Giovanna
Del Giudice
Servizio Abilitazione e Residenzialità DSM – Trieste
1998
Testo
presentato al:
Meeting of Eastern Mediterranean Countries on Psychiatric Reform:
“Towards a New Mental Health Strategy”
Limassol 23-24 novembre 1998
LA RIFORMA
PSICHIATRICA IN ITALIA
Il processo
di riforma nell’assistenza psichiatrica pubblica avvenuto in Italia negli
ultimi 30 anni ha determinato il passaggio da una psichiatria asilare fondata
sull’esclusione e l’internamento ad una pratica di lavoro di salute mentale
nella comunità fondata sull’inclusione e la restituzione e costruzione di
diritti per le persone affette da disturbo mentale. Dal punto di vista
legislativo il passaggio dalla legge psichiatrica del 1904 che, definendo il
malato di mente “pericoloso a sé e agli altri” e “di pubblico scandalo”
intorno a questa pericolosità aveva organizzato l’istituzione manicomio
deputata alla sua cura-custodia, alla legge di riforma, L.180, del 1978 che
sancisce per la persona affetta da malattia mentale il diritto alla cura nella
comunità di norma in regime volontario, nega l’equivalenza malattia
mentale-pericolosità sociale, determina l’entrata del malato di mente nella
cittadinanza sociale, proibisce la costruzione di nuovi ospedali psichiatrici.
L’esperienza
italiana è stata ed è azione teorico-pratica di deistituzionalizzazione, che
parte dal manicomio per rivolgersi ed andare a decostruire la psichiatria e la
malattia.
Deistituzionalizzazione,
da distinguere dalla deospedalizzazione (dimissione degli internati e le
internate dagli ospedali psichiatrici), come azione di messa in discussione
teorico-pratica degli apparati legislativi, amministrativi e scientifici che
sostanziano il manicomio, apparati creati e sviluppati intorno alla
malattia-pericolosità, fittiziamente astratta e separata dall’esistenza
complessiva del soggetto e dal corpo sociale.
Deistituzionalizzazione
come “processo pratico-critico che riorienta istituzioni e servizi, energie e
saperi, strategie e interventi” da quest’oggetto fittizio, la malattia,
verso “l’esistenza-sofferenza del paziente nel suo rapporto con il corpo
sociale” (Rotelli 1990).
Deistituzionalizzazione
come processo pratico di decostruzione e chiusura dell’ospedale psichiatrico e
di costruzione di una rete di servizi nella comunità capaci di farsi carico
della domanda di salute mentale proveniente da un territorio e di promuovere
percorsi individuali e collettivi di salute e d’emancipazione sociale.
Nel
manicomio, istituzione assurda e disumana, “il malato non esiste (anche se
sarebbe lui il soggetto delle finalità dell’intera istituzione) fissato
com’è in un ruolo passivo che lo codifica ed insieme lo cancella” (Basaglia
1967); perduti nell’internamento i diritti civili e politici, privato di
libertà, potere, scambi, relazioni e ruolo sociale, negato in un’identità al
di fuori della malattia, rimane oggetto di custodia e di violenza.
Nella
deistituzionalizzazione è la persona con malattia mentale nella sua complessità
ed unicità al centro del processo, per divenire protagonista della cura e della
riabilitazione, per ri-acquistare l’esercizio reale dei diritti, acquisire nel
contratto sociale potere ed identità multiple.
La chiusura
dell’ospedale psichiatrico è tappa imprescindibile nella
deistituzionalizzazione
Il lavoro
di deistituzionalizzazione a Trieste
Trieste è città senza manicomio dal 1980.
Riporterò brevemente le tappe di lavoro che hanno portato a Trieste alla
chiusura dell’ospedale psichiatrico e alla costruzione di una rete
territoriale di servizi di salute mentale.
La libertà
è terapeutica
Nell’agosto del 1971 Franco Basaglia prende la direzione dell’ospedale
psichiatrico provinciale di Trieste[1] dove con giovani medici
non ancora contaminati dalla psichiatria tradizionale, psicologhi, studenti e
volontari inizia l'intenso lavoro di messa in discussione teorico-pratica
dell'istituzione manicomio. Nell’ospedale psichiatrico di San Giovanni sono
internati a quel momento circa 1.200 pazienti, per la maggior parte coatti.
Dal 19771 al
1974 il lavoro dell’équipe di Franco Basaglia è teso a mutare le logiche e
le regole che governano l’istituzione, a mettere in discussione le gerarchie,
mutare le relazioni tra gli operatori e i pazienti, inventare nuove relazioni,
spazi, opportunità, restituire libertà e diritti ai ricoverati e alle
ricoverate.
Nell’ospedale
in trasformazione si sostituisce alla custodia la cura, all'abbandono
istituzionale la presa in carico, alla negazione dei soggetti nella
malattia-pericolosità la valorizzazione delle storie e dei percorsi
individuali.
Sono
soppresse le terapie di shock ed ogni forma di contenzione fisica, abbattute le
reti che circondano i reparti, aperti i cancelli e le porte, i ricoveri coatti
vengono trasformati in volontari, sono revocati i ricoveri definitivi con il
recupero per i pazienti dei diritti civili e politici.
Il lavoro si
rivolge da un lato al lungodegente per la sua ri-costruzione come persona e
soggetto di diritti e dall'altra è finalizzato ad interrompere la spirale della
cronicizzazione per i nuovi accolti, attraverso dimissioni il più possibile
rapide e un lavoro sulla crisi teso a non alienare il soggetto dal suo contesto
familiare, lavorativo, sociale.
Si crea una
nuova figura amministrativa, l’ospite", per tutti quelli che, pur dimessi
dall'ospedale, non trovano nella città le condizioni per una vita possibile e/o
necessitano ancora di protezione, pure di tipo dell’alloggio, prima di un
inserimento nel contesto sociale.
Molta
attenzione è prestata al mutamento e alla qualificazione degli spazi dei
ricoverati (attraverso armadi, comodini, oggetti personali..) e degli spazi
comuni (soggiorni, bar, luoghi sociali..), a dividere, pitturare,
personalizzare. Sono riconquistati alla normalità gli oggetti della vita
quotidiana, gli specchi, le posate, i lacci, il pettine, sostituito il vestiario
manicomiale.
Vengono
ri-costruiti i percorsi lavorativi degli ospiti per l'ottenimento di pensioni da
lavoro, avviate le pratiche per la pensione sociale o d’invalidità, è
ampliato e qualificato l'uso dei sussidi economici per i dimessi come
"prevenzione a nuovi ricoveri o all'aggravamento della malattia"
(delibera Amministrazione Provinciale gennaio 1972).
Sono promosse
iniziative ed incontri tra i ricoverati contro la segregazione tra uomini e
donne, organizzate nel parco dell’ospedale psichiatrico feste, concerti,
spettacoli con i più noti artisti per favorire l'entrata della città
nell'ospedale e rompere il muro della separatezza.
Sono attivate
periodiche assemblee dei pazienti, nei reparti quotidiane riunioni dello staff
curante e quotidiane riunioni generali dell’équipe con Franco Basaglia.
Si
favoriscono le uscite dei pazienti in città, mentre la cittadinanza incomincia
ad interrogarsi spesso in maniera critica verso l'ospedale "aperto".
Si riprendono i rapporti con le famiglie dei ricoverati, iniziano le visite
domiciliari presso quelli dimessi per supportarli nei bisogni della vita
quotidiana e prevenire nuovi ricoveri.
Si
organizzano i primi gruppi di convivenza di lungodegenti dimessi all'interno
dell'ospedale (in quelli che erano stati gli appartamenti del direttore,
dell'economo, del primario...) e nella città, con l’assistenza degli
operatori e degli infermieri “liberati” anch’essi, con i pazienti, nella
chiusura dei reparti.
La critica
all'ergoterapia, pratica oggettivante, ripetitiva e per lo più puramente
sostitutiva del lavoro dei dipendenti, porta nel dicembre del 1972 alla
costituzione di una cooperativa di lavoro per circa 60 persone. I pazienti, ora
soci della cooperativa, continuano a lavorare alle pulizie dei reparti, nella
cucina, nella lavanderia, nei servizi di trasporto… con un regolare contratto
sindacale; non più in nome di una terapia che li “intratteneva” come
internati nell'assenza di diritti, ma come cittadini-lavoratori con un reddito e
un ruolo scambiabile.
Il processo
di trasformazione istituzionale qui accennato, fu complesso e difficile, avvenne
tra molteplici conflitti, all'interno in particolare con gli infermieri,
sostenuti dai sindacati, che non si sentivano tutelati nel loro posto di lavoro
e facevano fatica ad abbandonare il tradizionale ruolo di "guardiani"
per assumere/esprimere capacità terapeutiche. Conflitti con gli organismi di
tutela e con la Procura della Repubblica sulle dimissioni dei pazienti, la
trasformazione dei ricoveri coatti, la revoca dei ricoveri definitivi. Conflitti
con la cittadinanza costretta a confrontarsi con la sofferenza, la miseria, la
diversità, la devianza, prima occultata dal-nel manicomio.
Ma ormai si era avviato nella città un processo ed un confronto da cui nessuno
poteva prescindere, che non si poteva interrompere.
Dal
manicomio al territorio
Dal 1975 al 1980, mentre nell’ospedale psichiatrico continua il lavoro di
trasformazione e di dimissioni dei pazienti, si evidenzia da parte degli
operatori la necessità di "superare i muri" e di
"accompagnare" il lungodegente nel territorio per supportarlo nei suoi
bisogni, per favorire il suo accesso nella città, nelle reti familiari e
sociali, nelle istituzioni, ma anche di rispondere alla sofferenza-malattia dei
cittadini nella comunità, dove questa si costruisce e si esprime.
Dal ‘75 al
’77, gli operatori individuano e vanno ad attivare nella provincia di Trieste
7 presidi territoriali, i Centri Salute Mentale, in diverse aree territoriali,
ognuno per un bacino di popolazione di circa 40mila abitanti. Avamposti sul
territorio per farsi carico dei bisogni dei dimessi dall'ospedale, si propongono
come luoghi di presa in carico e di cura, alternativi all’ospedale
psichiatrico, per tutte le persone con problemi di salute mentale.
A gennaio del
1977 in una conferenza stampa Franco Basaglia annuncia il progetto di chiusura
dell'ospedale psichiatrico. Pur rimanendo a quella data ancora 132 ricoverati e
433 ospiti nel comprensorio ospedaliero e funzionando ancora il reparto
d’accettazione per il ricovero degli acuti, il processo di decostruzione del
manicomio è consolidato e si vuole ratificare l'inconvertibilità del percorso
fatto.
Nel febbraio
dello stesso anno si attiva presso il pronto soccorso dell'ospedale generale un
servizio di reperibilità psichiatrica diurno-notturno, di un medico e due
infermieri, finalizzato alla riduzione dei ricoveri coatti, alla qualificazione
dell’intervento sulla crisi e sull'emergenza e per avviare sempre più gli
utenti direttamente ai Centri di Salute Mentale, bypassando l’ospedale
psichiatrico.
Nel maggio
1978 viene promulgata la legge di riforma psichiatrica, L.180 che va a
raccogliere le linee operative già attuate a Trieste.
Nel novembre 1979 Franco Rotelli prende la direzione dei servizi Trieste.
I Centri
di Salute Mentale sulle 24 ore
Nel marzo 1980, insieme all’apertura presso l'ospedale civile di un
Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, previsto dalla L.180, ma strutturato a
Trieste come servizio di pronto soccorso dotato di 8 posti letto per ospitalità
temporanea o notturna e come servizio di consulenza per l'ospedale generale, i
Centri di Salute Mentale (CSM) iniziano a funzionare sulle 24 ore per 7 giorni
su 7, ognuno dotato di 8 posti letto per la presa in carico diurna-notturna dei
pazienti provenienti dal proprio territorio.
Nell'aprile
del 1980 una delibera dell'Amministrazione Provinciale prende atto e ratifica la
cessazione delle funzioni dell'ospedale psichiatrico, ne afferma la sua
soppressione ratificando contemporaneamente l'organizzazione dei nuovi servizi
territoriali, i Centri di Salute Mentale, del Servizio di Diagnosi e Cura
nell'ospedale generale, del Servizio anziani lungodegenti nel comprensorio
dell’ex ospedale psichiatrico. In quel momento vivono nell’area ospedaliera
meno di 400 ospiti con i quali continua il lavoro di riabilitazione e
d’impegno per le dimissioni.
Nei Centri di
Salute Mentale l’équipe, medici, psicologi, assistenti sociali, infermieri,
attiva un intenso lavoro ambulatoriale e domiciliare in sostegno dei cittadini
con problemi di salute mentale e dei loro familiari, in rapporto con gli altri
servizi del territorio. I CSM sono dotati di una mensa per i pazienti ricoverati
e quelli in day-hospital, di un servizio di supporto sociale, di una farmacia,
sono punto d’incontro e di socializzazione, di promozione d’attività
riabilitative e d’integrazione sociale.
I CSM
nell’arco delle ore diurne, 8-20, sono aperti a tutti i cittadini che possono
accedere senza alcun vincolo burocratico, nelle ore notturne solo per i pazienti
in ospitalità notturna assistiti da 2 infermieri.
Le persone
che nell’arco delle ore notturne necessitano di un supporto psichiatrico fanno
riferimento al Servizio Psichiatrico nell’ospedale civile per essere, il
giorno successivo, avviati e presi in carico, ove necessario, dal CSM di zona.
Il Centro di
Salute Mentale si costituisce così come il centro del sistema, responsabile del
bisogno di salute di un territorio, titolare del progetto
terapeutico-riabilitativo del cittadino utente.
La rete
dei servizi di salute m
Si sono
sviluppate con l’apporto artisti, maestri d’arte, professionisti laboratori
espressivi, abilitativi, formativi, è stata sviluppata attenzione alla
formazione e l’inserimento lavorativo, sono state costruite nuove cooperative
di lavoro per gli utenti dei servizi e i giovani della città.
È continuata
la riabilitazione e la dimissione degli ospiti dal San Giovanni, l’ex ospedale
psichiatrico, in case autonome o in gruppi di convivenza e insieme la
restituzione alla città e la qualificazione degli spazi liberati.
1998- Il
Dipartimento di Salute Mentale di Trieste
Oggi a Trieste la rete dei servizi territoriali, integrati nel Dipartimento
di Salute Mentale (DSM), è così costituita:
- 4 Centri di Salute Mentale sulle 24 ore e su 7 giorni, ognuno per una
popolazione di circa 60mila abitanti. Ogni CSM è dotato di uno staff mediamente
di 4 medici, 1 psicologo, 20 infermieri, 2 assistenti sociali, ha 8 letti per
l'ospitalità diurna-notturna. In 1 unità operativa opera il Centro
Donna-Salute Mentale che affronta dal 1992 le questioni specifiche legate alla
salute delle donne sperimentando percorsi terapeutici ed emancipativi
differenziati.
Ogni Centro
svolge un'azione di prevenzione, di cura e di riabilitazione, articolando il suo
intervento nel territorio attraverso l'attività ambulatoriale, domiciliare, di
supporto sociale, d’inserimento lavorativo, il sostegno alle famiglie, la
risposta residenziale, il lavoro di rete.
- il Servizio
Psichiatrico di Diagnosi e Cura, con funzioni preminenti di consulenza per il
pronto soccorso e i reparti ospedalieri, è dotato di 8 posti letto per la presa
in carico della crisi nelle ore notturne e per i casi di ricoveri di pazienti
che necessitano delle cure degli altri reparti ospedalieri;
- il Servizio
di Abilitazione e Residenze coordina le strutture specificatamente deputate ad
attività abilitative, riabilitative e d’integrazione sociale, in particolare
gestisce e coordina le strutture residenziali del Dipartimento, le attività e i
laboratori del Centro Diurno, il rapporto tra il Dipartimento e le cooperative
sociali.
Le Strutture
Residenziali del DSM sono 29, ospitano circa 140 ospiti, ex lungodegenti ed
utenti dei CSM che necessitano di sostegno nelle attività della vita quotidiana
e/o di impegno terapeutico-riabilitativo individualizzato. Sono gruppi di
convivenza con differente supporto assistenziale, 5 residenze sono assistite
sulle 24 ore.
I laboratori
artigianali, espressivi, abilitativi e formativi del Centro Diurno sono
spazi complessi culturali, artistici, di socializzazione, di scuola, formazione,
abilitazione dove, a partire dal fare nel piccolo gruppo le persone acquisiscono
abilità, competenze, capacità di relazione, costruiscono pezzi di salute e di
contrattualità.
Le
cooperative sociali, che operano in stretto contatto con il Dipartimento, sono
4[2] con differenti settori di attività, hanno circa 200 soci
lavoratori, di cui più del 50% proveniente dall'area del disagio, e utenti in
formazione al lavoro. I percorsi di formazione e di inserimento lavorativo sono
fortemente al centro dell’azione abilitativa. Al momento attuale sono 110 gli
utenti in formazione al lavoro presso le cooperative sociali e altre imprese
profit della città; dal gennaio all’ottobre 1998 sono stati assunti come
lavoratori 29 utenti in formazione lavoro.
Dall’inizio
degli anni 80 opera presso il carcere un servizio costituito da operatori dei
CSM per garantire la continuità terapeutica agli utenti detenuti, per
rispondere alle nuove domande poste da cittadini-detenuti, per prevenire/abolire
gli invii in ospedale psichiatrico giudiziario, per favorire le misure
alternative alla carcerazione.
Nell'ambito
del Dipartimento di Salute Mentale operano 3 associazioni di volontariato,
associazioni di familiari, di self-help, che lavorano sul terreno specifico
della lotta ai processi di esclusione sociale per l'affermazione piena dei
diritti di cittadinanza delle persone con problemi di sofferenza psichica.
Alcune
considerazioni sul lavoro di deistituzionalizzazione
A
Trieste il processo di deistituzionalizzazione ha determinato l'entrata piena
del malato di mente nel mondo dei diritti, il suo accesso alla cittadinanza
sociale, il moltiplicarsi di possibilità di scambio e di opportunità per lui,
per gli operatori e, in ultima analisi, per l'intera comunità.
Ha
determinato il passaggio nella sanità pubblica da un circuito per il controllo
e la custodia, il manicomio, ad un circuito per la presa in carico e la
produzione di salute di un territorio.
Sono state
sostituite le pratiche coercitive e violente della psichiatria manicomiale con
le pratiche per il consenso, le pratiche di condivisione e di convivenza proprie
della salute mentale, la distanza e l'anaffettività con la vicinanza e la
complicità.
L'oggetto del
lavoro degli operatori della salute mentale è divenuto non più la malattia, ma
l'esistenza sofferente del soggetto inserito nel suo contesto sociale. La
pericolosità sociale non è più presuntivamente legata alla malattia, ma tanto
più ai contesti e all'assenza di risposte dei servizi. La cronicità è
divenuta non più attributo imprescindibile del paziente con malattia mentale,
ma artefatto storico fortemente connesso con l'operatività dei servizi e
nell'ordine simbolico dell'internamento.
Nella pratica
di salute mentale sempre più si è valorizzata la diversità, si sono promosse
le connessioni e gli scambi, le strategie di impresa sociale.
Ci pare
importante porre ora l’accento su alcuni dati e indicatori.
A Trieste la
popolazione dal 1971 al 1997 è calata da 310mila a 252mila abitanti mentre il
numero delle persone con problemi di sofferenza psichica assistite è passato
dai 1160 internati nell'ospedale psichiatrico nel 1971 a 3005 utenti dei Centri
di Salute Mentale nel 1997.
La spesa
sanitaria per l'assistenza psichiatrica è passata da 5 miliardi (oggi
equivalenti a 54) a 25 miliardi. Il personale è passato da 524 a 271 unità.
Si è passati
da 1160 posti-letto del manicomio nel 1971 a 32 posti per l'ospitalità
diurna-notturna nei servizi territoriali nel 1998 insieme a 8 posti-letto nel
Servizio di Diagnosi e Cura. Esistono 140 posti-residenza in residenze
diversamente assistite che offrono differenti opportunità alloggiative e
terapeutico-riabilitative.
Il numero dei
ricoveri coatti nel 1971 era di 150, nel 1997 è stato di 27; 20 le persone
internate in ospedale psichiatrico giudiziario[3] nel '71, oggi
0.
Il numero di
suicidi, circa 20 ogni 100mila abitanti, peraltro estremamente elevato rispetto
alla media nazionale, ha mantenuto un andamento pressoché costante negli ultimi
27 anni.
Gli edifici e
il parco del comprensorio dell’ex-ospedale psichiatrico sono stati restituiti
alla città, divenendo luoghi di ricerca, di studio, di formazione, di lavoro,
di socialità. Oggi più di 2000 persone quotidianamente operano nel
comprensorio che si sta sperimentando come laboratorio di convivenza delle
diversità.
In Italia, se
pur a 20 anni dopo la promulgazione della L.180, stiamo definitivamente ponendo
fine al manicomio, anche se più in relazione a leggi finanziare che
all’impegno degli operatori della salute mentale.
Il manicomio
si sta estinguendo come luogo fisico e simbolico, come luogo di produzione della
malattia, anche se il "paradigma dell'internamento" ancora fonda le
pratiche di molti psichiatri.
Le questioni
attuali di cui dobbiamo continuare ad occuparci e su cui dobbiamo vigilare sono:
la relazione tra il superamento definitivo degli ospedali psichiatrici e la
costruzione di una rete di servizi territoriali "forti", le logiche
che devono sostenere questi servizi per rispondere ai bisogni di salute dei
cittadini senza riproporre la costruzione della "nuova cronicità" e
dei luoghi del suo contenimento, la questione della responsabilità degli
operatori nei confronti dei pazienti con malattia mentale.
Dobbiamo impegnarci la chiusura dei manicomi privati, per l'abolizione delle cliniche convenzionate, nuovi manicomi che gli psichiatri pubblici hanno creato e foraggiano, per il superamento dei manicomi giudiziari.
Cooperativa agricola “Monte san Pantaleone”: nata nel 1979, opera nel settore del giardinaggio per privati ed Enti pubblici. I soci lavoratori sono 10 di cui il 70% proveniente dall’area dello svantaggio.
Cooperativa “Posto delle Fragole”: nata nel 1979, opera nel campo dei pubblici esercizi; gestisce un albergo, un salone di parrucchiere e di estetica, un bar-ristorante. I soci lavoratori sono 16 di cui il 56% proveniente dall’area dello svantaggio.
Cooperativa
“La collina”: nata nel 1988 opera nel settore della comunicazione e
della multimedialità; gestisce una radio comunitaria, un servizio di
archiviazione ottica e di rapporti con il pubblico per il Comune di Trieste.
I soci lavoratori sono 17 di cui il 58% proveniente dall’area dello
svantaggio.