Assunta
Signorelli
Intervento
alla tavola rotonda sul film Assassina dei propri figli pubblicato su Il paese
delle donne 29 gennaio 97
MEDEA O DELLA "MATERNITÀ VIRTUALE"
L'
irruzione delle nuove tecnologie nel campo della medicina, la trasformazione
così indotta intorno ai concetti ed alle stesse definizioni di salute
e malattia, di normalità e devianza, ha completamente stravolto il rapporto
"natura-corpo-ragione".
Rapporto che stenta a ri/collocarsi dentro il discorso scientifico e l' organizzazione
sanitaria se non a prezzo di drammatiche forzature e/o rotture epistemologiche
che vanificano alla base qualunque aspirazione a risistemarlo in un "nuovo
ordine di pensiero" rassicurante perchè totale e gerarchicamente
definito.
Forzatura e rottura che in primis coinvolgono le donne non solo perché
del corpo sono state rappresentazione e logos, ma anche a partire dalla necessità
di ri/comprendere la funzione della riproduzione, da sempre contrabbandata come
unica giustificazione logica del loro stesso esistere.
Riproduzione che sempre più si distanzia e diventa altro rispetto alla
maternità, dacché il binomio madre-natura é stato definitivamente
scisso ed a nulla valgono nostalgie o invocazioni per un ritorno ai bei tempi
andati.
Ritorno che, comunque, poco ci interessa dal momento che quei tempi, lungi dal
riconoscere il generare come capacità/potere, hanno sempre usato la maternità
come strumento di controllo e negazione delle donne riducendole a "vuoti
contenitori" da salvaguardare e nascondere al fine di assicurare stabilità
e certezza al dominio dei più forti.
Ed é per questo che riteniamo necessario intervenire con forza sulle
questioni che quella scissione pone perché, se è vero che la rottura
del binomio é avvenuta espropriando le donne del corpo trasformato dalle
tecniche in "luogo pubblico" (Barbara Duden), è anche vero,
però, che ciò rende possibile affrontare il tema della maternità
fuori da ogni sacralità retorica.
Essere madri, oggi, poco ha a che fare con la natura del corpo di donna, con
i suoi ritmi, le sue possibilità, capacità o misteri. Le tecniche
riproduttive, la scienza che le ha concepite, hanno definitivamente dissacrato
e svelato il "trucco del concepimento". Ormai la gravidanza da esperienza
esistenziale si é trasformata in un serial fatto di immagini e diagrammi
che ne sanciscono la normalità e, quindi, la possibilità di svolgersi.
Ma se questa é la realtà, se la gravidanza non é più
uno stato di "dolce attesa" ma, come dice la Barbara Duden, una sindrome
causata dalla fecondazione cosa significa allora essere madri?
Questa, crediamo, sia la questione più importante che si pone dacché
in questo quadro di riferimento tutta l' iconografia legata alla "maternità"
perde qualsiasi significato e valore.
Non più modello di riferimento cui bisogna necessariamente aderire pena
la non normalità del proprio esistere, riportato dalla tecnologia sul
terreno della sperimentazione scientifica, liberato da tutti gli orpelli della
mitologia del sacro, il tema della maternità può forse, finalmente,
diventare oggetto di confronto tra le donne senza che sia più necessario
dividersi tra buone e cattive, tra donne complete e donne dimezzate dacché
la identità femminile potrebbe non più fondarsi sulla matrice
materna (Rosi Braidotti).
Ci rendiamo conto che ciò può suonare come paradosso, dal momento
che le contraddizioni implicite sono molteplici e numerose, ma abbiamo da tempo
imparato che é necessario sempre assumere fino in fondo il conflitto
che il vivere quotidiano pone rifuggendo dalle facili scorciatoie che lo schierarsi
comporta: che senso ha dichiararsi pro o contro qualcosa che comunque avviene?
Nate per fino in fondo espropriare le donne della loro vita e sancire il controllo
definitivo sul loro corpo, le tecniche di riproduzione possono divenire strumento
di liberazione dagli imperativi categorici che da secoli le opprimono se le
donne, come soggetto collettivo composto da identità multiple e differenziate,
si ri/conoscono capaci di appropriarsene senza farsi omologare, mantenendo intatta
la coscienza di una radicalità necessaria che consente sempre di incidere
sulla realtà attraverso pratiche di relazioni in continuo movimento fra
centralità e fuori campo (Teresa De Lauretis).
Solo così pensiamo possa essere possibile comprendere quelle esperienze
di vita finora relegate nel campo della follia femminile, gesti ed azioni incomprensibili
solo per una ragione "pura" che non ha mai sopportato il confronto
con la concretezza del quotidiano ma che, invece, racchiudono nel loro accadere
ragioni ed emozioni alle donne evidenti. Ci riferiamo in particolare al tema
del rapporto madre-figlio, madre-figlia che dentro un nuovo dire può
riconquistare senso e significato dal momento che di due persone trattasi e
non di un' unità segnata da un destino comune.
É evidente, infatti, che se la scelta è tra essere "madri
virtuose" o "madri virtuali" preferiamo essere donne.