Giuseppe
Dell'Acqua,
Daniela Vidoni, Paola Zanus
DSM e Ser.T – Trieste
1998
SERVIZI,
CARICO FAMILIARE
Alcune
considerazioni preliminari.
È
noto che la famiglia è un prodotto dell'organizzazione sociale ed un costrutto
culturale; così come la conosciamo oggi è un prodotto piuttosto recente della
modernità: numerosi studi sociologici e antropologici hanno contribuito ad una
sua critica fondamentale ed hanno permesso di svelare i meccanismi di
funzionamento in essa contenuti e trasmessi. Fino alla metà di questo secolo la
famiglia è stata il luogo "naturale" dell'accudimento e della cura,
ma anche del controllo e del contenimento. Il sistema sociale si basava, e si
basa tuttora, sulla famiglia.
Eventi produttivi e riproduttivi, le malattie, la vecchiaia, la morte venivano
gestiti e mantenuti all’interno della famiglia; da secoli conoscenze di natura
empirica venivano applicate nelle varie età della vita a seconda dei bisogni
individuali. Spesso alcune funzioni di accudimento venivano svolte all'interno
di reti allargate, quali le famiglie patriarcali, le organizzazioni contadine e
del primo movimento operaio (asili, scuole primarie, casse di mutuo soccorso),
sempre facendo riferimento a valori e attitudini caratteristici delle società
preindustriali.
Dal dopoguerra, i fenomeni della più recente urbanizzazione e
dell'industrializzazione insieme alla nascita dello Stato sociale hanno spostato
le funzioni del lavoro riproduttivo e della cura sulle organizzazioni pubbliche.
La costituzione di asili nido, scuole a tempo pieno, case di riposo per anziani
ha prodotto per le donne, erogatrici delle funzioni della cura fino allora
dentro le famiglie, l'adesione a nuovi modelli culturali di comportamento, di
tipo principalmente urbano e legato ai consumi. Le donne hanno aggiunto il
lavoro produttivo alle quote residue di lavoro di cura che lo Stato sociale
comunque lasciava loro. Sono così diventati possibili e visibili nuovi modelli
di famiglia.
Con la crisi economica degli anni 70 le funzioni dello Stato sociale sono
progressivamente venute meno. Questo fatto, unito al massiccio fenomeno della
disoccupazione soprattutto femminile, ha fatto sì che le donne fossero
costrette a riprendere le funzioni della cura, dei vecchi, dei malati cronici,
dei bambini all'interno della famiglia. I nuovi modelli culturali ed economici
non garantivano, né garantiscono però alle donne il riconoscimento sociale,
culturale, antropologico del lavoro di cura, né forniscono quel sostegno
allargato che le società preindustriali invece assicuravano.
In quegli stessi anni importanti movimenti di opinione avevano portato alla
legislazione sul divorzio, sulla tutela della maternità e della sua
interruzione, sui servizi dei consultori, sulle scuole, sul diritto alla salute
ed avevano dato alle persone strumenti per accedere ad una cittadinanza più
piena, ad esperienze collettive di partecipazione nelle scuole, nella politica
ed a tutela della propria salute.
Erano comparsi i soggetti, con bisogni espressi e diritti riconosciuti. La
riforma sanitaria del 78 ha sancito il diritto alla salute per tutti come
diritto costituzionale individuale. In questo clima si è sviluppata la critica
forte all'istituzione manicomiale, alla follia come metafora della miseria e
dell’esclusione: sono iniziate pratiche di trasformazione, attraverso vari
passaggi si è giunti alla costruzione dei servizi territoriali per la salute
mentale e ad una definizione di responsabilità della cura non più secondo il
luogo (il ricovero) ma secondo le relazioni tra servizi e soggetti. È a partire
dalla necessità di una relazione continua tra servizi e persone che, nelle
pratiche sanitarie e della salute mentale, si è iniziato, recentemente e con
fatica, a prestare attenzione maggiore alla famiglia, in quanto risorsa
ineliminabile in un progetto allargato di cura.
L’attenzione riservata alle famiglie nella psichiatria ha una storia
relativamente recente ed in pochi anni il lavoro con le famiglie si è
radicalmente trasformato.
Fino a quando era il manicomio l'istituzione preposta a rispondere ai bisogni
non solo di cura, custodia, ma anche di controllo sociale, nel rapporto tra
istituzione e paziente la famiglia restava in ombra, scompariva dalla scena. La
separazione netta tra la normalità e la follia costruiva la lontananza della
famiglia.
Possiamo forse immaginare le ricadute emotive nelle famiglie rispetto al vissuto
di colpa per l'assenza, per la distanza del familiare ricoverato. Le ricerche al
riguardo sono scarse, ma sono le persone, i loro racconti a suggerirci
l’esistenza di un vissuto familiare pesante anche in presenza di risposte
istituzionali tanto certe quanto forti e di delega totale quali quelle
manicomiali.
L’ereditarietà, questione su cui oggi s’impegnano le neuroscienze, era
l’unico terreno in cui comparisse la famiglia in chiave esclusivamente
deterministica e come fonte di dati anamnestici oggettivi, o presunti tali (la
tara ereditaria).
Ancora oggi dobbiamo confrontarci con le famiglie che ricordano "il sangue
malato" del nonno morto in manicomio, forse ricomparso nel figlio, e si
vergognano, e non parlano, e piangono.
Il pensiero psicoanalitico ha costruito lo sviluppo dell’individuo in rapporto
a rappresentazioni intrapsichiche delle figure parentali. Le relazioni
oggettuali che si stabiliscono all’interno della famiglia con “l’oggetto
genitori” fanno da tramite ai processi di identificazione ed individuazione in
funzione delle tappe dello sviluppo emotivo. Le figure genitoriali reali non
compaiono nella cura che resta in tal senso un momento esclusivamente duale
(terapeuta/paziente).
La famiglia per la psicoanalisi è un luogo simbolico, fantasmatico, popolato di
proiezioni, ricchissime e suggestive, ma resta sempre fuori dalla porta.
Operare un coinvolgimento attivo della famiglia prendendo dalla psicoanalisi la
centralità dell'aspetto relazionale e lo sviluppo affettivo, storificandolo però
e contestualizzandolo, è elemento che nel lavoro con i familiari vuole essere
pratica quotidiana.
La terapia sistemica ha modificato profondamente il modo di guardare non solo il
disturbo mentale ma anche ad esempio il disturbo da dipendenze, portando alla
luce dinamiche relazionali e relativizzando sul piano causale il ruolo dei
fattori biologici ed ereditari, sul piano terapeutico mettendo in questione
l’intervento esclusivamente individuale
La famiglia è più che mai “l’oggetto malato” dell’intervento sistemico
e, infatti, dagli anni 50 ad oggi è stata individuata sul piano relazionale
come determinante nella genesi del disturbo.
Anche se si tenta beneficamente di superare posizioni eccessivamente
colpevolizzanti e se spunti interpretativi ed indicazioni operative sono
sicuramente da recuperare ed utilizzare, le teorie sistemiche non possono dare
valore alla famiglia come interlocutrice autonoma, con dignità e soggettività
pari a quella degli operatori che compiono l’intervento tecnico.
La volgarizzazione delle teorie e della psicoterapia della famiglia rischia di
alimentare la posizione di capro espiatorio riservata alle famiglie; si è
perduta così la possibilità di aiutare concretamente le famiglie e di farsi
carico dei problemi che il disturbo mentale e altre malattie fanno emergere.
Al contrario la rielaborazione della storia familiare, l'attenzione alla
comunicazione, la ricerca di significati e di sensi che la terapia sistemica
stimola sono tutti elementi che vanno ad arricchire il mosaico dell'intervento
con la famiglia anche nella pratica territoriale.
I modelli pedagogici (psicoeducativi) si sono sviluppati nei paesi anglosassoni
in relazione ai nuovi bisogni di assistenza nella comunità determinati dal
fenomeno della deospedalizzazione e delle degenze sempre più brevi (fenomeno
della porta girevole) legato a sua volta alla crisi economica ed al conseguente
taglio della spesa. Tali modelli si propongono di offrire alle famiglie
strumenti semplici, soprattutto di tipo conoscitivo, per convivere con il
parente malato, per accettarlo e per affrontare i periodi di crisi in modo da
rendere il più limitato ed economico possibile l’intervento pubblico.
S’insegna ai componenti della famiglia ad affrontare i comportamenti, le
comunicazioni contraddittorie e gli atteggiamenti problematici caratteristici
del disturbo.
Questi modelli assumono come centrale il rapporto pedagogico con le famiglie e
vedono l'intervento con finalità di gestione del paziente e della famiglia.
Essi non esprimono quindi un'intenzione terapeutica volta al cambiamento e alla
trasformazione, ma hanno una finalità di economizzazione e riduzione dei
ricoveri ospedalieri. Tali modelli si collocano all'interno di una cornice
organizzativa di servizi impostati sul modello medico, si riferiscono a
concezioni biologiste, senza avere peraltro una forte idea di servizio di salute
mentale territoriale, che fornisca l'assistenza di base nella comunità a vario
livello e di lungo periodo. L'intervento di conseguenza non è mirato a
coinvolgere le famiglie, a rompere il loro isolamento, a cambiare la rigidità
del rapporto con il servizio, ma a potenziare la famiglia come luogo di
assistenza, a spostare su di essa alcune definite competenze e ad attivare
potenzialità che però rischiano di rimanere chiuse al suo interno. L'oggetto
rimane la malattia da gestire.
Questo modello si fonda su una concezione lineare come i vecchi modelli
biomedici: esso individua nelle caratteristiche delle Emozione Espresse (EE) dei
familiari il principale fattore di ulteriori crisi e cronicizzazioni e si
traduce sul piano terapeutico nella cura/silenziamento della malattia del
paziente con i farmaci, mentre ai familiari viene insegnato (psicoeducazione) a
rispondere in maniera emozionalmente più adeguata ai sintomi ed ai
comportamenti prodotti dalla malattia del paziente.
Il modello delle EE assume la malattia come entità biologica e opera da un lato
la deresponsabilizzazione della famiglia permettendone una collusione con l’équipe,
ne tacita le pressioni e le istanze in una cooptazione coterapeutica,
dall’altro fornisce delle chiare indicazioni sul “che fare” anche all’équipe
e ne riduce le tensioni. Questo si traduce in un impoverimento della ricchezza
degli operatori che finiscono con l’essere costretti all’interno di
procedure rigide, fondate su una conoscenza “a priori” che non tengono conto
di un intreccio quotidiano che si apre continuamente a nuove possibilità. Sul
versante della famiglia si rischia un non riconoscimento della storia, della
cultura e delle risorse della famiglia stessa.. Il paziente rimane ultimo in una
gerarchia che si costruisce in una sorta di verticalità unidirezionale tra il
terapeuta - la famiglia - il paziente. Non vi è una restituzione di
contrattualità e di senso alla sofferenza del paziente che viene lasciato in
una zona di scarsa visibilità o tutt'al più riceve una risposta
psicoterapeutica separata.
Lavorare sul contenuto emozionale che i familiari portano, sulle loro
competenze, sul dare valore e voce al loro sapere esperenziale è il necessario
contraltare da recuperare in positivo nel lavoro quotidiano con le famiglie
superando i rischi di riduttivismo che talvolta tali modelli contengono. Questo
passaggio garantisce la presenza sulla scena del paziente.
L'antipsichiatria ha rigorosamente minato la presunta struttura scientifica
della psichiatria soprattutto nel senso di una critica radicale ai processi di
oggettivizzazione e di controllo. Anche qui un riferimento acritico a questa
modalità di analisi ha prodotto rifiuto ed incapacità di leggere l'articolato
campo di tensione intorno alle persone, alle famiglie ed alle istituzioni
preposte alla cura, ha alimentato modelli interpretativi basati unicamente sugli
assetti culturali, sociali e politici perdendo in tal modo la potenzialità
originaria di critica alle istituzioni. La famiglia è stata posta tra le
istituzioni, insieme al carcere ed al manicomio: in essa la libertà
dell'individuo e quindi la sua salute mentale verrebbero annullate dalla
suddivisione rigida dei ruoli e dall’obbligo dell’osservanza delle norme.
Pur avendo contribuito ad una decodificazione storica importante,
l’antipsichiatria non è andata oltre la critica teorica delle istituzioni e
della famiglia e sul piano operativo non ha prodotto metodologie per affrontare
il disturbo mentale, né si è chiesta come le famiglie continuassero ad
esistere. Recuperare la critica radicale alla psichiatria deve invece
significare lavorare intorno alle istituzioni ed alla famiglia come aggregato
concreto dell'organizzazione sociale con l'intento della loro progressiva
trasformazione.
Nell'orientamento infine delle politiche d'intervento sulle famiglie parte
importante assume il fenomeno dell'associazionismo, che si è sviluppato di
recente in Italia, colmando in tal modo il ritardo rispetto alle realtà degli
altri paesi. Negli anni 70, infatti, nel nostro paese il fenomeno
dell'associazionismo era pressoché sconosciuto. Sono state attive in quegli
anni alcune associazioni di cittadini ed operatori e famigliari che soprattutto
svolgevano un lavoro di critica delle istituzioni manicomiali e di denuncia
delle pessime condizioni di vita degli internati. Subito dopo la riforma del 78,
molti familiari hanno cominciato ad associarsi, per affermare il diritto alla
cura ed al trattamento riabilitativo che la nuova legislazione garantiva. Molto
le associazioni hanno dovuto fare e stanno facendo per spingere, talvolta
costringere, le amministrazioni a rendere operative le indicazioni della legge
180. Contemporaneamente nel campo delle tossicodipendenze e dei disturbi
cronici, familiari si sono associati per rivendicare diritti, pari opportunità,
per superare barriere ambientali ed istituzionali e per modificare lo stigma
spesso legato a tali condizioni.
Il
dibattito tra famigliari, operatori ed amministratori è stato ed è
frequentemente aspro. Spesso le associazioni hanno fatto fatica a condividere
analisi, obiettivi e strategie comuni soprattutto a causa dei differenti
contesti, della mancanza di un’esauriente informazione, del carico che singoli
familiari sono costretti a sopportare, dei diversi riferimenti culturali,
scientifici e ideali.
L'associazionismo
però se può essere letto come un momento forte di spinta al rinnovamento e di
rivendicazione di protagonismo, assieme alle associazioni dei pazienti, nella
realizzazione dei servizi territoriali e più in generale sulle politiche
relative alla salute, rischia di rimanere estraneo alle dinamiche e alle
tensioni di servizi, se ostinatamente si colloca in uno scenario esclusivamente
conflittuale e di rivendicazione.
Famiglie
e istituzioni.
Dopo
le prime inevitabili oscillazioni di giudizio in merito alla famiglia colpevole,
emarginante, malevola vista dall'interno del manicomio; vittima, invasa,
sovraccarica, perseguitata "dal parente malato" rivista dai primi
avamposti territoriali, sono maturate tra gli operatori opinioni più
equilibrate, attraverso la frequentazione quotidiana e la valutazione del carico
e del vissuto delle famiglie proprio di fronte alle malattie mentali più gravi.
La famiglia è stata ri-situata all'interno della triangolazione paziente -
famiglia - servizio, dove ogni polo tende ad assumere spessore e dignità di
soggetto e dove nessuno svaluta pregiudizialmente l'altro.
La
famiglia, che aveva sempre vissuto la malattia come colpa, ne delegava
totalmente la gestione all'istituzione psichiatrica e, nei primi tempi della
pratica territoriale, contemporanei al superamento dell’OP., costringeva i
servizi a costruirsi una sorta di trincea terapeutica (una situazione in cui il
servizio stesso continuava ad assumersi il paziente totalmente, frequentemente
continuando a sottrarlo alla famiglia, e che comportava non solo
un’impostazione fondamentalmente duale, utente – servizio, della relazione
terapeutica, e del sistema di responsabilità ma anche un cortocircuito del
microcontesto del paziente). Nell'evoluzione del lavoro dei servizi, per effetto
stesso del lavoro terapeutico e della nuova relazione tra famiglie e servizi, i
familiari hanno assunto una posizione sempre più evidente di soggetti e di
nuovi interlocutori. Essi chiedevano più ascolto e protagonismo, una qualità
diversa del coinvolgimento. La domanda non era più di internamento e neppure di
contenimento, ma di cura; non la conferma di gravità veniva richiesta al
servizio, ma la possibilità, la speranza.
Nella nostra esperienza a Trieste, l'accoglimento nel servizio territoriale a 24
ore ha significato sempre più per il paziente sperimentare rapporti diversi in
uno spazio ambiguo, tra la normalità e la follia come quello di un centro di
salute mentale, permettere un distanziamento dalle relazioni familiari in un
luogo non connotato come sanitario e ambulatoriale; condividere la propria
modalità di esistenza (e anche l'angoscia) con tutti i soggetti che popolano il
servizio, operatori, utenti ed "altri ", all'interno di una dimensione
che vuole essere anche " normale", ritmata sulla vita quotidiana delle
persone, piuttosto che sulle regole e sui tempi di un’istituzione, vivere nel
servizio un insieme di relazioni e di dinamiche come se fosse una famiglia
allargata.
Questo accade, in modi e misure diverse, anche per i familiari: ascoltare pareri
diversi, anche informali; essere al centro di sguardi molteplici, in un mondo
che è insieme "reale ed artificiale"; muoversi in una gamma allargata
di contatti, di scambi e di relazioni, che contemplano pareri, sostegno,
critiche, rassicurazioni ad opera di diversi operatori e anche di altri
familiari; ascoltare pareri fondati su esperienze differenti. Tutto quanto
permette ai familiari di riorientarsi progressivamente in cornici differenti e
di alterarle, di rompere “le province finite di significato” in cui le
famiglie si chiudono.
Vi è dunque una disposizione da parte del servizio a favorire la
partecipazione, un invito ad entrare nel "gruppo", nel clima
terapeutico del servizio, ad usare gli appoggi e le risorse di una sorta di
comunità allargata, ad esprimersi, a protestare; e questo, se non esclude
conflitti ineluttabili, garantisce fasi e momenti disciplinati di analisi e
confronto.
Tutto ciò pone il servizio in una sorta di ruolo di integratore: il suo
"attraversamento", o accoppiamento strutturale tra due sistemi,
famiglia e servizio, permette al paziente e alla famiglia più recettori, più
punti di riferimento, di osservazione, di intersecazione. Occorre però che il
servizio si sviluppi come un sistema di relazioni aperte, in cui vi sia un alto
grado di integrazione/mediazione delle differenti soggettività che lo animano;
e per questo richiede un paziente e quotidiano lavoro volto a sviluppare le
valenze "comunitarie", massimizzando la comunicazione a tutti i
livelli, i momenti di incontro, di espressione per tutti, desanzionando i
comportamenti e chiedendone ragione in virtù del riconoscimento e del rispetto
dell’insieme delle relazioni e dei soggetti.
Alla famiglia si propone dunque un percorso caratterizzato da una strategia
"labour-using" di riutilizzo delle sue risorse, piuttosto che di
" labour-saving" come faceva il manicomio, che sottraendo lavoro alla
famiglia, vi lasciava un buco nero vissuto come colpa, come macchia.
La presenza concreta degli operatori nella complessità dei rapporti con le
istituzioni e con la famiglia stessa, l’accessibilità del servizio, la sua
flessibilità, la bassa soglia, la varietà delle figure professionali e dei
saperi in campo, la disponibilità a vedere ed a conoscere in modo non
selettivo, non pregiudiziale, ma aperto a sguardi differenti, a saperi altri,
sostiene, nella tensione quotidiana e in un campo conflittuale e dialettico,
quella “triangolazione” paziente/famiglia/servizio, che oggi viene usata
come uno degli strumenti per la pratica di cura quotidiana.
Il
lavoro terapeutico da un lato agito dagli operatori e le forme di associazione
costruite dai familiari dall’altro garantiscono un campo di tensione e di
“posizioni” variabili che sostengono la mutevolezza del contratto
terapeutico e delle alleanze.
Nella
crisi è proprio la collaborazione con tutti i soggetti coinvolti - l'utente ed
i famigliari insieme - che permette la contrattazione e l'avvio del programma
terapeutico. La negoziazione del programma sarà tanto più possibile quanto più
le offerte del servizio saranno molteplici e diversificate, i programmi
personalizzati, non preformati e ricontrattabili in qualsiasi momento. La
famiglia imparerà così a trovare risorse al suo interno e nella rete sociale
circostante, risorse utili al mantenimento del suo equilibrio. La condivisione
dell'allarme e la ricerca comune di senso costruisce un lessico “familiare”
appunto, e di conseguenza rende possibile l'emergere della capacità della
famiglia anche, ma non solo, nel riconoscere i segni precoci in caso di
ricadute, di fronteggiarli e di comunicarli. Più grande ed allargata è la
capacità di mettersi in gioco e di partecipare da parte di ciascun soggetto, più
utile sarà il lavoro in chiave di superamento della crisi, di convivenza con la
malattia, più fondate le previsione di modificazione del decorso e
dell’esito.
La
consapevolezza che nasce da questo coinvolgimento e dalla riflessione rende
lecito chiedere alla famiglia piccoli/grandi spostamenti ed agli operatori una
congruità ed un’intenzionalità della risposta.
È
esperienza comune invece che nella crisi, mancando un servizio di riferimento,
le deleghe reciproche siano più frequenti: una famiglia povera di strumenti
utili ad affrontare un problema acuto più facilmente chiederà il ricovero e si
aspetterà una soluzione "medica"; a sua volta il servizio
“assente” o lontano rispetto ai problemi della vita reale può tendere a non
capire, a sottovalutare, a rimandare alla famiglia la gestione, ad abbandonare
alla fine.
In
tal senso la visibilità dei problemi delle famiglie ha strettamente a che fare
con la visibilità del servizio nel territorio, e con il trasferimento del
lavoro dai luoghi tipicamente deputati ad eseguirlo (ad esempio gli ambulatori)
ad altri quali la casa, il rione, dove minore risulterà il potere
dell'istituzione, ma maggiore la contrattualità dei soggetti coinvolti.
Sappiamo
anche che dentro ogni crisi, ma anche nella piatta quotidianità della
“malattia”, esiste un "senso", una concentrazione comunicativa di
senso, che anche l'ascolto della famiglia, la comprensione dei suoi linguaggi,
la valorizzazione dei suoi saperi e della sua cultura ci permette di cogliere;
senso che spesso rimane nascosto e va ricercato e letto dentro la storia delle
persone che sola può restituirlo anche alle esperienze più estreme, agli
accadimenti più incredibili. Le esistenze delle persone sono sempre diverse e
diverse le loro esperienze, se non intervengono ad omologarle tutte le forme di
istituzionalizzazione e di appiattimento, proprie dei saperi e delle pratiche
psichiatriche e psicoterapeutiche.
Le
energie da mettere in movimento di fronte al disturbo mentale grave, alla
tossicodipendenza, alle malattie organiche croniche sono tante, e per un tempo
lungo. Aiutare le famiglie a portare alla luce le proprie risorse, a farle
circolare, a sviluppare conoscenze operative e riflessioni a partire dal proprio
assetto culturale, ci sembra che possa finalmente farle diventare il soggetto
che sono nella vita reale, e tale non è stato finora nella psichiatria.
Carico
familiare ed emotività espresse.
Per
il lavoro che si sta effettuando a Trieste con le famiglie, si è cercato di non
fare esclusivo riferimento a teorie nate nell'ambito della psichiatria, ma di
allargare le conoscenze anche alle scienze ed alle discipline che hanno prodotto
e/o applicato le più recenti teorizzazioni sulla famiglia: sociologia,
psicologia, antropologia, teorie del servizio sociale etc.
Da
questi orientamenti i servizi triestini hanno focalizzato l’attenzione sulle
teorie dello stress familiare e della sua gestione (Family stress and coping
theory) di impianto psicosociale, per poi applicarla al campo della salute
mentale e della tossicodipendenza. A differenza della teoria del ciclo di vita
familiare che fa capo all'approccio sistemico, essa mette l'accento sugli eventi
di vita non prevedibili detti eventi non normativi, come una crisi economica,
una malattia, un lutto. Quest’approccio si propone di analizzare nel tempo
come la famiglia reagisce e quali risposte dà ad una situazione di stress, di
crisi, dovuti ad un handicap, ad un lutto, come in questo caso, la malattia
mentale. Ciò consente una buona comprensione della quantità e qualità del
lavoro che una famiglia compie su se stessa per raggiungere un determinato grado
di adattamento, in seguito agli eventi che rischiano di “scompaginarla”.
In
questo quadro è stato possibile mettere a fuoco l’importanza delle risorse
che la famiglia contiene (ed usa per mantenere il suo equilibrio) e le
conoscenze, le culture che le permettono diversi gradi, più o meno utili di
razionalizzazione e di ricerca di significato.
A
partire dagli anni ‘50 sono iniziati studi sulla percezione della devianza e
sul controllo sociale: era in corso il processo di deospedalizzazione e nella
comunità venivano reimmessi e restavano più a lungo coloro che in precedenza
venivano rinchiusi nel manicomio (malati di mente, alcolisti, persone con
handicap). Successivamente le nuove tecnologie hanno portato ad un’aspettativa
di vita sempre più lunga, ma anche alla permanenza nella comunità di soggetti
che necessitano di cure continuative; tutto ciò ha contribuito ad indirizzare
la ricerca nel campo delle malattie con tempi lunghi di decorso e con esiti di
non totale guarigione "dal paziente alla famiglia", introducendo il
concetto di "carico".
Ci
si è chiesti quali siano gli effetti di una malattia sugli altri membri (quelli
sani) della famiglia, si sono studiate le reazioni a breve e lungo termine alla
convivenza spesso prolungata, con un figlio, un partner o un fratello/ sorella
affetti da un disturbo mentale, ma anche da altri tipi di malattia.
Si
è visto che il carico di una famiglia è in relazione inversamente
proporzionale con le sue abilità sociali (capacità di rapportarsi
correttamente con le istituzioni, di comunicare, di usare di tutte le risorse a
disposizione, di dimostrare contrattualità): queste variano in relazione con le
aspettative ma soprattutto con l'età, il genere, la classe sociale e il grado
di istruzione. È evidente la difficoltà di misurare quantitativamente una
serie così complessa e concatenata di variabili, ma nello stesso tempo la
ricchezza di una ricerca che tanto s’intreccia con elementi culturali.
Un
primo tentativo è stato reso possibile dall'introduzione della distinzione,
didattica ma utile, tra carico "oggettivo" e "soggettivo":
per carico oggettivo s’intende il costo diretto ed indiretto della malattia, i
suoi costi economici, la necessità spesso di cambiare casa o dover acquistare
una nuova casa, le ore di lavoro perse o, soprattutto per le donne, il dover
rinunciare al lavoro od alla progressione di carriera, il tempo erogato
nell'assistenza, la mancata autonomizzazione del figlio che resta a lungo
dipendente, le spese in procedimenti civili e penali. Per carico soggettivo,
legato alla sofferenza individuale per il "lutto" di un figlio
desiderato e fantasticato in un modo tanto diverso dalla realtà, s’intende
l'ansia, la frustrazione, l'impossibilità di programmare il futuro, la colpa,
la vergogna.. È osservazione frequente che soprattutto per le donne i due
diversi livelli del carico tendono spesso a sommarsi e ad amplificarsi.
Sono
stati sviluppati una serie di strumenti, che misurano l'oggettività del carico,
in termini di indicatori in aree specifiche. Parallelamente viene misurata la
percezione soggettiva del carico da parte del famigliare più vicino. Si è
giunti in questo modo a una serietà metodologica notevole e a risultati univoci
sull'esistenza e l'estensione del carico nelle famiglie con un parente con
disturbo mentale o tossicodipendenza.
Alla
stessa maniera dovrebbe svilupparsi una capacità dell'operatore non tanto di
misurare quanto di comprendere questa particolare condizione della famiglia. La
capacità dell'operatore è tanto più importante se si considera che carico
oggettivo e soggettivo tendono a rimanere alti, anche dopo molto tempo
dall'esordio della malattia. La percezione dell'esistenza di un grosso problema
in famiglia non si spegne con il tempo, permane il desiderio/ aspettativa di
modificare una realtà di per sé pesante, che viene vissuta come angosciante e
cupa sia nella vita reale che in quella fantasmatica. Questa condizione viene
riferita dalle famiglie come un sentimento di solitudine e di isolamento.
Le
famiglie che hanno un figlio/a affetto da problemi mentali, ma abbiamo
riscontrato gli stessi sentimenti in famiglie con figli tossicodipendenti,
spesso hanno pochi amici, il proprio tempo libero è ristretto al massimo o
condizionato fortemente; sviluppano spesso vissuti di apprensione, di perdita di
speranza, di impotenza e frustrazione. Avvertono che molto dipende da loro, ma
spesso non sanno cosa fare o come muoversi, nemmeno rispetto a una progettazione
minima nel corso della giornata, sentendosi sempre in gioco, in un perenne stato
di ipercoinvolgimento. Nella contemporanea difficoltà di ciascuno è il senso,
l'origine, della confusione comunicativa.
Può
risultare esemplare a questo proposito la difficoltà che familiari con un
figlio affetto da schizofrenia hanno a discernere i sintomi della serie negativa
(come l'apatia, l'indifferenza, l'inattività) da attributi relativi alla
persona, che viene spesso vista come pigra, indifferente, cattiva, in una
circolarità che si autoalimenta.
Sono
molto note le ricerche sulle relazioni tra atteggiamento emotivo dei familiari e
decorso dei disturbi schizofrenici. È esperienza di ciascun operatore che
espressioni di emotività intensa portino ad esperienze stressanti in ambito
interpersonale, mettendo alla prova meccanismi cognitivi delicati, contribuendo
a far diminuire l'autostima e facendo pericolosamente oscillare meccanismi
adattativi in atto.
Gli
studi sull'EE tentano di definire questo campo: sono stati usati strumenti di
rilevazione che assegnano a ciascuna famiglia dei punteggi a indicare il grado
di criticismo, di ostilità, di ipercoinvolgimento, di calore e le famiglie sono
state divise in due gruppi ad alta EE, con maggiore rischio di ricadute per il
parente, e a bassa EE, considerate maggiormente protettive.
L'obiettivo
esplicito dei trattamenti costruiti a partire da questi studi è quello di
portare l’emotività espressa su valori bassi; le tecniche adottate sono
diverse, dal comportamentismo alla sistemica, alla terapia di rete, ma tutti gli
autori concordano nell'affermare che la ragione per cui si deve coinvolgere la
famiglia nel trattamento di giovani affetti da disturbi schizofrenici risiede
nell'esigenza di ridurre le EE.
Nel
lavoro che abbiamo sviluppato a Trieste è stato importante riferirsi a queste
esperienze, ma l'obiettivo della riduzione dell'EE, insieme allo strumento della
psicoeducazione, rappresenta uno degli obiettivi del lavoro con le famiglie e
non certamente l'unico. La modificazione delle EE rappresenta un effetto
auspicabile, desiderabile, soprattutto per le famiglie stesse che possono così
affrontare con maggiore "leggerezza" emotiva la propria situazione, ma
si unisce ad altri effetti, più immediati e visibili, "aspecifici"
quali l'allargamento della rete sociale, l'uscita dall'isolamento, la riduzione
dello stress e dei vissuti di colpa e di vergogna.
Il
rischio della centralità della malattia come oggetto su cui intervenire, deve
essere sempre tenuto presente dagli operatori; anche se talvolta può essere
strategicamente utile ricondursi all'oggetto malattia è sempre necessario
tenere aperti punti di ritorno nel campo delle relazioni e dei soggetti.
La
persona rischia, una volta definita malato di mente o tossicodipendente o
handicappata, per progressivi e puntuali automatismi di essere considerata
incapace, priva di autodeterminazione, privata dei suoi diritti, resa
"altro" anche giuridicamente. Il modello medico attraverso un processo
di ripetute e progressive sottrazioni finisce per togliere alle persone la loro
soggettività, la loro individualità, la loro storia per farle diventare
oggetto dell'intervento. Chi soffre di un disturbo mentale, di tossicodipendenza
o di un handicap viene omologato, incluso in una categoria che assumendo come
dominante la "parte malata" tutto sovradetermina. Da questi processi
traggono sostanza gli stereotipi che fissano la figura ed il ruolo del malato di
mente o del tossicodipendente nell'immaginario collettivo e quindi anche nelle
culture familiari, stereotipi che ostacolano l'accesso alle risorse terapeutiche
ed ai processi emancipativi e su cui è fondamentale lavorare in un progetto di
prevenzione.
È questo il rischio che osserviamo nei modelli di intervento centrati sulla
psicoeducazione e sull’emotività espressa.
Il
lavoro con le famiglie ad alto carico.
I
programmi con le famiglie si collocano nell'ambito della prevenzione secondaria
e terziaria dei disturbi mentali gravi e/o stabilizzati, delle
tossicodipendenze, delle malattie organiche croniche ponendosi come obiettivo
l'offerta di strumenti per l'affrontamento del disturbo, la rottura degli
stereotipi nonché la riduzione dell'acuzie e delle ricadute, il miglioramento
del decorso, il rafforzamento dei fattori protettivi.
Scelte
operative e modelli sono quanto mai interessanti, in quanto contribuiscono ad
allargare e strutturare il range delle offerte terapeutiche, in un'ipotesi di
concreta integrazione di strumenti differenti. Si deve infatti sottolineare che
l'intervento, sia in un ambito preventivo che terapeutico- riabilitativo, deve
mantenersi in un campo di tensione dialettico, in cui siano contemporaneamente
presenti risposte "hard" (farmaci, ricoveri) e percorsi e strumenti
extra-clinici, "soft", in un gioco di contemporaneità e di
integrazioni, che segnano, qualificano e validano la completezza dell'intervento
stesso.
All'interno
di questo lavoro, necessariamente complesso e su più dimensioni, si è scelto
in modo consapevole di usare un modello conoscitivo (vulnerabilità/stress)
utile ai famigliari e agli operatori per posizionarsi e discutere rispetto alle
prime ondate di domande, dubbi, non-conoscenze. Nessun genitore dovrebbe essere
esperto di disturbo mentale, ma quando questo compare in una famiglia, la
"naturale" non conoscenza porta a una ricerca spasmodica di notizie,
informazioni, spiegazioni, prescrizioni, che trova risposte frammentarie e
contraddittorie, producendo una confusione altamente settica che va riordinata e
inquadrata. Il fornire informazioni alle famiglie è una scelta etica, prima
ancora che scientifica, e il modello multifattoriale permette una buona messa a
fuoco, per quanto strumentale, su tutta la marea di notizie di cui la famiglia
è oggetto. Permette anche di apprendere modalità di ragionamento basate non più
su una causalità lineare, molto presente in generale, ma insegna a leggere i
comportamenti umani (nessuno escluso e tutti compresi), considerando più
elementi contemporanei e interagenti: il tempo, e i tempi della vita, la
vulnerabilità e la possibilità di rafforzare la persona, gli eventi normali
dell'esistenza.
In
questa esperienza abbiamo dovuto valutare che la contrapposizione di modelli
conoscitivi diversi (biologico-psicologico, psicologico-sociale) ha mostrato il
suo limite e ci sembrano rigidi e acritici i tentativi di far prevalere questa o
quella scuola di pensiero.
Riferendosi
alla diagnosi di malattia mentale o di tossicodipendenza, non solo le diverse
concezioni sulla loro natura e sulla loro evoluzione si riflettono sulle modalità
di affrontamento terapeutico ed istituzionale, ma costruiscono anche le modalità
con cui l'esperienza di malattia, la particolare esistenza di quella particolare
persona viene accettata, rifiutata, punita.
È evidente che le diverse concezioni teoriche possono escludere o facilitare il
rinvio ad esperienze umane, come nel caso della schizofrenia, inquietanti,
enigmatiche, spesso tragiche nella loro condizione di limite, di confine.
Gli
ambienti psichiatrici più attenti ed un'ormai sempre più vasta letteratura
sostengono lo studio di modelli causali non lineari, polimorfi, complessi e
molto più articolati che in passato. In questa visione, diversi fattori
biologici, psicologici, ecologici, culturali, interagiscono a mantenere una
condizione di salute ovvero a determinare individuali condizioni di vulnerabilità
che possono alludere all'insorgenza di un disturbo.
Tali
fattori sono presenti nella vita di ciascuno. Alcuni come le risorse economiche,
le motivazioni, la rete sociale, le abilità relazionali ci sostengono, ci
offrono possibilità di recupero, di vantaggio. Sono questi i fattori
protettivi. Altri elementi, fattori di rischio, strutturano singolari condizioni
di vulnerabilità. Sono questi le malattie fisiche più o meno invalidanti, la
fragilità emotiva, le particolari attitudini o disabilità di tipo
neuropsicologico, la predisposizione di origine ereditaria, i meccanismi di
attaccamento a (o il distacco da) figure parentali significative, la
problematicità dei rapporti familiari, il particolare impatto nelle prime
esperienze di socializzazione, la miseria materiale, l'isolamento relazionale
individuale o del proprio gruppo di appartenenza, le esperienze di vita
istituzionali. Eventi drammatici o comunque significativi diversamente
intrecciandosi ed interagendo con le capacità di adattamento delle persone,
possono determinare condizioni di disagio fino al disturbo grave ed al bisogno
di attenzioni e cure specifiche.
Il
lavoro con le famiglie a Trieste.
Un
programma di gruppo con famiglie ad alto carico è cominciato già nel 1987 in
uno dei C.S.M. in cui è articolata la rete dei Servizi di Salute Mentale di
Trieste e dal 1990 nel Servizio per le Tossicodipendenze.
I
genitori ponevano problemi di gestione ed emozionali e l'esperienza di servizi
"forti" non poteva prescindere dal coinvolgimento attivo delle
famiglie.
Inizialmente
sono stati coinvolti familiari da lungo tempo in contatto con il servizio, poi
anche i più giovani; alcuni operatori di riferimento si occupavano di
organizzare e condurre gli incontri di gruppo.
I
primi incontri hanno sviluppato discussioni per favorire conoscenza e
partecipazione e tentare di produrre cambiamenti utili. Spesso è stato il
momento emozionale a caratterizzare le comunicazioni, ma anche lo scambio di
competenze, la ricerca comune di soluzioni al problema che in quel momento
veniva posto da uno o dall'altro genitore.
Sono
stati favoriti momenti autonomi di organizzazione del tempo libero per i
familiari, proposte per ampliare la rete sociale ed uscire dal deserto in cui
molti sentivano di vivere.
Finora
hanno partecipato a questo programma più di 250 familiari, su 3000 utenti, dei
Servizi di Salute Mentale e fino a 100 famiglie per anno su 700 utenti per anno
nel SER.T., esprimendo il gradimento dell'esperienza.
Attualmente
il programma è composto da incontri tematici per i genitori di tutto il D.S.M.;
l'incontro viene tenuto da un "esperto" con lo scopo di illustrare un
problema specifico e di stimolare la discussione.
Gli
incontri a tema si alternano con altri momenti di gruppo in ciascun C.S.M. e al
SER.T., ai quali vengono invitati familiari da poco conosciuti, con un problema
recente, oppure con i quali è necessario mettere in moto nuove risorse e
attivare nuove possibilità.
Sono
persone con problemi di stress e tensione familiare evidente, con difficoltà di
relazione, bisogno di acquisire elementi di conoscenza, di avere conferme, di
raccontare il proprio problema, di condividere il carico, oppure genitori che
sono venuti per la prima volta in contatto con il problema " malattia
mentale" e con i servizi nell'ultimo anno. Lo scopo è quello di fornire
orientamento, rispondere alle domande più urgenti, offrire la possibilità di
incontrarsi con persone con lo stesso problema.
Argomenti
frequenti di discussione riguardano la relazione tra l'esperienza del disturbo
del figlio-a e ruolo genitoriale, modificazioni delle dinamiche relazionali
rispetto ai sintomi/comportamenti/messaggi. La discussione e lo scambio
rappresentano occasioni di esperienza e apprendimento consapevole.
Si
cerca di rintracciare contributi utili che la persona con il disturbo mentale
esprime nella famiglia, ma anche negli altri ambiti fondamentali dell'esistenza,
gli affetti, la rete sociale, il lavoro.
Si
intacca metodicamente la piattezza insita nel concetto di malattia, per
alimentare invece una percezione più mossa, che valorizzi capacità e talenti
piuttosto che sintomi e disabilità, che guardi alla vita "nonostante"
la malattia.
Si
sono strutturate procedure e regole di lavoro comuni per i piccoli gruppi a cui
gli operatori devono attenersi, che possono essere così elencate:
riduzione
al minimo degli aspetti volutamente manipolatori;
non
utilizzo di un modello prefissato di gestione, interpretazione, terapia;
risposte
alle domande possibilmente all'interno del gruppo, stimolando i singoli a
dare le proprie risposte, a partire dalla propria esperienza;
ricerca
di reciproca condivisione dei problemi tra i familiari e il servizio;
crescita
della conoscenza dall'interno del lavoro del servizio;
scelta
di parlare di "noi", in quanto gruppo di genitori, non di
"loro";
riferire
i problemi sempre attraverso la lente dell'esperienza personale del
genitore;
richiesta
costante ai familiari di piccoli o grandi "spostamenti";
tendenza
a non allontanare i familiari dal gruppo, proponendo nuove forme di
aggregazione, ad esempio orientate verso esperienze di auto-aiuto o di
associazionismo;
stimolazione
di momenti di tempo libero autorganizzato;
tentativo
costante di offrire una conoscenza sistematica dei problemi, usando
riferimenti e contributi di diversi autori e ricercatori.
Nella
nostra esperienza, anche se i soggetti del programma descritto sono le famiglie,
il cambiamento più evidente si è prodotto e si produce sul versante dei
servizi.
L’entrata
a volte prepotente dei familiari con richieste e bisogni divenuti ormai
espliciti propri per il lavoro svolto, richiede una trasformazione continua
dell’operatività, rimanda a contraddizioni sempre più estese e visibili.
Alla
razionalizzazione immediata, per la riduzione del numero delle prestazioni
singole a favore di un quadro di interventi di gruppo più precisi ed ordinati,
fa seguito una moltiplicazione di soggettività (le madri, le donne, i padri, le
relazioni di coppia, il contratto collettivo del gruppo dei genitori) che muove
verso una sempre maggiore complessità di lettura e di intervento per i servizi.
Ad
esempio, la maggiore “culturalizzazione” prodotta nei genitori in termini di
accesso ai servizi e alla rete sociale, più che di conoscenza sulla malattia,
ha favorito la costruzione di spazi e percorsi di formazione per i figli, per
fornire loro possibilità concrete di conoscenza e partecipazione alla città,
al territorio, alla cultura, all’identità di genere, per un sempre maggiore
presenza del contratto sociale.
Abbiamo
assistito ad una modificazione importante della modalità di arrivo della
domanda ai servizi, non vi sono più richieste pedagogiche o di comportamento
estemporanee, non più lamenti.
La crisi non è più rappresentata con i caratteri dell’emergenza e della disperazione, ma viene spesso letta nei suoi significati rafforzando la collaborazione con il servizio; in sostanza si è modificato il vissuto della malattia da parte delle famiglie.
Un
lavoro così articolato e da più di dieci anni non può non portare con sé
anche dei rischi che è necessario riconoscere.
Svelare
i meccanismi e i significati del disturbo mentale porta ad una sorta di sua
“invisibilità” creando un aumento delle aspettative da parte dei genitori,
che possono tradursi in una ricerca estrema di normalizzazione per i figli o in
un’attesa frustrante di “guarigione”.
Certamente
questo ulteriore movimento costringe gli operatori ad accogliere le istanze con
grande attenzione, rivedere ciascun programma, introdurre nuove risorse e
diversi soggetti nei progetti riabilitativi.
Altrettanto
accade quando, all’interno del gruppo, i singoli insuccessi o le ricadute,
naturalmente amplificati dalla rappresentazione collettiva (così come si
amplificano positivamente i successi), tendono a produrre sfiducia e
regressione; esiste per questi programmi un rischio concreto di implosione, per
la difficoltà di far muovere dall’interno all’esterno le nuove risorse e
capacità, a tradurle in pratiche sociali più diffuse ed allargate.
Il valore prodotto dal gruppo pone problemi di operatività concreta che nel
tempo deve cambiare da parte degli operatori, e di autonomia da parte del gruppo
di genitori. Si capisce che, completato un percorso di gruppo, il tono della
confessione e del racconto liberatori devono trovare altre modalità e spazi di
espressione; diventa fondamentale la costruzione di strategie sociali più
allargate, nel rione, nei consigli circoscrizionali, con i vicini, nelle
esperienze di associazionismo e di auto-aiuto.
Semplifichiamo
in uno schema alcuni degli effetti che abbiamo osservato a partire
dall’assunzione prioritaria del carico oggettivo da parte dei servizi, di una
risposta che non può prescindere dalla concretezza.
|
USO/
ATTIVAZIONE DELLE RISORSE DISPONIBILI AIUTO
CONCRETO DEL SERVIZIO. |
||
|
1.
|
RIDUZIONE
DEL CARICO FAMILIARE |
|
|
2.
|
MODIFICAZIONE
DEL VISSUTO E DELLA CULTURA DELLA MALATTIA |
|
|
3.
|
MODIFICAZIONE
DEL RAPPORTO FAMIGLIE/SERVIZIO |
|
|
4.
|
MODIFICAZIONE
DELL’OPERATIVITÀ DEL SERVIZIO |
|
La
pratica di lavoro con i famigliari.
In
modo più chiaro ed evidente riportiamo il programma distribuito ai familiari in
occasione dell'ultimo corso.
Per
l’anno in corso (‘98) si intende procedere nel modo seguente:
Il Centro di Salute Mentale a cui fate riferimento, organizza incontri con
cadenza quindicinale ai quali è necessario che partecipiate. Chiedete agli
operatori del Centro date, orari e sede.
Questo
incontro viene definito incontro di riflessione, di approfondimento e di scarico
emotivo e permette ai genitori di acquisire elementi di conoscenza, di avere
conferme, di raccontare il proprio problema, di condividere il “carico”.
La
partecipazione a questi incontri dovrà essere continua ed è propedeutica e
complementare al lavoro informativo che si svolgerà’ presso la Direzione dei
Servizi di Salute Mentale.
La Direzione dei Servizi di Salute Mentale predispone un programma informativo
comune con 10 incontri tematici a cadenza quindicinale, intervallato con gli
incontri nei rispettivi CSM. A questo programma potrete accedere su invio del
Centro di Salute Mentale. Il programma con 10 temi informativi sulla malattia
(vedi programma dettagliato) è svolto da esperti e rivolto a familiari
conviventi con persone che hanno sofferto o soffrono di crisi psicotiche,
provenienti da tutti i Centri di Salute Mentale.
Si
svolgerà a turno nelle sedi dei rispettivi C.S.M., per favorire il
coinvolgimento di tutti, secondo il calendario indicato nella pagina successiva
La Direzione dei Servizi di Salute Mentale organizza incontri di self-help (auto
aiuto), riflessioni sulla qualità di vita dei familiari conviventi con pazienti
gravi per aiutarli ad uscire dal loro isolamento, riorganizzare meglio la loro
quotidianità, favorirne il benessere psichico. Un equilibrio più sereno nei
familiari ha sempre una ricaduta positiva anche sul paziente.
A
questi gruppi sono invitati familiari che hanno già partecipato al corso
informativo, che sono interessati a mantenere contatti con altri familiari, ad
organizzare iniziative con essi, con l’appoggio di operatori del Dipartimento
di Salute Mentale. È utilizzata una sede specifica di incontro in V. Pondares
n.23, sede del gruppo di auto-aiuto “Noi insieme”.
Conferenze tematiche sulla salute mentale che verranno annunciate di volta in
volta e a cui potranno partecipare tutti. Il Dipartimento si avvarrà di esperti
per l’approfondimento di vari temi individuati dai familiari negli anni
precedenti (es. possibilità di lavoro, residenze riabilitative, uso dei
farmaci, problemi giuridico-amministrativi, sessualità ed affettività, rischio
di suicidio, etc.)
Gli
incontri dureranno poco più di 90 minuti per volta. Agli incontri è
preferibile che partecipino entrambi i genitori, quando ci sono, oppure altri
familiari conviventi. Sarebbe auspicabile che anche i genitori separati
partecipassero alle stesse riunioni (sempre che questo non riproduca o provochi
nuove tensioni e rinnovi sentimenti di ostilità’ già superati).
Se
ci saranno variazioni nelle date si verrà informati telefonicamente con 2 o 3
giorni di anticipo.
Gli
incontri tematici si svolgeranno come da programma i giovedì indicati dalle ore
17.30 alle ore 19
OBIETTIVI
GENERALI DEL PROGRAMMA PER 1997/98
CARICO
FAMILIARE E DISTURBO MENTALE
INFORMAZIONI,
ORGANIZZAZIONI, RETI, AIUTO- RECIPROCO
Aumento della conoscenza del disturbo mentale da parte dei genitori ed anche
delle aspettative e dei limiti dell’intervento terapeutico in rapporto alle
capacita’, alle risorse ed alle intenzioni dei Servizi.
Riduzione dello stress, dell’ansia, della tensione attraverso possibilità’
di “scaricare” sul gruppo una parte del peso, di raccontare ed ascoltare
collettivamente, di confrontarsi.
Rafforzamento delle reti sociali ovvero ampliamento della quantità’ e della
qualità’ degli scambi tra i familiari stessi e tra questi e gli altri
(organizzazioni culturali, politiche, sportive, del tempo libero, etc...)
attivazione dell’aiuto reciproco sull’emergenza ma anche momenti di riposo e
di distanza autorganizzati.
Attivazione del gruppo per la difesa dei diritti fondamentali della persona
affetta da disturbo mentale e della sua famiglia per il reperimento di risorse
utili al lavoro terapeutico e riabilitativo, per attivare un confronto più
consapevole e mirato con le amministrazioni pubbliche.
I
TEMI DEL PERCORSO INFORMATIVO - ‘97/’98
giovedì 2 ottobre 1997 - Direzione D.S.M. via Weiss 5
Presentazione
del corso. A che cosa serve un programma di informazione per i familiari.
giovedì 16 ottobre 1997 - C.S.M. Domio via Morpurgo 7
Il
disturbo mentale. Un modello per spiegare.
giovedì 30 ottobre 1997 - C.S.M. Barcola. v.le Miramare 101
I
disturbi schizofrenici, strumenti di comprensione.
giovedì 13 novembre 1997 - C.S.M. Molino a Vento 123
Famiglia
e disturbi mentali gravi. Relazioni e stili comunicativi.
giovedì 27 novembre 1997 - C.S.M. S.Vito Club Zip via S. Vito 6
La
crisi. Comprendere la crisi. Crisi e trasformazione. Prevenire le ricadute. Come
aiutarsi e come farsi aiutare.
giovedì 11 dicembre 1997 - C.S.M. Donna via Gambini 8
Progetto
terapeutico e tutela dei diritti dell’utente, rete dei Servizi.
giovedì 15 gennaio 1998 - C.S.M. S.Giovanni p.zzale Canestrini 8
Gli
psicofarmaci. Che cosa sono, come si usano, cosa aspettarsi, quali danni
producono.
giovedì 29 gennaio 1998 - C.S.M. Domio via Morpurgo 7
Abilitazione
e riabilitazione. Il lavoro, i programmi di formazione, le cooperative.
giovedì 12 febbraio 1998 - C.S.M. Aurisina via Cave 9
La
guarigione ha tempi lunghi. È possibile sopravvivere e salvaguardare la dignità,
il potere e le competenze del paziente? E della famiglia? Qualità della vita
quotidiana.
giovedì 26 febbraio 1998 - v. Pondares 23 c/o “NOI INSIEME”
Tecniche
di sopravvivenza. Tempi di recupero e di distanziamento. Indicazioni per l’uso
della città. Organizzazione di reti di aiuto reciproco per i familiari.
Al
di là delle valutazioni in corso sul gradimento del programma da parte dei
genitori, sulle modificazioni del carico e dell’emotività espressa, ci sembra
illuminante, nella sua semplicità, riportare il verbale di una discussione a
partire dalla domanda “chi è il genitore esperto?”
I
temi riassunti dai genitori ci sembrano obiettivi e punti di riferimento per un
buon lavoro comune.
Questa
una sintesi delle risposte:
Un genitore che non ha vergogna di parlare della propria situazione e della
malattia del figlio;
un genitore che non dimentica se stesso e il proprio partner (non esce da solo,
in coppia, con amici, senza il figlio); che tiene conto dell’esperienza dei
“sani” in famiglia;
un genitore che non si arrende, che lotta, che agisce;
un genitore che sa riconoscere il “prima” della malattia, almeno il prima
della ricaduta;
un genitore che vuole capire, saperne di più;
un genitore che non pensa solo al ricovero come soluzione del problema;
un genitore che ha un buon rapporto con l’altro genitore (anche in condizione
di separazione o divorzio);
un genitore che durante la crisi dà i farmaci su prescrizione medica, e dopo la
crisi sa che i farmaci sono in relazione ad “altro” (attenzione, ascolto,
dialogo);
un genitore che valuta con cautela situazione per situazione, che non
generalizza, specie se parla con altri genitori;
un genitore che non è assillante, sa allontanarsi, distanziarsi;
un genitore che sa che i brutti periodi sono periodi, e non durano sempre.
Bibliografia
Anderson
C., Reiss D.J., Hogarthy G.E. “Schizophrenia and family”. Guilford Press.
N.Y. 1986.
Casacchia
M., Roncone R., Core L. “La famiglia come risorsa terapeutica nei disturbi
schizofrenici”. L’Ipetro. Quaderni aperiodici di studi antropologici. 31,
1991.
A
cura di Dell’Acqua G., Vidoni D., Campiutti E. “Schizofrenia. Informazioni
per le famiglie”. Pordenone. Ed. Centro Studi Ricerche Salute Mentale Regione
Autonoma Friuli-Venezia Giulia, 1994. Pubblicazione autorizzata dall’O.M.S.
Divisione Salute Mentale Ginevra; p. 93.
Dell’Acqua
G., Evaristo P., Impagnatiello M., Mezzina R. “Il centro di salute mentale e
il carico familiare. Educare le famiglie, organizzare l’aiuto reciproco”.
Riv. Riabil. Psichiatrica e Psicosociale, vol. I; n. 1-3: 25-32, 1992.
Dell’Acqua
G., Mezzina R. “Il Centro di Salute Mentale 24 ore come comunità terapeutica
allargata: la riabilitazione e lo sviluppo di una rete partecipativa”. In
Riabilitazione Psicosociale in psichiatria. Atti del II Congresso nazionale
della Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale, 8-9-10 novembre 1990,
Forte Spagnolo - L’Aquila. Napoli, Idelson, 1991; p. 381.
Dell’Acqua
G., Mezzina R., Vidoni D. “Utenti, famiglie e sevizi di salute mentale”. In
Fogli di Informazione, n° 157. 1992; p. 223.
Fadden
G., Bebbington P., Kuipers L. “The Burden of Care: The impact of Funcionally
Psichiatric Illness on the Patient’s Family”. British Journal of Psychiatry.
150: 285-292. 1987.
Falloon
I.R.H., Boyd J.L., McGill C.W. “Trattamento familiare della schizofrenia:
concettualizzazione e metodi”. Terapia del Comportamento n. 10-11: 75-104.
1986.
Gallio
G. “Famiglia colpevole, famiglia solidale. Limiti e aporie della centralità
della famiglia e nozione di carico familiare”. In Salute Mentale - Pragmatica
e complessità, a cura di Augusto Debernardi, Roberto Mezzina, Bruno Norcio.
Trieste, Centro studi e ricerche per la salute mentale, Dipartimento di Salute
Mentale U.S.L. n° 1 Triestina, 1992; vol. 2, pp. 491-492.
Hoenig
J., Hamilton M.W. “The schizophrenic patient in the community and his effects
on the household”. International Journal of Social Psychiatry. 12: 165-176.
1966.
Katschnig
H., Konieczna T. “What work with relatives? A hypothesis”. British Journal
of Psychiatry. 155 (suppl. 5): 144-150. 1989.
Leff
J. “Controversial issues and growing points in research on relatives Expressed
Emotion. Review article”. The international Journal of Social Psychiatry. Vol.
35 N° 2: 133-145; 1989.
Leff
J. “La famiglia del paziente schizofrenico”. New Trens in Schizophrenia:
331-353. 1988.
Leff
J., Vaughn C. “The role of Maintenance Therapy and Relatives EE in Relapse of
Schizophrenia: A two-year follow-up”. British Journal of Psychiatry. 139:
102-104. 1981.
Mezzina
R., Mazzuia P., Vidoni D. “Reti partecipative e autorganizzazione
dell’utenza nei servizi territoriali: self-help e diritti di cittadinanza”.
In Salute Mentale - Pragmatica e complessità, cit.; vol. 2, p. 776.
Piccione
R. “Guida alla Salute Mentale. Benessere, disturbo, conoscenza dei servizi”.
A cura del Dipartimento di Salute Mentale U.S.L. Roma 11. 1994.
Smith
J.V., Birchwood M.J. “Specific and Non-Specific Effects of Educational
Intervention with Families living with a Schizophrenic Relative”. British
Journal of Psychiatry. 150: 645-652. 1987.
Vaughn
G.E., Leff J.P. “The measurement of expressed emotion in the family of
psychiatric patients”. British Journal of Social and Clinical Psychology. 15:
157-165. 1976.
Warner
R. “Schizofrenia e guarigione. Psichiatria ed economia politica”. Milano,
Feltrinelli, 1991; p. 281.
Zubin
J. “Suiting Therapeutic Intervention to the Scientific Models of Actiology”.
British Journal of Psychiatry. 155 (suppl. 5): 9-14. 1989.
Zubin
J., Spring B. “Vulnerability - a new view on schizophrenia”. J. Abnor.
Psychal. 86: 103-106. 1976.
[1] Giuseppe Dell’Acqua (psichiatra - Direttore D.S.M.), Daniela Vidoni (psichiatra - Ser.T.), Paola Zanus (psichiatra - D.S.M.).