Angela Pianca
DSM – Servizio Abilitazione e Residenzialità – Trieste
1999

IL POLITECNICO

Breve storia. Passaggi e paesaggi.

Il Politecnico nasce nel 1983, nel momento in cui la pratica di deistituzionalizzazione dell’équipe basagliana aveva ‘liberato’ i reparti dai loro abitanti internati e sul Territorio funzionano sette Centri di Salute Mentale.
Vecchi e nuovi bisogni approdano ai Servizi: domande di  riabilitazione ed abilitazione, di attività, di impegno, di luoghi, diversi dal Centro, dove poter sviluppare capacità sopite o mai sperimentate, poter accostare o affinare strumenti specifici d’espressione, esigenze di informazione, di formazione… Necessità e desideri specifici, perlopiù di tipo artistico: poter dipingere, suonare, fare teatro…
Bisogni e domande simili arrivano anche dal Territorio, da giovani artisti che in questa città (così avara di iniziative sempre, ed in particolar modo per le giovani generazioni) non trovano i modi, i luoghi dove poter esercitare, poter sperimentare il loro percorso/progetto artistico.
Fa parte del lavoro degli operatori leggere i bisogni, coniugare le domande, costruire possibilità di risposte, di proposte, di occasioni. Quindi alcuni luoghi liberati, gli ex reparti del manicomio, vengono offerti ad alcuni giovani artisti come ateliers, con il patto di rendersi disponibili a condividere il loro progetto artistico con persone afferenti ai C. S. Mentale.
Nascono così i Laboratori d’arte: Laboratorio P di Arti Visive con i pittori Pino Rosati, Giorgio Rajko, Ljubo Novak, Fulvio Sisto, Diego Porporati, Claudio Cernigoj ed altri; il Laboratorio di Teatro con l’attore e regista Claudio Misculin e altri, il Laboratorio di Musica con i musicisti Stelij Ficur, Giaime Pintor e altri.
Sono spazi aperti le dodici ore, supportati da alcuni operatori ‘appassionati’, che mettono in gioco, (ben dentro al proprio ruolo), capacità, interessi, risorse personali e del contesto. 

Non è indifferente, anzi, il fatto che a gestire questi luoghi e questi progetti siano degli artisti che qui hanno scelto di esplicitare il loro progetto.
Non sono prestatori d’opera che per qualche ora, per qualche tempo, prestano le loro conoscenze e specifiche capacità ad un gruppo di matti, e che però poi sviluppano il loro vero disegno artistico fuori, da un’altra parte, con altri.
Questi artisti hanno scommesso un proprio Progetto di vita e di arte in questi luoghi e con queste persone, e, appunto per questo, sono stati, sono capaci, in quanto artisti, di espletare il loro compito essenziale: saper partire da ciò che uno sa fare, per quanto minimo e residuale possa essere; cogliere questo segno, saperlo collocare all’interno del disegno complessivo dandogli dignità e valore, costruendo così successive e ulteriori occasioni per sviluppare il bagaglio di partenza.
Questo ha prodotto fatti e situazioni di grande valore, sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista artistico e del prodotto culturale.
I Laboratori si configurano quindi come luoghi dove diventa possibile attuare interventi dinamici e pedagogici, stimolare capacità creative e di trasformazione culturale, di trasformazione dei ruoli predefiniti, delle etichette, dello stigma. Luoghi capaci di modificare concretamente le condizioni di vita delle persone, attraverso processi continui e faticosi di soggettivazione. Con progetti in grado di accrescere e promuovere livelli di partecipazione, di condivisione e di affettività; con grande attenzione alla qualità del processo, dei percorsi, dei prodotti.
Il dato di partenza è il rischio di essere al margine. Ma assumere le diversità come valore e contraddizione, offrire  spazi e dignità, creare i luoghi e i linguaggi per l’espressione delle differenze, significa liberare risorse, produrre ricchezza.
Una linea estetica, poetica, culturale delle differenze, riveste un significato per il lavoro dei singoli e dei gruppi e si traduce in concreto allestimento di ambiti in cui gli interlocutori siano molteplici e moltiplicantesi, e dove i valori, collettivamente elaborati, diventano patrimonio comune che va ad arricchire la cultura della comunità e a produrre/inventare salute per tutti.
Fino al 1990 circa, ogni luogo, ogni piccolo collettivo ha sviluppato la propria dimensione, ha costruito il proprio progetto, il proprio stile di lavoro; ha formato ed organizzato i suoi quadri. Era infatti necessario creare pertinenti peculiarità, individuare obiettivi, rispettare percorsi di crescita.
Dal 1990 l’enorme patrimonio di esperienze e conoscenze, costruito nelle pratiche quotidiane, i metodi di lavoro originali e flessibili, le opportunità offerte dal nuovo Servizio di Abilitazione, il reinvestimento di alcuni operatori a supporto, ha permesso di elaborare modi, tempi e metodi di confronto; di mettere a disposizione delle persone, dei Servizi e della comunità, una organizzazione articolata e complessa di offerte, proposte, opportunità.
Veste organizzativa più complessa, capace di rappresentarsi alla città, non più soltanto come rete di singole attività, ma come vera e propria struttura urbana, (oggi una parte del Cantiere Sociale), articolata in vari servizi, ognuno dei quali con specifiche funzioni.
Una specie di Scuola, Laboratorio, Osservatorio a largo raggio, nel quale si agiscono attività sociali, culturali e di formazione.
Con maestranze disposte a studiare ed attivare la più complessa rete di rapporti ambientali ed interpersonali, attraverso l’uso degli specifici strumenti; il POLITECNICO, appunto.

Oggi Il Politecnico è il Centro Diurno del Servizio Abilitazione e Residenze, del Dipartimento di Salute Mentale.
Già in questa frase sono contenute due parole (Abilitazione – Politecnico) che intendono trascendere la realtà per alludere ad altro, in parte già realizzato, in parte come progetto e prospettico compito.
Il fatto che noi chiamiamo Politecnico ciò che sulla carta viene definito come Centro Diurno ha un significato; non è mero gioco di parole, per quanto possa sembrare suggestivo.
Ci è accaduto e spesso ci accade, di  viaggiare, di incontrare e vedere varie realtà.
Spesso luoghi in cui, razionalizzato e impoverito il concetto di deistituzionalizzazione, vengono indicate come riabilitative attività che servono per riempire il tempo vuoto, producendo oggetti inutili, che ridicolizzano chi li fa e chi li propone, determinando passività o fredda esecuzione di ordini. Oppure luoghi dove l’operare sembra consistere in qualcosa di simile ad un ufficio di collocamento e dove la riabilitazione viene piattamente identificata con la selezione di capacità per l’accesso ad un lavoro.
Troppo spesso le parole Centro Diurno indicano, di fatto, una serie di Laboratori protetti, dove si fa assistenzialismo mascherato da attività, luoghi dell’intrattenimento’, cioè del ‘tenere dentro’; dove vita, contesto, situazioni reali vengono lasciati fuori dalla porta o riproposti come setting artificiali, dove tutto racconta miseria: miseria dei luoghi, dei percorsi, delle proposte. delle relazioni. Luoghi in cui l’accesso avviene per prescrizione medica, grazie alla quale le persone in un tot. di tempo predefinito, vengono sottoposte a una specie di ‘tour de force’.
Il tempo viene scandito a ore: ogni ora un’attività diversa, senza particolare interesse per i bisogni, i desideri, le necessità delle persone; che sono immesse in itinerari precostituiti, che devono essere seguiti, senza scelta, senza attenzione alla qualità del percorso, dei prodotti. Chi sta bravo, il sabato pomeriggio andrà al cinema!!!
Ma la gente non sa che farsene di luoghi artificiali che non generano spazi di scambio.
Il cittadino non saprà che farsene delle acquisite abilità relazionali, (ammesso  si possano davvero acquisire, in assenza di scelta) poiché non avrà diritto né accesso, all’esercizio reale delle relazioni.
Molti studi e relativi dati, sottolineano che la terapeutica psichiatrica e la psichiatria clinica di per sé, sono raramente utili; non generano trasformazioni significative nella vita dei pazienti. Mentre la rottura dell’intrattenimento, costituisce la sorgente di azioni dotate di maggiore efficacia trasformativa della vita della persona.

La rottura dell’intrattenimento è ricerca teorica e pratica delle strade quotidiane per operare micro-rotture nella miriade di micro-intrattenimenti; disvelando risorse e modi di operare che concorrono alla ricostruzione della piena cittadinanza del paziente.
E’ dentro alla costruzione di questi diritti, (affettiva, materiale, abitativa, produttiva) che sta l’unica possibilità di Riabilitazione.
Ossia: solo la costruzione di spazi dello scambio può generare relazioni.
Continuando la storia dei passaggi che hanno determinato il Politecnico come oggi è, bisogna dire che nel 1995, l’A.S.S. mette a disposizione, per la prima volta, un budget cospicuo, (circa 100 milioni; diventeranno 150 l’anno successivo), per avviare dei percorsi di formazione rivolti all’utenza dei Servizi di Salute Mentale.
Questa diventa occasione importante per diversificare le risposte, arricchire e qualificare ulteriormente il panorama delle offerte.
I Laboratori d’arte sono spazi e progetti il cui riferimento è il singolo, l’individuo, il suo percorso, i suoi scopi, le sue possibilità peculiari.
I Laboratori sono accessibili a chiunque ed in qualsiasi momento.
Sono luoghi in cui si opera nella dimensione pratico-affettiva di piccolo gruppo, e in cui gli artisti lavorano allo spreco, nel senso che in qualsiasi momento sono disponibili a ricominciare daccapo con l’ultimo venuto, a trovare il modo di inserirlo nel percorso in atto, a recuperare l’abbandono di qualcuno, a rimotivare l’adesione e, nel contempo a costruire prodotti culturali qualificati .
Sono luoghi che, proprio per la loro estrema permeabilità, si trovano a lavorare con tutti, ed in particolare con persone che difficilmente possono reggere, almeno inizialmente, situazioni più rigidamente strutturate.
Inoltre i Laboratori d’arte hanno una peculiarità che li contraddistingue dalla formazione letteralmente intesa: il lavoro e la produzione culturale.

Il lavoro culturale è atipico nel rapporto con il mercato.
Il fatto che la componente artistica e culturale sia presenza fondante nei nostri progetti implica una sostanziale ed inalterabile distanza tra lavoro culturale e quello inteso come più strettamente produttivo.
Anche quello culturale è un lavoro, eppure è un lavoro di cui è difficile definire i tempi ed i ritmi produttivi con statistica precisione.
Anche quello culturale è un prodotto, che però non si può scambiare come un bene di consumo perché:

I Corsi di formazione vengono progettati e realizzati per rispondere a domande differenti. Domande di formazione di base ma anche di formazione professionale in cornici più strutturate: la raggiunta consapevolezza di necessità di formazione e riqualificazione permanente, la scoperta della nuova, dignitosa veste di allievi, la possibilità di acquisire nuove nozioni ma soprattutto nuove chiavi di lettura di sé e della realtà circostante, l’opportunità di incontrare molti qualificati insegnanti, non solo locali.
Per realizzare i Corsi nel ‘95 si forma la Commissione per la formazione (che descriveremo più avanti.) Vengono realizzati cinque Corsi di Formazione di base che vedono la partecipazione continuativa di circa ottanta persone e due Corsi di formazione professionale che vedono 33 iscritti, dei quali 28 ammessi all’esame finale.
Vengono distribuite delle schede, autocostruite, per la valutazione delle situazioni di partenza, quelle di metà percorso e gli esiti finali.
I dati emersi sono molto interessanti, anche se difficilmente standardizzabili. I Corsi si rivelano ben qualificati e vengono frequentati, ove possibile, anche da cittadini qualsiasi.
La valutazione finale dei percorsi ci induce a cercare il modo di continuare l’esperienza.
Nel 1995 proponiamo la collaborazione con un Ente specializzato in formazione, l’ENAIP.
Questo sostanzialmente per tre motivi:

Per l’anno ’96 -‘97 I progetti che vengono presentati su fondi del Piano Regionale sono sei di Formazione di base. Altri di vera e propria formazione per l’inserimento lavorativo vengono presentati su Fondo Sociale Europeo. Vengono approvati tutti. (vedi Tavole)
La formazione finalizzata di cui parliamo impiega strumenti e risorse altamente qualificati ed avanzati. Nella progettazione dei Corsi, si tiene conto del mercato del lavoro e del mutamento delle sue leggi, ma si rilevano anche i bisogni formativi delle persone.

Il Politecnico è progetto di progetti per l’accesso, per la ri/costruzione, la costruzione, la costituzione dei diritti di cittadinanza e per determinare l’accesso concreto ai diritti.
E’ servizio, costituito da una molteplicità di luoghi/opportunità comunicanti, permeabile e dinamico dove le opportunità, ovvero le risorse, sono continuamente a disposizione di utenti, operatori, cittadini. (Non un’offerta chiusa a cui il paziente deve adattarsi, pena l’espulsione)
La teoria e la prassi della deistituzionalizzazione consistono in un sostanziale rovesciamento del concetto che il diritto è una cosa che si deve meritare.
“Il negozio deve precedere l’ozio, scrive Saraceno, ossia soltanto a partire dal diritto attivo al negozio, il soggetto è messo in condizione di esercitare il diritto alla relazione.” (Scambio di opportunità materiali)
E ci deve essere un lavoro degli operatori che accompagnerà la persona nella costruzione di spazi negoziali.
Politecnico come servizio ad alta integrazione esterna: aperto, spalancato, fortemente permeabile a saperi e risorse ad esso circostanti; a cercarli, a vederli, a saperli usare.
A porte aperte: perché l’interruzione non diventi abbandono, ma possa essere discussa e recuperata per una rimotivazione
Attraversato da saperi plurimi
: perché molteplici e diverse professionalità agiscano, incrociando le loro specificità, e costruiscano proposte, azioni, progetti, possibilità, relazioni, sguardi.
Politecnico come uno dei luoghi di scambio delle identità: il fatto che non esistano più le piazze medievali per scambiare le proprie rispettive identità, non significa che non si riproducano ancora luoghi di scambio delle identità: se la gente non li trova se li inventa.
La partecipazione a questo scambio o alla invenzione dei luoghi in cui lo scambio sia possibile è LA RETE SOCIALE. Produrre e scambiare merci e valori.
Diviene importante concedere credito alle persone, affinché la loro autonomia, le loro capacità, possano trovare un’occasione di espressione e di crescita. Per essere protagonisti delle proprie scelte è essenziale potersi muovere in scenari di vita reali, (non in setting artificiali verosimili), dove si lavora e si guadagna, si scambia e si consuma. L’idea che i materiali di comunicazione che consentono le relazioni sono ‘beni materiali’, spiega anche l’importanza del disporre di luoghi, strumenti, prodotti di alta qualità.
Si può dire che esista una dimensione estetica, e non solo etica, del processo e del prodotto riabilitativo.
Un esempio:
il Laboratorio di Teatro, dal 1990 diventa l’Accademia della Follia.
E’ una rete di gruppi che operano teatralmente presso Istituzioni, Enti, Servizi, Associazioni, Carceri, Teatri e salotti in cinque città del Nord Italia: Trieste, Milano, Rimini, Suzzara - Mantova, Cremona.
Ogni gruppo ha una sua storia, sue caratteristiche e progetti propri, che si sviluppano autonomamente attraverso un confronto continuo.
Consulenze, viaggi, possibilità di essere ospitati e di vedere il mondo, rapporti che si intrecciano sui progetti, grazie ai progetti; ore di intelligenza fornite da maestri, poeti, scrittori, autori, comunicatori, registi, videomakers, nazionali e stranieri, affascinati da ciò che è l’Accademia, e dalle sue possibilità di rappresentazione di un mutamento personale, di vita, culturale.
Partecipare ad un network sociale di adozioni e scambi, ci permette di raggiungere mille scopi, rispetto ai dieci che potremmo raggiungere con i nostri soli  poteri.

Struttura organizzativa: le proposte

Sede

Pad. M, Via G. De Pastrovic, 1 34100 Trieste
Tel. 040/ 3997334 040/ 3997384 
Fax  040/ 3997306

Orario   Segreteria

9.00  - 15.30

Operatori

Angela Pianca psicologa; Aldo Di Bella operatore sociale, Maria Stoppar infermiera.
Questi operatori formano una microequipe che fa parte del più esteso Servizio di Abilitazione e Residenze.

Proposte 99/2000

Laboratori: Funzionano tutto l’anno su progetti presentati a cura degli artisti ed artigiani che li promuovono e gestiscono.
Laboratorio di Arti visive: pittura, serigrafia, habitat, a cura di Guillermo Giampietro e Pino Rosati
Laboratorio artigianale Visibilia di cucito e maglieria. a cura di Carla Stefani e Mariuccia Giacomini. 
Laboratorio Teatrale: l’Accademia della Follia a cura di Claudio Misculin, Francesca Varsori,
Alessandro Flora.

Corsi di formazione professionale proposti e realizzati dal D.S.M, dall’ ENAIP, con finanziamenti FSE:

                                                             Operare con il Numero verde, 12 partecipanti
                                                             Creare e gestire siti Web,
                                                             Il divenire delle storie,
                                                             Tecnico Serigrafo
                                                             Osti del 2000

 

Corsi di formazione di base proposti e realizzati dal DSM, dall’ENAIP, con finanziamenti del Piano Regionale F.V.G.

                                                             Corsi di informatica per il lavoro (80 ore).
                                                             Corsi di informatica per il lavoro (150 ore)
                                                             Pensieri e parole in redazione
                                                             Dal Teatro al video

Ancora: stiamo organizzando un Laboratorio di scrittura creativa, a cura del poeta e giornalista Franco Facchini.
Le persone che frequentano giornalmente il Politecnico, impegnate in uno o più dei Corsi e Laboratori elencati, sono circa 160.

Su che cosa interveniamo?

Sviluppo di capacità e abilità
Cosa vuol dire capacità o abilità?
Scrive Castelfranchi: la capacità/abilità ha a che fare con il potere, con i poteri che abbiamo. Il potere di raggiungere determinati scopi. Quando si interviene sull’abilità, interveniamo a molti livelli e su molti punti diversi. Da che cosa dipende il potere, infatti?   Può avere potere soltanto un’entità dotata di scopi: cioè che deve raggiungere qualcosa, che deve fare, servire a qualcosa.

Le abilità vanno viste almeno a tre fuochi: lo scopo rispetto al quale si è abili le condizioni, le ragioni, per cui si è o non si  è abili, le aspettative, la persona è abile o non lo è a seconda delle aspettative della persona, quelle degli altri e quelle ambientali.
L’abilità è tutta sul versante interno, è un potere interno. (Tizio ha il potere o non lo ha di raggiungere una determinata cosa)
Sembra quindi che intervenire sull’abilità significhi necessariamente intervenire sulla persona, sulle sue caratteristiche interne.
Però che c’è anche lo scopo. Un’entità ha o non ha il potere di raggiungere uno scopo se può utilizzare una certa condizione esterna. Perché si abbia o no il potere di raggiungere un proprio scopo si può intervenire sulle abilità, cioè su poteri e capacità interne dell’individuo e sulle condizioni esterne

Tre campi di intervento: - gli scopi (modifico gli scopi, modifico la condizione di inabilità) - le condizioni interne: le abilità, le skills dell’individuo le condizioni esterne - le condizioni esterne situazioni, contesto, risorse, legislazione.
Questi tre fattori determinano il potere dell’individuo di raggiungere gli scopi, cioè di vivere.
Tutta l’interazione sociale consiste nell’usufruire dei poteri di un altro, cioè nell’essere dipendenti. La struttura dell’interazione sociale è la dipendenza, intesa in senso oggettivo, cioè la necessità delle risorse di un altro.

Per quali motivi noi adottiamo gli scopi di  altri? altruismo: siamo predisposti biologicamente, in alcuni casi, a dare disinteressatamente collaborazione e cooperazione: abbiamo degli interessi in comune perché ci torna utile: es. scambio economico, contratto: tu mi dai questo io ti do quello.

Questo meccanismo moltiplica in maniera esplosiva i poteri degli individui che vi partecipano.

Essere ed esserci, per fare che cosa? Il Politecnico crea le premesse, i luoghi e i progetti in cui le persone si scoprano come  entità dotate di scopi, possano essere informate, discutere e scegliere gli obiettivi che vogliono raggiungere, sperimentare i percorsi per raggiungerli, gli strumenti che si possono utilizzare, decidere quelli corrispondenti ai propri bisogni e desideri, condividendo e contribuendo a realizzare i percorsi. Gli individui diventato protagonisti.

Protagonisti attori e spettatori, nelle riconquistate capacità di essere soggetti, nella trasformazione delle vite, della vita, nella modificazione delle culture, nella ricerca della comunanza nelle specificità.

Possibilità di mutamento Luogo dove l’intelligenza misconosciuta e diffusa delle persone  possa progettare e rappresentare le possibilità di mutamento. Il nostro lavoro consiste nel contribuire a  creare scenari in movimento, opportunità, probabilità di giocare di nuovo la storia che si ha a disposizione, in più felici condizioni date e con dignità, nel rispetto delle infinite differenze.

Con l’enfasi sulla libertà come spazio dove sia possibile un incontro al di là della malattia, dentro ricercate


Reciprocità.

Lo sguardo, gli sguardi Qui gioca la grande importanza degli sguardi non ‘psi’, degli sguardi altri. Per es: ciò che lo specialista, l’operatore psichiatrico, vede come un delirio, un’allucinazione, insomma come malattia, può venire visto dallo sguardo di un teatrante, di un poeta, di un artigiano, come la possibilità di diventare un meraviglioso monologo, un canto, una poesia, un libro, un oggetto, un mobile… Questo riscopre e mobilita nei soggetti possibilità di esprimersi in ruoli diversi da quello unico del ‘malato’, permette di provare altri costumi, di scoprire e di giocare altre identità, più complesse, da scambiare con altri, in un confronto più ricco e di alto valore. Far in modo di moltiplicare occasioni, anche strutturate ed organizzate, allestire ambiti affinché ciò accada, significa, per noi, fare riabilitazione.

A partire dalle storie. Scrive Rotelli: “Molto cammino culturale, forse scientifico deve essere fatto per rifondare psicologie su percorsi di vita, di ambiente, di progetto esistenziale di individui e di gruppi, di solitudini e collettivi, di etnie e appartenenze. Correlarli ai dati storici, ai paesaggi umani, alle loro evoluzioni ed involuzioni, allo sviluppo e alla regressione, macrosociali ed individuali. Sono le storie, le biografie arricchite delle persone, non certo l’apostasi delle patologie, che ci consentono di capire per cambiare, invece di definire per invalidare altri, altro.

Peculiarità del Poli tecnico

  1. Non c’è separazione tra chi riabilita e chi cura. La riabilitazione non è luogo e tempo a sé stante ma è parte integrante del Progetto dell’individuo, non è dissociata dalla cura
    I progetti abilitativi, i corsi di formazione sia professionale che di base, il percorso di inserimento lavorativo sono una parte, un tratto del percorso globale, del progetto complessivo della persona. La regia di tale progetto appartiene al soggetto ed agli operatori del Servizio di Salute Mentale che hanno preso in carico la persona, che si prendono cura di.

  2. L’offerta di riabilitazione è un’opportunità offerta a tutti, in qualsiasi momento. Non si seleziona la domanda, casomai si orienta, si indirizza. Le persone non vengono ammesse ai programmi in base alla diagnosi, non si fa una selezione in base alle capacità, al grado di autonomia già raggiunto. ‘Il mito dell’autonomia è il maggior responsabile della iperselezione dei pazienti nei programmi di riabilitazione e del conseguente, complementare abbandono dei pazienti non selezionati.’
    Il modello delle reti negoziali multiple pone al centro non l’autonomia, bensì la partecipazione.
    Scrive Saraceno: ‘L’obiettivo di partenza non sarà allora quello di far cessare ai deboli di essere deboli per poter stare in scena con i forti, ma di modificare le regole della scena, cosicché in essa vi siano i deboli e i forti, in uno scambio permanente di competenze ed interessi. Possiamo anche definire il lavoro degli operatori come tessitura di reti negoziali

  3. I modi e i tempi della riabilitazione non sono definiti/prescritti dal medico curante 
    Il periodo ed i tempi di permanenza sono determinati dai calendari di uno o più progetti ai quali la persona ha aderito, dopo adeguata informazione ed orientamento, a cura sia dagli operatori dei Centri, sia dagli operatori del Centro Diurno.
    C’è uno scambio continuo, di pareri, incontri, discussioni tra operatori dei diversi servizi sull’opportunità o meno, per quella persona, di accedere alle offerte, in quale modo e cos’è meglio suggerire, sulla base dei suoi interessi, desideri, o in merito alla difficoltà per cui il soggetto, per il momento, sembra non esprimere alcun interesse o desiderio di fare qualcosa di specifico. Non per questo si reputa opportuno non provare a suggerire, sostenere, l’accesso ad un percorso. Accesso che andrà valutato e verificato nel suo andamento, per cercare eventualmente un altro percorso, anche in base a quello che è successo durante il tentativo non andato in porto.

  4. C’è una collaborazione quotidiana tra operatori dei diversi Servizi, sia informale che strutturata.
    Informale:
    telefonate, incontri informali, scambi di informazioni, etc.
    Strutturata:
    nel 1995 si è formata una Commissione per la formazione composta da due o più referenti per ogni Centro di Salute Mentale, dalla psicologa e dall’operatore del Politecnico.

La Commissione ha le seguenti funzioni:

Il fatto che gli operatori di differenti Servizi collaborino per realizzare questo tipo di interventi, determina:

  1. Processo a porte aperte per far sì che l’interruzione non si trasformi in abbandono, ma ci possa essere lo spazio di una discussione per una rimotivazione.

  2. Non si parte dall’elenco dei deficit per programmare interventi ad hoc, parcellizzati programmi di addestramento relativi a specifiche disabilità. Si parte da ciò che uno sa fare, e per quanto minimo e residuale sia, si danno: credito, luoghi, strumenti, opportunità di stare ed agire nello spazio negoziale, nella rete, scommettendo che siano le opportunità a disposizione a far sviluppare consapevolezza, identità, capacità, abilità. ‘Ognuno  vale  per  quello  che  fa  e  fa  quello  che  può.’  

Una storia emblematica: Giovanni Spiga sapeva solo raccontare, meglio, farfugliare attorno alle persone, bevendo il caffè al Posto delle Fragole. Negli ultimi anni, dopo la chiusura dell’ospedale, viveva, (è morto nel dicembre1999) in una piccola comunità nel Comprensorio di S. Giovanni.  
Aveva sessantadue anni. Da quando ne aveva ventisei, data del suo primo ricovero, non era più uscito dal manicomio.
Un giorno, alcuni del Laboratorio teatrale lo ascoltano con attenzione. Ci sembra che Giovanni racconti la sua storia senza un ben delimitato confine tra passato e presente, ma con un linguaggio ricco, poetico ed ironico. Chiediamo a Giovanni di venire a raccontare nel Laboratorio.  
Giovanni viene e la prima volta rimane esattamente un minuto e mezzo.  
Non ci lasciamo scoraggiare, continuiamo a cercarlo, con la complicità degli operatori della casa, e Giovanni comincia a restare con noi per tempi sempre più lunghi.  
Gli chiediamo di scrivere le cose che dice. Lui rifiuta dicendo che le sue braccia sono inservibili a causa di anni ed anni di flebo. Gli chiediamo di registrarle. Lui rifiuta, asserendo che il magnetofono emette radiazioni pericolose. Gli proponiamo di parlare e di permettere a noi di scrivere quanto dice. Accetta.  
Ci organizziamo: al mattino, a turno, qualcuno del Teatro passerà un tempo, (due ore) con Giovanni trascrivendo tutto ciò che dice; il pomeriggio Giovanni intraprenderà il suo iter d’attore con il gruppo.  
In un mese, con le sue parole costruiamo un monologhino teatrale che Giovanni reciterà nello spettacolo della Compagnia, ‘Basaglia Show’. Partecipa a tournée in Italia e all’estero; assume i ritmi, i tempi e modi di un attore.(Si sveglia tardi, viaggia senza lamentarsi, si lava, si veste, impara a mangiare al ristorante, etc.) Nel contempo continuiamo puntualmente le trascrizioni mattutine.  
Una sera Giovanni viene investito da un’auto. Ferito gravemente alle gambe, resterà a lungo in ospedale; a lungo non potrà girare con gli attori, recitare i suoi monologhi.  
Ma Giovanni, con il suo fare, con il suo dire, aveva ormai creato rapporti, affetti; l’esigenza per tutti di continuare a comunicare ciò che era stata la sua storia, emblema di molte storie. Avevamo sei quaderni con il racconto orale/scritto e decidiamo di farne un libro.  
A quel punto andiamo a riesumare la vecchia cartella clinica e alcune cose ci colpiscono: le sue fotografie da giovane, la sciattezza disordinata dell’anamnesi, le quattro diagnosi diverse, la sequela di anni descritti con un laconico “situazione invariata”, e, in particolare ci fa male la diagnosi, stilata dopo una affrettata somministrazione di un test di intelligenza, che così recita: “Oligofrenico grave, ha la mentalità di un bambino di dieci anni“.  
Non riuscivamo a far stare Giovanni dentro a questa diagnosi; l’uomo che avevamo imparato a conoscere ed apprezzare non si poteva certo descrivere in questo modo.  
Pensiamo allora, dopo averne discusso con il diretto interessato, di pubblicare sulla metà della pagina ciò che recitava la cartella clinica e sull’altra metà ciò che Giovanni racconta, senza commento. Inviamo poi tutto a Giancarlo Majorino, poeta e scrittore, per chiedere un parere sul valore letterario dei materiali. Majorino ci incoraggia, si offre di scrivere la prefazione. Troviamo la Casa Editrice che ci pubblicherà il libro, la KW di Udine.  
Finalmente Giovanni lascia l’ospedale, cammina con una specie di apparecchio, ma cammina.  
La sera che presentiamo, in prima nazionale lo spettacolo tratto dal suo testo e il suo libro: ‘Parole in tuffo’, c’è molta gente al Teatro Comunale Novelli di Rimini.  
E’ venuto anche Giovanni. Dopo che giornalisti, scrittori, poeti hanno presentato e discusso il suo libro si avvicinano le persone che l’hanno acquistato per farselo firmare e lui risponde di no, a tutte.  
Io, che gli ero seduta accanto, lo tiro per la giacca e gli sussurro: “Giovanni, ma che fai? Sai che tutti gli autori firmano i propri libri? Non sei contento? Non a tutti capita, alla tua età, dopo quello che hai passato di diventare scrittori…” Lui mi guarda, mi sorride e risponde: ”Troppo tardi, signora…”  
Questa storia, per noi ha pesi e significati: è necessario lavorare perché non sia troppo tardi; l’importanza di quello che è riuscito ad esprimere e a creare Giovanni, a partire da ciò che sapeva fare, cioè raccontare; la necessità di creare possibilità per poter giocare di nuovo la storia che si ha a disposizione, l’importanza fondamentale delle aspettative, di dover, a volte forzare la persona ad intraprendere un percorso, di non fermarsi davanti ai suoi no, la necessità di non rispettare il suo stare in ozio.  

Scrive Rotelli:  
Sotto  l’ideologico rispetto della libertà di stare in ozio, si perpetua la sottile crudeltà dell’indifferenza, l’aver rinunciato a tentare, ad aspettarsi qualcosa dall’altro.  
E Saraceno ribadisce l’importanza delle aspettative, soprattutto dalle aspettative degli operatori, ancor più di quelle dei familiari ed amici e del contesto.  
Questo significa anche trasformazione culturale, indicare ritmi e tempi che tengano conto di tutti, di tutto e in cui tutti possono trovare uno spazio. Questo tenere conto, e di conseguenza capacità di modificarsi, torna a favore di tutti, anche dei normali; allude a possibilità di costruire una vita diversa, dove gli uomini siano più uomini.  
Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza.

  1. Approccio globale o specifici addestramenti per specifiche disabilità?  
    Il problema è:  
    si impara meglio o di più eseguendo compiti o risolvendo problemi reali della vita, oppure in condizioni artificiali, appositamente create, ma in cui, ci sembra, non sia chiara la motivazione del soggetto ad impegnarsi, non trattandosi di interazioni reali?  
    A questa domanda noi abbiamo risposto con l’immissione in problemi reali della vita, con progetti globali, di qualità, affascinanti, piuttosto che frammentare gli interventi.  
    La nostra esperienza ci dice che si  impara molto, meglio e più in fretta, e senza dimenticare, ad esempio, a fare le valigie e lavarsi la biancheria a mangiare adeguatamente, alcune frasi in lingua straniera etc, durante una tournée con il teatro piuttosto che seguendo corsi specifici per disabilità specifiche. (Un mese di lavatrice, due mesi di bon ton, come stare a tavola etc)  
    Castelfranchi: “…Semplicemente facendo le cose, stando in un ambiente e con un po’ d’aiuto si diventa adeguati e, contemporaneamente si impara a fare attenzione e, magari, anche a sorridere, se bisogna sorridere.”  
    La moderna didattica ci insegna che non si tratta di scrivere le A per dodici pagine o, per ogni errore, scrivere la parola corretta per una intera pagina, ma di fare in modo che vengano svolte attività interessanti, vive. Lo spezzettamento dell’addestramento per singole attività ci lascia perplessi su qual sia la cornice intorno, qual sia la ricomposizione reale della persona, qual sia la strategia di intervento generale.  
    La scelta sta tra individuare tanti singoli deficit esterni, per fare poi addestramenti specifici oppure cercare di creare vita, mettere, in queste situazioni di morte, un’attività reale, viva, di interazioni vere.  

  2. Qualificazione dei luoghi, dei modi dl produrre e dei prodotti  
    Ciò che rimane, che ritorna nelle tasche di ciascuno è ciò che ha costruito, che ha fatto, che ha contribuito a fare. Lo specchio in cui si guarda è il risultato che ottiene, la rappresentazione dell’esito, il suo contenuto e forma, il suo valore d’uso e di scambio, il suo valore sociale, (se non il denaro).  
    Se proponiamo attività quali, ad esempio: i festoni per carnevale, gli addobbi di Natale, o il fare generico, tanto per stare insieme, per far passare il tempo (senza progetto che indichi il percorso, gli obiettivi, qual è il prodotto atteso, quali processi intendiamo far accadere…  senza mettere a disposizione strumenti altamente qualificati, oggetti, cose…) ridicolizziamo i soggetti, impoveriamo le loro e le nostre risorse, immiseriamo le relazioni, desertifichiamo le possibilità di immaginare di poter fare altro, molto di più.  
    L’esperienza ci dice chiaramente che tutto ciò non è affatto riabilitativo, può rivestire qualche aspetto di rianimazione che dura il tempo che trova e soprattutto non gratifica la persona, non crea possibilità d’individuare progetti per il presente e neppure per il futuro.

  3. I luoghi , il processo di trasformazione da spazio a luogo.  

    Lavorare sul bisogno di abitare.  
    Intendiamo il complesso di esperienze concrete di riacquisizione-riapprendimento dell’uso degli spazi, dell’orientamento nella scansione del tempo secondo linee non istituzionali, della capacità d’uso degli oggetti e opportunità della vita quotidiana, ma anche la possibilità di rivisitare le radici e i luoghi, le memorie e le impossibilità
    E’ un lavoro di smontaggio delle funzioni spaziali, di soggettivazione degli spazi, di riacquisizione del diritto all’uso degli spazi, di bonifica degli spazi, di de-simbolizzazione e ri-simbolizzazione degli spazi; anche di riconversione degli spazi urbani del manicomio per un uso misto, ossia aperto a molteplici attori sociali.(Vedi l’uso di ex reparti affidato ad artigiani, artisti, per Cooperative, Scuole, etc.)  
    Scrive l’architetto Michelucci (1992): “Dovremmo assistere e collaborare alla costituzione di un luogo fatto di atteggiamenti, di azioni e perfino di patteggiamenti che possono dare vita a uno spazio che si modella progressivamente sulla base delle capacità di superare i problemi che di volta in volta si presentano, spesso chiamando in causa nuovi interlocutori. Si comincia così ad enucleare uno spazio in grado di  estendersi ed arricchirsi attraverso il numero di persone che entrano in gioco e che partecipano consapevolmente a questo itinerario di costruzione di uno spazio vissuto. In questo gioco i vincitori sono tutti, mentre negli spazi che già conosciamo sono sconfitti inconsapevoli anche i vincitori.”  

I nostri luoghi  della formazione sono molteplici, dislocati sul territorio: (Villa Prinz, Università, Enaip, Stages presso Aziende, Cooperative, Centri EDA/Scuole del territorio, Associazioni e club…)  
Si è partiti dai luoghi offerti dai Centri di Salute Mentale per poi usufruire anche di quelli propri della formazione e della socialità, per allargare la possibilità di scambiare e giocare altre identità, in differenti condizioni, in relazione con persone e professionalità diverse.  
I nostri, possiamo oggi dirlo, sono luoghi  integrati, attraversati dalla cittadinanza, da plurime professionalità, nell’ottica di allargare e moltiplicare le reti.

Tavola  riassuntiva dei Corsi di Formazione di base, negli anni ’96,  ’97, ’98’

Alcuni dati
tratti da materiali a cura di M. Colucci, C. Crusiz, A. Di Bella, R. Mezzina, C. Sindici

Tavola riassuntiva dei Corsi di Formazione Professionale negli anni ’95-96, ‘96-97, ‘97-98, ‘98-99

Alcuni dati tratti da una ricerca a cura di G. Del Giudice, L. Tacca, E. Suklan e del Servizio Abilitazione e Residenze

I dati si riferiscono ai Corsi Professionali (DSM; ENAIP su FSE) dal 1995 al 1999.

In questi anni si sono realizzati 11 Corsi di Formazione Professionale. Riferiamo alcuni dati che ci sembrano interessanti:

*Questo intervento è debitore a:  

PER LA NORMALITA’ 
di Franco Rotelli. Edizioni

L’ INVENZIONE COLLETTIVA 
di Cristiano Castelfranchi, Paolo Henry, Agostino Pirella. Edizioni Gruppo Abele

LA FINE DELL’INTRATTENIMENTO 
di Benedetto Saraceno. Edizioni Etalibri.  

Materiali  prodotti dal Servizio di Abilitazione e Residenze.