da meccanismi di oppressione e violenza.
Lavorare quindi sul cambiamento delle relazioni fra internato e isolano,
rendendo permeabili i luoghi fino ad allora separati, sviluppando partecipazione
e coinvolgimento attivo sul piano economico e socioculturale, in un ottica
di impresa sociale, in cui un armonico sviluppo dell'isola includesse
anche l'effettiva integrazione degli internati.
Laddove fosse stata realmente possibile un ritorno a casa, questa sarebbe
stata naturalmente una scelta prioritaria!
Il lavoro fianco a fianco dei malati, intesi sempre come soggetti attivi,
portatori di bisogni , protagonisti del cambiamento, ha tracciato di fatto
le linee-guida di una trasformazione negli anni a venire.
La scelta della strategia di intervento era complicata dal conflitto con
forti interessi economici per la dipendenza dell'intera comunità
dall'economia dell'Ospedale. Da un lato il gruppo dei grandi fornitori,
piccolo ma potente, traeva enormi risorse dall'istituzione psichiatrica.
Dall'altro il gruppo dei più importanti operatori turistici, che
temevano che la circolazione dei "matti" fosse uno spettacolo
inadeguato per i turisti. Intanto, tutte le famiglie di Leros temevano
che l'intervento di trasformazione in un modo o nell'altro potesse danneggiarli,
dato che uno o due membri di ognuna di esse era impiegato nell'ospedale.
Perciò, all'inizio, la Comunità dell'isola era compatta,
tutta pronta a difendere la permanenza dell'Ospedale e la continuità
della sua organizzazione come grande istituzione chiusa e separata.
Il paziente lavoro di deistituzionalizzazione, lentamente e con grande
difficoltà, ha progressivamente incrinato la compattezza di questa
opposizione. L'uscita degli internati, con gli operatori, per le strade
dell'isola ha consentito una graduale reciproca conoscenza, ma anche l'individuazione
da parte di proprietari di bar, taverne e negozi di una nuova fonte di
reddito. L'affitto di appartamenti, l'acquisto di arredi, vestiti, delle
cose necessarie per la normale vita quotidiana determinavano una redistribuzione
delle risorse dell'Ospedale. Insomma, l'acquisizione da parte dell'internato
di uno status di "cliente" ha favorito la caduta di molti pregiudizi
sulla diversità.
Contemporaneamente l'introduzione della pratica di lavoro cooperativistico
come fonte di reddito per gli internati ha fornito nuovi modelli di organizzazione
produttiva e mostrato la via di una riconversione economica dell'Ospedale.
Il personale che lavorava nei reparti, in questa realtà non oppressiva,
ha avuto la possibilità di recuperare il proprio patrimonio di
cultura e di tradizioni, riportando l'esperienza di antichi mestieri (pesca,
agricoltura, artigianato) nel lavoro delle cooperative.
La comunità intera dell'isola non solo ha cessato il proprio blocco
di opposizione, ma ha veramente recuperato, con lo sviluppo di queste
esperienze, valori di civiltà. Con una dignità che l'indirizzo
dei drammatici decenni di questo secolo avevano soffocato, nella Comunità
di Leros oggi si discute di esclusione sociale e di sviluppo civile dei
diritti umani.
Due anni fa è stato approvato un progetto speciale per Leros di
sviluppo economico: si prevede la riconversione economica dell'istituzione
psichiatrica in Cooperativa integrata di infermieri, cittadini e malati.
Si attende che venga approvate a livello nazionale la legge sulla costiutuzione
autonoma delle cooperative.
Questo non vuoi dire che sia ora presente un solo modo di pensare.
Ancora oggi si fronteggiano due parti:
- da un lato i gruppi dominanti e aggressivi che potrebbero ancora
trarre benefici dalle forniture alla struttura ospedaliera tenuta separata;
- dall'altro gruppi che si battono per uno sviluppo sociale ed economico
più equo e armonico, con attenzione per la salvaguardia dei diritti
dei malati e guardando al complessivo patrimonio culturale e tradizionale
dell'isola.
Un conflitto (o una forma diversa dello stesso conflitto) si verifica
anche nell'opposizione tra:
- una parte che vorrebbe definire come chiusa la "questione Leros"
- una parte che vuole assicurare con la continuità dell'intervento,
il raggiungimento di tutti i risultati di più ampia prospettiva
del lavoro svolto.
La "questione Leros", rimane dunque aperta ed è questione
internazionale, perché il portato umano, culturale e scientifico
di questa esperienza interessa in maniera drammatica operatori, amministratori,
politici della Grecia intera, dell'Europa e degli altri Continenti, poichè
la scottante questione dei trattamenti di esclusione e di violenza delle
istituzioni totali attraversa tutti i Paesi del mondo intero.
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