Assunta
Signorelli
Penso
che oggi, in riferimento alla questione degli O.P.G., dovremmo avere lo stesso
coraggio che avemmo venti anni fa quando chiudemmo i manicomi.
In tempi nei quali si discute dell'ergastolo come di una sanzione indegna di
una società civile, è doveroso affermare la necessità della
soppressione dei manicomi criminali, luoghi dove l'intreccio e la confusione
di termini opposti quali "cura" e "sanzione" determina,
di fatto, una situazione di sostanziale impossibilità dell'agire.
Emblema dell'impossibilità della ragione di comprendere il reale in tutte
le sue sfaccettature e differenze, nei manicomi criminali vengono rinchiuse
quelle persone, uomini e donne, portatrici non tanto e non soltanto di sofferenza
psichica ma piuttosto di una modalità di esistere incomprensibile per
la "ragione".
Se la scienza di fronte a certi gesti dichiarasse la propria incapacità
di comprendere e denunciasse i propri limiti sarebbe possibile, forse, affrontare
la questione vera.
Questione vera che si definisce semplicemente come paura di affrontare i tabù
e le certezze che fondano la cultura dominante, psichiatrica o giuridica che
sia.
Il nodo centrale dell'incapacità psichica attiene sempre e soltanto al
mondo dei sentimenti e delle passioni, mondo per definizione estraneo alla ragione
e che ha diritto di esistenza soltanto se ad essa si subordina e su di essa
si declina.
Confrontarsi in modo laico con questo mondo, assumerlo come parte del reale,
ripercorrerne nessi e legami che lo determinano con la sola pretesa di ricondurli
sul terreno della concretezza del quotidiano e, quindi, della possibilità
dell'esistere, permette di affrontare molte delle questioni che quei gesti,
estranei alla ragione, pongono.
Così facendo non serve più delegare ad un mondo altro, quello
della follia, ciò che nella vita accade, svuotare di senso e valore gesti
ed azioni che per chi li compie sono, invece, pregni di significato ed affetti
che, finalmente, possono essere rielaborati e compresi per quello che realmente
rappresentano e significano.
Questo dire, il proporre riflessioni ed interrogativi, nasce da un agire pratico
che a Trieste da tempo sperimentiamo avendo verificato come sia possibile, con
la legislazione vigente, evitare l'O.P.G quando, nel riconoscimento delle diverse
competenze e specificità di ruoli, psichiatria e giustizia spezzano il
legame perverso che le unisce e separatamente agiscono, ciascuna sul proprio
terreno, la relazione con l'altro/altra sulla base del riconoscimento dei propri
limiti e confini.
Legame perverso fondato sul grande equivoco della "incapacità psichica"
dietro il quale si cela il limite della ragione di comprendere.
Per questo all'inizio parlavo di coraggio, come dismissione da parte della psichiatria
della propria arroganza ed esplicitazione della ambiguità e relatività
della definizione di "incapacità psichica".
Ambiguità e relatività che non possono appartenere al terreno
del giuridico dal momento che questo ha la necessità di fondarsi su principi
non dico assoluti ma quantomeno "certi" nella misura in cui possono
essere da tutti condivisi.
E non vale richiamarsi all'uguaglianza del diritto per tutti/tutte dacché
é opinione ormai diffusa che proprio la rigidità della norma e
la sua poca flessibilità fonda la disuguaglianza.
Ancora una riflessione su questo tema dell'incapacità come ostacolo alla
partecipazione consapevole, da parte dell'imputato/imputata, al processo: se
il processo è una rappresentazione che fa parte di una certa cultura
e di una certa storia, la possibilità di aderirvi in modo consapevole
é molto più questione antropologico-culturale che non psichiatrica.
Coraggio di affermare, quindi, il non senso della categoria giuridica della
"incapacità psichica" e come corollario l'abolizione totale
degli O.P.G. mediante una legge che contemporaneamente sancisca la separazione
dei due campi, il giudiziario ed il terapeutico attribuendo al primo la definizione
e la sanzione del crimine ed al secondo, qualora fosse proprio necessario, la
comprensione del crimine al fine di una corretta definizione/articolazione della
pena.
Resterebbe a questo punto la questione del che fare degli attuali manicomi criminali.
E' stata proposta una soluzione, a mio parere, molto interessante e da sostenere
nelle sedi e nei luoghi competenti: mettere all'asta il patrimonio edilizio
degli O.P.G. e destinare i ricavati alla riabilitazione/reinserimento delle
persone attualmente ricoverate in O.P.G.
Un'ultima considerazione sulla perizia psichiatrica. Difficile pensare alla
possibilità di una perizia oggettiva e neutrale, ad un'oggettività
della psichiatria: questa, per sua natura e definizione, é sempre e comunque
soggettiva dal momento che non può prescindere dalla relazione che si
stabilisce fra i due soggetti in causa, dai luoghi e dalle condizioni nelle
quali avviene; ed allora perchè il perito deve essere estraneo rispetto
a chi ha commesso il gesto?
Questa estraneità richiama, ancora una volta, una categoria giuridica,
quasi che il perito, sostituendosi al giudice ne dovesse acquisire caratteristiche
e modalità di azione; ma se l'ottica é quella della comprensione,
della fenomenologia del gesto non avrebbe molto più senso che la perizia
fosse affidata al servizio territoriale, a chi poi di questa persona o già
si è fatto carico, quando si tratta di persone che hanno avuto questioni
di sofferenza psichica, o poi comunque dovrà assumerle?
La perizia secondo me potrebbe, così, darci, quando ce lo può
dare, la possibilità di comprendere come è avvenuto il gesto,
fermo restando che la responsabilità del gesto è della persona.
Fondante la categoria della responsabilità come categoria che, almeno
nell'attuale cultura, rappresenta il discrimine vero tra l'essere o non essere
persona, soggetto portatore di diritti e di doveri, e pertanto il dovere di
scontare una pena va tenuto separato dal diritto di essere curato, la definizione
"dovere di cura" attiene più al terreno dell'assurdo che non
alla realtà del quotidiano.
Trieste marzo 1999