Maurizio Costantino  
Dipartimento di Salute Mentale di Trieste – Ufficio Attività Formative
1999

PRATICHE E CONCETTI DELLA RI-ABILITAZIONE TRA PSICHIATRIA E SALUTE MENTALE 
(e nel lavoro socio-sanitario territoriale in genere).

Testo via, via elaborato tra il 1990 ed il ‘99  

Note, appunti e lucidi di lezioni intorno alla necessità di ri-abilitare i Servizi e noi stessi, operatori, per essere legittimati a ipotizzare ri-abilitazioni dell’utenza…

Introduzione

In medicina la riabilitazione è nata come “funzionale”:

In tal senso, la riabilitazione è stata sempre ben distinta dalla cura, anzi può essere messa in atto solo a partire da un buon esito della cura.

Sempre in tal senso, cura e riabilitazione hanno visto all’opera équipes e strutture ben differenziate.

Anche in medicina, negli ultimi decenni, questa concezione lineare della cura e della riabilitazione, riparatrice l’una e riadattativa l’altra, si è dimostrata limitata e limitante.

Non faremo qui che qualche esempio:

In queste situazioni appare fuori di dubbio che si è compresa la necessità di mettere in atto contemporaneamente ciò che era invece temporalmente scisso in trattamento del soma e della psiche, in cura del corpo e successiva attenzione al ri/adattamento psicologico e sociale.

Che fare? Che cos'è e come si può fare "riabilitazione", quando non si ha nessuna certezza scientifica intorno all'organo che deve essere riabilitato ( come accade ad esempio in psichiatria)?

O quando - pur identificando un organo che abbisogna di riabilitazione - si ritiene che ci siano altri problemi che rischiano di rendere inefficace  una riabilitazione mirata solo al funzionamento dell'organo?

Riabilitazione: una prima definizione.

Ad una prima definizione arriveremo partendo da alcune riflessioni stimolate dagli  Studi di L.Ciompi.

Studi che avevano come scopo la valutazione comparativa dell’importanza proporzionale che variabili generali (sesso, età, ecc.), sociali e situazionali, psicologiche e psicodinamiche, assumono ai fini della prognosi e dell’esito della riabilitazione stessa.

Gli studi cui ci riferiamo presero in esame, tutti per la durata di un anno:

I° GRUPPO

TUTTI I PAZIENTI CON MENO DI 60 ANNI E CON Q.I.>75, RICOVERATI DA ALMENO UN ANNO NELLA CLINICA DI LOSANNA, ED ASSISTITI DAL SERVIZIO DI RIABILITAZIONE,

cioè * 40 PAZIENTI, 21 UOMINI  e  19 DONNE

* ETA’  MEDIA = 40 anni  

* DIAGNOSI:  

IL 63% RICOVERATO IN REPARTI APERTI, 
IL 37% RICOVERATO IN REPARTI CHIUSI

  II° GRUPPO:

* DIAGNOSI:

I risultati più importanti della ricerca sono stati così riassunti da Ciompi stesso:
(L.Ciompi et al. in “Psicoterapia e Scienze Umane”, n.4, 1988.)

  1. con pazienti psichiatrici tipici, in particolare cronici in riabilitazione, il successo di quest’ultima dipende:  
    in primo luogo dalla struttura del campo sociale;
    in secondo luogo da fattori dipendenti dalla personalità e dalla motivazione,  
    in terzo luogo da fattori generali quali età o sesso, o da caratteristiche direttamente dipendenti dalla malattia, come quadro psicopatologico e diagnosi;
  2. buoni indicatori della struttura del campo sociale, ed al tempo stesso importanti indicatori prognostici del successo riabilitativo, sono soprattutto i contatti sociali sul lavoro ed il mantenimento delle aspettative sia da parte del paziente che dell’ambiente che lo circonda.

Altri importanti indicatori prognostici sono alcuni aspetti della “forza dell’Io” (in particolare la competenza generale e le funzioni sintetiche), una iniziale depressione o scontentezza, ed infine la durata dell’esclusione professionale;

III° GRUPPO:

* 30 SCHIZOFRENICI, RICOVERATI DA ALMENO UN ANNO, CLINICA PSICHIATRICA DI BERNA

* 73% UOMINI e 27% DONNE

* ETA’ MEDIA = 40,9 anni,  

* RICOVERATI IN MEDIA DA 9,7 anni,

·         ESCLUSIONE SOCIALE E PROFESSIONALE:  

>5 ANNI NEL 63% DEI CASI

In rapporto ai primi due gruppi, questa popolazione di pazienti era più omogenea, essendo composta tutta da schizofrenici con prolungata ospedalizzazione e con prognosi sfavorevole.

Per questo terzo gruppo:

“...le aspettative dei pazienti stessi, alle quali avevamo in precedenza soprattutto dato valore, erano decisamente di minor significato rispetto a quelle dei parenti e degli operatori.

Si ottiene pertanto, dalla somma degli indicatori prognostici (di una riabilitazione condotta sugli assi “casa” e “lavoro”), la seguente scala di priorità:

  1. aspettative di casa e lavoro dei parenti,
  2. realismo delle aspettative dei pazienti,
  3. aspettative di lavoro degli infermieri,
  4. misure riabilitative adeguatamente programmate dagli operatori.

Ulteriori calcoli della varianza confermano l’ipotesi che sussista un’interazione molto stretta tra le aspettative dei pazienti, dei parenti e degli operatori; a questi ultimi spetterebbe una posizione centrale. 

Nel complesso queste interazioni appaiono più importanti delle singole aspettative.”

E, nelle conclusioni generali:

“ A confronto con i nostri precedenti lavori, è stato sorprendentemente confermato che persino per gli schizofrenici cronici a lungo ospedalizzati le aspettative verso il futuro sono predittori migliori, per gli esiti della riabilitazione, rispetto a qualsiasi altra variabile generale, considerata singolarmente ( “life events”, variabili situazionali e psicopatologiche).

Associando, peraltro in maniera abbastanza complessa, parecchie di queste variabili, la fondatezza della prognosi a distanza di un anno ha potuto essere elevata sino al 70-83%, il che appare di notevole interesse stante la nota incertezza delle prognosi in psichiatria.

Inoltre:

"Si è dimostrato straordinariamente difficile modificare le aspettative orientate verso il futuro. Si può pertanto affermare che non si è ancora concretizzata la speranza di influire favorevolmente, in questa direzione, sull’esito della riabilitazione.

Tuttavia, ciò dipende meno da un’impossibilità intrinseca ad incidere e riabilitare schizofrenici a lungo ospedalizzati, ma ben più da un’insufficiente valutazione del contesto sociale e situazionale.”.

Approfondimento:

Negli ultimi venti anni numerose ricerche hanno condotto a risultati molto simili. Citiamo qui:

G.De Girolamo, nell’introduzione alla sua traduzione italiana di questa ricerca, sottolinea: “La review di Warner relativa ai 68 studi di “follow-up” della schizofrenia condotti in Europa ed in Nord America dal 1880 alla fine degli anni ‘70, e pubblicati dall’inizio del secolo sino al 1984, costituisce la più ampia rassegna del genere mai pubblicata.

Le sue conclusioni propongono in larga misura un vero e proprio salto epistemologico nell’approccio concettuale e operazionale a questo disturbo, in quanto da un lato dimostrano l’infondatezza dell’assioma kreapeliniano classico, che postulava un esito invariabilmente infausto della schizofrenia; dall’altro ridimensionano decisamente l’impatto che l’introduzione dei farmaci antipsicotici ha avuto sul decorso e, soprattutto, sull’esito della malattia, così come sul tasso complessivo di dimissioni dai manicomi.

.....Quanto emerge dagli studi di follow-up è (invece) l’estrema eterogeneità sia del disturbo schizofrenico in sé, sia della sua evoluzione a lungo termine. Tale eterogeneità si traduce anche, come sottolineato da molti,  in una estrema difficoltà a fare qualsiasi indicazione prognostica in maniera sufficientemente fondata, soprattutto se essa va, come è accaduto in genere nel passato, nel senso di un arrendevole pessimismo diagnostico....anche pazienti sintomatici per anni o per decenni, magari istituzionalizzati per altrettanto tempo, possono mostrare impreviste evoluzioni positive, e anche guarigioni, al punto da fare affermare a Brooks, uno degli autori del magistrale studio di follow-up del Vermont, la necessità di garantire ad ogni paziente, indipendentemente dal suo status psicopatologico, un inalienabile diritto alla riabilitazione.

.....Per tutte queste ragioni vari autori hanno sottolineato l’opportunità di considerare il decorso e l’esito a lungo termine della schizofrenia come un processo vitale aperto a molteplici sviluppi ed esiti, ed essenzialmente multidimensionale nella sua natura (concetto di “open-linked systems” avanzato da Strauss e Carpenter e ripreso da Harding).

Il ribaltamento della prospettiva kraepeliniana ha anche indotto e stimolato una nuova e specifica attenzione per i processi coinvolti nella guarigione dalla schizofrenia, che sembrano configurare dei veri e propri “stili” differenziati di guarigione. In questa prospettiva, molti aspetti caratterizzanti la fenomenologia schizofrenica (ivi inclusi i sintomi negativi) possono essere interpretati a ragione quali meccanismi messi in atto dal paziente per far fronte all’esperienza psicotica ed aventi precipue finalità adattive e ristorative.”

Alcune conseguenze, che possono derivare da questo profondo cambiamento nello sguardo clinico, sono state riassunte da A.Jablensky in “Gli studi transculturali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla schizofrenia: implicazioni teoriche e pratiche”:

“Per la maggior parte del tempo i pazienti schizofrenici hanno sintomi nevrotici non specifici, oppure sintomi ‘negativi’ e deficit funzionali, che sono alla base della maggior parte delle difficoltà che questi pazienti sperimentano nel vivere quotidiano.

Tuttavia, i servizi psichiatrici sono tradizionalmente strutturati per trattare in primo luogo le manifestazioni floride e drammatiche della psicosi e non le incapacità dei pazienti nella vita quotidiana. In effetti, il segnale di un trattamento extra-ospedaliero efficace consiste proprio in una maggiore attenzione a questo secondo aspetto del problema e nell’insegnamento, sia al personale dei servizi di salute mentale sia alle famiglie, su come aiutare i pazienti ad affrontare questi problemi.”

Da quanto detto finora, una possibile prima  definizione.  

Riabilitazione è: un  processo  di ricerca degli strumenti, delle condizioni, delle situazioni atte a conoscere ed a trasformare le aspettative e le potenzialità - attraverso l’interazione utente/operatori/famiglia - in progetto reale, realmente praticato.

Approfondimento

Ri/abilitazione: esperienze, errori, rischi, nel reale.

Nella ri/abilitazione come processo di ricerca (come peraltro nella abilitazione in generale), centrali diventano le questioni dell’esperienza, della possibilità di errore, del rischio.

La massima riduzione del rischio - quando non addirittura la presunzione di una possibile eliminazione totale del rischio stesso - sono state l’obiettivo delle pratiche asilari, sorrette a tal fine dall’impianto giuridico sulla pericolosità.

La critica, teorica e pratica, che a questa concezione è stata rivolta, verteva soprattutto sul fatto che l’eliminazione del rischio inesorabilmente conduce, attraverso una serie di strumenti di controllo e di contenzione via via più efficaci, all’eliminazione dell’esperienza. Lasciando tuttalpiù spazio e legittimità ad esperienze “simulate”, dove il fine - in assenza di un confronto con situazioni ed apprendimenti utili ed utilizzati nel mondo, con la struttura del campo sociale, direbbe probabilmente Ciompi - finisce col divenire in realtà “l’occupare il tempo dei malati”.

In queste esperienze simulate infatti, il confronto con situazioni reali era, ed è, sempre rinviato ad un “dopo” che sembrerebbe ben precisato, ma che in realtà non lo è affatto: prima dimostrare di “essere capaci di...”, per avere poi il diritto di esercitare questa capacità....

Questa concezione pedagogica si situa a pieno titolo nel contesto filosofico, culturale e sociale del XVIII secolo, che individuò nel trattamento morale lo strumento principe di cura degli alienati.

Mutato il contesto storico, essa continua a ripresentarsi ancora oggi: talvolta, soprattutto negli ospedali psichiatrici, nella stessa forma originaria,  talvolta, in forme più moderne, in strutture considerate più “soft”. La psichiatria che continua a volersi poggiare su questa concezione, nelle svariate forme che essa assume, sembra non voler tenere conto che proprio dalla e nella pedagogia essa è stata ampiamente criticata e superata.

“Quando un bambino impara a camminare ed a muoversi da solo i genitori lo lasciano salire su un divano o su una sedia, ma non farebbero lo stesso se l’obiettivo della scalata fosse il davanzale della finestra al terzo piano. Qual è il motivo? E’ semplice: è abbastanza facile che il bambino cada, e se cade dal divano, pur facendosi male, può tentare di nuovo; un volo da dieci metri invece, probabilmente porrebbe fine ad ogni ulteriore esplorazione.

Pare proprio che  non ci possa essere un reale apprendimento in assenza della possibilità di errori ripetibili. Quindi se pensiamo che apprendere sia una cosa positiva, dobbiamo permettere che gli errori accadano.” (E.U.Von Weiszacker, “Perché dobbiamo apprezzare gli errori.”, in “SE” - Scienza Esperienza, febbraio 1987).

Si potrebbe dire che i pazienti cosiddetti “cronici” sono quelli per i quali nell’istituzione - intra o extra muros che sia - si è dapprima suggerita, poi rafforzata, infine radicata l’ipotesi di una loro definitiva, incapacità/impossibilità di apprendere dall’esperienza.

La ri/abilitazione assume questa incapacità/impossibilità come determinata, storicamente, socialmente, istituzionalmente ; la assume quindi come oggetto di intervento.

La riabilitazione tende a ricreare le condizioni necessarie per una agibilità dell’esperienza, per una possibilità di errore non traumatico e fonte di apprendimento, per una assunzione di rischio che cerchi di limitare e prevedere le situazioni di pericolo, sia per l’utente designato che per il contesto.

Ma il territorio dell’esperienza è il reale.

“Il reale all’interno del quale si declina la pratica riabilitativa è costituito dall’insieme dei luoghi, dei tempi, delle relazioni che fondano la quotidianità. I tempi che scandiscono il vivere quotidiano, gli spazi della casa, del quartiere, della città, le relazioni quotidiane e banali. Potremmo dire che la Riabilitazione è la pratica dell’ovvio, il riapprendimento della banalità, la valorizzazione del ritmo che esiste fra gli oggetti ed il corpo che fra essi si muove, il rispetto per il rapporto fra tempo interiore e tempo sociale, l’integrazione di memoria e progetto, l’acquisizione della misura delle distanze fisiche e psicologiche, la conquista della consapevolezza dei diritti e del diritto alla consapevolezza.” (B.Saraceno)

Una parentesi e due storie vere: cerchiamo di guardarci mentre lavoriamo, come faceva J.B.Pussin, il primo infermiere psichiatrico della storia, rendendosi così indispensabile a Pinel, il primo psichiatra della storia.

Nel 1798 , due anni dopo il suo trasferimento allo Ospedale della Salpetrière in qualità di direttore, Pinel scrive una lettera al Ministro dell'Interno Neufchateau per sollecitare il trasferimento di Pussin da Bicètre alla Salpetrière. Pinel argomentava questa sua richiesta - avvallata da alcuni amici politici - sottolineando l'impossibilità di condurre osservazioni  e di introdurre nuovi trattamenti a causa del grande disordine che regnava nell'ospedale.

La lettera era accompagnata da alcune annotazioni di Pussin sul trattamento dei malati di mente.

La lettera di Pinel, e le annotazioni di Pussin, sono state riportate alla luce da D.Weiner (1978) e gli originali sono conservati negli Archivi Nazionali di Parigi.

Le osservazioni di Pussin, alle quali Pinel fa riferimento anche in una nota all'introduzione del "Traité sur la manie.", erano precedute da schede di osservazione del periodo 1784-1797.

Queste schede riportano puntuali statistiche sugli ingressi, dimissioni, morti, suddivise per anno, età dei pazienti e durata della degenza.

Le osservazioni di Pussin si articolano in nove punti:

  1. riferisce che dal 1791 gli ingressi nel suo servizio sono diminuiti, se ne domanda il perché senza  riuscire a dare una risposta,
  2. riferisce che la penuria di alimenti aumenta la mortalità ed osserva invece che vi è un tasso di mortalità minore per coloro che ricevono visite di familiari e che sono occupati come "assistenti",
  3. considera che il lavoro moderato e le "distrazioni" favoriscono il recupero, che il lavoro è quasi l'unico rimedio per coloro che sono ritenuti incurabili,
  4. descrive pazienti violenti ed in preda ad ideazioni mistiche. Parla delle eventuali cause dovute allo "orgoglio" od alla "religione". Pensa che le minacce od i castighi non siano proficui per il cambiamento di queste ideazioni e che il lavoro contribuisca, tra l'altro, a coprire i costi e "diminuire l'infelicità",
  5. considera il salasso un metodo pericoloso che porta malattie e rende imbecilli, provocando uno stato di incapacità totale,
  6. pensa che il mangiare digeribile sia molto appropriato, crede che la stitichezza sia causa di demenza periodica e prova a trattarla con cicoria bollita. Lamenta che anche coloro che hanno due attacchi l'anno siano costretti ad essere internati tutta la vita,
  7. parla della assoluta insalubrità del luogo, delle sue condizioni di degrado, auspica luoghi dove sia possibile implementare e continuare il trattamento, ritenendo necessaria una continuità terapeutica,
  8. affronta il tema del maltrattamento considerandolo non solo inumano, ma induttore di violenza, di crisi, di irritazione ed aggressività. Impone l'eliminazione delle catene e la loro sostituzione con camicie di forza solo nei casi di estrema necessità. Abolisce le percosse e le fruste e controlla egli stesso che il personale non ne faccia uso.
  9. Introduce norme igieniche e rileva che sono rispettate dagli internati. Considera che i metodi psicologici - così egli li definisce - sono i più idonei: la distrazione, la stimolazione, la fiducia, la dolcezza, l'influenza benefica, l'importanza del lavoro.

Occorrerebbe - continua - far immaginare ai pazienti un futuro felice e pieno di libertà. Considera possibile il recupero ed il ritorno di queste persone nella società.

Attraverso le sue "osservazioni" Pussin ci parla anche di sé, del suo modo di lavorare, del suo esser partecipe di un progetto a quell'epoca radicalmente nuovo e rispetto al quale quindi, come fa un abile artigiano considerando la sua opera, occorreva in eguale maniera fare e guardarsi fare: della autovalutazione.

Due secoli fa Pussin faceva, e si guardava mentre faceva.

In quella "configurazione di discorsi ed architetture, forme di sapere e pratiche" (M.Foucault) che è l'istituzione, cercava di modificare innanzitutto (ma non solo) ciò che più era alla sua portata: le pratiche, ciò che la gente fa.

A partire - come appare evidente dalle sue note - dalle preoccupazioni, dalle riflessioni che sorgevano nella e dalla sua quotidianità.

Le due storie vere:  
A. Padiglione "cronici" di un ospedale psichiatrico. 1988.

Ai due lati di uno stretto ed oscuro corridoio si aprono le porte di dieci antiche celle di isolamento, utilizzate ora come camere individuali.

Le porte, di legno pesante e con doppie serrature, hanno una piccola finestrella.

Le mattonelle del pavimento sono quelle previste, bianco sporco e nere. I muri, scuri, di colore indefinibile.

In ogni stanza un letto ed un comodino di ferro, bianchi. Finestre con le sbarre.

Qualche porta è aperta, qualche stanza è vuota.

Una è perennemente occupata. Guardiamo dentro.

Una mano pende dal materasso. Al polso una cintura di cuoio. Del resto di un corpo si riesce solo ad immaginare che sia in posizione fetale, avvolto come è da un groviglio di lenzuola.

Il signor B. ha trenta anni ed è ricoverato da due.

La sua storia la si può ricostruire a spezzoni. Nessuno équipe la conosce nella sua interezza, per quanto ciò sia possibile.

E' arrivato alla psichiatria alla morte del padre, avvenuta due anni dopo quella della madre. Finché i genitori erano in vita il signor B., handicappato psicofisico, ha vissuto senza uscire quasi mai di casa.

Qualcuno dice che è legato al letto perché lui stesso lo richiede, facendosi capire come può.

Altri dicono che comunque legarlo è necessario perché mangia le lenzuola e rischia di soffocarsi.

Qualcuno gli porta da mangiare nella sua "camera" e lo imbocca, senza slegarlo.

Altri lo slegano e si sforzano di farlo mangiare lentamente; talvolta credono di intravedere degli sguardi, dei gesti che forse vogliono dire qualcosa.

Altri ancora lo accompagnano al refettorio; tenendolo a braccetto, attraversando la lunga galleria (a vetri infrangibili) dove passano gran parte della loro giornata la maggior parte degli altri ricoverati. Alcuni infermieri però dicono che è meglio che mangi in camera sua perché gli altri gli fanno paura.

Il signor B. pesa circa 40 chili, non ha quasi più denti, e si muove con grande difficoltà.

Lo psichiatra responsabile passa nel servizio una mattina per settimana ed incontra gli infermieri in servizio (gli altri no, e comunque mai quelli del turno di notte), incontra poi nel suo studio alcuni pazienti, alla presenza di uno o due infermieri.

I conflitti all'interno équipe sull’atteggiamento da prendere nei confronti del signor B. sono latenti, raramente esplicitati in situazioni collettive in vista di una qualunque operatività: chi "fa" accusa gli altri di mettere i bastoni tra le ruote, di disfare al pomeriggio ciò che è stato fatto al mattino; chi fa solo quello che il mansionario e le abitudini dicono di fare, accusa gli altri di ingenuità, di pietismo, di carrierismo, ecc. ecc.... i conflitti si moltiplicano, i rancori si consolidano, ognuno si difende come può.

Cercando di capire, e di mettere in comune ciò che si sa del signor B., si scopre che i genitori possedevano una gioielleria, che erano ricchi, che B. ha ereditato, ma che essendo sotto tutela...

Un'infermiera "confessa" un episodio. Un giorno è uscita dal padiglione, con B. a braccetto, per una passeggiata nei giardini dell'Ospedale. Si è ritrovata, senza sapere bene come, a passare davanti il grande portone di accesso. Con un misto di coraggio e di irresponsabilità istituzionale ha varcato la soglia verso il fuori, e il signor B. con lei. Hanno camminato in mezzo alla gente e, poiché non c'erano da parte di B. né segni di inquietudine né manifesta voglia di rientrare, quest'infermiera lo ha portato a casa di sua madre, che abita nei paraggi dell'ospedale. Pare, a quel punto, che il signor B.  abbia esplorato l'appartamento e, vinto forse dalla stanchezza, dai ricordi, dalla malinconia, si sia allungato sul grande letto matrimoniale. Sono poi rientrati all'Ospedale, così come se ne erano usciti.

In silenzio.  
Per evitare :

questo episodio non era mai stato raccontato e discusso.

Emerse poi che il tutore del signor B. era una sua zia, sorella del padre, che era venuta una sola volta a trovarlo e che era praticamente fuggita, per i sentimenti che la vista del padiglione e dei suoi abitanti gli aveva scatenato.

Qualcuno aveva fatto in tempo a intuire che questa zia poteva essere una persona disponibile.

Non era mai più stata contattata dal servizio.

Nel dibattito apertosi all'interno équipe nel corso della valutazione emerse che: - era necessario verificare se vi erano un certo numero di iniziative concrete da prendere, senza addentrarsi per il momento nelle interpretazioni, o piuttosto nella valorizzazione di alcune impressioni a sfavore di altre. Ad esempio: era credibile che B. stesso facesse capire di voler essere legato, ma era anche vero che, se lasciato solo, slegato, nella sua stanza, rischiava di soffocarsi masticando e cercando di inghiottire le lenzuola;

Le prime indicazioni di lavoro che emersero dal dibattito furono:

 

Si osservò anche che la lista poteva essere virtualmente infinita, poiché ogni azione avrebbe potuto rivelare nuovi scenari ed attori, e risorse -  anche su piani diversi da quello dell'azione. (Ecco che parlare di soldi con la zia, ci può far scoprire l'esistenza di un padrino di battesimo....).

B. In un day-hospital. 1988.

Interrogato nel corso di una riunione di operatori ed utenti su cosa pensasse del Day Hospital in cui era ospedalizzato, il signor A. - interrompendo il suo deambulare da un lato all'altro della stanza -  ha risposto:

"Beh, bene. Arrivo alle 9 (nota: come prescrive il regolamento, affinché il Day Hospital sia rimborsato delle spese di degenza dalla Amministrazione pubblica, ), mangio ed alle 5 del pomeriggio (vedi sopra) sono libero."

Ci si potrebbe domandare: "Libero di fare che?".

Libero, come ha spiegato un infermiere a riunione finita, di rientrare nel suo bugigattolo all'ultimo piano e di ritrovarsi poi con degli amici, a bere. Moderatamente, tanto da essere quasi sempre puntuale all'apertura del day hospital. Capace, muovendosi e relazionandosi, di gestirsi da solo dalle 17 alle 9 del mattino dopo. Con una ospedalizzazione a tempo pieno in caso di "bisogno", nell'Ospedale Psichiatrico a 70 km., dove un'altra équipe avrebbe cercato di disintossicarlo. Per poi tornare al day hospital...dove l’équipe non riusciva ad individuare alcuna attività che lo interessasse.

Così, se una discussione si fosse aperta - ma così non fu - sull'affermazione "...ed alle 17 sono libero", avremmo forse intravisto quali erano le aspettative, le capacità, le potenzialità del signor A, quali le capacità del servizio di intervenire per moltiplicare le situazioni di "libertà", quali i limiti, le barriere del contesto e quali dunque le iniziative di mediazione da prendere.

In una riscoperta del senso la cui assenza era, ed è, la caratteristica fondamentale dell'istituzione totale, fuori o dentro le mura.

Per cui a nessuno si può chiedere di mangiare "educatamente" se il suo destino sarà quello di mangiare per tutta la vita nel refettorio di un padiglione "cronici" o di essere puntuale e continuo nel presentarsi al day hospital se "le attività" di questa struttura restano nella logica "dell'occupare il tempo", senza porsi la questione del significato per quella persona di quella attività.

Concetti/riassunto

  • incidere propositivamente sui diversi piani e dimensioni della domanda;
  • garantire la 'continuità terapeutica'.

e, finalmente:

Quali allora le caratteristiche nello stile di lavoro individuale e di équipe, dell'organizzazione del lavoro di un Servizio, che ci consentono di capire se si lavora alla, per la (ri)abilitazione di utenti e contesti, di operatori e Servizi:

Caratteristiche di  metodo di un Servizio per la ri/abilitazione.  

Conoscenza della situazione  dell'équipe dell'utente e
della sua storia attraverso realtà ed esperienze condivise
Confronto periodico e regolare all'interno dell'equipe sugli elementi di conoscenza che si acquisiscono nel tempo
e da fonti diverse
Verifica del rapporto tra modificazioni nella risposta del servizio e modificazioni della domanda. Definire, costruire, verificare la coerenza, valutare i risultati di un progetto per, del, con l'utente. 
Reperire negoziare, attivare, convertire le risorse ritenute necessarie. "Creazione di nuovi spazi sociali". Ricerca, contatto, implicazione, valorizzazione, responsabilizzazione di tutti gli attori possibili (istituzionali e non) che hanno giocato, giocano, potrebbero giocare un ruolo: - nella storia dell'utente, - nel presente, - in prospettiva.  

Le quattro caratteristiche alla periferia si alimentano a vicenda e possono confluire al centro un progetto praticato, che garantisca:

                      

Spazi e tempi per una intimità non invasa = protezione Spazi e tempi di formazione e di pratica  della capacità e possibilità di 
scegliere = promozione  
Spazi e tempi per 
l'imprevisto = alea.  

Due brevi testi/monianze:

VILLA MACONDA, I CUI ABITANTI CI STUPISCONO OGNI VOLTA CHE POSSONO  *

Chebbi Chiheb
Marina Colja
Maurizio Costantino
Leo Farina
Paolo Mattioli
Matilde Mendo
Lisette Molino
Juani Velez

L'appartamento di Villa Maconda è nato nel novembre del 1990. A partire da quella data sono stati inseriti, gradualmente, nell'arco di sei mesi, tre ragazzi e due ragazze.

Nello stesso periodo si è esteso anche in termini di spazio: dalle iniziali due stanze all'occupazione dell'intero primo piano di Villa Renner. Tutti gli abitanti di Villa Maconda hanno lunghissime storie di sofferenza profonda e di istituzionalizzazione.

Villa Maconda nasce dalla necessità di far fronte alla carenza di strutture atte ad accogliere giovani che abbisognano di un'assistenza 24 ore su 24, a lungo termine, e di un grosso impegno per la riabilitazione.

L'inizio, graduale e molto precario dell'appartamento, ha fortemente influenzato lo stile di lavoro. Il gruppo di operatori, che si andava ampliando con l'arrivo dei nuovi ospiti, si è dovuto ed ha voluto farsi carico fin dall'inizio di problemi cosiddetti organizzativi: dal reperimento del mobilio (abbiamo infatti iniziato cercando i mobili e gli elettrodomestici sul "Mercatino" ), alla ristrutturazione ed organizzazione degli spazi (disposizione del linoleum, imbiancatura, etc). Inoltre, fin dall'inizio, il gruppo di operatori ha goduto di una notevole autonomia organizzativa, sia relativamente all'amministrazione economica (pensioni ed assegni di accompagnamento degli abitanti), sia rispetto alla scelta ed organizzazione dei ritmi e dei programmi di lavoro. Questa autonomia si è sviluppata a partire dal coinvolgimento e dalla collaborazione che hanno consentito di evitare la frammentazione dei ruoli e delle responsabilità.

Inoltre, poiché gli inserimenti sono avvenuti in modo graduale, per un lungo periodo siamo stati sottoposti ad una stimolazione continua, poiché ovviamente ognuno degli abitanti di Villa Maconda, entrandovi a far parte, portava con sé un insieme di richieste, problematiche, stimoli, propri e particolari: nuove personalità ben definite che rimettevano in discussione il modo di vivere insieme.

In particolare I' ultimo inserimento - quello di Andrea (maggio '91)- ha comportato da parte degli operatori un lungo periodo di sforzi - ancora in atto - alla ricerca delle modalità di un rapporto con lui; in particolare una riflessione ed un confronto continuo con le problematiche della violenza, esplicata e subita.

A partire da quanto detto è forse comprensibile come la prima fase di lavoro in Villa Maconda abbia visto gli operatori proiettati nella visione dell'appartamento come insieme, più che sullo sforzo di attuare programmi riabilitativi individuali. E' stata la fase della presa di possesso dello spazio, non conclusa, naturalmente, ma messa in relazione, come vedremo più avanti, con una attenzione al senso che al trascorrere del tempo gli abitanti di Villa Maconda possono dare.

Ritenevamo e verificammo che la possibilità di potere usufruire di uno spazio di vita e di rapporti sociali qualitativamente differenti da quelli sperimentati nella propria precedente storia, potesse risultare un elemento terapeutico di per sé.

Gli sforzi degli operatori sono stati pertanto volti per lo più a cercare di garantire un ambiente di vita caratterizzato non solamente dalle indispensabili regole della convivenza, ma soprattutto dal rispetto degli elementari diritti degli abitanti della casa; in particolare I' accessibilità a tutti gli spazi della casa ed alle informazioni, ai momenti collettivi di discussione attorno ai vari aspetti della vita del gruppo.

E' stato garantito ad ognuno dei tre ragazzi, ed alle due ragazze insieme, uno spazio personale, una propria stanza con oggetti personali, etc.

Si è cercato di garantire l'uso del denaro e delle chiavi di casa, malgrado non tutti gli abitanti siano in grado di fame uso.

Si è attuata una riduzione del dosaggio dei farmaci necessari ed una eliminazione nei casi in cui era possibile.  Si è tentato di garantire il legittimo diritto ad avere momenti di ozio e solitudine, pur mantenendo l'impegno di insegnare il diritto/dovere della partecipazione alla conduzione della quotidianità della vita collettiva.  Anche se abbiamo l'impressione di non aver per niente esplorato la possibilità di tenere con continuità e regolarità delle vere e proprie assemblee di casa.  Cosa evidentemente diversa dalle riunioni di operatori aperte agli ospiti.

Si è cercato comunque, soprattutto passando attraverso un intenso rapporto affettivo, di garantire il diritto all'espressione di una propria identità personale.

Accanto a questo, e soprattutto a partire da questo, l'impegno quotidiano è consistito nel tentativo di aiutare queste cinque persone ad apprendere il più possibile come fare a meno di noi, acquisendo o riacquisendo quelle capacità di compiere i gesti che fanno parte della quotidianità: dalla cura di sé alla cura delle proprie cose e della casa. In particolare è stata data attenzione alla cura del corpo e dell'aspetto, anche attraverso visite mediche specialistiche, I' acquisto di protesi dentarie per Nidia e Fabio, il ricovero di Fabio per la cura delle varici, etc.

Si è inoltre cercato, a partire da un lavoro di ricostruzione delle storie personali, di mantenere i contatti con i familiari. Questo a partire non solo dalla necessità di mantenere ininterrotti degli intensi legami affettivi, ma soprattutto dall'ipotesi di far giocare ai familiari un ruolo di alleati nel lavoro quotidiano e nei progetti di riabilitazione.

Questo ha comportato un intenso lavoro di confronto e di mediazione, in particolare rispetto a quei casi ove i rapporti tra familiari ed istituzione si erano storicamente irrigiditi o interrotti. Si sta quindi garantendo la continuità delle visite dei genitori in Villa Maconda e, viceversa, si sta cercando di costruire modalità nuove nell'incontrarsi e relazionarsi tra genitori e figli.

Un impegno notevole è sempre stato dedicato ai momenti di svago e socializzazione.  Oltre alle gite, sono state organizzate feste, frequentate discoteche ed altre manifestazioni pubbliche.  Nella primavera ed estate scorsa sono state organizzate delle vacanze.

Il viaggio a Tenerife, e la sua preparazione, hanno costituito una tappa importante nella nostra pur breve storia.  Si sono create, insieme con coloro che ci hanno aiutato ad andare, condizioni nuove e diverse che ci hanno fatto modificare lo sguardo e la percezione delle persone e del nostro lavoro.  Abbiamo visto dei sorrisi e delle energie, dei desideri, su una sofferenza di fondo assai profonda.  Abbiamo avuto la certezza che molto era possibile.

Abbiamo poi con grande difficoltà, perché cambiamenti anche nel nostro lavoro ciò comportava, intrapreso la ricerca di situazioni formative per Paola, Nidia, Gianfranco, Fabio e Andrea.

Formative in sé. E formative rispetto alla percezione di sé. Ed abbiamo iniziato - solo iniziato - un lavoro per reperire le persone, le situazioni, le risorse, esterne a noi, che potessero aiutare ad incidere su quello che ci pare, in fin dei conti, l'obiettivo principale.

Andrea, Nidia, Paola, Fabio, Gianfranco sono e sono stati follemente impauriti.  Sono coloro che sarebbero in manicomio.  Sono coloro che spesso si sentono in diritto di chiedere solo manicomio.

I programmi riabilitativi e formativi che possono funzionare sono quelli - e ci pare solo quelli - nei quali Andrea, Nidia, Paola, Fabio, Gianfranco sentono di riconoscersi.

Andrea che va tre volte la settimana da Monica (lavoro sul corpo e sulla immagine del corpo). Ed il giorno in cui non vuole andare, con difficoltà, scopriamo che è perché non ha fatto i compiti. Andrea che ci stupisce tutti per la serietà, l'impegno, la concentrazione con le quali lavora alla sua riabilitazione.

Andrea che vuole e non vuole vedere suo padre, perché lo ama e lo odia.  Noi in mezzo, a non lasciarsi prendere nella trappola dei comportamenti distruttivi da curare, ma a cercare di determinare situazioni che stimolino sguardi nuovi tra loro.

Nidia, con cui Cristina viene due volte la settimana a lavorare (pittura, espressione di sé, cioè ricerca di sé). E che, grazie alle capacità "tecniche" di Cristina, acquerella dei fogli che oggi rallegrano i muri - e non solo i muri, - di Villa Maconda.

Nidia che canta.

Nidia che, due ore la settimana, piega, stira, mette in ordine insieme alla signora Gianna, guardarobiera.

Nidia, di cui scopriamo, grazie a Lucia Lorenzi, che il respiro è bloccato, e non solo il respiro, all'altezza del plesso solare.  Nidia che si lascia aiutare a respirare da Lucia.

Fabio che per tre mesi, una volta la settimana, con un istruttore di Aikido, fa ginnastica e la fa con piacere.

Fabio che lavora la terra, con piacere.

Più piacere di quello che manifesta andando a scuola.  Fabio che ama le feste, Fabio che si innamora.

Paola, che a casa imboccano, e che si fa trovare dalla sorella in visita da noi, mentre taglia con impegno una cotoletta.

Paola che da qualche mese non grida più. Ci guarda tutti e tace, ostinatamente. Tempo al tempo.

E tempo al tempo anche per Gianfranco, che si stanca riposandosi per un totale di quattordici ore al giorno nel suo letto. E si riposa stancandosi nel divano del soggiorno. All'incrocio di tutti i nostri passaggi.

Gianfranco che non riesce a ricordare e a dire perché si chiuse in casa, al Centro di Salute Mentale ed ora da noi. Ma che è capace di illuminanti sorrisi e di dolci autoironie.

In fin dei conti cerchiamo di comunicarvi qui un criterio di autovalutazione di gruppo del nostro lavoro molto semplice: Andrea, Fabio, Gianfranco, Nidia, Paola, ci stupiscono ogni volta che possono, ogni volta che si creano o che riusciamo a proporre (a proporgli, a proporci) situazioni e persone ricche.  Ricche di progetti, desideri e modestia.

Di che cosa abbiamo bisogno?

Per cominciare, di piccoli tempi, di piccoli spazi nell'universo dell'impresa sociale.

Piccoli tempi e piccoli spazi, reali, e grandi persone, perché di più per il momento i nostri non sopporterebbero.

Troveremo lo spazio ed il tempo per Andrea nel gruppo giovani di Barcola-Aurisina (che è il suo territorio, che è il territorio che di lui è responsabile)?

Lo troveremo per gli altri?

Troveremo nella produzione, nell'impresa economica, piccoli lavori che non solo i nostri possano apprendere o sappiano svolgere perché già sanno fare, ma che vogliono vivere perché li arricchiscono, perché non gli fanno paura?

Troveremo i soldi per delle vacanze-esperienza?

Troveremo i soldi per ristrutturare con la Cooperativa "La collina"  la casa ed il vissuto della casa?  Una cucina per smetterla con questi pasti che arrivano dal vuoto.  Una cuoca che trasformando cibi aiuti a trasformare persone?  Naturalmente sono domande retoriche, nel senso che ci diamo che ci daremo da fare perché tutto ciò accada.

E' un percorso di formazione.

Non è che rivendichiamo risorse, ma per terminare con un discorso terra terra, vorremmo farvi notare che, tutto, tutto compreso, questa storia costa centomila lire al giorno per persona: E' poco.


Leros, piccola isola del Dodecanneso, vicino la costa turca.  *
 
Agosto 1993

 

Sono entrato per la prima volta al reparto B1 del Padiglione 11 dell’Ospedale Psichiatrico di Leros nell’agosto del 1993: quattro stanzoni con 20 letti ciascuno - niente lenzuola e cuscini, sudicie gommepiume per materassi, una vecchia coperta - estate ed inverno; un grande refettorio - tavoli e sedie a disposizione solo alle ore prefissate; un armadio con i vestiti di tutti i giorni per 56 persone, due docce - di cui una inutilizzabile; una cucina dove non si cucina, ma da dove si distribuiscono i pasti che gli internati vanno a prendere alla cucina centrale.

Chi da venti, chi da trenta anni: per tutti il tempo è scandito dal mangiare, dalla distribuzione delle sigarette, dalla doccia settimanale. 

Si mangia: un piatto pieno al centro della tavola per quattro o cinque persone, uno o due  bicchieri di plastica, sempre per quattro o cinque, così, dopo, c’è meno da lavare. I pasti durano cinque minuti, di orologio.  Si mangia poco e male.

Per lavarsi - dieci persone al giorno, cinque la mattina e cinque il pomeriggio - si aspetta il proprio turno nudi in corridoio, proprio davanti la porta d’ingresso del reparto. Ed anche se si è capaci di lavarsi, si viene lavati. Il tutto dura venti minuti per gruppo, al massimo.

Le sigarette, dopo il pranzo, possono essere due o tre, o nessuna, ad insindacabile giudizio di chi distribuisce.

Per alcuni c’è il lavoro.  Un internato per dodici ore al giorno gestisce le distribuzioni del cibo  e lava, con impeccabile cura, docce e gabinetti. In cambio ha l’autorità di chi può dare o togliere un pezzo di pane, ed un intero ripiano dell’unico armadio per i suoi vestiti  da lavoro.   Altri pazienti puliscono il refettorio, rifanno quel poco che c’è da rifare dei letti, trasportano le immondizie, o i vestiti sporchi alla lavanderia centrale.  

Per chi vuole allontanarsi almeno un po’, e ne ha le energie, ci sono un paio di ore la mattina nella grande piazza d’armi di fronte al padiglione.

La piazza d’armi era il centro della base navale che per cinquanta anni, all’inizio del secolo, ospitò più di tremila militari italiani: caserme per i soldati, magazzini, officine per idrovolanti, sommergibili e cannoni, villette per ufficiali ed uffici. Questo era, prima, l’Ospedale Psichiatrico di Leros.

Quella piazza d’armi, quella enorme spianata di terra rossa, battuta dal vento di inverno, sotto il sole torrido d’estate, è stata per anni il teatro della solitudine di centinaia di internati.

Uomini mal vestiti, poco o per niente vestiti, distesi, rannicchiati per terra o, silenziosi, camminando. Sguardi furtivi, mozziconi che passano di mano o raccolti da terra. Scatti di corsa, che improvvisi nascono e muoiono, in assenza di scopo. Uno piange ed un altro grida.

Per un paio di ore al giorno nessuno ti dice cosa devi fare. Ma, paradossalmente, questa libertà conferma a questi uomini che per quanto facciano, per loro non c’è niente da fare.

Gli infermieri dell’Ospedale - 400 per 400 internati uomini - non sono infermieri.  Sono filakès: guardiani. Contadini e pescatori  che hanno trovato nell’impiego statale l’unica risposta al depauperamento dell’isola. Mai gli è stato detto, e ancor meno mostrato o dimostrato, che un ospedale può/deve almeno cercare di essere un luogo di cura, di riabilitazione.  

Li guardo, discuto con loro. Vedo volti antichi, mani che hanno a che fare con la terra, gente che conosce la fatica. Esprimono sentimenti forti, hanno il piacere di condividere la bellezza della loro terra ed hanno paura che gli si porti via, con l’ospedale, il loro pane.

Chiusi  ed abbandonati essi stessi in quei padiglioni,  contraddittoriamente hanno resistito e  si sono adeguati, hanno promosso la legge del più forte e nascosto la loro comprensione dell’altro. Sadismo, sfruttamento,  furono la regola. Compassione, protezione, le eccezioni. 

Verso la fine di quella prima visita un uomo mi avvicinò e mi mise in mano, con discrezione, uno strano oggetto.  Era un intreccio di fettucce di stoffa, annodate. Animate.

Ricordo,  in quel corridoio, una botte di acqua potabile con un bicchiere per 56 persone, la televisione - in alto - accesa, rumore di pentole di alluminio,  voci. 

Ricordo uno sguardo, dei capelli d’argento, un corpo agile e nodoso, di vecchio.

Ricordo, insieme all’imbarazzo, il mio sollievo, la mia gratitudine per questo corpo  che senza nulla chiedere, affermava il suo esistere in quella desolazione.

Novembre 1993  

Quando, mesi dopo, fu finalmente possibile iniziare un intervento in quel reparto, la parola d’ordine  fu molto “semplice”: uscire con i pazienti.

Così, ogni giorno, da quel reparto cominciarono ad uscire sei o sette persone.

Uscire significava rompere il ritmo della vita normale del reparto. Significava aver bisogno di vestiti, di soldi. Di una doccia calda fuori orario.

Uscire poteva significare un nuovo modo di avvicinarsi a ciascun paziente, e significava, per lui e per noi, misurarsi con la realtà delle persone, delle cose, della natura, fuori.

 Le undici di mattina di una splendida giornata del gennaio 1994.

Vassili ( l’uomo del regalo di alcuni mesi prima),  Sofia - una giovane operatrice del programma di riabilitazione, Maria - una pulitrice del reparto,  ed io,  usciamo insieme.

Vassili: giacca, cravatta, tutto un po’ più piccolo della sua taglia ed un po’ spiegazzato. Ma si intravede qualcosa che si ha quasi timore di ammettere: forse è proprio per avere vissuto trenta anni in mezzo alla fame, al freddo, alla paura, che il rispetto di sé che Vassili ci mostra è così indiscutibile.

Dove si va? al ristorante, in riva al mare.

Ci sediamo, viene ordinata una quantità di piatti, mentre Vassili, visibilmente indifferente a questa inusuale abbondanza,  con una mano davanti la bocca canticchia, con la cadenza di un cantastorie.

“Leros, Lipsi, Athina, Volos, Kalkida, Kimi”  
“LEROS, LIPSI, ATHINA, VOLOS, KALKIDA, KIMI.”  
e poi:  
“OMONIA............,” ed altre parole che non capisco ed il tavolo si riempie: polipo, zaziki, frittelle, tonno, stuzzichini............Vassili ha infine chiesto una spremuta d’arancio.

Ma cos’è questa lista di nomi? luoghi?

Sono, a ritroso, le tappe di un viaggio cominciato chissà quanti anni fa al suo villaggio, nell’isola di Eubea, vicino Kimi. Vassili ci sta a rispondere: ha fatto un po’ il muratore a Volos ed a Atene.....e poi:

”Voglio tornare al mio villaggio!”.  
Chiaro, indiscutibile, comprensibile, carico di senso.  
Con Sofia e Maria siamo attenti, stiamo chiacchierando con Vassili, e c’è una certa consapevolezza che non sono chiacchiere fini a se stesse, ma che forse quel cantare - fino ad oggi delirio - è, può, potrebbe essere, un futuro - oltre che avere costituito un presente tra noi.

“OMONIA” ed altre parole cantate, cantilenate, che non capisco, ma che hanno il ritmo  di una passeggiata.

“OMONIA” che è tonda, che è il cuore di Atene.

Quanti anni fa’? più di venti o trenta.

E’ un  elenco di bar,  negozi, tutt’intorno a piazza Omonia, quello che  Vassili ci snocciola!

Omonia, il cuore di Atene, trenta anni fa.

Mercanti, ambulanti, poeti, prostitute, trafficanti, protettori, clochards, viveurs, musicisti, marinai, negozianti, gente dalle provincie di Grecia. Oriente ed occidente.

Vassili ne parla come se ci fosse in quel momento, ne parla come della sua vita, ne parla - ne canta anzi, come cantando di sé.  

“Voglio andare al mio villaggio!”.  
“Voglio andare ad Atene!”.  

“Si, Vassili.”

Poi Vassili si alzò e si mise a parlare ad alta voce, adirato. Il ristorante era quasi vuoto. Io non capivo cosa   dicesse.  Né capii cosa gli disse Dimitri, il padrone del ristorante. Ma era evidentemente un parlare proprio a lui, a Vassili. Un confronto che durò qualche battuta e che  finì con soddisfazione d’entrambi.

Vassili, quella mattina, era.  Ascoltato, capito, interrogato, risposto, ribattuto. Con una storia, una personalità, forse un futuro.

Tornammo in  Ospedale ed all’assemblea quotidiana di tutti gli operatori raccontammo cosa ci era successo. Si prospettò l’idea di fare veramente questo viaggio a ritroso con Vassili. Si parlò di lui, si incrociarono ricordi, osservazioni, perplessità.

Si poteva organizzare praticamente questo viaggio? quali rischi, quali prospettive? Riandare al passato, ad una famiglia che lo aveva dimenticato per trenta anni, tutto ciò non lo avrebbe fatto poi rientrare a Leros con gravi rischi di depressione - si chiese qualcuno?

Prevalse una specie di buon senso. Ci fu un accordo implicito sul fatto che ciò che contava forse di più era accertarsi se l’équipe nel suo complesso, e tre o quattro persone più specificatamente, fossero disposte ad assumersi la responsabilità di organizzare, ma soprattutto quella di aprirsi ad una esperienza condivisa con Vassili, fuori da quei muri.......................

Credo che non dimenticherò mai quell’assemblea.

I partecipanti appartenevano a due gruppi: da una parte filakès con quindici, venti, trenta anni di lavoro, dall’altra, giovani assunti per l’applicazione del Programma finanziato dalla Unione Europea.

I vecchi non potevano che essere sospettosi: in nome di cosa si veniva a cambiare una vita a cui probabilmente ciascuno di loro aveva fatto una grande fatica ad adattarsi, anche se qualcuno di loro aveva finito poi per adattarvisi con particolare soddisfazione?

I vecchi si erano trovati talvolta anche uno per turno con 100 internati. Cento sconosciuti ai quali l’ultima tappa del viaggio, la deportazione a Leros, aveva tolto anche gli ultimi brandelli di storia.

I luoghi in cui questi contadini, pescatori  si erano ritrovati a lavorare come filakès avevano inequivocabilmente trasmesso loro quale era la considerazione in cui gli internati erano tenuti dai responsabili: poco mangiare, pochi vestiti, poco riscaldamento, niente medici o quasi, catene.

Allora, la lotta per sopravvivere in quelle condizioni, non era solo quella degli internati, ma anche quella di chi ci lavorava. Per tutti – mi dicevo - l’unico pensiero non poteva che essere sopravvivere a quel presente.

In quell’assemblea  si realizzò una saldatura tra i due gruppi: nessuno stava dicendo ai filakès che ciò che facevano era sbagliato, ma semplicemente che si poteva fare anche qualcosa d’altro.  Un ritorno alla propria terra, forse a trovare semplicemente delle tombe, o dei muri di una casa d’infanzia, od un compagno di scuola. E quei filakès, il valore della propria terra, delle tombe, dei muri di casa, di un compagno, non l’avevano  ancora perso.

In breve si accertò che i soldi c’erano. Bisognava ora  che dei volontari si offrissero.

Febbraio 1994.

“Oggi è il ventidue, due, millenovecentonovantaquattro: ventidue più due, ventiquattro, più uno venticinque, più nove  trentaquattro, più nove  quarantatré, più quattro  quarantasette e meno uno quarantasei. Diviso due, fa ventitré. Domani è il ventitré. Usciamo?”

Benedetto Vassili che da ventitré (sic!) anni, gioca con i numeri e forse si salva il cervello, mentre tutti pensano che fettucce, canzoni e numeri non siano che deliri!

Una riunione, a partire dalla cartella clinica di Vassili : genitori morti, un fratello ed una sorella al villaggio natio, due fratelli di cui non si avevano notizie, nessun contatto durante i ventitré anni di ricovero a Leros, né con i familiari, né con altri, due date di nascita con una differenza di sette anni, un primo ricovero ad Atene nel 1965....ma soprattutto una partecipazione di tutti alla discussione, impressioni, ricordi, la difficoltà di assumersi un’inusitata responsabilità e la conferma che comunque Vassili sarebbe stato tra i primi internati che avrebbero abbandonato il reparto per andare a vivere - in gruppo di sei o sette - in un appartamento che si stava attivamente cercando.
Programma al quale Vassili non rispondeva né sì né no, ma ricordando in maniera ferma e posata che il suo obiettivo era il villaggio.

Vassili si ritrovò, ed io credo anche che seppe mettersi, al centro dell’attenzione. Non ci fu alcun protagonismo in questo da parte sua:  era già, nel reparto, un personaggio “aspro” ed in qualche modo rispettato. Forse anche per una sua avvertita indomabilità: erano ventitré anni per esempio che non si riusciva ad impedirgli di tagliare strisce di lenzuola con le quali confezionava, in una sequenza di nodi, i suoi oggetti animati. Ma anche cinture e fettucce che sostituivano, con eleganza, i bottoni spesso mancanti delle camicie.  
Vassili comunque seppe approfittare di quel nuovo clima, che contraddittoriamente si andava determinando nel reparto ed attorno a lui.  Anzi,  sembrava non attendere altro: cambiandosi in vista di una uscita, verificando di non essere osservato o comunque facendo notare di sapere di essere osservato - vuotava le tasche dei suoi innumerevoli oggetti personali. Indossava con fretta trattenuta un vecchio completo blu gessato e fuori...... il barbiere era una tappa d’obbligo di quelle prime uscite: il piacere di qualcuno che si prende cura di te, due frasi, forse un senso di pulizia e poi......  in piazza.

La piazza principale del paese, al caffè.  
Osservava, guardava la vita intorno a lui, forse tentava di riconoscere ciò che era cambiato, e ciò che non cambierà mai.

Al bar non voleva mai niente e solo dopo insistenze accettava un caffè od una aranciata. Lo faceva in un modo che ci ha fatto pensare che questo  ridurre a zero i suoi bisogni fosse stato proprio una scelta: quella di non chiedere niente, di non aspettarsi niente, di non voler aspettarsi niente. Non un adattarsi (dopo ventitré anni!) ad una situazione in cui non si ha alcun diritto, ma proprio il non chiedere nulla, dicendo così all’istituzione, alle persone che la incarnano:  
“avete potere, ma non vi chiedo e non vi chiederò mai nulla, perché il vostro dare o non dare è arbitrario, è solo il vostro bisogno di dimostrare chi comanda.”.

A volte scoppi d’ira.  Improvvisa come era scoppiata, si placava.  
Inevitabili: l’impressione di un profondo rifiuto e di un bisogno dirompente di dire, di affermare la propria presenza. Un alzare la voce che mi pareva anche accolto dai presenti come parte di quella abitudine mediterranea alla forte, ostentata e quasi teatrale, espressione pubblica dei sentimenti.

E poi - da solo - nei dintorni.  
Passeggiate, incursioni, dalle quali tornava sempre con qualcosa: un pacco di noccioline, due frutti, una scatola di fiammiferi. Frutto incontestabile della sua autonoma capacità  di incontrare la gente.  
Le uscite dal B1 si moltiplicavano, la vita interna era profondamente messa in discussione. Il Programma dell’Unione Europea trovava le condizioni politico-istituzionali per svilupparsi. Le resistenze erano sempre forti: l’intera economia dell’isola era stata gestita usando il manicomio come fonte di soldi e privilegi. Non mi sembrava ingiustificata, da parte di molti infermieri, quella resistenza al cambiamento che sembrava dire:  
“non è che state parlando di grandi cose, ma alla fine sarà solo un cambiamento di comando, che nulla cambierà?”.   
Insomma il gioco era proprio interessante!!!  
Poi per Vassili, per il suo viaggio, apparvero i “volontari”: Lianna,  psicologa che era incaricata dell’organizzazione dell’appartamento in cui Vassili sarebbe dovuto andare ad abitare, e Iannis, infermiere  che nello stesso appartamento sarebbe andato a lavorare.
 
Accordo conseguito, preparativi, i soldi necessari, i documenti, i punti di appoggio lungo il viaggio....fu Vassili a cambiare idea all’ultimo momento:  
“Se vado al villaggio, non tornerò a Leros, mai più!”  
Il confronto con Vassili, si può immaginarlo, fu denso, a volte acuto, altre paternalistico. Alla fine Vassili si convinse, si convinse discutendo con Iannis, che la cosa non era possibile in quei termini.  
La discussione, le discussioni, si svolsero per la prima volta nella storia del reparto nella stanza degli infermieri ; Vassili seduto in una delle sedie rigorosamente riservate agli operatori, ed attraverso la porta a vetri, tutti avevano potuto vedere!  
Grazie Vassili: morte di  un piccolo tabù. 

Atene, sabato 2 marzo 1993 ( per Vassili 23 anni dopo).

 

Siamo sbarcati dalla nave che ci ha portato al Pireo, da Leros, alle otto di mattina.  
Vassili, Lianna,   Iannis (con sua moglie) ed io.  
Abbiamo preso due stanze all’albergo “El Greco”, a due passi da piazza Omonia e siamo subito usciti. Tuffati nel grande bazar che a quell’ora sta prendendo vita, soprattutto in Athinas Odòs, la via del nostro albergo.

Negri che vendono - parlando greco, naturalmente -  foulards firmati ed impianti hi-fi; cittadini ex sovietici con un obiettivo Zeiss, una chiave inglese, un orologio,  un distintivo di Lenin in mostra su un tappetino; donne vestite tutte di nero, bambini e sigarette, orologi, occhiali da sole, giacche di pelle....camminiamo lì in mezzo, guardiamo, ci guardiamo, guardiamo Vassili, che si muove come se fosse sempre stato lì.  
Osserva e, per alcuni minuti fermo davanti una vetrina, sfiora con la mano dei passanti: un uomo, una vecchia, un ragazzo, una signora. Qualcuno di loro se ne accorge e si volta, interrogativo. Ma lo sfiorare è stato così discreto, leggero, non invadente........ nessuno protesta. Contatto. Non avevo mai visto Vassili fare una cosa del genere e mai più, in seguito, gliela avrei vista fare.

Persone e traffico ci avvolgono sempre di più. Lianna è di Atene e ci è abituata, Iannis e sua moglie escono per la prima volta della loro vita da Leros.  
Poi uno, due giri per piazza Omonia. Si passeggia, quasi mani dietro la schiena.

Vassili guarda, osserva, si ferma e guarda, osserva. La vita è intensa attorno a noi, ma per noi è come se fossimo fuori dal tempo. Ciò che conta è Vassili, questo suo rientro in un mondo che è tanto cambiato. Dove tutto è diverso, ma forse allo stesso tempo riconoscibile, nel via vai, nei rumori, nel miscuglio di razze, storie, sguardi.

E Vassili ha questa qualità di esserci, pienamente, a contatto appunto, e di non sembrare invaso, disturbato. Non un gesto, non una parola che segnalassero un disagio, una paura, una distanza.

Poi, forse per rispondere alla  nostra ansia di operatori sul come trascorrere il tempo, una proposta:
“Vassili, che ne direbbe di trovare un barbiere e farsi radere?”.
“Mio fratello è barbiere, qui ad Atene.”  
“...???........ricorda dove?”.  
“Certo!”.  
“........e, saprebbe andarci?”.  
“Certo! Andiamo, andiamoci.”  
Siamo sorpresi, molto sorpresi,   andiamo: guidaci Vassili!.

Eccitati, attenti attraversiamo Atene.  
Vassili procede deciso, decisissimo, parla di una piazza proprio vicino al negozio del fratello. 
Lianna conosce la via, ma è a Vassili che spetta andare avanti. Vassili davanti, noi quattro dietro. Poi ci perdiamo, Lianna si ferma a chiedere indicazioni,  perdiamo lei... ma troviamo la piazza. Torniamo un po’ indietro, ritroviamo Lianna, e Vassili riparte, ed Iannis ha un sorriso esterrefatto. Una piccola via, Vassili si ferma davanti ad un negozio. Di ferramenta. Ancora su e giù per la via. Ma no, era proprio lì. Ed allora Lianna e Vassili entrano in quel negozio e chiedono. Si, c’era un barbiere, fino a quattro anni prima, proprio lì, ma è andato in pensione.  Sa niente del barbiere? questo è il fratello e non si vedono da tantissimo, vorremmo trovarlo. No, niente, provate a chiedere al Cafè-nio, un po’ più in giù.

Ci andiamo ; sulla porta, chiudendo la porta un giovane handicappato: no suo padre non c’è, il caffè è chiuso, non sa niente di barbieri.

Allora ci ritroviamo tutti in mezzo la strada. In un momento sospeso.

Da una parte il proprietario del negozio di ferramenta ci chiama dentro, e dall’altra quello del Cafe-nio, avvisato dal figlio, anche lui ci chiama. Era un po’ perplesso il primo, ma ci ha ripensato e ci da il numero di telefono del fratello di Vassili, ed  il secondo, nello stesso istante ci sta dando l’indirizzo!  
Proviamo a telefonare dal negozio del primo, ma non risponde nessuno.  
Allora, per salvarci dalle emozioni decidiamo di andare a pranzo e di chiamare dal ristorante.

Emozioni? Iannis non crede a ciò che ha visto: la memoria di Vassili, trent’anni dopo, in questa Atene per lui misteriosa e caotica......

Dal ristorante Lianna telefona. Sì lo ha trovato questo fratello! appuntamento in albergo alle 16.30! era sorpreso, incredulo, forse intimorito ed è per questo che viene lui in albergo e non Vassili a casa sua...  
L’incontro avverrà nella stanza più bella, due poltroncine ed un tavolino, un caffè e, di noi, solo Lianna sarà presente.  
Puntuale il fratello arriva e meno di dieci minuti dopo Lianna ci annuncia che vanno tutti e tre a casa.  
Torneranno tre ore dopo. Lianna stremata, Vassili imperturbabile. Ha i capelli tagliati e la barba rasata.  
E’ così che è andata, sembra un film a sentirlo raccontare: Vassili in poltrona ed il fratello che, parlando, lo rade e gli taglia i capelli. E  lunedì, dopodomani, il ”fratello ritrovato” andrà al villaggio anche lui!

......E ci prepariamo per uscire, che è sabato sera e siamo ad Atene!

Vassili indossa la sua giacca viola di panno, ma con le falde l’una sull’altra ed infilate nei pantaloni. Al posto della cintura una fettuccia , viola. Una cravatta intonata. La giacca, così indossata, sembra un bolero e Vassili, potrà forse apparire stravagante, ma è senz’altro elegante, e lui lo sa.

O meglio, il suo curare il vestirsi è qualcosa di più, è identità, mi pare.
Così usciamo - e c’è ben poco che possa stupire un ateniese - e passiamo la serata in una Ouzeria (nda. da: ouzo, alcolico locale a base di anice).

Ce la godiamo, ognuno di noi a modo suo. Io mangio e bevo. Vassili, parco di queste cose, sbocconcella dandoci quasi le spalle, ascoltando attentamente la conversazione di due nostre vicine, scrutando apertamente le due ragazze dal fittissimo parlare, che non lo hanno - per tutto il tempo - né ignorato né integrato.

Trieste, maggio 1998.

Vassili è stato al suo villaggio, due volte.

Ha rivisto le pietre e le persone. Ha stupito tutti ricordando nomi e fatti. Non ha potuto , o saputo, o voluto, riavvicinarsi a sua sorella ed a suo fratello che vivono nella vecchia casa di famiglia. Meglio, nella unica stanza, in mezzo alla quale hanno innalzato un muro di separazione. Lui, da sempre inabile, vive dell’aiuto dei paesani. Lei, dopo trent’anni ad Atene tra la strada e l’Ospedale psichiatrico, si è rifugiata al villaggio e ne vive ai margini sociali..

Non è stato possibile garantire una presenza dei servizi di salute mentale che accompagni il reinserimento di Vassili, e neanche attivare una pensione. Il sindaco, ex compagno di scuola di Vassili, ha tentato, senza successo.

Tra il primo ed il secondo viaggio al villaggio, Vassili:

Dopo il secondo viaggio.

Vassili ha deciso di restare a vivere a Leros.  
Ad ognuno di noi è dato un solo passato. A Vassili, ed ai moltissimi altri di Leros, solo quel passato.

Sono tornato un paio di  volte a Leros in questi anni. E come me, altri operatori sono tornati e tornano a Leros. Avvinti anche da una natura dolce e selvaggia, allusiva e prepotente come il vento d’oriente che la spazza.  
Immagino, so, che anche altri come me sentono la profondità che Vassili e molti altri ci hanno consentito di toccare. Per una volta, una consapevolezza limpida della nostra umanità.