Angela
Pianca
DSM – Servizio Abilitazione e Residenzialità – Trieste
1999
IL
POLITECNICO
Breve
storia. Passaggi e paesaggi.
Il
Politecnico nasce nel 1983, nel momento in cui la pratica di
deistituzionalizzazione dell’équipe basagliana aveva ‘liberato’ i reparti
dai loro abitanti internati e sul Territorio funzionano sette Centri di Salute
Mentale.
Vecchi e nuovi bisogni approdano ai Servizi: domande di riabilitazione ed
abilitazione, di attività, di impegno, di luoghi, diversi dal Centro, dove
poter sviluppare capacità sopite o mai sperimentate, poter accostare o affinare
strumenti specifici d’espressione, esigenze di informazione, di formazione…
Necessità e desideri specifici, perlopiù di tipo artistico: poter dipingere,
suonare, fare teatro…
Bisogni e domande simili arrivano anche dal Territorio, da giovani artisti che
in questa città (così avara di iniziative sempre, ed in particolar modo per le
giovani generazioni) non trovano i modi, i luoghi dove poter esercitare, poter
sperimentare il loro percorso/progetto artistico.
Fa parte del lavoro degli operatori leggere i bisogni, coniugare le domande,
costruire possibilità di risposte, di proposte, di occasioni. Quindi alcuni
luoghi liberati, gli ex reparti del manicomio, vengono offerti ad alcuni giovani
artisti come ateliers, con il patto di rendersi disponibili a condividere il
loro progetto artistico con persone afferenti ai C. S. Mentale.
Nascono così i Laboratori d’arte: Laboratorio P di Arti Visive con i
pittori Pino Rosati, Giorgio Rajko, Ljubo Novak, Fulvio Sisto, Diego Porporati,
Claudio Cernigoj ed altri; il Laboratorio di Teatro con l’attore e
regista Claudio Misculin e altri, il Laboratorio di Musica con i
musicisti Stelij Ficur, Giaime Pintor e altri.
Sono spazi aperti le dodici ore, supportati da alcuni operatori ‘appassionati’,
che mettono in gioco, (ben dentro al proprio ruolo), capacità, interessi,
risorse personali e del contesto.
Non
è indifferente, anzi, il fatto che a gestire questi luoghi e questi progetti
siano degli artisti che qui hanno scelto di esplicitare il loro progetto.
Non sono prestatori d’opera che per qualche ora, per qualche tempo, prestano
le loro conoscenze e specifiche capacità ad un gruppo di matti, e che però poi
sviluppano il loro vero disegno artistico fuori, da un’altra parte, con altri.
Questi artisti hanno scommesso un proprio Progetto di vita e di arte in questi
luoghi e con queste persone, e, appunto per questo, sono stati, sono capaci, in
quanto artisti, di espletare il loro compito essenziale: saper partire da ciò
che uno sa fare, per quanto minimo e residuale possa essere; cogliere questo
segno, saperlo collocare all’interno del disegno complessivo dandogli dignità
e valore, costruendo così successive e ulteriori occasioni per sviluppare il
bagaglio di partenza.
Questo ha prodotto fatti e situazioni di grande valore, sia dal punto di vista
umano sia dal punto di vista artistico e del prodotto culturale.
I Laboratori si configurano quindi come luoghi dove diventa possibile attuare
interventi dinamici e pedagogici, stimolare capacità creative e di
trasformazione culturale, di trasformazione dei ruoli predefiniti, delle
etichette, dello stigma. Luoghi capaci di modificare concretamente le condizioni
di vita delle persone, attraverso processi continui e faticosi di
soggettivazione. Con progetti in grado di accrescere e promuovere livelli di
partecipazione, di condivisione e di affettività; con grande attenzione alla
qualità del processo, dei percorsi, dei prodotti.
Il dato di partenza è il rischio di essere al margine. Ma assumere le diversità
come valore e contraddizione, offrire spazi e dignità, creare i luoghi e
i linguaggi per l’espressione delle differenze, significa liberare risorse,
produrre ricchezza.
Una linea estetica, poetica, culturale delle differenze, riveste un significato
per il lavoro dei singoli e dei gruppi e si traduce in concreto allestimento di
ambiti in cui gli interlocutori siano molteplici e moltiplicantesi, e dove i
valori, collettivamente elaborati, diventano patrimonio comune che va ad
arricchire la cultura della comunità e a produrre/inventare salute per tutti.
Fino al 1990 circa, ogni luogo, ogni piccolo collettivo ha sviluppato la propria
dimensione, ha costruito il proprio progetto, il proprio stile di lavoro; ha
formato ed organizzato i suoi quadri. Era infatti necessario creare pertinenti
peculiarità, individuare obiettivi, rispettare percorsi di crescita.
Dal 1990 l’enorme patrimonio di esperienze e conoscenze, costruito nelle
pratiche quotidiane, i metodi di lavoro originali e flessibili, le opportunità
offerte dal nuovo Servizio di Abilitazione, il reinvestimento di alcuni
operatori a supporto, ha permesso di elaborare modi, tempi e metodi di
confronto; di mettere a disposizione delle persone, dei Servizi e della comunità,
una organizzazione articolata e complessa di offerte, proposte, opportunità.
Veste organizzativa più complessa, capace di rappresentarsi alla città, non più
soltanto come rete di singole attività, ma come vera e propria struttura
urbana, (oggi una parte del Cantiere Sociale), articolata in vari servizi,
ognuno dei quali con specifiche funzioni.
Una specie di Scuola, Laboratorio, Osservatorio a largo raggio, nel quale si
agiscono attività sociali, culturali e di formazione.
Con maestranze disposte a studiare ed attivare la più complessa rete di
rapporti ambientali ed interpersonali, attraverso l’uso degli specifici
strumenti; il POLITECNICO, appunto.
Oggi
Il Politecnico è il Centro Diurno del Servizio Abilitazione e Residenze, del
Dipartimento di Salute Mentale.
Già in questa frase sono contenute due parole (Abilitazione –
Politecnico) che intendono trascendere la realtà per alludere ad altro, in
parte già realizzato, in parte come progetto e prospettico compito.
Il fatto che noi chiamiamo Politecnico ciò che sulla carta viene definito come
Centro Diurno ha un significato; non è mero gioco di parole, per quanto possa
sembrare suggestivo.
Ci è accaduto e spesso ci accade, di viaggiare, di incontrare e vedere
varie realtà.
Spesso luoghi in cui, razionalizzato e impoverito il concetto di
deistituzionalizzazione, vengono indicate come riabilitative attività che
servono per riempire il tempo vuoto, producendo oggetti inutili, che
ridicolizzano chi li fa e chi li propone, determinando passività o fredda
esecuzione di ordini. Oppure luoghi dove l’operare sembra consistere in
qualcosa di simile ad un ufficio di collocamento e dove la riabilitazione viene
piattamente identificata con la selezione di capacità per l’accesso ad un
lavoro.
Troppo spesso le parole Centro Diurno indicano, di fatto, una serie di
Laboratori protetti, dove si fa assistenzialismo mascherato da attività, luoghi
dell’intrattenimento’, cioè del ‘tenere dentro’; dove vita, contesto,
situazioni reali vengono lasciati fuori dalla porta o riproposti come setting
artificiali, dove tutto racconta miseria: miseria dei luoghi, dei percorsi,
delle proposte. delle relazioni. Luoghi in cui l’accesso avviene per
prescrizione medica, grazie alla quale le persone in un tot. di tempo
predefinito, vengono sottoposte a una specie di ‘tour de force’.
Il tempo viene scandito a ore: ogni ora un’attività diversa, senza
particolare interesse per i bisogni, i desideri, le necessità delle persone;
che sono immesse in itinerari precostituiti, che devono essere seguiti, senza
scelta, senza attenzione alla qualità del percorso, dei prodotti. Chi sta
bravo, il sabato pomeriggio andrà al cinema!!!
Ma la gente non sa che farsene di luoghi artificiali che non generano spazi di
scambio.
Il cittadino non saprà che farsene delle acquisite abilità relazionali,
(ammesso si possano davvero acquisire, in assenza di scelta) poiché non
avrà diritto né accesso, all’esercizio reale delle relazioni.
Molti studi e relativi dati, sottolineano che la terapeutica psichiatrica e la
psichiatria clinica di per sé, sono raramente utili; non generano
trasformazioni significative nella vita dei pazienti. Mentre la rottura
dell’intrattenimento, costituisce la sorgente di azioni dotate di maggiore
efficacia trasformativa della vita della persona.
La rottura dell’intrattenimento è ricerca teorica e pratica delle strade
quotidiane per operare micro-rotture nella miriade di micro-intrattenimenti;
disvelando risorse e modi di operare che concorrono alla ricostruzione della
piena cittadinanza del paziente.
E’ dentro alla costruzione di questi diritti, (affettiva, materiale,
abitativa, produttiva) che sta l’unica possibilità di Riabilitazione.
Ossia: solo la costruzione di spazi dello scambio può generare relazioni.
Continuando la storia dei passaggi che hanno determinato il Politecnico come
oggi è, bisogna dire che nel 1995, l’A.S.S. mette a disposizione, per la
prima volta, un budget cospicuo, (circa 100 milioni; diventeranno 150 l’anno
successivo), per avviare dei percorsi di formazione rivolti all’utenza dei
Servizi di Salute Mentale.
Questa diventa occasione importante per diversificare le risposte, arricchire e
qualificare ulteriormente il panorama delle offerte.
I Laboratori d’arte sono spazi e progetti il cui riferimento è il
singolo, l’individuo, il suo percorso, i suoi scopi, le sue possibilità
peculiari.
I Laboratori sono accessibili a chiunque ed in qualsiasi momento.
Sono luoghi in cui si opera nella dimensione pratico-affettiva di piccolo
gruppo, e in cui gli artisti lavorano allo spreco, nel senso che in qualsiasi
momento sono disponibili a ricominciare daccapo con l’ultimo venuto, a trovare
il modo di inserirlo nel percorso in atto, a recuperare l’abbandono di
qualcuno, a rimotivare l’adesione e, nel contempo a costruire prodotti
culturali qualificati .
Sono luoghi che, proprio per la loro estrema permeabilità, si trovano a
lavorare con tutti, ed in particolare con persone che difficilmente possono
reggere, almeno inizialmente, situazioni più rigidamente strutturate.
Inoltre i Laboratori d’arte hanno una peculiarità che li contraddistingue
dalla formazione letteralmente intesa: il lavoro e la produzione culturale.
Il lavoro culturale è atipico nel rapporto con il mercato.
Il fatto che la componente artistica e culturale sia presenza fondante nei
nostri progetti implica una sostanziale ed inalterabile distanza tra lavoro
culturale e quello inteso come più strettamente produttivo.
Anche quello culturale è un lavoro, eppure è un lavoro di cui è difficile
definire i tempi ed i ritmi produttivi con statistica precisione.
Anche quello culturale è un prodotto, che però non si può scambiare come un
bene di consumo perché:
è irriproducibile nei modi e nei tempi che lo hanno determinato
è un prodotto che, nel rapporto con il mercato, si confronta con una serie di variabili e con obiettivi così particolari da ritenere inappropriati gli stessi termini di ‘prodotto’ e di ‘mercato’.
Il momento della progettualità si caratterizza per fasi, per contributi di ogni singolo ad un’idea, ad una proposta che risulta, nel suo concretizzarsi, collettiva.
Ciò assume un valore essenziale.
Il processo di elaborazione delle idee, i modi di produzione, la divisione dei compiti, i momenti comuni attengono al processo. Il rapporto partecipativo e di condivisione garantisce livelli di analisi e di valutazione che favoriscono l’aderenza alla realtà del contesto in cui si opera. Sono dati caratteristici che non possono non segnare i risultati di un lavoro, e anche la sua fruizione.
La
produzione culturale, non si racchiude soltanto nell’esito, nel prodotto
finale; il prodotto culturale è soprattutto il processo.
E’
lo sforzo di interpretazione di una realtà sociale e territoriale, delle
sue peculiarità; è l’impegno finalizzato di alcuni cittadini per la
crescita e lo sviluppo della comunità.
I
Corsi di formazione vengono progettati e realizzati per rispondere a domande
differenti. Domande di formazione di base ma anche di formazione professionale
in cornici più strutturate: la raggiunta consapevolezza di necessità di
formazione e riqualificazione permanente, la scoperta della nuova, dignitosa
veste di allievi, la possibilità di acquisire nuove nozioni ma soprattutto
nuove chiavi di lettura di sé e della realtà circostante, l’opportunità di
incontrare molti qualificati insegnanti, non solo locali.
Per realizzare i Corsi nel ‘95 si forma la Commissione per la formazione
(che descriveremo più avanti.) Vengono realizzati cinque Corsi di Formazione di
base che vedono la partecipazione continuativa di circa ottanta persone e due
Corsi di formazione professionale che vedono 33 iscritti, dei quali 28 ammessi
all’esame finale.
Vengono distribuite delle schede, autocostruite, per la valutazione delle
situazioni di partenza, quelle di metà percorso e gli esiti finali.
I dati emersi sono molto interessanti, anche se difficilmente standardizzabili.
I Corsi si rivelano ben qualificati e vengono frequentati, ove possibile, anche
da cittadini qualsiasi.
La valutazione finale dei percorsi ci induce a cercare il modo di continuare
l’esperienza.
Nel 1995 proponiamo la collaborazione con un Ente specializzato in formazione,
l’ENAIP.
Questo sostanzialmente per tre motivi:
Se le persone con problemi di salute mentale devono e possono, a tutti gli effetti, immettersi in progetti/percorsi di normalità, di benessere, di salute e, quindi hanno diritto ad una risposta non stigmatizzante ai loro bisogni, perché non fare formazione con chi la formazione la fa per mestiere? Sempre tenendo conto del fatto che ‘chi ha meno (o è meno) ha diritto ad avere di più.
Il nostro compito di operatori è anche quello di ricercare attivamente di liberare risorse sul territorio, saper vedere ed usare ciò che è a disposizione, e quindi anche i finanziamenti regionali e di fondo sociale europeo a disposizione per la formazione.
Collaborare con soggetti diversi nella comunità significa mettere insieme risorse Incrociare più professionalità, collaborare attivamente per raggiungere degli scopi comuni, allargare la rete sociale a disposizione e moltiplicarne gli effetti e i benefici.
Per
l’anno ’96 -‘97 I progetti che vengono presentati su fondi del Piano
Regionale sono sei di Formazione di base. Altri di vera e propria formazione per
l’inserimento lavorativo vengono presentati su Fondo Sociale Europeo. Vengono
approvati tutti. (vedi Tavole)
La formazione finalizzata di cui parliamo impiega strumenti e risorse altamente
qualificati ed avanzati. Nella progettazione dei Corsi, si tiene conto del
mercato del lavoro e del mutamento delle sue leggi, ma si rilevano anche i
bisogni formativi delle persone.
Il
Politecnico è progetto di progetti per l’accesso, per la ri/costruzione,
la costruzione, la costituzione dei diritti di cittadinanza e per determinare
l’accesso concreto ai diritti.
E’ servizio, costituito da una molteplicità di luoghi/opportunità
comunicanti, permeabile e dinamico dove le opportunità, ovvero le risorse, sono
continuamente a disposizione di utenti, operatori, cittadini. (Non un’offerta
chiusa a cui il paziente deve adattarsi, pena l’espulsione)
La teoria e la prassi della deistituzionalizzazione consistono in un sostanziale
rovesciamento del concetto che il diritto è una cosa che si deve meritare.
“Il negozio deve precedere l’ozio, scrive Saraceno, ossia soltanto a partire
dal diritto attivo al negozio, il soggetto è messo in condizione di esercitare
il diritto alla relazione.” (Scambio di opportunità materiali)
E ci deve essere un lavoro degli operatori che accompagnerà la persona nella
costruzione di spazi negoziali.
Politecnico come servizio ad alta integrazione esterna: aperto,
spalancato, fortemente permeabile a saperi e risorse ad esso circostanti; a
cercarli, a vederli, a saperli usare.
A porte aperte: perché l’interruzione non diventi abbandono, ma possa
essere discussa e recuperata per una rimotivazione
Attraversato da saperi plurimi: perché molteplici e diverse professionalità
agiscano, incrociando le loro specificità, e costruiscano proposte, azioni,
progetti, possibilità, relazioni, sguardi.
Politecnico come uno dei luoghi di scambio delle identità: il fatto che non
esistano più le piazze medievali per scambiare le proprie rispettive identità,
non significa che non si riproducano ancora luoghi di scambio delle identità:
se la gente non li trova se li inventa.
La partecipazione a questo scambio o alla invenzione dei luoghi in cui lo
scambio sia possibile è LA RETE SOCIALE. Produrre e scambiare merci e valori.
Diviene importante concedere credito alle persone, affinché la loro
autonomia, le loro capacità, possano trovare un’occasione di espressione e di
crescita. Per essere protagonisti delle proprie scelte è essenziale potersi
muovere in scenari di vita reali, (non in setting artificiali
verosimili), dove si lavora e si guadagna, si scambia e si consuma. L’idea che
i materiali di comunicazione che consentono le relazioni sono ‘beni
materiali’, spiega anche l’importanza del disporre di luoghi, strumenti,
prodotti di alta qualità.
Si può dire che esista una dimensione estetica, e non solo etica, del
processo e del prodotto riabilitativo.
Un esempio: il Laboratorio di Teatro, dal 1990 diventa l’Accademia della
Follia.
E’ una rete di gruppi che operano teatralmente presso Istituzioni, Enti,
Servizi, Associazioni, Carceri, Teatri e salotti in cinque città del Nord
Italia: Trieste, Milano, Rimini, Suzzara - Mantova, Cremona.
Ogni gruppo ha una sua storia, sue caratteristiche e progetti propri, che si
sviluppano autonomamente attraverso un confronto continuo.
Consulenze, viaggi, possibilità di essere ospitati e di vedere il mondo,
rapporti che si intrecciano sui progetti, grazie ai progetti; ore di
intelligenza fornite da maestri, poeti, scrittori, autori, comunicatori,
registi, videomakers, nazionali e stranieri, affascinati da ciò che è
l’Accademia, e dalle sue possibilità di rappresentazione di un mutamento
personale, di vita, culturale.
Partecipare ad un network sociale di adozioni e scambi, ci permette di
raggiungere mille scopi, rispetto ai dieci che potremmo raggiungere con i nostri
soli poteri.
Struttura
organizzativa: le proposte
Sede
Pad. M, Via G. De Pastrovic, 1 34100 Trieste
Tel. 040/ 3997334 040/ 3997384
Fax 040/ 3997306
Orario
Segreteria
9.00 - 15.30
Operatori
Angela Pianca psicologa; Aldo Di Bella operatore sociale, Maria Stoppar
infermiera.
Questi operatori formano una microequipe che fa parte del più esteso
Servizio di Abilitazione e Residenze.
Proposte
99/2000
Laboratori: Funzionano tutto l’anno su progetti presentati a cura degli
artisti ed artigiani che li promuovono e gestiscono.
Laboratorio di Arti visive: pittura, serigrafia, habitat, a cura di
Guillermo Giampietro e Pino Rosati
Laboratorio artigianale Visibilia di cucito e maglieria. a cura di Carla
Stefani e Mariuccia Giacomini.
Laboratorio Teatrale: l’Accademia della Follia a cura di Claudio
Misculin, Francesca Varsori,
Corsi
di formazione professionale proposti e realizzati dal D.S.M, dall’ ENAIP,
con
finanziamenti FSE:
Operare
con il Numero verde, 12 partecipanti
Creare e gestire siti Web,
Il divenire delle storie,
Tecnico
Serigrafo
Osti del 2000
Corsi
di formazione di base proposti e realizzati dal DSM, dall’ENAIP, con
finanziamenti del Piano Regionale F.V.G.
Corsi di informatica per il lavoro (80 ore).
Corsi
di informatica per il lavoro (150 ore)
Pensieri e parole in redazione
Dal Teatro al video
Ancora:
stiamo organizzando un Laboratorio di scrittura creativa, a cura del
poeta e giornalista Franco Facchini.
Le persone che frequentano giornalmente il Politecnico, impegnate in uno o più
dei Corsi e Laboratori elencati, sono circa 160.
Su
che cosa interveniamo?
Sviluppo
di capacità e abilità
Cosa vuol dire capacità o abilità? Scrive Castelfranchi: la capacità/abilità
ha a che fare con il potere, con i poteri che abbiamo. Il potere di raggiungere
determinati scopi. Quando si interviene sull’abilità, interveniamo a molti
livelli e su molti punti diversi. Da che cosa dipende il potere, infatti?
Può avere potere soltanto un’entità dotata di scopi: cioè che deve
raggiungere qualcosa, che deve fare, servire a qualcosa.
Le abilità vanno viste almeno a tre fuochi: lo scopo rispetto al
quale si è abili le condizioni, le ragioni, per cui si è o non
si è abili, le aspettative, la persona è abile o non lo è a
seconda delle aspettative della persona, quelle degli altri e quelle ambientali.
L’abilità
è tutta sul versante interno, è un potere interno. (Tizio ha il potere o non
lo ha di raggiungere una determinata cosa)
Sembra quindi che intervenire sull’abilità significhi necessariamente
intervenire sulla persona, sulle sue caratteristiche interne.
Però che c’è anche lo scopo. Un’entità ha o non ha il potere di
raggiungere uno scopo se può utilizzare una certa condizione esterna. Perché
si abbia o no il potere di raggiungere un proprio scopo si può intervenire
sulle abilità, cioè su poteri e capacità interne dell’individuo e
sulle condizioni esterne
Tre
campi di intervento: - gli scopi (modifico gli scopi, modifico la
condizione di inabilità) - le condizioni interne: le abilità, le skills
dell’individuo le condizioni esterne - le condizioni esterne
situazioni, contesto, risorse, legislazione.
Questi tre fattori determinano il potere dell’individuo di raggiungere gli
scopi, cioè di vivere.
Tutta l’interazione sociale consiste nell’usufruire dei poteri di un
altro, cioè nell’essere dipendenti. La struttura dell’interazione
sociale è la dipendenza, intesa in senso oggettivo, cioè la necessità
delle risorse di un altro.
Per
quali motivi noi adottiamo gli scopi di altri? altruismo: siamo
predisposti biologicamente, in alcuni casi, a dare disinteressatamente collaborazione
e cooperazione: abbiamo degli interessi in comune perché ci torna utile:
es. scambio economico, contratto: tu mi dai questo io ti do quello.
Questo
meccanismo moltiplica in maniera esplosiva i poteri degli individui che vi
partecipano.
Essere
ed esserci, per fare che cosa? Il Politecnico crea le premesse, i luoghi e
i progetti in cui le persone si scoprano come entità dotate di scopi,
possano essere informate, discutere e scegliere gli obiettivi che vogliono
raggiungere, sperimentare i percorsi per raggiungerli, gli strumenti che si
possono utilizzare, decidere quelli corrispondenti ai propri bisogni e desideri,
condividendo e contribuendo a realizzare i percorsi. Gli individui diventato
protagonisti.
Protagonisti attori e spettatori, nelle riconquistate capacità di essere
soggetti, nella trasformazione delle vite, della vita, nella modificazione delle
culture, nella ricerca della comunanza nelle specificità.
Possibilità di mutamento Luogo dove l’intelligenza misconosciuta e
diffusa delle persone possa progettare e rappresentare le possibilità di
mutamento. Il nostro lavoro consiste nel contribuire a creare scenari in
movimento, opportunità, probabilità di giocare di nuovo la storia che si ha
a disposizione, in più felici condizioni date e con dignità, nel rispetto
delle infinite differenze.
Con l’enfasi sulla libertà come spazio dove sia possibile un
incontro al di là della malattia, dentro ricercate
Reciprocità.
Lo sguardo, gli sguardi Qui gioca la grande importanza degli sguardi non
‘psi’, degli sguardi altri. Per es: ciò che lo specialista, l’operatore
psichiatrico, vede come un delirio, un’allucinazione, insomma come malattia,
può venire visto dallo sguardo di un teatrante, di un poeta, di un artigiano,
come la possibilità di diventare un meraviglioso monologo, un canto, una
poesia, un libro, un oggetto, un mobile… Questo riscopre e mobilita nei
soggetti possibilità di esprimersi in ruoli diversi da quello unico del ‘malato’,
permette di provare altri costumi, di scoprire e di giocare altre identità, più
complesse, da scambiare con altri, in un confronto più ricco e di alto valore.
Far in modo di moltiplicare occasioni, anche strutturate ed organizzate,
allestire ambiti affinché ciò accada, significa, per noi, fare riabilitazione.
A partire dalle storie. Scrive Rotelli: “Molto cammino culturale, forse
scientifico deve essere fatto per rifondare psicologie su percorsi di vita, di
ambiente, di progetto esistenziale di individui e di gruppi, di solitudini e
collettivi, di etnie e appartenenze. Correlarli ai dati storici, ai paesaggi
umani,
Peculiarità
del Poli
Non
c’è separazione tra chi riabilita e chi cura. La riabilitazione non è
luogo e tempo a sé stante ma è parte integrante del Progetto
dell’individuo, non è dissociata dalla cura
I progetti abilitativi, i corsi di formazione sia professionale che di
base, il percorso di inserimento lavorativo sono una parte, un tratto del
percorso globale, del progetto complessivo della persona. La regia di tale
progetto appartiene al soggetto ed agli operatori del Servizio di Salute
Mentale che hanno preso in carico la persona, che si prendono cura di.
L’offerta
di riabilitazione è un’opportunità offerta a tutti, in qualsiasi
momento. Non si seleziona la domanda, casomai si orienta, si indirizza.
Le persone non vengono ammesse ai programmi in base alla diagnosi,
non si fa una selezione in base alle capacità, al grado di autonomia già
raggiunto. ‘Il mito dell’autonomia è il maggior responsabile della
iperselezione dei pazienti nei programmi di riabilitazione e del
conseguente, complementare abbandono dei pazienti non selezionati.’
Il modello delle reti negoziali multiple pone al centro non l’autonomia,
bensì la partecipazione.
Scrive Saraceno: ‘L’obiettivo di partenza non sarà allora quello di
far cessare ai deboli di essere deboli per poter stare in scena con i forti,
ma di modificare le regole della scena, cosicché in essa vi siano i
deboli e i forti, in uno scambio permanente di competenze ed interessi.
Possiamo anche definire il lavoro degli operatori come tessitura di reti
negoziali
I
modi e i tempi della riabilitazione non sono definiti/prescritti dal medico
curante
Il periodo ed i tempi di permanenza sono determinati dai calendari di
uno o più progetti ai quali la persona ha aderito, dopo adeguata
informazione ed orientamento, a cura sia dagli operatori dei Centri, sia
dagli operatori del Centro Diurno.
C’è uno scambio continuo, di pareri, incontri, discussioni tra operatori
dei diversi servizi sull’opportunità o meno, per quella persona, di
accedere alle offerte, in quale modo e cos’è meglio suggerire, sulla base
dei suoi interessi, desideri, o in merito alla difficoltà per cui il
soggetto, per il momento, sembra non esprimere alcun interesse o desiderio
di fare qualcosa di specifico. Non per questo si reputa opportuno non
provare a suggerire, sostenere, l’accesso ad un percorso. Accesso
che andrà valutato e verificato nel suo andamento, per cercare
eventualmente un altro percorso, anche in base a quello che è successo
durante il tentativo non andato in porto.
C’è
una collaborazione quotidiana tra operatori dei diversi Servizi, sia
informale che
strutturata.
Informale:
telefonate, incontri informali, scambi di informazioni, etc.
Strutturata:
nel 1995 si è formata una Commissione per la formazione composta da
due o più referenti per ogni Centro di Salute Mentale, dalla psicologa e
dall’operatore del Politecnico.
La
Commissione ha le seguenti funzioni:
rilevamento dei bisogni, istanze, preferenze dell’utenza.
ideazione e progettazione dei Corsi, individuazione delle metodologie e degli obiettivi generali, programmazione dei tempi e dei collegamenti tra i percorsi, coordinamento centrale delle azioni, (proposte che poi presentiamo all’Ente di Formazione ENAIP e, insieme, alla Regione F.V.G. e alla C.E.E)
acquisire informazioni dettagliate e relativi materiali sui Corsi e sui progetti dei Laboratori del Politecnico ma anche su proposte formative provenienti dal territorio, (Università delle Libere età, Centri EDA per la formazione degli adulti, altri Enti di formazione etc.)
promuovere i Corsi all’interno del Servizio, illustrandone i programmi, le peculiarità, gli obiettivi, sia al fine di favorire l’accesso degli utenti che di attuare una condivisione con il resto dell’équipe.
Individuare utenti ad alta priorità di formazione, discutere in équipe e con gli utenti chi proporre e su quali percorsi,
predisporre sostegni alla frequenza, se necessario, decidere se incentivare con una borsa di studio ARS la frequenza (perché e per chi),
monitorare l’andamento delle persone inserite, incontrando gli operatori del Politecnico, gli insegnanti e i tutors.
predisporre schede di valutazione sull’utenza che frequenta Corsi e Laboratori, discutere sui dati e sugli esiti dei percorsi e programmi.
Il fatto che gli operatori di differenti Servizi collaborino per realizzare questo tipo di interventi, determina:
La possibilità per tutti (utenti ed operatori) di scoprire che esistono altri scenari dove potersi muovere e provare altri costumi; aumentare la consapevolezza che non esiste solo l’identità di malato o utente, ma che le identità sono molteplici, quindi la possibilità di far emergere più e diverse parti di sé stessi (non solo la parte sana), di provare a giocare con altre identità o altri aspetti di sé.
La possibilità concreta di confrontare il nostro sguardo con quello di altre, molteplici professionalità. Questo permette di scoprire ed agire altro, di costruire un luogo che promuova una ricerca, una sperimentazione di altre modalità d’approccio ai problemi e alle relazioni, dove sia possibile la dialettica tra sguardi diversi e forse la ricomposizione, la rimodulazione di questi linguaggi.
Ridimensiona e ricolloca il problema della malattia, libera altre possibilità di essere e di esserci. Fare, teoria e pratica insieme, fare con senso. Il senso è dato dal progetto e dalla condivisione del progetto, dai processi, dalla qualità del percorso e del prodotto.
Processo
a porte aperte per far sì che l’interruzione non si trasformi in
abbandono, ma ci possa essere lo spazio di una discussione per una
rimotivazione.
Non
si parte dall’elenco dei deficit per programmare interventi ad hoc,
parcellizzati programmi di addestramento relativi a specifiche disabilità.
Si
parte da ciò
che uno sa fare, e per quanto minimo e residuale sia, si danno: credito, luoghi,
strumenti, opportunità di stare ed agire nello spazio negoziale, nella rete,
scommettendo che siano le opportunità a disposizione a far sviluppare
consapevolezza, identità, capacità, abilità. ‘Ognuno vale per
quello che fa e fa quello che può.’
Una
storia emblematica: Giovanni Spiga sapeva solo raccontare, meglio, farfugliare
attorno alle persone, bevendo il caffè al Posto delle Fragole. Negli ultimi
anni, dopo la chiusura dell’ospedale, viveva, (è morto nel dicembre1999) in
una piccola comunità nel Comprensorio di S. Giovanni.
Aveva
sessantadue anni. Da quando ne aveva ventisei, data del suo primo ricovero, non
era più uscito dal manicomio.
Un
giorno, alcuni del Laboratorio teatrale lo ascoltano con attenzione. Ci sembra
che Giovanni racconti la sua storia senza un ben delimitato confine tra passato
e presente, ma con un linguaggio ricco, poetico ed ironico. Chiediamo a Giovanni
di venire a raccontare nel Laboratorio.
Giovanni
viene e la prima volta rimane esattamente un minuto e mezzo.
Non
ci lasciamo scoraggiare, continuiamo a cercarlo, con la complicità degli
operatori della casa, e Giovanni comincia a restare con noi per tempi sempre più
lunghi.
Gli
chiediamo di scrivere le cose che dice. Lui rifiuta dicendo che le sue braccia
sono inservibili a causa di anni ed anni di flebo. Gli chiediamo di registrarle.
Lui rifiuta, asserendo che il magnetofono emette radiazioni pericolose. Gli
proponiamo di parlare e di permettere a noi di scrivere quanto dice. Accetta.
Ci
organizziamo: al mattino, a turno, qualcuno del Teatro passerà un tempo, (due
ore) con Giovanni trascrivendo tutto ciò che dice; il pomeriggio Giovanni
intraprenderà il suo iter d’attore con il gruppo.
In
un mese, con le sue parole costruiamo un monologhino teatrale che Giovanni
reciterà nello spettacolo della Compagnia, ‘Basaglia Show’. Partecipa a
tournée in Italia e all’estero; assume i ritmi, i tempi e modi di un
attore.(Si sveglia tardi, viaggia senza lamentarsi, si lava, si veste, impara a
mangiare al ristorante, etc.) Nel contempo continuiamo puntualmente le
trascrizioni mattutine.
Una
sera Giovanni viene investito da un’auto. Ferito gravemente alle gambe, resterà
a lungo in ospedale; a lungo non potrà girare con gli attori, recitare i suoi
monologhi.
Ma
Giovanni, con il suo fare, con il suo dire, aveva ormai creato rapporti,
affetti; l’esigenza per tutti di continuare a comunicare ciò che era stata la
sua storia, emblema di molte storie. Avevamo sei quaderni con il racconto
orale/scritto e decidiamo di farne un libro.
A
quel punto andiamo a riesumare la vecchia cartella clinica e alcune cose ci
colpiscono: le sue fotografie da giovane, la sciattezza disordinata
dell’anamnesi, le quattro diagnosi diverse, la sequela di anni descritti con
un laconico “situazione invariata”, e, in particolare ci fa male la
diagnosi, stilata dopo una affrettata somministrazione di un test di
intelligenza, che così recita: “Oligofrenico grave, ha la mentalità di un
bambino di dieci anni“.
Non
riuscivamo a far stare Giovanni dentro a questa diagnosi; l’uomo che avevamo
imparato a conoscere ed apprezzare non si poteva certo descrivere in questo
modo.
Pensiamo
allora, dopo averne discusso con il diretto interessato, di pubblicare sulla metà
della pagina ciò che recitava la cartella clinica e sull’altra metà ciò che
Giovanni racconta, senza commento. Inviamo poi tutto a Giancarlo Majorino, poeta
e scrittore, per chiedere un parere sul valore letterario dei materiali.
Majorino ci incoraggia, si offre di scrivere la prefazione. Troviamo la Casa
Editrice che ci pubblicherà il libro, la KW di Udine.
Finalmente
Giovanni lascia l’ospedale, cammina con una specie di apparecchio, ma cammina.
La
sera che presentiamo, in prima nazionale lo spettacolo tratto dal suo testo e il
suo libro: ‘Parole in tuffo’, c’è molta gente al Teatro Comunale Novelli
di Rimini.
E’
venuto anche Giovanni. Dopo che giornalisti, scrittori, poeti hanno presentato e
discusso il suo libro si avvicinano le persone che l’hanno acquistato per
farselo firmare e lui risponde di no, a tutte.
Io,
che gli ero seduta accanto, lo tiro per la giacca e gli sussurro: “Giovanni,
ma che fai? Sai che tutti gli autori firmano i propri libri? Non sei contento?
Non a tutti capita, alla tua età, dopo quello che hai passato di diventare
scrittori…” Lui mi guarda, mi sorride e risponde: ”Troppo tardi,
signora…”
Questa
storia, per noi ha pesi e significati: è necessario lavorare perché non sia
troppo tardi; l’importanza di quello che è riuscito ad esprimere e a creare
Giovanni, a partire da ciò che sapeva fare, cioè raccontare; la necessità di
creare possibilità per poter giocare di nuovo la storia che si ha a
disposizione, l’importanza fondamentale delle aspettative, di dover, a volte
forzare la persona ad intraprendere un percorso, di non fermarsi davanti ai suoi
no, la necessità di non rispettare il suo stare in ozio.
Scrive Rotelli:
Sotto
l’ideologico rispetto della libertà di stare in ozio, si perpetua la sottile
crudeltà dell’indifferenza, l’aver rinunciato a tentare, ad aspettarsi
qualcosa dall’altro.
Questo
significa anche trasformazione culturale, indicare ritmi e tempi che tengano
conto di tutti, di tutto e in cui tutti possono trovare uno spazio. Questo
tenere conto, e di conseguenza capacità di modificarsi, torna a favore di
tutti, anche dei normali; allude a possibilità di costruire una vita diversa,
dove gli uomini siano più uomini.
Noi
siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza.
Approccio globale o specifici addestramenti per
specifiche disabilità?
Il
problema è:
si
impara meglio o di più eseguendo compiti o risolvendo problemi reali della
vita, oppure in condizioni artificiali, appositamente create, ma in cui, ci
sembra, non sia chiara la motivazione del soggetto ad impegnarsi, non
trattandosi di interazioni reali?
A
questa domanda noi abbiamo risposto con l’immissione in problemi reali della
vita, con progetti globali, di qualità, affascinanti, piuttosto che frammentare
gli interventi.
La
nostra esperienza ci dice che si impara molto, meglio e più in fretta, e
senza dimenticare, ad esempio, a fare le valigie e lavarsi la biancheria a
mangiare adeguatamente, alcune frasi in lingua straniera etc, durante una tournée
con il teatro piuttosto che seguendo corsi specifici per disabilità specifiche.
(Un mese di lavatrice, due mesi di bon ton, come stare a tavola etc)
Castelfranchi:
“…Semplicemente facendo le cose, stando in un ambiente e con un po’
d’aiuto si diventa adeguati e, contemporaneamente si impara a fare attenzione
e, magari, anche a sorridere, se bisogna sorridere.”
La
moderna didattica ci insegna che non si tratta di scrivere le A per dodici
pagine o, per ogni errore, scrivere la parola corretta per una intera pagina, ma
di fare in modo che vengano svolte attività interessanti, vive. Lo
spezzettamento dell’addestramento per singole attività ci lascia perplessi su
qual sia la cornice intorno, qual sia la ricomposizione reale della persona,
qual sia la strategia di intervento generale.
La
scelta sta tra individuare tanti singoli deficit esterni, per fare poi
addestramenti specifici oppure cercare di creare vita, mettere, in queste
situazioni di morte, un’attività reale, viva, di interazioni vere.
Qualificazione dei luoghi, dei modi dl produrre e dei prodotti
Ciò
che rimane, che ritorna nelle tasche di ciascuno è ciò che ha costruito, che
ha fatto, che ha contribuito a fare. Lo specchio in cui si guarda è il
risultato che ottiene, la rappresentazione dell’esito, il suo contenuto e
forma, il suo valore d’uso e di scambio, il suo valore sociale, (se non il
denaro).
Se
proponiamo attività quali, ad esempio: i festoni per carnevale, gli addobbi di
Natale, o il fare generico, tanto per stare insieme, per far passare il tempo
(senza progetto che indichi il percorso, gli obiettivi, qual è il prodotto
atteso, quali processi intendiamo far accadere… senza mettere a
disposizione strumenti altamente qualificati, oggetti, cose…) ridicolizziamo i
soggetti, impoveriamo le loro e le nostre risorse, immiseriamo le relazioni,
desertifichiamo le possibilità di immaginare di poter fare altro, molto di più.
L’esperienza
ci dice chiaramente che tutto ciò non è affatto riabilitativo, può rivestire
qualche aspetto di rianimazione che dura il tempo che trova e soprattutto non
gratifica la persona, non crea possibilità d’individuare progetti per il
presente e neppure per il futuro.
I luoghi , il processo di trasformazione da spazio a luogo.
Lavorare
sul bisogno di abitare.
Intendiamo
il complesso di esperienze concrete di riacquisizione-riapprendimento dell’uso
degli spazi, dell’orientamento nella scansione del tempo secondo linee non
istituzionali, della capacità d’uso degli oggetti e opportunità della vita
quotidiana, ma anche la possibilità di rivisitare le radici e i luoghi, le
memorie e le impossibilità
E’
un lavoro di smontaggio delle funzioni spaziali, di soggettivazione degli spazi,
di riacquisizione del diritto all’uso degli spazi, di bonifica degli spazi, di
de-simbolizzazione e ri-simbolizzazione degli spazi; anche di riconversione
degli spazi urbani del manicomio per un uso misto, ossia aperto a molteplici
attori sociali.(Vedi l’uso di ex reparti affidato ad artigiani, artisti, per
Cooperative, Scuole, etc.)
Scrive
l’architetto Michelucci (1992): “Dovremmo assistere e collaborare alla
costituzione di un luogo fatto di atteggiamenti, di azioni e perfino di
patteggiamenti che possono dare vita a uno spazio che si modella
progressivamente sulla base delle capacità di superare i problemi che di volta
in volta si presentano, spesso chiamando in causa nuovi interlocutori. Si
comincia così ad enucleare uno spazio in grado di estendersi ed
arricchirsi attraverso il numero di persone che entrano in gioco e che
partecipano consapevolmente a questo itinerario di costruzione di uno spazio
vissuto. In questo gioco i vincitori sono tutti, mentre negli spazi che già
conosciamo sono sconfitti inconsapevoli anche i vincitori.”
I
nostri luoghi della formazione sono molteplici, dislocati sul territorio:
(Villa Prinz, Università, Enaip, Stages presso Aziende, Cooperative, Centri EDA/Scuole
del territorio, Associazioni e club…)
Si
è partiti dai luoghi offerti dai Centri di Salute Mentale per poi usufruire
anche di quelli propri della formazione e della socialità, per allargare la
possibilità di scambiare e giocare altre identità, in differenti condizioni,
in relazione con persone e professionalità diverse.
I
nostri, possiamo oggi dirlo, sono luoghi integrati, attraversati dalla
cittadinanza, da plurime professionalità, nell’ottica di allargare e
moltiplicare le reti.
Tavola riassuntiva dei Corsi di Formazione di base, negli anni ’96,
’97, ’98’
Alcuni
dati tratti da materiali a cura di
I corsisti rappresentano 1,6% del totale della popolazione complessiva di utenti del DSM.
Gli iscritti sono in leggera prevalenza donne: 54%. Gli uomini sono il 46%
L’età media è di 42 anni.
Per grande maggioranza si tratta di persone i cui problemi rientrano nella cosidetta area delle psicosi : 86%
Per il 43% sono persone senza lavoro. Il 39% possono contare su di una pensione, l’8% usufruisce di una borsa di lavoro.
Il titolo di studio prevalente è la licenza di terza media: 51%; il 12% è in possesso di licenza elementare; il 7% è laureato.
Tavola
riassuntiva dei Corsi di Formazione Professionale
Alcuni dati tratti da una ricerca a cura di
I
dati si riferiscono ai Corsi Professionali (DSM; ENAIP su FSE) dal 1995 al 1999.
In
questi anni si sono realizzati 11 Corsi di Formazione Professionale. Riferiamo
alcuni dati che ci sembrano interessanti:
Il totale delle persone che hanno portato a termine i Corsi sono
105 (53 D. e 52
U.) pari all’82%. Di queste, trenta persone hanno portato a termine 2 Corsi e
tre ne hanno completati addirittura 3.
Hanno trovato lavoro 34 persone; 28 sono inserite in un percorso di formazione
al lavoro tramite borsa di lavoro.
Più del 40% delle persone che hanno frequentato due corsi ha trovato
occupazione.
*Questo intervento è debitore a:
PER LA NORMALITA’
di Franco Rotelli. Edizioni
L’ INVENZIONE COLLETTIVA
di Cristiano Castelfranchi, Paolo Henry, Agostino Pirella. Edizioni Gruppo Abele
LA FINE DELL’INTRATTENIMENTO
di Benedetto Saraceno. Edizioni Etalibri.
Materiali prodotti dal Servizio di Abilitazione e Residenze.