Franco Basaglia
Direttore Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia
1967
CHE COS'E'
LA PSICHIATRIA
"Nessuno
cerca di serbare per sé, ciascuno attende il fruttificare del dono di tutti,
della "divisione" tra tutti. Ed effettivamente niente è ancora più
fruttuoso. Quando vedo oggi degli spiriti, per altri aspetti notevoli, mostrarsi
così gelosi della loro autonomia e così decisi, manifestamente, a portare
nella loro tomba i loro piccoli segreti, mi dico che si è andati indietro e
che, per quanto li riguarda, checché ne pensino, non sono sulla buona
strada" (André Breton).
Nel 1948
J.P.Sartre, nel saggio "Che cos’è la letteratura? " (Situations II,
Gallimard, Paris) scrive fra l’altro che le "ideologie sono libertà
mentre si fanno, oppressione quando sono fatte". Questa precisazione sul
fissarsi in schemi prestabiliti di ciò che, nato come contestazione della realtà,
nella realtà deve trovare il senso del suo continuo rinnovarsi per non
tramutarsi in oppressione di sé, è la premessa su cui si basano le discussioni
e i saggi qui presentati che formulano tutti un’unica domanda: che cos’è la
psichiatria?
Questa domanda – di per sé provocatoria – vuole essere solo un invito ad
una discussione. Essa nasce dallo stato di disagio reale in cui ci si trova,
oppressi da un ideologia psichiatrica chiusa e definita nel suo ruolo di scienza
dogmatica che, nei confronti dell’oggetto della sua ricerca, ha saputo solo
definirne la diversità e incomprensibilità venute a tradursi concretamente
nella sua stigmatizzazione sociale.
Le diagnosi psichiatriche hanno assunto infatti un valore ormai categoriale, nel
senso che corrispondono ad un etichettamento, ad una stigmatizzazione del
malato, oltre i quali non c’è più possibilità d’azione o di approccio.
Nel momento in cui lo psichiatra si trova faccia a faccia con il suo
interlocutore (il "malato mentale") sa di poter contare su un bagaglio
di conoscenze tecniche con le quali – partendo dai sintomi – sarà in grado
di ricostruire il fantasma di una malattia; avendo, tuttavia, la netta
percezione che – non appena avrà formulata la sua diagnosi - l'uomo sfuggirà
ai suoi occhi, perché definitivamente codificato in un ruolo che ne sancisce
soprattutto un nuovo status sociale. Si entra cioè in una sorta di passività
che lo "scienziato" viene ad assumere di fronte al fenomeno e che lo
porta a risolverlo attraverso una routine tecnicamente perfetta - da lui
nettamente separata - la cui finalità pare quella dello smistamento fra ciò
che è normale e ciò che non lo è. La sua partecipazione in questa operazione
è nulla, perché i parametri su cui la psichiatria ha costruito il suo sistema,
lo mettono al riparo dalla problematicità della situazione, così che in questo
rapporto a due non esiste né l'intervistatore (che non è "situato"),
né l'intervistato (che viene cancellato nel momento in cui lo si codifica).
La necessità della partecipazione diretta alla situazione da parte del
ricercatore, è analizzata da Sartre nella “Critique de la Raison
Dialectique” (Gallimard, 1960) quando afferma che "la posizione dello
sperimentatore desituato tende a mantenere la Ragione analitica come tipo di
intelligibilità; la sua passività di scienziato rispetto al sistema gli
rivelerebbe una passività del sistema rispetto a sé stesso. La dialettica si
svela solo ad un osservatore situato all'interno, cioè ad un ricercatore che
viva la propria indagine sia come un contributo possibile all'ideologia
dell'epoca nella sua interezza, sia come praxis particolare di un individuo,
definito dalla sua avventura storica e personale in seno ad una storia più
vasta che la condizioni".
Questa distanza del ricercatore dal terreno della propria ricerca è
particolarmente significativa nel caso della psichiatria, se si confronta la
frattura in atto fra il rigoroso livello tecnico delle dissertazioni
scientifiche (con l'enorme castello di classificazioni, sottoclassificazioni,
precisazioni e bizantinismi nosografici) e la realtà cui tali dissertazioni si
riferiscono: il malato mentale, così come si presenta - dopo anni di
ospedalizzazione - nei nostri asili psichiatrici. Da un lato, dunque, una
scienza ideologicamente impegnata alla ricerca della genesi di una malattia che
riconosce "incomprensibile"; dall'altro un malato che, per la sua
presunta "incomprensibilità", è stato oppresso, mortificato,
distrutto da un'organizzazione asilare che, invece di agire su di lui con il
ruolo protettivo di una struttura terapeutica, ha contribuito alla graduale -
spesso irreversibile - disintegrazione della sua identità.
Di fronte ad una tale verifica della realtà non si può dunque esimerci dal
domandare che cosa sia la psichiatria e quale sia il suo campo d'indagine. Se
cioè si occupi del malato mentale o, limitando il suo contributo ad una
elaborazione puramente ideologica, si interessi solo delle sindromi in cui lo
rinchiude; e, qualora riconosca nel malato mentale l'oggetto della sua indagine,
quale sia la sua giustificazione nel momento in cui se ne esaminino i risultati:
l'istituzionalismo dei nostri ricoveri. Ci si domanda insomma se i fatti
insignificanti che spesso fanno crollare interi sistemi teorici (nel nostro caso
i malati che vegetano negli asili) non siano da troppo tempo entrati in
conflitto con la teoria cui la psichiatria si appella, e se non sia il caso che
la teoria ceda il passo, per lasciar parlare i fatti. É questo che si domanda
un gruppo di malati mentali, medici, infermieri, psicologi e amministratori,
impegnati tutti nel campo dell'istituzione psichiatrica. Domanda che nasce dalla
disagio reale, vissuto a tutti i livelli, nel momento in cui si mette in
discussione la validità e l'arbitrarietà insieme, del rapporto autoritario -
gerarchico su cui l'intera vita asilare tradizionalmente si fonda.
Nel momento in cui si esamini il significato globale di un tale tipo di
organizzazione e le finalità dei diversi ruoli che in essa si trovano ad agire,
non si può non concludere - alla luce delle attuali possibilità terapeutiche
nei confronti del malato - di trovarci di fronte ad un insieme di fenomeni che
ha in sè qualcosa di paradossale. Il complesso ospedaliero sembra avere in sé
stesso le proprie finalità, nel senso che il lavorio che lo sottende pare
servire a mantenerlo in vita, senza peraltro tendere verso qualcosa che ne
giustifica la funzione. Se poi ci si avvicini, tanto da individuare i vari
livelli che interagiscono all'interno del sistema, la prima impressione globale
sarà confermata dall'assenza di evidenti ruoli reali Quello che si rileva
subito è che il malato non esiste (anche se sarebbe lui il soggetto della
finalità dell'intera istituzione), fissato com'è in un ruolo passivo che lo
codifica e insieme lo cancella. Ma ciò che, inoltre, non si riesce ad
individuare è il ruolo dello psichiatra e dell'infermiere.
Se si trascura quello dell'autorità e del potere di cui sono generalmente
investiti - che fa parte di una catena di impostazioni perpetuatesi da un
livello all'altro, fino a chiudersi con l'aggressività malata che richiede di
essere contenuta - non si riesce a giustificare appieno la loro presenza.
Si arriva così a comprendere come al di là del livello della custodia - la
loro azione necessiti di essere continuamente trascesa nell'autorità che li
distanzi e che, insieme, mascheri ai loro stessi occhi il niente che non possono
riconoscere di essere.
Se infatti la finalità dell'istituto non è esplicitamente la figura del
"malato", l'intera organizzazione viene svuotata di ogni significato:
che può, però, immediatamente riassumere nel momento in cui venga riconosciuto
al malato un ruolo. In questa prospettiva, il primo passo indispensabile è il
raccorciamento della distanza che agisca su di lui come il simbolo del
riconoscimento del proprio valore. Su questa base può essere instaurato con il
malato un rapporto reale che parta da una reciprocità finora negatagli.
Tuttavia sarà questa reciprocità a mettere in discussione il ruolo autoritario
dell'infermiere e del medico che, contestati da un malato che li fa uscire dai
loro ruoli privilegiati, devono andare alla ricerca di una funzione reale che
sostituisca quella - fittizia e spesso di malafede - che l'autorità e il
prestigio della loro posizione gerarchica avevano loro conferito. Se la
reciprocità dei ruoli tende a negare ogni gerarchia, allora avviare un tale
tipo di rapporto con il malato, significa minare il principio autoritario -
gerarchico su cui l'intera organizzazione ospedaliera si fonda, per tendere ad
un organismo in cui ogni polo della realtà cerchi, attraverso l'altro il
proprio significato. In questo senso se la liberazione del malato si attua
attraverso l'azione dello psichiatra e dello staff ospedaliero, lo psichiatra e
lo staff trovano la loro liberazione attraverso il malato che - solo - può dare
loro il ruolo che non hanno ancora avuto.
La nostra realtà è dunque il degente degli Ospedali Psichiatrici, per il quale
la psichiatria non ha trovato finora che soluzioni negative, vivendone
l'incomprensibile psicopatologico come una mostruosità socio - biologica da
allontanare e da escludere. Ma se lo studioso di psicopatologia può trovare
legittimo continuare a cercare ideologicamente la soluzione per una tale
mostruosità, mantenendosi staccato dalla realtà che non gli sta sotto gli
occhi, lo psichiatra che faccia parte di un'organizzazione ospedaliera, si trova
inevitabilmente costretto ad una scelta immediata. O accetta i parametri della
psichiatria tradizionale e, quindi, fa ad essi aderire il malato ed i sintomi
con i quali è stato etichettato, sanando il conflitto fra teoria e pratica a
solo favore della teoria, (e allora instaura con lui l'ovvio rapporto gerarchico
- autoritario che il suo ruolo gli richiede). O si avvicina al malato così com'è,
cercando di comprendere che cosa è diventato a causa di quei parametri che ne
hanno sancito - come con un marchio - la diversità, dando la precedenza questa
volta alla realtà, come unica fonte di verifica. L'alternativa oscilla dunque
fra un'interpretazione ideologica della malattia che consiste nella formulazione
di una diagnosi esatta, ottenuta attraverso l'incasellamento dei diversi sintomi
in uno schema sindromico precostituito; o l'approccio al "malato
mentale" su di una dimensione reale in cui la classificazione della
malattia ha e non ha peso, dato che il livello di regressione che lo accomuna
agli altri ricoverati, è legato ad una serie di comuni circostanze
istituzionali - quelle che Goffman chiama "contingenze di carriera" -
più che alla sindrome in sè: non si tratta dunque tanto di regressione malata,
quanto di regressione istituzionale.
L. Binswanger (La Conception de l'homme chez Freud a la lumiere de
l'antropologie philosophique - Ev. Psych. f. - 1, 3, 1938) aveva già
puntualizzato il pericolo cui va incontro un metodo di approccio scientifico che
"allontanandosi da noi stessi, porta ad una concezione teorica, alla
osservazione, all'esame, allo smembramento dell'uomo reale allo scopo di
costruirne scientificamente un'immagine". Pure, è solo corredato di una
serie di immagini e di categorie precostituite di tal natura, che lo psichiatra
si trova ad affrontare il malato mentale; costretto quindi a mettere fra
parentesi al malattia, la diagnosi, la sindrome in cui è stato etichettato, se
vuole riuscire a comprenderlo e soprattutto ad agire su di lui, dato che risulta
distrutto, più che dalla malattia, da ciò che la malattia è stata ritenuta e
dalle misure di sicurezza che una tale interpretazione ha imposto.
Tuttavia, nel momento in cui si mette in discussione la psichiatria tradizionale
che - nell'aver assunto a valore metafisico i parametri su cui fonda il suo
sistema - si è rivelata inadeguata al suo compito, si corre il rischio di
cadere in un analogo impasse, qualora ci si immerga nella prassi, senza
mantenere un livello critico all'interno della prassi stessa; il che porterebbe
lo psichiatra stesso a de-"situarsi", seppure in modo diverso.
Ciò significa che, volendo partire dal "malato mentale", dal
ricoverato dei nostri istituti come unica realtà, c'è il pericolo di
avvicinare il problema in modo puramente emotivo. Capovolgendo, un'immagine
positiva, il negativo del sistema coercitivo – autoritario del vecchio
manicomio, si rischia di saturare il nostro senso di colpa nei confronti dei
malati in un impulso umanitario, capace soltanto di confondere nuovamente i
termini del problema. Liberato dalla sua promiscuità con il delinquente;
rinchiuso in un carcere non meno duro del precedente; etichettato in un ruolo
non molto diverso da quello del colpevole punito; allontanato e isolato in
quanto riconosciuto dalla scienza psicologicamente e biologicamente
incomprensibile; il malato rischia di diventare il "povero malato" che
ha pagato per tutti, per il quale necessita progettare nuove strutture a
carattere prevalentemente riparatorio. Il "cattivo" malato la cui
tutela doveva essere affidata ad un sistema carcerario, rischia di diventare il
"buon" malato che si tenta di reintegrare - attraverso nuove strutture
terapeutiche - alla società, conservando però intatto il sistema di privilegi,
prevaricazioni, paure e pregiudizi che la caratterizzano. Ciò, mediante un
complesso di istituzioni che continui a preservarla e a garantirla dalla
diversità che la malattia mentale tuttora rappresenta. Del resto, in un mondo
manicheo, la figura del "malato mentale" non può essere vissuta come
un problema che lo metta in crisi: tuttalpiù potrà mutare il ruolo
all’interno del sistema stesso, la cui tranquillità deve essere prima di
tutto, salvaguardata.
La risposta che, in una recentissima intervista (J.P. Sartre répond –
L’arc. n. 30, 1966) J.P.Sartre dà, riprendendo il tema da lui affrontato nel
saggio del ’47 prima citato, sembra calzare perfettamente al discorso finora
impostato, tanto da ritenersi qui opportuno trascriverne uno stralcio.
All’intervistatore che gli contesta una sua affermazione secondo cui
"nessun libro resiste davanti ad un bambino che muore di fame",
J.P.Sartre risponde che "fra la fame del bambino ed il libro la distanza è
incommensurabile. Ma se è l’emozione che io provo davanti alla fame che mi
spinge a scrivere – continua Sartre – non è possibile riempire il vuoto.
Per lottare contro la fame bisogna cambiare il sistema politico ed economico e
la letteratura non può giocare in questa lotta che un ruolo secondario. Un
ruolo secondario che però non è nullo. C’è un’ambiguità nelle parole: -
da un lato non sono che parole - "letteratura"; dall’altro designano
qualcosa e a loro volta agiscono su ciò che designano: modificano. La
letteratura deve giocare su queste ambiguità. Se si pone l’accento più
sull’uno che sull’altro aspetto o si fa della letteratura di propaganda o la
si riduce a quel nulla che non vuol essere… Ma se si mantiene fermamente
l’ambiguità, se non si sacrifica né l’uno né l’altro aspetto delle
parole, si sarà già a buon punto per fare la vera letteratura: una
contestazione che contesta sé stessa"(1).
Il discorso di Sartre è ancora una volta direttamente trasferibile al nostro.
Il "malato mentale" che incontriamo negli asili psichiatrici è,
infatti, la realtà che contesta la psichiatria così come il bambino che muore
di fame contesta la "letteratura". Ma se è solo l’emozione che io
provo davanti al malato che mi spinge ad agire nei suoi confronti, non è
possibile riempire il vuoto che lo separa dalla scienza che dovrebbe occuparsi
di lui. Quindi, o la parola conserva la sua ambiguità di essere
"parola" che contemporaneamente modifica ciò che disegna (e allora la
psichiatria deve essere una scienza che agisce direttamente sul malato come ciò
che il discorso psichiatrico deve designare per modificare); o si prende un solo
polo di ambiguità e si fa, da un lato, della "letteratura"
(discutendo sulle classificazioni e sottoclassificazioni delle sindromi); e
dall’altro una analisi emotiva del "malato" e della deprecabile
situazione in cui si trova. Rifiutando invece e la sterile
"letteratura" psichiatrica e lo sterile rapporto puramente umanitario,
si sente l’esigenza di una psichiatria che voglia costantemente trovare la sua
verifica nella realtà e che nella realtà trovi gli elementi di contestazione
per contestare sé stessa.
La psichiatria asilare riconosca dunque di aver fallito il suo incontro con il
reale, sfuggendo alla verifica che - attraverso quella realtà – avrebbe
potuto attuare. Una volta sfuggitale la realtà, non ha che continuato a fare
della "letteratura", elaborando le sue teorie ideologiche, mentre il
"malato" si trova a pagare le conseguenze di questa frattura –
rinchiuso nell’unica dimensione ritenuta adatta a lui: la segregazione.
Ma, come Sartre il ruolo della letteratura nella lotta contro la fame è
secondario, perché "per lottare contro la fame bisogna cambiare il sistema
politico ed economico", così nel nostro campo, per lottare contro i
risultati di una scelta ideologica, bisogna anche lottare per cambiare il
sistema che lo sostiene. Se, infatti, la psichiatria - attraverso la conferma
scientifica dell'incomprensibilità dei sintomi - ha giocato la sua parte nel
processo di esclusione del "malato mentale ", essa è da considerarsi,
insieme, l'espressione del sistema che finora ha creduto di negare ed annullare
le proprie contraddizioni allontanandole da sé, rifiutandone la dialettica nel
tentativo di riconoscersi ideologicamente come una società senza
contraddizioni; così come proverà ora ad ammorbidirne le asperità, cercando
di riassorbirle nel suo stesso seno attraverso una psichiatria di propaganda
(che è appunto la letteratura di propaganda di cui parlava Sartre nella sua
intervista) che viene proposta come alternativa.
Per questo, il gruppo di malati, medici, psicologi, infermieri e amministratori,
qui presenti con le loro discussioni e saggi sulla realtà asilare, hanno
intrapreso - partendo da una verifica della realtà - una lotta che deve
muoversi ad un livello scientifico e politico insieme. Se, infatti, il malato è
l'unica realtà cui ci si debba riferire, si devono affrontare le due facce di
cui tale realtà è appunto costituita: quella del suo essere un malato, con una
problematica psicopatologica (dialettica e non ideologica) e quella del suo
essere un escluso, uno stigmatizzato sociale. Una comunità che vuol essere
terapeutica deve tener conto di questa duplice realtà - la malattia e la
stigmatizzazione - per poter ricostruire gradualmente il volto del malato così
come doveva essere prima che la società, con i suoi numerosi atti di
esclusione, e l'istituto da lei inventato, agissero su di lui con la loro forza
negativa.
Tuttavia, soltanto tenendo presente l'estrema ambiguità della situazione che
stiamo vivendo, si riuscirà ad evitare l'edificazione di una nuova ideologia:
quella dell'ospedale aperto, delle comunità terapeutiche, proposte come
soluzione al problema del malato mentale. La nostra realtà è affondata in un
terreno profondamente contraddittorio e la conquista della libertà del malato
deve coincidere con la conquista della libertà dell' "intera comunità".
Si tende, infatti, verso una nuova psichiatria basata sull'approccio
psicoterapico con il malato, e si è invece ancora invischiati in una realtà
psichiatrica legata ai vecchi schemi positivisti; ci si orienta verso la
costituzione di nuclei ospedalieri che tengano conto del gioco delle dinamiche
interne ai gruppi e dell'apporto delle relazioni interpersonali, non avendo
altri modelli cui riferirsi che quelli di un sistema autoritario e gerarchico;
ci si sforza di trasformare l'Ospedale Psichiatrico in un centro retto - per
quanto possibile - comunitariamente si è invece nostro malgrado inseriti in una
realtà sociale ad alto livello repressivo e competitivo; si tende ad affrontare
comunitariamente il malato mentale per farlo uscire dallo stato di regressione
in cui è stato indotto, e si rischia di provocare in lui un nuovo tipo di
disadattamento al clima istituzionalizzato della società.
Se quello della comunità terapeutica può essere, dunque, considerato un passo
necessario nell'evoluzione dell'Ospedale Psichiatrico (necessario soprattutto
nella funzione che ha avuto e che tuttora ha di smascheramento di ciò che il
malato mentale era ritenuto e non è e per l'individuazione dei ruoli prima
inesistenti al di fuori di un livello autoritario) non può però considerarsi
la meta finale verso cui tendere, quanto piuttosto una fase transitoria in
attesa che la situazione stessa si evolva in modo da fornirci nuovi elementi di
chiarificazione. Ciò che risulta importante, per il momento, è riuscire a
mantenere, affrontare ed accettare le nostre contraddizioni, senza essere
tentati di allontanarle per negarle. Per questo il compito della psichiatria
attuale potrebbe essere quello di rifiutarsi di ricercare una soluzione della
malattia mentale come malattia, ma di voler avvicinare questo tipo particolare
di malato come un problema che - solo in quanto presente nella nostra realtà -
potrà rappresentarne uno degli aspetti contraddittori per la cui soluzione si
dovranno impostare ed inventare nuovi tipi di approccio e nuove strutture
terapeutiche.
Ciò si è evidenziato chiaramente nelle organizzazioni ospedaliere aperte: il
malato - non più isolato e allontanato dalla vista del medico - si impone come
problema sempre presente, quindi come uno dei poli della realtà che non si può
negare. Ma è possibile che soltanto lo psichiatra lo viva come un problema,
mentre la società continua a volerlo rinchiudere nel ruolo di malato, per non
doversi impegnare ad affrontarlo nella sua presenza quotidiana? Lo psichiatra
non può affrontare una tale esperienza se la società non si allinea nella
stessa direzione e l'unica possibilità - che non è e non vuole essere una
soluzione - è quella di accettare come parte della nostra realtà la
problematica del malato mentale. Solo nel momento in cui il problema sia vissuto
da tutti noi, la società dovrà imporsi soluzioni reali attraverso
l'organizzazione di strutture terapeutiche, come l'unico modo di far fronte alla
sua incresciosa presenza nella nostra realtà. Fintantoché - altrove - altri si
cureranno di lui, continueremo a negare il problema nel timore di riconoscerci
ed identificarci in esso.
Ciò che si va evidenziando nelle nuove strutture psichiatriche, tuttora
ristrette entro i limiti del capovolgimento del sistema tradizionale, è che
l'Ospedale Psichiatrico non è un istituzione che guarisce, ma una comunità che
si guarisce affrontando le proprie contraddizioni, dato che si tratta di comunità
reali, ricche di tutte le contraddizioni che caratterizzano appunto la realtà.
Per questo, dal momento in cui il mondo istituzionale non sarà più rinchiuso
entro i confini di una realtà artificiosa, verrà a trovarsi faccia a faccia
con il mondo esterno che, a sua volta, dovrà imparare ad accettare le proprie
contraddizioni non avendo più un luogo in cui negarle. In questo senso si può
parlare di un incontro delle due comunità (quella esterna e quella interna), già
fisicamente concretatosi nell'espandersi della città fino alla periferia dove,
un tempo, era relegata soltanto la casa della follia, e nell'evolversi della
comunità chiusa che - nel suo manifestarsi una comunità viva, reale e
contraddittoria - si troverà a scontrarsi dialetticamente con la realtà da cui
è stata partorita. Si potrà così minare contemporaneamente e l'ideologia
dell'Ospedale come macchina che cura, come fantasma terapeutico, come luogo
senza contraddizioni; e l'ideologia di una società che, negando le proprie
contraddizioni, vuole riconoscersi come una società sana.
Conferenza
sul tema:
La libertà
comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale e dibattito con
interventi di: Giuseppe Righi, Marcello Urbani, Salvatore Siggia, Bruno Popoli,
Mario Tommasini, Bruno Bernazzoli, Carlo Vetere.
Dr.
GIUSEPPE RIGHI - Presidente della Amministrazione Provinciale di Parma
Porto il
saluto dell'Amministrazione Provinciale a tutti gli intervenuti ai sanitari,
infermieri dell'Ospedale Psichiatrico.
Il mio saluto, il mio ringraziamento per essere qui intervenuti al Prof. Vetere,
Direttore di Divisione del Ministero della Sanità, al prof. Basaglia, Direttore
dell'Ospedale Psichiatrico di Gorizia che sarà il relatore del tema: "La
libertà comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale".
Ringrazio per la loro presenza pure il Medico Prov.le, Prof. Siggia, il
Rappresentante della Prefettura Dr. Guacci, il Prof. Tomasi, Direttore
dell'Ospedale Psichiatrico di Colorno, l'Assessore Provinciale qui presente.
L'Amministrazione Prov.le ha voluto questo incontro credendo veramente che
questa iniziativa, tendente a porre le basi di un interscambio di opinioni, di
esperienze fra i vari ospedali psichiatrici, possa essere eccezionalmente utile.
Siamo convinti che soltanto nella comunione degli sforzi e degli studi si possa,
nel campo della scienza in generale e nel campo psichiatrico in particolare,
procedere, affinché numerosi problemi possano essere risolti.
Il nostro convincimento è che soltanto attraverso il rapporto più stretto fra
gli uomini di scienza si possano ottenere per il futuro risultati produttivi,
efficaci per la risoluzione degli enormi problemi che oggi si pongono.
Il campo delle malattie mentali è vastissimo. Lo studio di queste malattie è
certo tra i più difficili e affascinanti, ma non si può restare isolati.
Se noi prendiamo ad esempio un altro settore altrettanto importante, il settore
del cancro, noi ci rendiamo conto che gli studi portati avanti da diversi
scienziati non potrebbero approdare a nulla, nemmeno come speranza, se ad un
certo punto questi scienziati non comunicassero tra di loro, se fra di loro non
si consegnassero le esperienze acquisite. Ed è proprio con quella umiltà,
necessaria nell'uomo di scienza, che ognuno deve dare e portare agli altri
colleghi il proprio contributo, se si vuole che il mosaico delle piccole e delle
grandi scoperte possa essere composto in un quadro unitario che riesca ad un
risultato effettivo. Ed è per questo, ripeto, che l'Amministrazione Prov.le di
Parma ha voluto questo incontro perché qui sia portata, dal Direttore di un
altro Ospedale Psichiatrico, l'esperienza che in quell'Ospedale può essere
stata compiuta.
Io, come del resto tutta l'Amministrazione, sarei ben felice che i nostri medici
venissero chiamati a far riconoscere altrove le loro esperienze ed i loro studi,
frutto delle opere che essi vanno svolgendo qui nell'Ospedale Psichiatrico di
Colorno.
Il tema si inserisce anche in un contesto più vasto; noi tutti abbiamo necessità
di tenere aperto e vivo un dibattito sul problema psichiatrico che debba essere
di sostegno al Governo e in particolare al Ministero che oggi regge il Ministero
della Sanità, affinché il problema degli Ospedali Psichiatrici possa essere
affrontato e risolto. E sarebbe ipocrisia nascondersi che oggi le cose nel campo
degli Ospedali Psichiatrici non sono fra le migliori. Perciò vi è anche
l'aspetto di denunciare su un piano generale i difetti dell'assistenza
ospedaliera psichiatrica. Non i difetti di questo o di quell'Ospedale, perché
tutto ciò può avere una importanza relativa, ma i difetti generali derivanti
da una legislazione superata, da una carenza istituzionale che oggi noi sentiamo
profondissima e deprimente. E questo dibattito deve essere vivo affinché
l'opinione pubblica, il paese e coloro che sono preposti al Governo del Paese
abbiano al sollecitazione necessaria perché le cose possano essere affrontate.
La riforma degli Ospedali Psichiatrici, che sarà quanto prima portata al
Consiglio dei Ministri e quindi al Parlamento, si inserisce nel più vasto
contesto dell'assistenza ospedaliera generale e dell'assistenza in genere. Non
posso qui non ricordare, perché appartenente ad una formazione politica, che
grande merito del progresso che si va oggi compiendo nel Paese in questo settore
è proprio dovuto ad un Ministro Socialista, il Ministro Mariotti. É su questa
strada che l'Amministrazione Prov.le cerca di camminare con i mezzi, purtroppo
limitati, che le sono consentiti.
Debbo riconoscere e dare atto e ringraziare della fattiva opera l'Assessore
Tommasini, che dell'Ospedale Psichaitrico di Colorno, oserei dire, ha fatto una
sua seconda vita.
Quanto l'Amministrazione Prov.le sta facendo qui è da tutti voi conosciuto:
attrezzature nuove, riforme di locali, di settori, costi di milioni; 60 milioni
durante la gestione passata sono stati impegnati per il rinnovo di attrezzature,
180 milioni sono in corso di contrazione come mutuo per altri rinnovi; si sta
attuando il reparto aperto; sono iniziative che costano e che noi cerchiamo di
attuare nei limiti del possibile.
Abbiamo anche impostato il problema di un nuovo Ospedale Psichiatrico e questo
non deve far timore a nessuno.
Esso è assolutamente necessario anche perché la legge di riforma ospedaliera
psichiatrica prevederà ospedali non superiori a 500 posti letto. É in tutto
questo cammino che si deve compiere, un cammino che deve tenere presente, non
gli interessi di noi che siamo fuori degli Ospedali Psichiatrici anche se tra di
noi vi sono coloro che vi lavorano, ma di coloro che soprattutto vi sono dentro,
avvinti da un male che oggi l'uomo non è ancora in grado di guarire e che può
soltanto cercare di affrontare, che può soltanto cercare di lenire attraverso
quelle più nuove tecniche mediche che sono oggi alla portata della terapia
psichiatrica. Per tutto questo noi amministratori, sanitari, dipendenti,
funzionari, ministri dobbiamo cercare la coesione affinché anche questa parte
dell'assistenza sociale nel Paese possa essere portata, come risoluzione a buon
fine.
Lascio la parola al Prof. Vetere, Direttore di Divisione del Ministero della
Sanità.
Prof. CARLO VETERE - Direttore di Divisione del Ministero della Sanità.
Generalmente
chi viene a portare il saluto del Ministero reca sempre con sè un aspetto
formalistico, di cerimonia. Ora credo che, nella discussione di questa sera,
nessuno possa pensare che, sia il pensiero del Ministero Mariotti che
l'impostazione generale del Ministero della Sanità, siano nei riguardi del
problema dell'assistenza psichiatrica, delle impostazioni, dei pensieri "di
rito".
Voi tutti avrete letto sui giornali, avete sentito come il Ministro Mariotti e
come l'Amministrazione Sanitaria abbiano cercato di portare di fronte
all'opinione pubblica la grave situazione degli Ospedali Psichiatrici e,
soprattutto, abbiano proposto una riforma dell'assistenza psichiatrica.
Quindi credo che tutti voi possiate comprendere l'interesse che il Ministro
Mariotti, che vi saluta per nome mio, e l'Amministrazione Sanitaria hanno di
questo Vostro Convegno, soprattutto perché, attraverso la discussione che
seguirà, si potranno comprendere determinati interessi, determinati problemi,
specifiche aspirazioni del personale che potranno avere la loro giusta soluzione
nell'ambito della riforma psichiatrica ospedaliera.
Come ha detto il vostro Presidente, la riforma dovrà essere approvata dal
Consiglio dei Ministri, la via non è facile; non è stata facile e non sarà
agevole.
Consentitemi di dire che da 15 anni noi Funzionari della Sanità speriamo che si
possa, finalmente anche in Italia, raggiungere il livello di impostazione
giuridica e di funzionalità che molti altri paesi europei hanno già raggiunto
da decenni. Purtroppo le difficoltà che si sono incontrate non sono di natura
economica o strutturale, perché già in Italia abbiamo una struttura,
un'organizzazione psichiatrica; sono state difficoltà ideologiche, cioè
difficoltà di comprensione dei problemi dell'assistenza psichiatrica,
ancoramento a concezioni giuridiche napoleoniche. Queste difficoltà ideologiche
persistono e rendono difficile la soluzione legislativa di una legge moderna di
assistenza psichiatrica.
Quindi il Ministero della Sanità è quanto mai lieto che questi problemi
vengano popolarizzati perché noi riteniamo che attraverso l'adesione
dell'opinione pubblica si riuscirà ad affermare alcuni concetti fondamentali,
come quello che la malattia mentale è una malattia come tutte le altre, che va
affrontata con gli stessi mezzi, profilattici e terapeutici. Il malato di mente
è un malato che ha bisogno soprattutto di assistenza, di recupero e di
riammissione nella società, non è una persona da isolarsi dalla società.
Questi concetti fondamentali che a prima vista sembrano ovvii, incontrano invece
resistenze profonde, e non tanto per una forma di difesa istintiva della società,
quanto piuttosto per un atteggiamento culturale; atteggiamento che non è solo
della classe dirigente ma che è diffuso in tutti gli strati sociali. Il
problema grosso non sarà soltanto quello di fare una nuova legislazione
psichiatrica, il problema grosso sarà quello di convincere l'opinione pubblica
che i malati di mente vanno trattati come tutti gli altri ammalati. Io quindi vi
invito ad ascoltare quanto vi dirà un collega che in un'altra provincia
italiana ha impostato una organizzazione ospedaliera interna quanto mai di
avanguardia, quanto mai moderna che è meta di visitatori anche stranieri. Vi
invito ad ascoltare e successivamente ad intervenire perché dalla vostra
discussione noi aspettiamo indicazioni.
Sono naturalmente a vostra completa disposizione per tutto quanto possa
riguardare le notizie sulla impostazione del progetto di riforma che verrà
presentato quanto prima al Consiglio die Ministri. E con questo vi auguro buon
ascolto e buona discussione. Grazie.
Prof.
FRANCO BASAGLIA. - Direttore dell'ospedale Psichiatrico di Gorizia
Il Presidente
della Provincia di Parma che mi ha preceduto ed il prof. Vetere hanno iniziato
un discorso che io cercherò di allargare rifacendomi all'esperienza del gruppo
che qui rappresento.
Aprendo il Convegno, il dott. Righi ha toccato alcuni punti che mi sembrano
particolarmente significativi; ha precisato cioè che questo convegno ha lo
scopo di unire tutti quelli che si occupano del problema del malato di mente,
perché ciascuno possa portare il contributo della sua esperienza e possa
verificarla nel confronto con le esperienze altrui, iniziando a tessere - su
questo terreno comune di interessi - la trama, per così dire dialettica,
indispensabile alla presa di coscienza di un problema.
Egli ha puntualizzato inoltre un altro fatto molto importante e cioè che il
problema del malato di mente non è soltanto un problema che riguardi i medici
ed i metodi che intendono adottare per curarlo; ma è un problema che coinvolge
l'intera società dove accade che l'uomo si "ammali" e dove deve
ritornare quando "guarisce". In questo senso si tratta di un problema
sociale che ogni paese affronta o ignora e nasconde a seconda delle strutture su
cui si edifica, strutture che tendono cioè alla riabilitazione di tutti i
componenti la società, o che vivano nella necessità di eliminare i più deboli
a favore dei più forti.
In Italia il problema incomincia a farsi sentire con un certo ritardo rispetto
ad altri paesi. In Inghilterra - con l'appoggio di un'organizzazione sanitaria a
carattere nazionale - il problema istituzionale è stato affrontato ed in parte
risolto, attraverso l'organizzazione di strutture aperte in cui il malato
mentale è considerato alla stessa stregua di qualsiasi altro tipo di malato e
dove, comunque, l'impostazione terapeutica è di carattere eminentemente
sociologico. In Francia - anche se legati come in Italia ad una vecchia
legislazione, di fatto del tutto superata - un gruppo di psichiatri ha iniziato,
fin dal 1952, un'azione di denuncia della situazione istituzionale da cui
dovevano muoversi i primi passi verso una nuova organizzazione psichiatrica,
oggi attuata in alcuni fra i più importanti centri psichiatrici d'avanguardia.
Se, dunque, l'esperimento inglese risulta avvantaggiato dalla nazionalizzazione
dell'organizzazione sanitaria, in Francia un contesto sociale ed ostacoli
legislativi analoghi ai nostri, non hanno però impedito l'affermarsi di
movimenti di denuncia e di rinnovamento a livello psichiatrico e sociale insieme
Sono stato invitato a parlare qui di un'esperienza italiana che - pur
collegandosi originariamente a modelli stranieri - si mantiene strettamente
legata alla nostra realtà sociale ed istituzionale. Il tema della mia
conversazione sarà centrato sulla libertà comunitaria come alternativa alla
regressione istituzionale, per analizzare il ruolo del malato mentale nella
Comunità Terapeutica. Anche se la Comunità Terapeutica sarà qui presentata
come un valore da raggiungere, devo premettere che è essa stessa da
considerarsi soltanto una tappa nella radicale trasformazione dell'istituzione
asilare, che verrà superata non appena la maturità della comunità la rimetterà
in discussione.
La libertà
comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale - Il malato mentale
e la Comunità Terapeutica.
Nel 1952, un
numero speciale dell'ESPRIT, fu dedicato al tema "La miseria della
psichiatria" e vi collaborarono gli psichiatri francesi che, fin da allora,
erano impiegati alla ricerca di un nuovo modo di approccio istituzionale al
malato mentale. In un articolo sulla "Condizione del malato nell'Ospedale
Psichiatrico" di L. Le Guillant e L.Bonnafè si legge: "La condizione
dei malati nell'Ospedale Psichiatrico non sembra sia effetto di qualche
‘maledizione'..... Se questi malati sono più duramente trattati degli
altri....... è in definitiva perché si tratta di malati senza difesa, senza
voce e senza diritti. Gli alienati sono (agli occhi della classe dominante) i
negli, gli indigeni, gli ebrei, i proletari degli altri malati. Come loro, sono
vittime di un certo numero di pregiudizi e di ingiustizie. Pregiudizi e
ingiustizie che comunque non concernono affatto la natura della follia".
In Italia, a tutt'oggi, una legge antica, incerta fra l'assistenza e la
sicurezza, la pietà e la paura, continua a stabilire i limiti oltre i quali si
passa la frontiera fra il cittadino che ha - di fronte alla società - il
diritto di essere difeso, e il malato che, solo in quanto tale, perde questo
diritto, perché fa ormai parte della schiera di coloro da cui la società vuole
difendersi.
"Pericoloso
a sé e agli altri e di pubblico scandalo". Questa è la motivazione con la
quale il malato mentale entra in manicomio; in un luogo la cui funzione é - in
questa motivazione stessa - già precisata come azione di tutela, di difesa del
sano di fronte alla follia e dove il malato assume un ruolo puramente negativo,
come se il suo rapporto con l'istituzione si svolgesse al solo livello della sua
eventuale pericolosità. Da ciò deriva che se il malato - prima di essere
considerato tale - è da ritenersi soprattutto pericoloso, le regole su cui
l'istituzione che dovrebbe occuparsi della sua cura, si edifica, non possono
essere istituite che in funzione di questa pericolosità e non della malattia di
cui soffre. Per questo la figura del malato mentale, così come appare
abitualmente nei nostri ospedali, è quella dell'uomo oggettivato in un
istituto, la cui organizzazione ed efficienza sono sempre risultate più
importanti della sua riabilitazione.
E' qui superfluo dilungarci in descrizioni - ormai ovvie - dello stato di
passività, di apatia, di disinteresse in cui vivono i malati nei nostri
ricoveri. Esso è stato riconosciuto come una forma di regressione, venuta a
sovrapporsi alla malattia originaria, a causa del processo di annientamento e di
distruzione cui i malati sono sottoposti dalla vita dell'asilo. Basti dire che
il perfetto ricoverato, all'apice di questa carriera, sarà quello che si
presenta completamente ammansito, docile all'autorità degli infermieri e del
medico; quello che, in definitiva, non complica le cose con reazioni personali,
ma si adegua supinamente all'autorità che lo tutela; autorità che solo
attraverso la negazione di ogni impulso e bisogno personale di chi gli viene
affidato, si garantisce l'efficienza ed il buon andamento dell'istituto.
Questa la situazione fallimentare della psichiatria istituzionale tradizionale.
Di chi sia stata la colpa, è a questo punto inutile indagare. Ogni società, le
cui strutture siano basate soltanto su una differenziazione economica, culturale
e su un sistema competitivo, crea in sé delle aree di compenso che servono come
valvole di scarico dell'intero sistema. Il malato mentale ha assolto questo
compito per molto tempo, anche perché era un "escluso" che non poteva
conoscere da sé i limiti della sua malattia e quindi ha creduto - come la
società e la psichiatria gli hanno fatto credere - che ogni suo atto di
contestazione alla realtà che è costretto a vivere, sia un atto malato,
espressione appunto della sindrome di cui soffre.
Se dunque da un lato è il sistema sociale a determinare una simile situazione,
dall'altro la psichiatria stessa l'ha avvalorata scientificamente, riconoscendo
l'incomprensibile del fenomeno psicopatologico come una mostruosità biologica
che poteva solo essere isolata.
Ora è però la psichiatria, come esigenza di verità scientifica, a riproporre
il problema, non già alla ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare le
aggressività accumulate (il che ci manterrebbe ancora ristretti nei limiti di
un mondo manicheo dove si separi nettamente il Male dal Bene), ma in un
tentativo di trovare, nel vivo, una soluzione ai problemi che urgono.
Di fronte al volto, mutato dall'era dei farmaci, del malato mentale, è infatti
la psichiatria che rifiuta di continuare a trattarlo come un escluso da cui la
società vuole ancora difendersi. E rifiuta di continuare a tenerlo prigioniero
di formule, etichettamenti, qualifiche che corrispondono più ad un'immagine che
la psichiatria stessa si era costruita dell'uomo malato, che ad una realtà.
L'agitato, il pericoloso, lo scandaloso non corrispondono a modalità umane di
cui si vogliano conoscere le più intime motivazioni, ma sono ormai categorie il
cui significato risulta "consumato" ed assorbito in un'unica realtà:
l'uomo da escludere.
Il piano in cui la psichiatria attuale si pone è, dunque, prima di tutto un
piano umano e sociale. Esso richiede un tipo di approccio al malato che, sempre
tenendo conto dell'efficacia dei trattamenti biologici, non dimentichi di
trovarsi di fronte un uomo e non una malattia cui farne aderire i sintomi, una
categoria in cui rinchiuderlo, o una mostruosità da allontanare.
Nel 1838, quando non c'erano i ganglioplegici, nè la psicanalisi aveva ancora
attuato l'approccio psicodinamico, un coraggioso psichiatra inglese, il dott.
Conolly con l'aiuto di 30 infermieri, apriva le porte ed eliminava le
contenzioni in un Ospedale Psichiatrico di 500 malati. Aveva impostato
intuitivamente quella che più di cento anni dopo Maxwell Jones - sempre in
Inghilterra - avrebbe chiamato la "Comunità terapeutica". "Ciò
che più colpisce gli uomini, anche i più lontani dalla medicina - scrive nel
1858 Morel dopo aver visitato l'impresa Conolly - è l'ordine e la disciplina di
questi asili, la calma dei malati e i sentimenti di umanità che animano i
sorveglianti e gli infermieri dell'uno e dell'altro sesso. Ho visto malati
passeggiare in lunghi corridoi dove circolava liberamente aria e luce; questi
corridoi sui quali si aprono le stanze dei ricoverati, sono ornati di tavoli e
di fiori e portano a sale di riunioni dove si incontrano i pensionati di diverse
classi e dove trovano libri, giornali ed altre distrazioni."
Tutto
questo accadeva in Inghilterra nel 1838.(1)
Da allora c'è
stata la psicanalisi; l'antropologia esistenziale ha ulteriormente umanizzato
l'approccio psicoterapico; sono stati scoperti farmaci tali da mutare il volto
del malato mentale; sono in atto esperienze già collaudate in paesi stranieri
come l'Inghilterra e la Francia (seppure su basi diverse le une dalle altre). In
Italia, tuttavia siamo ancora legati ad uno scetticismo e ad una pigrizia che
non hanno giustificazioni.
L'unica spiegazione può essere data in chiave socio-economica: il nostro
sistema sociale - ben lontano dall'essere un regime economico di pieno impiego -
non può essere interessato alla riabilitazione del malato mentale che non
potrebbe essere recepito da una società, dove non è risolto appieno il
problema del lavoro dei suoi membri sani.
In questo senso ogni esigenza di carattere scientifico da parte della
psichiatria, rischia di perdere il suo significato più importante - il suo
aggancio appunto sociale - se alla sua azione all'interno di un sistema
ospedaliero ormai in sfacelo, non si unisce un movimento strutturale di base che
abbia a tener conto di tutti i problemi di carattere sociale che sono legati
all'assistenza psichiatrica.
Per questo, anche l'esperienza attuata dalla comunità che io qui rappresento,
pur avendo ottenuto innegabili risultati in questo campo, continua a correre il
rischio di perdersi se non riesce a trovare una risposta nel contesto sociale su
cui agisce.
Mi scuso, fin dall'inizio, se - per quanto riguarda l'impostazione del problema
psichiatrico relativo alla Comunità Terapeutica - mi troverò costretto a fare
riferimenti ad esperienze personali, senza le quali, d'altra parte, il discorso
rischierebbe di rimanere astratto ed inutile. Comunque parlare di un'esperienza
i cui risultati ci consentano di esporre brevemente le basi teoriche su cui la
nostra impostazione si fonda, penso possa avere il valore di una smentita al
senso comune, e possa servire come dimostrazione che mutamenti, anche radicali,
sono possibili se solo si incominci ad attuarli.
La Comunità
Terapeutica si presenta come una comunità e non un agglomerato di malati. Come
una comunità organizzata in modo da consentire il movimento di dinamiche
interpersonali fra i gruppi che la costituiscono e che presenta le
caratteristiche di qualsiasi altra comunità di uomini liberi. Questo è
l'assunto di base.
Ciò che è più difficile illustrare è il concetto di terapeuticità legato
alla Comunità. Non tutte le comunità risultano, infatti, terapeutiche. Le
caserme, i collegi sono organizzazioni di uomini liberi che devono, tuttavia,
essere subordinati alle regole della comunità cui appartengono; regole basate
sull'efficienza necessaria al buon andamento dell'organizzazione. Tuttavia,
seppure una tale efficienza si ottenga solo attraverso la mortificazione
individuale, essa non mina che parzialmente la libertà dei suoi membri cui,
all'esterno dell'organizzazione stessa, è consentita una vita personale.
Una Comunità Terapeutica psichiatrica non potrebbe però partire da questi
presupposti. Se accettasse, come l'organizzazione psichiatrica tradizionale
aveva accettato, la mortificazione individuale dei malati in nome
dell'efficienza dell'istituto, dell'ordine, della sicurezza generale,
ricreerebbe il clima istituzionale che vuole distruggere. Deve quindi partire
dalle esigenze del malato e da lì cercare di adattare attorno a lui lo spazio
vitale di cui abbisogna per espandersi ed attuare quello che è l'assunto primo
della Comunità Terapeutica: cioè la potenza terapeutica che ognuno dei
componenti la Comunità sprigiona nei confronti dell'altro. Malato, medico,
infermiere, personale amministrativo, chiunque sia presente nell'istituto si
trova coinvolto ad assolvere questo compito. Tutto è quindi orientato verso un
unico fine: creare un clima nel quale sia possibile avvicinarsi reciprocamente
in un rapporto umano che, proprio in quanto spontaneo, immediato e reciproco,
diventa terapeutico.
La scoperta della Comunità Terapeutica - attuata da Maxwell Jones nel 1952 -
sembra quindi la soluzione più ovvia per un tipo di malato che risulta
disturbato soprattutto nel rapporto con l'altro. Ma se sembra tanto ovvia nella
sua enunciazione, essa si rivela molto più difficile nella sua applicazione
pratica. Ciò significa, infatti l'apertura delle porte dell'Ospedale
Psichiatrico - chiuso finora in un mondo senza contraddizioni perché ogni
contestazione era impedita - al mondo della dialettica, dell'opposizione,
dell'accordo ottenuto mediante il reciproco convincimento e non con la
prevaricazione e la forza.
E' dunque facile farsi un'immagine falsa della Comunità Terapeutica come di un
mondo ideale dove tutti sono buoni, dove i rapporti sono improntati al più
profondo umanitarismo, dove il lavoro risulti altamente gratificante. Un po'
come viene presentata addolcita e con una sola faccia, la realtà della
pubblicità televisiva, dove siamo invitati a partecipare di una vita irreale,
ideologica, senza contraddizioni.
La Comunità Terapeutica vuole essere appunto la negazione di questo mondo
ideale. Essa è un luogo nel quale tutti i componenti (e ciò è importante) -
malati, infermieri, medici - sono uniti in un impegno totale dove le
contraddizioni della realtà rappresentano l'humus dal quale scaturisce l'azione
terapeutica reciproca. E' il gioco delle contraddizioni - anche a livello dei
medici fra loro, medici e infermieri, infermieri e malati, malati e medici - che
continua a rompere una situazione che, altrimenti, potrebbe facilmente portare
ad una cristallizzazione dei ruoli.
E' ovvio tuttavia, che la contestazione si può muovere solo in un clima di
libertà. E la libertà ha i suoi rischi. Impostare un'organizzazione
psichiatrica sullo sviluppo della capacità di opporsi del malato (capacità
attraverso la quale il suo io indebolito riesca a prender forza), significa
dover distruggere ogni riferimento al metro con cui la psichiatria tradizionale
lo aveva misurato: la pericolosità, la necessità di misure di sicurezza,
considerate terapeutiche. La situazione viene necessariamente capovolta: se
prima l'architettura stessa dell'Ospedale doveva tener conto della necessità
del sorvegliante di spaziare col suo occhio vigile il più lontano possibile,
ora si deve tener conto della necessità del mantenimento del mondo privato di
ognuno, che deve poter sussistere anche in opposizione alla comunità stessa.
Ciò presuppone però il mutamento radicale del rapporto che non può essere
improntato che all'autentico rispetto reciproco. Vivere dialetticamente le
contraddizioni del reale è dunque l'aspetto terapeutico del nostro lavoro. Se
tali contraddizioni - anziché essere ignorate o programmaticamente allontanate
nel tentativo di creare un mondo ideale - vengono affrontate dialetticamente; se
le prevaricazioni degli uni sugli altri e la tecnica del capro espiatorio -
anziché essere accettate come inevitabili - vengono dialetticamente discusse,
così da permettere di comprenderne le dinamiche interne, allora la comunità
diventa terapeutica. Ma la dialettica esiste solo quando ci sia più di una
possibilità cioè un'alternativa. Se il malato non ha alternative, se la sua
vita gli si presenta già prestabilita, organizzata e la sua partecipazione
personale consiste nell'adesione all'ordine, senza possibilità di scampo; si
troverà imprigionato nel terreno psichiatrico, così come si sentiva
imprigionato nel mondo esterno di cui non riusciva ad affrontare dialetticamente
le contraddizioni. Come la realtà che non riusciva a contestare, l'istituto cui
non può opporsi non gli lascia che un unico scampo: la fuga nella produzione
psicotica, il rifugio nel delirio dove non c'è né contraddizione né
dialettica.
In che cosa consiste, dunque, praticamente la differenza fra un istituto che si
regge in senso tradizionale ed una comunità che vuole essere
"terapeutica"?
In entrambe le situazioni il malato segue l'iter ospedaliero, nel senso che la
sua giornata si svolge all'interno di una comunità che deve assolvere
particolari funzioni essenziali: mangiare, dormire, far passare il tempo.
Nell'istituto tradizionale, però, il far passare la giornata è un atto
puramente passivo, vissuto come tale dall'intera organizzazione: i malati
aspettano il succedersi dei pasti, interrotti da qualche attività definita
"passatempo"; gli infermieri lasciano correre le ore sorvegliando. In
una comunità che si dice terapeutica, invece, ogni atto di ognuno acquista un
significato attivo di reciproca stimolazione, appunto terapeutica. Ciò
significa che ogni momento della giornata, ogni movimento dei componenti la
comunità è teso a formulare un clima il cui scopo primo sia la ricostituzione
dell'iniziativa personale, della spontaneità e della capacità creativa
compromesse, in un primo tempo dalla malattia e, successivamente, distrutte
dall'istituto. La Comunità Terapeutica tende dunque alla creazione di una
struttura - più psicologica che materiale - nella quale ogni suo componente sia
impegnato alla stimolazione dell'altro attraverso la creazione di possibilità
di rapporti interpersonali che, contemporaneamente, assolvano alla necessità di
protezione e tutela reciproca. In questo senso il ruolo protettivo rappresentato
nell'Ospedale tradizionale da sbarre, grate, reti che, anche agli occhi del
malato acquistano il valore di protezione contro se stesso; o nell'Ospedale
paternalistico dall'enorme figura del medico alla cui bontà e comprensione il
malato può abbandonarsi e distruggersi - nella Comunità terapeutica viene
assolto dalla comunità stessa in cui si trovano a giocare, in un movimento di
tensioni e controtensioni, i ruoli dei malati, degli infermieri e dei medici,
continuamente messi in discussione, ricostruiti e nuovamente distrutti.
Ciò si evidenzia particolarmente nella riunione di Comunità che si attua ogni
mattina nel nostro Ospedale e che rappresenta il banco di prova dove ogni
componente la comunità stessa si espone di fronte all'altro e ne accetta la
contestazione. Questo incontro plenario giornaliero viene, dunque, vissuto come
un riferimento psicologico che assolve un'enorme funzione protettiva. Se, di
fronte alle contraddizioni, ai contrasti, alle difficoltà personali di ogni
componente la comunità, si crea uno spazio reale in cui le difficoltà e i
contrasti possono essere discussi, a volte risolti, a volte chiariti, a volte
compresi nella loro impossibilità di soluzione - assieme agli altri -
contraddizioni e contrasti vengono sdrammatizzati e privati della carica emotiva
di cui abitualmente sono pregni, proprio perché il malato - e non solo lui -
trova subito un'apertura, uno sbocco in cui incanalarli, prima di incapsularli
definitivamente in se stesso.
Questa la funzione principale della riunione di Comunità che serve da perno
attorno al quale tutta la vita ospedaliera ruota.
Altro elemento in cui un'organizzazione psichiatrica di tal tipo si differenzia
dall'Ospedale tradizionale è la cosiddetta "ergoterapia". Quella del
lavoro, delle attività verso cui stimolare malati apatici, indifferenti,
abulici, è un grosso problema. Ma, mentre nell'Ospedale tradizionale il lavoro
ha il solo significato di un riempitivo, nella Comunità Terapeutica esso deve
assumere nuovamente un valore terapeutico, come occasione di incontri, di
rapporti interpersonali spontanei e come stimolo all'attuazione di una
spontaneità creativa distrutta. Ma oltre a questo, il lavoro può avere una
funzione importantissima se si riveli un'occasione capace di stimolare in malati
"cronici" che da anni hanno perso il senso del proprio valore
personale - una nuova coscienza lavorativa, tale da far rifiutare il compenso
come espressione di beneficenza gratuita. Solo nell'esigere la retribuzione
quale logica contropartita di ciò che il lavoratore dà alla comunità, il
malato riesce a farsi riconoscere nel proprio valore di scambio. É quindi
evidente come l'elemento su cui si tende a far leva non sia tanto la
rivendicazione salariale in sé, quanto piuttosto il fatto che, attraverso un
tale tipo di rivendicazione immediata, il malato trova un riconoscimento, una
conferma al proprio valore personale.
Si pensi, ad esempio, alla situazione di un malato cronico in un Ospedale
Psichiatrico tradizionale. L'alternativa che gli viene offerta è la scelta fra
far parte dello "zoccolo umano", unico arredo degli enormi androni
chiusi; o rivelarsi collaborativo (che significa obbediente, rispettoso,
servile, succube) per essere ammesso nella squadra dei lavoratori addetti ai
servizi generali. Si trova, quindi, a dover preferire una condizione sub-umana,
quale quella della rassegnazione completa alla perdita della propria
individualità e personalità, per poter sussistere. Questo tipo di lavoro,
oltre ad essere alienante per il malato, poiché si trova a contribuire con le
sue stesse mani a mantenere in vita l'istituto che lo segrega, aumenta in lui la
convinzione di far parte di una categoria di sub-uomini per i quali la
retribuzione al lavoro non corrisponde ad un diritto in stretto rapporto con la
prestazione reale: la stessa partecipazione al lavoro gli viene concessa come un
"dono", in cambio o in premio della sua buona condotta e docilità.
Per il malato che viva in una Comunità Terapeutica, il lavoro, inteso in questo
senso, non dovrebbe aver significato e lo dichiaro anche se nella nostra esso è
tuttora presente. L'Ospedale non è un'industria ed il lavoro - se è
riconosciuto un elemento necessario per il malato, come lo è ritenuto in ogni
organizzazione ospedaliera tradizionale - deve però avere un fine soltanto
terapeutico e solo in funzione di questa finalità deve essere svolto. La
funzione significativa di queste attività lavorative non può, dunque,
limitarsi a quella di un passatempo, ma deve agire, soprattutto, come stimolo ai
rapporti interpersonali fra malati e rivelarsi come l'occasione di discussioni
capaci di alimentare nel malato le capacità di opporsi, per prendere coscienza
di sé, dei propri e degli altrui limiti.(2)
Ciò richiede, ovviamente, una collaborazione strettissima con un personale
preparato al suo compito. Per questo la Comunità Terapeutica è
un'organizzazione che tende ad essere orizzontale, in confronto
all'organizzazione verticale degli Ospedali Psichiatrici tradizionali. Perché
ogni componente la Comunità è indispensabile all'andamento della comunità
stessa e deve poter, sua volta, contare sulla sicura collaborazione di tutti.
Primo passo - causa e nello stesso tempo effetto del passaggio dalla ideologia
custodialistica a quella più propriamente terapeutica - risulta quindi il
mutamento dei rapporti interpersonali fra coloro che agiscono nel campo.
Mutamento che, con il variare o il costituirsi di motivazioni valide, tende a
formare nuovi ruoli che non presentano più alcuna analogia con quelli della
precedente situazione tradizionale. E' questo terreno ancora informe, dove ogni
personaggio va alla ricerca del suo ruolo, che costituisce la base da cui prende
l'avvio la nuova vita terapeutica istituzionale.
Nella situazione comunitaria il medico, quotidianamente controllato e contestato
da un paziente che non si può allontanare né ignorare, perché costantemente
presente a testimoniare i suoi bisogni, non può arroccarsi in uno spazio che
potremmo definire asettico, dove poter ignorare la problematica che la malattia
stessa gli ripropone. Né può risolversi in un dono generoso di sé che,
attraverso il suo inevitabile trascendersi nel ruolo di apostolo munito di una
missione, stabilirebbe un altro tipo di distanza e di differenziazione non meno
grave e distruttivo del precedente. La sua unica posizione possibile
risulterebbe un nuovo ruolo, costruito e distrutto dal bisogno che il malato ha
di fantasmatizzarlo (di renderlo cioè forte e protettivo) e di negarlo (per
sentirsi forte a sua volta); ruolo in cui la preparazione tecnica gli consenta -
oltre il rapporto strettamente medico con il paziente che resta inalterato - di
seguire e comprendere le dinamiche che vengono a determinarsi, così da poter
rappresentare in questa relazione il polo dialettico che controlla e contesta
come viene controllato e contestato. L'ambiguità del suo ruolo sussiste,
comunque fintantoché la società non chiarirà il suo mandato, nel senso che il
medico ha un ruolo preciso che la società stessa gli fissa: controllare
un'organizzazione ospedaliera nella quale il malato mentale sia tutelato e
curato. Si è visto, tuttavia, come il concetto di tutela (nel senso delle
misure di sicurezza necessarie per prevenire e contenere la pericolosità del
malato) sia in netto contrasto con il concetto di cura che dovrebbe invece
tendere al suo espandersi spontaneo e personale; e come l'uno neghi l'altro. In
che modo il medico può conciliare queste due esigenze, in sé contraddittorie,
finché la società non chiarirà verso quale dei due poli (la custodia o la
cura) vuole orientare l'assistenza psichiatrica?
La posizione dell'infermiere è, in un certo senso, meno ambigua. Nella
situazione comunitaria egli si trova di fronte a delle motivazioni al suo lavoro
che mutano il loro significato più intrinseco: esse infatti passano dal puro
custodialismo (quindi da un rapporto con oggetti la cui unica motivazione
risiede nel compenso economico), ad una finalità terapeutica cui ogni atto e
ogni gesto verrebbe ad uniformarsi. In un Ospedale che si va facendo
comunitaria, è la situazione stessa a richiedere all'infermiere una capacità
di rapporto terapeutico cui spesso non è preparato. Il problema sorge, infatti,
quando non sia possibile immettere nell'organizzazione che va mutando, nuovi
elementi tecnicamente responsabili, ma si debba contare solo sulla graduale
presa di coscienza da parte dell'infermiere del mutare delle motivazioni al suo
lavoro e, quindi, sull'accettazione o il rifiuto dell'impegno terapeutico che un
tale tipo di motivazione necessariamente implica. Questa è la "crisi"
del suo ruolo e la maggior difficoltà in cui si imbatte la Comunità
Terapeutica: essa si trova, infatti, necessariamente basata sull'opera
essenziale degli infermieri il cui ruolo viene completamente capovolto dalle
nuove strutture che si fondano sulla loro partecipazione totale. D'altra parte,
la graduale presa di coscienza da parte degli infermieri del mutare delle loro
motivazioni al lavoro, diventa essa stessa fonte di terapeuticità all’interno
dell’organizzazione, poiché l’opposizione, la contestazione non sono che
elementi positivi di chiarificazione, di controllo reciproco, che ci salvano dal
pericolo di cadere in un’ideologia.
Quello di cui si è finora parlato solo marginalmente resta, comunque, ancora il
ruolo del malato e ciò perché nella struttura tradizionale egli è presente
come un oggetto accessorio. Il suo ruolo, cioè, nei confronti del medico è
essenzialmente passivo, in un rapporto di assoluta dipendenza da chi rappresenta
il ruolo tecnico competente. Paradossalmente il medico risulta in stretto
rapporto con la malattia del malato, in una sorta di relazione in cui il malato
recita un ruolo, appunto accessorio.
Infatti, se
per ruolo si intende il complesso di funzioni attraverso le quali l'individuo
giustifica la usa presenza nel mondo, il malato mentale - e in particolare il
ricoverato di un istituto tradizionale - ne parrebbe completamente privo essendo
stato, fin dall'inizio, escluso dalla vita sociale ed essendosi gradualmente
ridotto - per poter meglio aderire alle regole dell'istituto e, quindi
sopravvivere - ad affidarsi nelle mani di chi dovrebbe curarsi di lui, come chi
non ha alcun potere sulla propria vita, né alcun ruolo nel mondo. Nello spazio,
psicologicamente oltre che materialmente ridotto che l'istituto gli consente, il
malato riesce a sopravvivere alla sua mancanza di individualità soltanto
attraverso un processo di fantasmatizzazione del medico che la giustifichi ma
che, proprio per questo, lo continua a mantenere legato al suo ruolo di passività.
E' solo passando nella prospettiva comunitaria che il malato si trova ad agire,
contemporaneamente, come causa e come effetto della crisi generale dei ruoli
all'interno dell'istituzione: cioè la partecipazione attiva alla vita
terapeutica istituzionale da parte del malato, attraverso lo
"sfruttamento" della forte componente terapeutica che da lui si
sprigiona, ha messo in crisi i ruoli dello staff. Ma lo ha anche fatto uscire
dal ruolo tradizionalmente passivo che gli era abituale, immettendolo in una
sfera in cui le sue competenze non sono ancora del tutto chiarificate.
Si potrebbe incominciare a dire - dall'esperienza che andiamo facendo - che il
ruolo del malato, all'interno di una istituzione tendenzialmente comunitaria,
sta mutando qualitativamente. Ciò significa che il malato non viene acquistando
più libertà, più autonomia, più responsabilità come una somma di possibilità
quantitative che gli si aprono. Ma che sta imparando a tradurre queste
possibilità in un modo personale di approccio, appunto qualitativamente più
evoluto e più maturo, con il gruppo in cui vive. Si è assistito, infatti, nel
caso del lungodegenti istituzionalizzati, ad una graduale conquista o
assimilazione personale dei vari stadi di liberalizzazione che - all'inizio
dell'apertura dell'ospedale - non potevano essere vissuti che come estranei. La
libertà donata resta, evidentemente, di proprietà di chi la dona e si presenta
come una categoria di cui si conosce l'uso, senza poter appropriarsene, se non
attraverso un atto di conquista. Nel caso del lungodegente istituzionalizzato è
proprio la conquista del proprio ruolo nella comunità cui appartiene che gli
rende la libertà, troppo facilmente ottenuta il momento dell'apertura
dell'Ospedale.
Il problema del malato mentale che si pone ora in contatto con una situazione
terapeutica istituzionale è, naturalmente, del tutto diverso. Egli si presenta,
infatti, con un ruolo ben preciso verso la malattia di cui soffre, ruolo che
consiste nel suo impegno a vincere l'ansia attraverso la produttività
psicotica. Un tale ruolo attivo (benché si tratti di attività psicotica)
diminuisce o cessa all'ingresso nell'istituto dove, abitualmente, o il livello
di iperprotezione (leggi misure di sicurezza più idonee a garantire l'assoluta
impossibilità di agire del ricoverato); o il rapporto individuale con il medico
sul piano paternalistico, fuori della realtà; o la mancanza di protezioni
evidenti del clima comunitario, provocano un ulteriore stato di regressione,
immediatamente successivo all'ingresso.
Ora, di questo livello regressivo l'istituto tradizionale su base
custodialistica si serve per legare maggiormente a sé e alle sue regole il
nuovo affiliato, il quale sarà - appunto dalla coercizione della vita asilare -
confermato nel suo sentimento di esclusione e sollecitato nelle sue difese
psicotiche. L'istituto tradizionale su base paternalistica riuscirà -
attraverso il rapporto individuale con il medico "buono" -. a
colpevolizzare maggiormente il malato, così da non consentirgli altre
possibilità di vita che le sue fantasie psicotiche, esaltate appunto dal clima
di falsa tolleranza che lo circonda.
Che cosa accade, invece, al momento dello stadio regressivo iniziale di un
malato, entrato in una situazione comunitaria? Immesso in uno spazio dove la
figura del medico non si presenta nè protettiva, nè incombente o coercitiva,
il malato si trova solo in mezzo ad altri malati. Lo stato di regressione si
annuncia subito: nell'ospedale non ci sono coercizioni, nè mortificazioni, ma
non c'è neppure la figura paterna cui abbandonarsi per dimenticarsi e
distruggersi. Il malato si trova solo davanti alla possibilità di costruirsi un
ruolo o di rifiutarlo ed avverte che - nonostante egli tenda a costruirsi il
fantasma del medico che tutto accoglie ed assorbe in sé - ciò che conta è la
presenza degli altri attorno a lui; presenza reale, vera, concreta. Attraverso
una tale presenza avverte sì di essere un escluso, ma un escluso in mezzo ad
altri esclusi con cui può unirsi e costruire quello che al malato tradizionale
non sarebbe mai stato possibile: l'unione in gruppo per opporsi.
E' qui che entrano in gioco i ruoli del medico e dell'infermiere che devono
essere pronti ad accettare e stimolare il gruppo che viene costituendosi come
altamente terapeutico, anche se (e soprattutto se) mette in discussione la loro
autorità, la loro competenza tecnica, la loro sicurezza umana.
In questo senso il dividere, da parte del medico, il rischio della libertà del
malato poteva essere il primo passo per porsi sullo stesso piano, restando
tuttavia una atto volontaristico in cui era sempre il medico a decidere se
accettare o rifiutare un tale rischio, mantenendosi egli alla distanza del
signore che si fa volontariamente democratico. Ma ora, di fronte a dei malati
che prendono gradualmente coscienza del proprio ruolo e della propria forza come
un gruppo che ha la possibilità di controllo reciproco, di interazione e quindi
di azione terapeutica, il medico è messo in discussione e lo sarà, su un piano
sempre più reale e meno fantasmatico, man mano che il ruolo del malato si
avvierà, attraverso i senso di appartenenza alla comunità, ad uscire dalla
serializzazione istituzionale, verso la costituzione di un gruppo in cui possa
definire ed affermare la legittimità della sua esistenza.
Restano
ancora alcune precisazioni di carattere pratico.
L’organizzazione ospedaliera cui mi riferisco comprende 550 malati, suddivisi
in 8 reparti di cui 6 completamente aperti. Due – uno maschile ed uno
femminile per un totale di circa 170 persone – sono ancora chiusi ed accolgono
malati organici, dementi, schizofrenici gravemente deteriorati, frenastenici,
per i quali si sta elaborando un progetto di graduale apertura nei prossimi
mesi. Questi due reparti ancora chiusi segnano, comunque, il limite della nostra
esperienza i cui risultati attuali ci autorizzano però a procedere nella
direzione ormai tracciata. Problemi pratici, quali il personale insufficiente,
reparti troppo affollati che dovrebbero poter essere sfoltiti, ci hanno impedito
finora l’attuazione dell’apertura completa di tutto l’Ospedale.
Questa presenza del vecchio "manicomio" all’interno della nostra
struttura ospedaliera è, dunque, la dimostrazione del punto cui siamo giunti.
La nostra comunità è qualche cosa che sta muovendosi, evolvendosi di giorno in
giorno e che è ben difficile poter descrivere: è una situazione che non si può
definire ma solo attuare e verificare; dove si tende a vivere il positivo ed il
negativo come le facce diverse di un problema che ha bisogno di venir
dialettizzato per essere compreso. Ciò che, comunque, ci preme precisare sono i
limiti raggiunti, poiché rifiutiamo di presentare una situazione mistificata
che – proprio in quanto tale – non avrebbe la minima utilità sociale.
Resta ancora da chiarire il grado di rischio cui una comunità, così impostata,
può andare incontro. Dalla nostra esperienza di questi 5 anni di lavoro (di cui
raccoglieremo altrove i dati statistici) credo si possa concludere che gli
inconvenienti sono stati di molto inferiori all’aspettativa, e direi
inversamente proporzionali ai risultati generali. Ciò significa che i rischi ci
sono, ma che non superano quelli di un’organizzazione psichiatrica
tradizionale, costruita appositamente per eluderli. Del resto ogni tipo di
approccio terapeutico ne accetta e finora pare che solo lo psichiatra non li
abbia ancora affrontati direttamente, poiché i rischi verrebbero a ricadere su
di lui e sulla società di cui è l’espressione.
Gli inconvenienti cui si può andare incontro possono essere di natura diversa,
così come le contraddizioni della realtà si manifestano con tante facce. Ma
essi si rivelano sempre strettamente legati al grado di coesione all’interno
dell’organizzazione; agli stati di tensione non risolti; ai momenti in cui la
comunità non garantisce un livello protettivo sufficiente: motivi questi che
mettono in discussione l’azione del medico e dell’infermiere più che la
imprevedibilità del malato e della sua malattia.
Questa la conclusione globale della nostra esperienza che – iniziata con
scarsissimo personale medico e con personale infermieristico impreparato al
nuovo ruolo – è andata svolgendosi abbracciando di necessità tutto il
positivo ed il negativo che veniva ad affiorare in una realtà dove la
dialettica era stata programmaticamente negata. Per aiutare il malato a guardare
in faccia le contraddizioni del reale da cui è fuggito, non può essere di
alcuna utilità creare un mondo artificiale nel quale tali contraddizioni non
esistano. Ma qualora si riesca a farlo avvicinare a questo mondo
contraddittorio, abituandolo a dialettizzarne le forze, questo sarà il primo
passo verso la possibilità, da parte sua, di accettarle o dominarle.
Tuttavia ogni discorso sulla malattia mentale rischia di restare astratto se non
si cerchi di risolverlo attivamente, anche attraverso tentativi ed errori. Per
questo concludo con le parole dello stesso Bonnafè, cui mi sono riferito
all’inizio: "Questa lotta contro il "mito" da cui si sviluppa
la follia… non sarà vinta da speculazioni teoriche ma da realizzazioni
concrete… Solo una nuova impostazione pratica ci mostrerà l’orientamento
verso cui può andare la trasformazione dell’assistenza psichiatrica, della
condizione del malato mentale nella società e quali forme prenderà". Ciò
che comunque importa, e qui concordo appieno con Bonnafè, è che nel caso del
malato mentale "non si tratta più di un problema tecnico, ma di una
posizione che ognuno deve prendere: quella della complicità o quella della
verità e dell’azione".
RIGHI
Se c’è
qualcuno che intende chiedere spiegazioni, illustrazioni, chiarimenti è pregato
di farlo.
Prof.
MARCELLO URBANI – Primario dell’Ospedale Psichiatrico di Colorno.
Io volevo
soltanto chiedere degli schiarimenti al Prof. Basaglia, non sulla base di
esperienze personali perché non ne abbiamo in questo specifico campo, ma
riferendomi alla letteratura sull’argomento e in particolare agli articoli di
Clark che penso sia un autore molto noto al nostro collega.
Mi sembra che lei abbia scelto decisamente fra i due tipi di Comunità
terapeutica previsti: la Comunità Terapeutica di cui si legge nel rapporto del
1953 degli esperti al Comitato dell’Organizzazione mondiale della sanità che
è una Comunità Terapeutica – dice Clark – molto più facile; e quella
invece di Maxwell Jones le cui caratteristiche Lei ha già brillantemente
esposto. Come Lei sa Clark insiste sull’importanza di quelle riunioni
quotidiane in cui ciascuno discute i problemi di tutti; però Clark fa una
precisazione sulla quale appunto verte la mia domanda.
Clark dunque afferma, che il presupposto "filosofico" secondo la
espressione anglosassone di una Comunità Terapeutica è quello delle teorie
psicodinamiche per il quale, aggiunge, tutti i problemi individuali, possono
essere risolti, affrontati e discussi nella comunità. Ora io volevo chiederLe:
Lei condivide questa impostazione, questo assunto non in generale, ma in
particolare per quanto riguarda gli schizofrenici? E non tanto gli schizofrenici
nuovi arrivati, ma vecchi schizofrenici che costituiscono il peso maggiore per
il nostro ed immagino anche per il suo ospedale; quelli che abbiamo ereditato e
che sono ricoverati da 20-30-40 anni? Questa domanda mi interessa specialmente
perché Clark dopo aver esposto le sue esperienze conclude dicendo che
naturalmente si tratta ancora di una esperienza che deve svolgersi. In
proposito, mi pare, - in questo forse non sono esattamente informato -, ma
comunque mi pare che le prime esperienze sia di Maxwell Jones sia degli altri
inglesi si riferissero alle neurosi industriali oppure a quelle unità che erano
costituite di ex prigionieri di guerra disadattati. Tornando a Clark lui pensa
che questo tipo di organizzazione comunitaria, o comunità terapeutica, potrebbe
essere particolarmente utile per le turbe del carattere, mentre invece è molto
meno utile per i depressi.
Quindi la mia domanda in sintesi è questa: la comunità terapeutica che voi
avete sperimentato, come si realizza con questa massa di pazienti, già passivi
quando siamo arrivati noi a curarli, già passivi prima dei neuroplegici? Noi
siamo fermi ancora, nel nostro ospedale alla Comunità Terapeutica di primo tipo
(il malato al quale si deve prestare fiducia, il malato che si deve impegnare
nel lavoro ecc.) cioè siamo ancora alla concezione paternalistica o come
direbbe Lai piramidale dell’organizzazione.
BASAGLIA
Il Prof.
Urbani ha ricordato, rifacendosi alla letteratura, due tipi di Comunità
Terapeutica: quella di Clark e quella di Maxwell Jones e mi chiede quale dei due
orientamenti si segua a Gorizia.
Noi seguiamo, grosso modo, i presupposti della Comunità Terapeutica di Maxwell
Jones. Vorrei però far presente che esiste un altro grosso filone della
psichiatria ospedaliera – la psichiatria francese che risponde al nome di
"psicoterapia istituzionale" – dove si assiste ad un tipo di azione
nel campo, analogo a quello anglosassone. L’ospedale è aperto sia in Francia
che in Inghilterra (negli ospedali d’avanguardia): i primi su
un’impostazione prettamente analitica, i secondi più propriamente
sociologica.
Il gruppo di Gorizia intenderebbe inserire un tipo di comunità che, pur tenendo
conto di un orientamento psicodinamico, si basi anche sull’elemento
sociologico. Rifiutiamo cioè sia l’Ospedale Psichiatrico istituzionalizzante
che quello su base paternalistica, tendendo essenzialmente a creare una
situazione nella quale il malato sia stimolato a prendere posizione di fronte
alla realtà, e quindi di fronte al medico e all’organizzazione ospedaliera
che ne è, ai suoi occhi, l’espressione più immediata. L’opposizione del
malato al medico, all’organizzazione, all’autorità ospedaliera non è che
il primo passo verso il rafforzamento del suo io indebolito che gli consenta di
affrontare la realtà e le sue contraddizioni.
Questi, grosso modo, i presupposti su cui si basa la nostra comunità, che tende
a muoversi su un piano sociologico e psicodinamico insieme. Sfortunatamente, però,
nella nostra équipe manca l’apporto di uno psicanalista di cui si sente
veramente la mancanza, per il controllo delle dinamiche dei gruppi interagenti
fra loro.
RIGHI
Chi altri ha
qualche cosa da chiedere.
BASAGLIA
Non so se il
mio discorso sia stato troppo oscuro e me ne scuso. Ho forse presentato pochi
dati pratici e mi sono più a lungo soffermato sui presupposti teorici su cui il
nostro lavoro si fonda, ritenendo – e non so se in questo ho sbagliato – che
fosse necessario chiarire prima il significato delle azioni che si stanno
compiendo.
Del resto, presentare d’un tratto una situazione in cui gli interlocutori –
e mi riferisco soprattutto agli infermieri qui presenti – non possono
riconoscersi, non riconoscendo i termini del lavoro cui sono abituati, non può
che provocare uno stato d’ansia più che giustificato.
Cercherò quindi di affrontare l’argomento da un punto di vista più concreto.
Gli infermieri presenti sanno quello che è il lavoro in un Ospedale
Psichiatrico. Si immagini dunque un Ospedale con 8 reparti, di cui 6 aperti e 2
chiusi.
Come si svolge la sorveglianza nei reparti aperti? E come è possibile ottenerla
se il personale addetto non è aumentato in seguito all’apertura del reparto?
Attraverso la lenta azione di responsabilizzazione di tutti i componenti la
comunità: i malati hanno cioè una vita protetta da loro stessi, dagli
infermieri, dai medici e non più dalle strutture ospedaliere che garantiscono
un limite di sicurezza.
L’infermiere viene dunque coinvolto in un’azione terapeutica che non ha più
nulla della vecchia azione custodialistica. Ed è in questo suo nuovo ruolo che
si trova in crisi, poiché vive costantemente con il malato in un rapporto che
non sa come impostare. In una situazione tendenzialmente comunitaria
l’infermiere non può più ritenersi un custode, perché il paziente deve
essere responsabilizzato; deve avere con lui un rapporto terapeutico, ma in
effetti non è un terapeuta; non si può pretendere che sia amico del malato
perché, in realtà, compie un lavoro ed un rapporto di amicizia non potrebbe
che essere casuale e comunque fonte di nuovi stati di tensione. È quindi
comprensibile come chi entri in crisi per primo in una nuova organizzazione
psichiatrica, sia proprio l’infermiere che non riesce a trovare una mansione
precisa, dal momento che gli viene richiesto che sia essenzialmente terapeutica.
Si tratta dunque di un ruolo difficile a definirsi perché richiede – più che
un’azione specifica che si possa apprendere – una partecipazione personale e
la comprensione di ciò che è il malato mentale: un uomo che deve essere
aiutato ad affrontare la realtà in tutte le sue contraddizioni.
Quello che risulta mutato nella nuova situazione dell’infermiere sono dunque
le motivazioni al suo mestiere. Quali motivazioni aveva un tempo? Lavorare in un
Ospedale Psichiatrico rappresentava una certa sicurezza per il futuro; ci si
garantiva uno stipendio fisso e la pensione. Qualche volta si parlava anche di
"missione" nei confronti del malato, ma la motivazione restava
soprattutto il fatto che si trattava, e si tratta tuttora, di un mestiere
sicuro.
Ora, nel momento in cui l’Ospedale muta faccia, muta logicamente anche la
motivazione dell’infermiere poiché l’impegno che gli viene richiesto – e
senza il quale l’organizzazione ospedaliera non può reggersi – è un
impegno totale a tutti i livelli che comprendono pulizia, sorveglianza e
terapia. Il ruolo del medico è, in un certo senso, più facile perché più
definito: ma un’organizzazione psichiatrica che tende a reggersi
comunitariamente non può permettersi di avere al suo interno elementi che si
pongano con il malato in un rapporto autoritario o paternalistico, quando è
questo tipo di rapporto che si prefigge di distruggere. Altrimenti la nuova
struttura risulterebbe già minata all’interno.
L’Ospedale di Colorno dalla fine della guerra ad oggi ha dovuto esser
ricostruito e migliorato nelle sue vecchie strutture. In una parola, ha dovuto
ancora affrontare bisogni inderogabili, ma elementari che non sono però valsi a
metterlo al passo dei tempi, a cambiarne il volto.(2).
Vediamo con piacere che finalmente ci si comincia a muovere attivamente in una
direzione giusta, che affronta problemi più elevati, essenziali per
qualificarne l’attività. In una direzione, come tanto opportunamente ha fatto
notare il Presidente, che tende ad inserire appieno l’istituto nel contesto di
una più civile convivenza secondo il nuovo corso della politica sanitaria del
Paese, quale vediamo maturare solo in questi ultimissimi anni, anche se si
tratta di far fronte ad esigenze rilevate e manifeste da parecchi decenni.
Perciò ho ascoltato ora con molto interesse il Prof. Urbani, l’unico
interlocutore sinora di questa interessante serata, e mi compiaccio anche con
lui per il contributo dialettico recato alla discussione, oltre che per la
sincerità delle sue parole.
Ma, per la verità, ho avvertito un brivido quando ho sentito un accenno,
peraltro cauto e poi notevolmente dimensionato, alla possibilità di valutare le
idee ed i fatti così appassionatamente esposti dal Relatore come una
sperimentazione tuttora in atto. Perché mi direte? Perché ormai abbiamo
esperienza del significato e dell’effetto di queste parole che in pratica
risultano più pericolose e preclusive di un giudizio negativo.
Quando nelle nostre cose ci mettiamo coraggiosamente in cammino su di una nuova
strada, il maggior pericolo, per noi e per gli altri, è che questo nuovo
cammino venga indicato come sperimentale, come semplicemente sperimentale, e non
come una via di evoluzione e di progresso.
Istintivamente mi vennero allora in mente per associazione di idee, e ve lo dico
proprio per stimolare anche da parte dei meno informati una partecipazione più
attiva a questa nostra serata, mi vennero allora in mente, dicevo, le troppe
dotte dissertazioni che abbiamo ascoltato, ed il Prof. Vetere mi è buon
testimone, quando si discusse se era giunto il momento di fare – sia chiaro
che sto parlando di tutt’altra cosa, ma è un esempio istruttivo – la
vaccinazione antipoliomielitica con i vaccini viventi e attenuati di Sabin.
Abbiamo sentito allora eminenti personalità che affermavano, convinti, che tale
trattamento immunitario, già in atto in quasi tutto il mondo, era ancora
"sperimentale", meritava ancora una più lunga sperimentazione.
E così noi abbiamo cominciato la vaccinazione con il Sabin soltanto in quel
nuovo corso della politica sanitaria del Paese cui accennavo prima, cioè
soltanto nella primavera del 1964, quando invece si sarebbe potuta iniziare
almeno 2-3 anni prima con sufficienti garanzie e si sarebbero risparmiate
parecchie migliaia di casi di poliomielite paralitica. Il che significa che si
sarebbero evitate sofferenze umane, familiari e sociali, sacrifici di denaro
pubblico e privato, a parte l’incommensurabile onere morale e materiale di
quella schiera di minorati che sono stati colpiti dalla malattia proprio negli
anni in cui la vaccinazione si poteva pur fare, evitando dolori e dispendi.
Nel nostro caso conosciamo bene, con i pochi vantaggi, i più frequenti pericoli
e danni dell’assistenza psichiatrica attuale per molti soggetti, anche quando
viene erogata nel migliore dei modi: il progressivo isolamento dalla realtà
ambientale, il rigido condizionamento alle persone ed alle cose, l’inevitabile
involuzione intellettuale ed affettiva, ed infine il traguardo
dell’istituzionalizzazione, con tutte le conseguenze che ne derivano. Contro
tutto ciò lotta volenterosamente la "Comunità terapeutica" di
Gorizia, il che è lodevole senza riserva alcuna.
Possiamo renderci anche conto delle difficoltà, delle comprensibili reazioni
che si accompagnano all’apprendere nuovi modi di trattamento, specie se questi
attivizzano e responsabilizzano personale e funzioni, incrinando una situazione
di relativa sicurezza ormai consolidata nel tempo. Ma non possiamo, per questo,
rassegnarci passivamente a continuare oggi ciò che si faceva cinquant’anni
fa.
Ecco perché mi sono rassicurato continuando ad ascoltare il Prof. Urbani, il
quale evidentemente, ponendo alcuni interrogativi, non nasconde nei suoi quesiti
la simpatia, l’apprezzamento, la sua speranza per gli sforzi che oggi vengono
compiuti dal Prof. Basaglia per riportare il malato di mente alla maggiore
utilità fisica, mentale e sociale di cui è capace, attraverso un lavoro di
gruppo del quale lo stesso malato è partecipe, anzi protagonista.
Il panorama generale dell’assistenza psichiatrica italiana resta ancora
purtroppo, tranne lodevoli eccezioni, quello della tradizione, ed oggi con le
mutate esigenze e con le conoscenze che si sono acquisite è una situazione che
non soddisfa nessuno dal lato umano e medico-sociale. E ciò rappresenta un
motivo di grande rammarico se si tien conto degli ingentissimi oneri finanziari,
e poco remunerativi, dell’esistente rete ospedaliera e dalle grandi risorse di
intelletto e di passione personale e professionale della maggioranza degli
psichiatri italiani, ai quali spesso non mancano – come non mancano a Parma
– la comprensione degli amministratori della cosa pubblica e le necessarie
collaborazioni.
Concludo: da questo palco sono stati diretti ad un uditorio numeroso ed attento
alcuni messaggi. Sono stati ricevuti? Vorrei quindi incoraggiare, non dico tutti
i presenti perché sarebbe troppo, ma almeno una parte di essi a porre delle
domande senza malinteso pudore. Nessuno di noi certo si meraviglierebbe se
qualcuno non avesse pienamente compreso un determinato argomento, se dissentisse
da qualcosa che si è detto o se ponesse una problematica magari personale.
Mi rivolgo specialmente alle infermiere ed agli infermieri presenti per dir
questo: effettivamente questo nuovo modo di vedere le cose pone in crisi il
ruolo tradizionale degli infermieri-custodi. Il nostro Relatore ha anzi
precisato che da oggi, prima di andare a fare l’infermiere, bisognerà
pensarci parecchie volte, perché non sarà facile com’è stato sinora,
praticamente passando dall’inerzia all’attività.
Ma io non penso che una siffatta crisi sarà male accetta, almeno riferendomi a
quello che ho visto in parecchi istituti. Posso affermare infatti per cognizione
diretta d’aver quasi sempre constatato nel personale infermieristico più
intelligente ed umano la sofferenza di dover fare quasi i carcerieri, di dover
restare passivamente a guardare il corso degli eventi, senza riuscire a trovare
od a collaborare per una via di uscita. Affermo perciò che se crisi c’è, è
crisi evolutiva e quindi favorevole: quando nel proprio lavoro si individua una
finalità precisa, si può trovare la soddisfazione dei risultati conseguibili;
ed in tal senso penso che debba esser molto più appagato il lavoratore
partecipe di obbiettivi elevati, di quanto non sia facendo nulla o facendo il
cosiddetto servizio di attesa, vivacizzata soltanto da eventi drammatici o, come
tante volte accade, tragici.
È un argomento che si potrebbe dibattere, e mi rendo anche conto che quando si
ascoltano delle cose, come le abbiamo ascoltate dal Prof. Basaglia, dette così
bene, ciascuno si sente in difficoltà nel prendere la parola, specie se non è
abituato. Ma bisogna pur vincerla questa sensazione. Sarà utile per tutti
scambiarci le nostre idee e le nostre esperienze.
Non esiste infatti particolare che possa essere sottovalutato quando si
affrontano problemi come questo, che presenta aspetti molteplici –
scientifici, organizzativi, comportamentali – ognuno dei quali meriterebbe
adeguato approfondimento. Ma se un problema è difficile, perciò appunto merita
di essere studiato e risolto alla luce delle nostre conoscenze. Ed al riguardo
dobbiamo ricordarci, secondo l’insegnamento e le parole di un grande
rivoluzionario della medicina, il Pasteur, che non esistono scienze applicate,
ma che esiste la Scienza e le sue possibili applicazioni.
BASAGLIA
Vorrei
rispondere all’intervento del prof. Siggia sul ruolo degli infermieri.
Non ho detto che l’infermiere di un ospedale tradizionale sia contento della
sua situazione, ma finché l’Ospedale è quello che è, la sua mansione resta
precisa e l’infermiere sa quello che ci si aspetta da lui. Non nego la
frustrazione che può vivere nel dover seguire il malato passivamente quando
potrebbe seguirlo in maniera attiva; però a questa situazione è abituato,
com’è abituato a conoscere i limiti del suo ruolo. Perciò dico che
l’infermiere, in nuovo tipo di organizzazione ospedaliera, entra in crisi e
spero sia chiaro che non intendo mettere in colpa l’infermiere di ospedale
tradizionale rispetto all’infermiere di quella che può essere la nuova
organizzazione psichiatrica. È la situazione che gli impone un dato
comportamento, così com’è la nuova situazione che ne imporrà uno diverso.
Attualmente una delle preoccupazioni dell’infermiere potrebbe essere quella
dei pericoli che può correre in una organizzazione del genere, una volta che
sia uscito dall’ideologia custodialistica: cioè la preoccupazione delle
responsabilità che la legge gli accolla. Questo è un problema che ha – in
fondo – trattenuto finora lo stesso psichiatra dall’agire nel suo campo e
non si può certo incolpare l’infermiere di essersi mantenuto in una posizione
passiva. Potremmo però affermare che è in arrivo una nuova legge che sancirà
e codificherà queste nuove impostazioni ma che l’importante è – in questo
momento – prepararsi ad essa. Se si autorizzerà l’apertura degli Ospedali
non si potrà aprirne le porte da un giorno all’altro. Sarà necessario che si
sia formato all’interno dell’Ospedale un tessuto protettivo di natura
diversa ed è un tale tessuto che è possibile incominciare a costruire, fin
d’ora.
Si va, naturalmente, incontro a dei rischi, ma sono rischi che – nel nostro
ruolo di sanitari – dobbiamo correre, come li corre ad esempio il chirurgo. Ed
è giusto che si debba in qualche modo rispondere delle nostre azioni alla
società che, rappresentata dalla Procura della Repubblica, agisce come un
controllo del nostro lavoro dove, altrimenti, non avremmo limiti, né
responsabilità. Per questo la posizione dello psichiatra risulta ambigua, con
una faccia rivolta verso l’esterno ed una verso l’interno perché, per
quanto si possa liberalizzare l’ospedale, c’è sempre una legge da
rispettare e cui rendere conto del nostro operato.
Questo è il nostro rischio, rischio che siamo perfettamente coscienti di
correre, riconoscendolo come parte del nostro lavoro.
Sig. BRUNO
POPOLI – Infermiere dell’Ospedale Psichiatrico di Colorno
Il discorso
che Lei ha fatto io credo che il corpo infermieristico, sia femminile che
maschile, lo abbia capito ed in un certo senso apprezzato, però Lei deve
convenire che è completamente nuovo per noi.
Non voglio ripetere la parola esperimento, ma Lei si renderà conto che non è
facile porre delle domande. Noi – parlo a nome di tutti, forse qualcuno non
sarà d’accordo, ma nella maggioranza penso di si – siamo disposti a dare
tutto il nostro appoggio a questo che può essere un ottimo sforzo per risolvere
questo grosso problema che tutti sentiamo.
Lei non ce ne deve volere se io vengo in un certo senso a scusare un po’
tutti, io compreso; non ce ne deve volere per due motivi: un po’ perché non
ci sentiamo all’altezza di competere con delle teste della sua levatura e un
po’ perché appunto il problema per noi è veramente, completamente nuovo.
Signori, non so se ho interpretato la vostra idea; in ogni modo credo di non
esserne molto lontano.
BASAGLIA
Non so
davvero come ringraziare per le espressioni così umane che sono state
indirizzate al nostro gruppo. Noi stiamo solo cercando di trovare, nel vivo, un
modo di affrontare il problema della psichiatria istituzionale ed è molto
imbarazzante trovarsi in una situazione dove sembra siamo gli innovatori della
psichiatria.
Questo è proprio il nostro pericolo: di essere cioè soli su questa strada,
dove potrebbe essere facile trovare consensi che, anziché aiutarci ad allargare
il campo in cui si agisce coinvolgendo tutti quanti si interessano a questo tipo
di problemi, ci porterebbe ad isolarci sempre più, rendendo sterile ed inutile
la nostra azione.
RIGHI
Dopo le
parole conclusive del nostro infermiere vorrei provare io che, per essere un
incompetente nel campo psichiatrico, sarò scusato se dirò delle inesattezze.
Vorrei portare un parallelo a spiegazione di quanto è stato detto a proposito
del ruolo dell’infermiere in una organizzazione psichiatrica di nuovo tipo
come quella proposta. Un parallelo che naturalmente va accettato con le dovute
cautele e sottintendendo evidentemente le grandi differenze che possono esistere
fra i due elementi del parallelo. Mi riferisco ad un campo professionale mio ed
in particolare all’esperienza che viene compiuta dalle maestre d’asilo.
Scelgo questo settore perché il bambino al di sotto di una certa età, ancora
non ha sviluppato in sé il meccanismo delle inibizioni, in altri termini non è
in grado di controllare il proprio temperamento fondamentale e quindi è
soggetto a dimostrare in modo apertissimo le caratteristiche della sua natura.
In questo ambiente la Maestra d’asilo viene effettivamente ad integrarsi nel
gruppo dei bambini, ma viene ad integrarsi in un modo tuttaffatto particolare.
È in parte una di loro pur senza essere amica di nessuno: è una specie di
ancoraggio per il bambino, ancoraggio di carattere emotivo che è indispensabile
alla vita associativa del piccolo gruppo di questi giovanissimi. Si fa partecipe
delle loro emozioni, si interessa dei loro problemi, capisce uno ad uno e si
adegua ai vari temperamenti che ha davanti; accoglie e sollecita l’uno,
reprime l’altro, scherza, sorride, si fa seria. È una meccanica molto
complessa per la quale occorre certamente una buona dotazione professionale. Io
non so se attraverso questa spiegazione si possa arrivare, almeno in parte, a
configurare quale debba essere il ruolo dell’infermiere in una comunità di
gruppo quale quella illustrata.
Io non ho letto evidentemente né Clark né gli altri psichiatri che sono stati
qui nominati; di questo mi rammarico perché sarebbe bene poter leggere di
tutto: quindi non ho competenza al riguardo. Chiedo solo al Prof. Basaglia se
questo parallelo per quanto imperfetto che io ho portato, possa in un certo
senso arrivare a chiarire, almeno in parte, quello che può essere il ruolo di
un infermiere in un’organizzazione psichiatrica quale quella configurata qui
questa sera.
BASAGLIA
L’intervento
del dott. Righi mi sembra abbia colto l’aspetto più importante della
questione, rimettendo in discussione per poterlo meglio definire, il ruolo
dell’infermiere nella Comunità Terapeutica.
Vorrei sottolineare che, in quella che potrà essere la nuova organizzazione
psichiatrica, la motivazione al lavoro cambia perché cambia l’ammalato; muta
cioè la figura di colui cui l’infermiere è preposto. Se, infatti, in una
organizzazione tradizionale si affida all’infermiere un malato in quanto
pericoloso a sé, agli altri e di pubblico scandalo, è su questa pericolosità
che l’infermiere imposta la sua azione la quale non potrà svolgersi che ad un
livello custodialistico, dato che quanto gli viene richiesto è di proteggere il
malato da se stesso e, nel contempo, tutelare gli altri dai suoi eccessi.
Solo nel momento in cui il malato – al di là della sua presunta pericolosità,
- viene considerato come un uomo da curare, alla stessa stregua di qualsiasi
altro malato – nasce l’esigenza che l’infermiere, come tutti i componenti
l’organizzazione ospedaliera, muti atteggiamento nei suoi confronti,
riconoscendo al malato di mente, ricoverato nei nostri istituti, un ruolo attivo
che non ha mai potuto coprire: quello di essere partecipe della propria e
dell’altrui guarigione, attraverso il controllo e la contestazione reciproca
che sono la base della vita comunitaria.
RIGHI
Ha chiesto di
intervenire un Consigliere della Provincia di Reggio Emilia, abbiamo addirittura
una manifestazione interprovinciale.
M° BRUNO
BERNAZZOLI – Consigliere alla Provincia di Reggio Emilia
Avrei
anch’io da rivolgere una domanda. Sono stato attratto a Colorno per sentire
questa conferenza, ma devo dire la verità: ho letto la notizia sul giornale e
non mi sembrava che il tema si limitasse unicamente al problema dell’interno,
cioè all’Ospedale soltanto, senza alcun riferimento ai momenti preventivi e
ai momenti postospedalieri. Comunque, mi inserisco e preciso che noi abbiamo una
esperienza di tipo tutto diverso; quando si pensi che si ha un Istituto con
oltre 2200 posti letto, si dovrà convenire che la riforma diventa quanto mai
difficile.
Io, leggendo l’art. 42 del nuovo, almeno quello che dovrebbe essere il nuovo
disegno di legge che il Ministro della Sanità dovrà presentare al Consiglio
dei Ministri, non vedo la dizione infermiere. "Ogni Ospedale Psichiatrico
deve avere un direttore psichiatrico ecc. Quando la divisione supera gli 80
posti letto il numero degli assistenti non deve essere inferiore a due.
L’Ospedale inoltre deve avere il personale per l’assistenza sanitaria
specialistica e sociale". Ora, mi pare che questo articolo preveda proprio
un ospedale di tipo nuovo e quindi il discorso si aggancia benissimo con quanto
diceva il Presidente della Provincia, con le risposte stesse che ha dato il
Professore, cioè praticamente è un ammalato nuovo che veniamo ad avere; ma ci
vuole anche un’assistenza nuova. È un problema anche quello della
preparazione del personale che entra negli Ospedali.
Non so come si faccia qui a Colorno, se ci siano iniziative di aggiornamento;
quello che a me interessa soprattutto è nell’esperienza che Ella ha vissuto e
che vive, se ci siano corsi di aggiornamento oppure se si richieda per
l’assunzione del personale infermieristico una particolare preparazione quale
la scuola che in questo senso è ancora sprovvista tanto che anche per quanto
riguarda l’insegnamento nelle scuole elementari si propone addirittura il
biennio universitario. Quindi anche per gli infermieri non so quale tipo di
istruzione occorra per arrivare a quei rapporti comunitari, a quei rapporti
nuovi che il nuovo ospedale configura.
Sig.na GUAZZI LINDA . Infermiera dell’Ospedale Psichiatrico di Colorno
Professor
Basaglia, in questi 5 anni nel Suo Ospedale sono aumentate le dimissioni?
BASAGLIA
Rispondo
prima alla domanda del consigliere su quanto riguarda la preparazione del
personale. A parte i corsi di qualificazione che vengono svolti all’interno
dell’Ospedale, quello su cui si basa l’opera di coinvolgimento generale,
sono le riunioni con gli infermieri di ogni reparto. Ogni medico organizza
riunioni settimanali con gli infermieri del proprio reparto, oltre alla riunione
plenaria giornaliera e a quelle quasi giornaliere fra degenti ed infermieri di
ogni reparto. Lo scopo di queste riunioni è di coinvolgere allo stesso livello
malati, infermieri e medici che – in questo continuo dialetizzare le dinamiche
interne - si trovano a partecipare di una situazione nella quale ognuno ha una
parte attiva ed essenziale. Nella Comunità Terapeutica si tenderebbe dunque ad
inventare ogni giorno una situazione nuova (prima ancora che la precedente si
cristallizzi) in modo che il malato non possa abbandonarsi all’apatia, al
disinteresse, al rifiuto di sé e dei rapporti con gli altri, ma sia anzi
stimolato a prendere, in qualche modo, parte ad una vita comunitaria dove né
l’infermiere, né il medico possano adagiarsi supinamente su regole ormai
codificate. Questo, naturalmente, è ciò cui si tende, riconoscendo che
nell’abitudine, nel lavoro routinario che non richiede alcuna partecipazione
personale, sta il pericolo di una nuova istituzionalizzazione della vita
ospedaliera.
Per quanto riguarda le dimissioni, cinque anni fa c’erano a Gorizia 627
ricoverati. Oggi oscillano fra i 540-550. Gli ingressi corrispondono più o meno
alle uscite; ma non credo che questa sia una prerogativa della situazione
comunitaria, dato che – con l’immissione dei farmaci – la situazione si
rivela, credo, analoga in tutti gli Ospedali.
Tuttavia il numero delle dimissioni non è l’aspetto principale del problema:
l’importante è il nuovo clima che si crea nell’Ospedale, clima il quale
determina il modo in cui i malati vivono l’esperienza del ricovero che, a sua
volta, influisce sul modo in cui i dimessi riaffrontano la realtà esterna.
La scoperta dei farmaci ha facilitato la creazione di un clima terapeutico nelle
istituzioni ospedaliere. L’approccio del medico con l’ammalato risulta molto
più veloce e dà la possibilità di una risoluzione della fase acuta. Per
quanto riguarda l’aspetto biologico della malattia, la situazione si presenta
uguale dovunque. La Comunità Terapeutica non raggiunge, in questo senso,
risultati particolari, ma risulta invece determinante il clima che crea, clima
che facilita il riaprirsi del malato alla socialità da cui era stato o si era
escluso.
L’infermiera Guazzi ringrazia.
Prof.
CARLO VETERE – Funzionario del Ministero della Sanità
Vorrei
innanzitutto rispondere all’intervento del consigliere della Provincia di
Reggio Emilia.
Il consigliere sa che si tratta di uno schema di legge che lascia volutamente da
parte la sistemazione giuridica sul piano nazionale, demandando il trattamento
economico e tutti gli altri particolari alla successiva regolamentazione.
Il personale infermieristico viene citato in questo schema di legge quando si
parla dei centri di igiene mentale, allora si dettaglia, all’art. 5:
psichiatra, psicologo, assistenti sociali, assistenti sanitarie, personale
infermieristico e ausiliario. Il consigliere sa benissimo qual è la situazione
attuale, e qual è anche la situazione del personale infermieristico in genere
in Italia.
Vorrei ora accennare ad una difficoltà che si è incontrata anche in questa
riunione: una difficoltà semantica, cioè difficoltà di linguaggio. Ora
guardate, io non sono psichiatra e ce l’ho un po’ con gli psichiatri perché
penso che certe volte usino delle parole di gergo creando una specie di
barriera. In effetti non vi è alcuna intenzione di stabilire una incomprensione
perché le parole hanno un loro significato e quando lo psichiatra parla di
"cosiddetta filosofia" ha dietro di sé tutto un discorso importante,
essenziale. Pertanto è chiaro che quando si lavora in un campo psichiatrico e
quando si vuole instaurare un nuovo tipo di rapporto di lavoro, il personale
infermieristico deve essere in grado di comprendere un poco questa terminologia
e ricevere, quindi, una istruzione adeguata.
Quando si discute di Comunità Terapeutica, non si considera soltanto il campo
dell’Ospedale Psichiatrico per malati ma il concetto può estendersi a tutti
gli ospedali, e praticamente, a tutti i centri di vita associata.
Un primo esempio, è quello degli ospedali per cronici. In alcuni ospedali
psichiatrici inglesi per cronici, ad esempio, nei quali naturalmente fino a
15-20 anni fa la prima sensazione che si aveva entrando era quella del puzzo,
dello sfacelo completo, instaurando un nuovo tipo di rapporti basato
praticamente sul dare anche ai vecchi più deficienti, allettati da tempo, un
ruolo preciso, una certa responsabilità, si è riusciti a far sì che gli
ammalati cominciassero gradatamente ad autocontrollarsi, ad avere una certa
sensazione di essere qualcuno, di non essere semplicemente una persona lasciata
nel letto. Questo cosa comporta? Comporta naturalmente maggiore lavoro, e
soprattutto un maggiore collegamento, una migliore organizzazione del tempo. Non
è affatto difficile. Una prima cosa che vi posso dire è questa: io dubito che
il Collega della Prefettura possa essere d’accordo nell’inviarvi in massa a
Gorizia; però io come Ministero, come rappresentante del Ministero della Sanità
posso assicurarVi che nei nostri programmi di divulgazione sarà senz’altro
effettuato un documentario, sarà studiata la ripresa di filmine su quanto si fa
presso l’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, in modo che non soltanto voi ma
anche i colleghi di tutti gli ospedali psichiatrici italiani, possiate
visualizzare, vedere praticamente con degli esempi cosa si può fare, come si può
organizzare questa famosa Comunità Terapeutica che a voi adesso appare così,
come qualche cosa di bello che si fa, cui bisogna battere le mani, ma che per
noi è molto difficile a realizzarsi. Questo volevo dire da un punto di vista
generale. Per tornare poi al problema del personale infermieristico è chiaro,
che il personale infermieristico, sia con la nuova legge ospedaliera, che con
l’adeguamento alle norme del Mercato Comune dovrà essere un personale
infermieristico professionale e quindi un personale che dovrà aver fatto 8 anni
di scuola d’obbligo, come sempre, più tre anni almeno, perché probabilmente
sarà portata a tre anni la durata delle scuole per infermieri professionali.
Quasi certamente nella nuova sistemazione delle scuole infermieristiche sarà
meglio definita la specializzazione psichiatrica; è assolutamente
indispensabile avere delle assistenti sanitarie psichiatriche. È direi
essenziale avere delle assistenti sociali con una preparazione psichiatrica. Di
assistenti sociali in Italia ce ne sono abbastanza ne abbiamo dalle 8 alle 10
mila. Di assistenti sociali psichiatriche però ce ne sono dalle 180 alle 200
negli ospedali psichiatrici, più o meno ben preparate. Se sono ben preparate,
possono costituire nei riguardi del personale infermieristico, un punto
essenziale di sviluppo.
È chiaro che l’Amministrazione sanitaria non si propone di gettar via o di
mettere da parte, in attesa che vada in pensione, quella massa di infermieri che
si è fatta le ossa e che ha il titolo di infermiere professionale perché non
ha le prime tre classi di scuola media.
Si propone invece la loro preparazione attraverso un sistema nuovo, più attivo,
di addestramento; si propone quello che si dice un addestramento in servizio,
non fatto attraverso i soliti corsi di aggiornamento più o meno accademici, ma
realizzato con corsi pratici, fatti con materiale audiovisivo standard, con la
proposizione e la discussione concreta di casi. C’è un reparto così, vediamo
questo reparto come è organizzato, quali sono i difetti in questo reparto,
applichiamo noi stessi la terapia di gruppo, cioè cominciamo a discutere in
gruppo noi stessi, comprendiamo noi stessi quella che si dice la dinamica di
gruppo. Lavoro di gruppo vuol significare il superamento dell’individualismo,
e dell’accademismo. Dalla discussione di tutti vengono fuori certe volte tante
idee, importantissime ed essenziali: la persona che vuole fare qualche cosa può
recare un suggerimento immediato e concreto non soltanto una valutazione
psicologica.
In questo senso, noi igienisti vediamo più il problema concreto, immediato, il
suggerimento che deriva dalla discussione e che potrebbe dar luogo a
provvedimenti, a trasformazioni, a realizzazioni.
La realizzazione di quello che ha detto il vostro Medico Provinciale, richiede
una politica sanitaria che solo da qualche anno in Italia si fa veramente. E la
si fa non per sperimentare qualcosa di nuovo, perché ormai queste sono cose
scritte e riscritte, la si fa con una volontà precisa perché finalmente alcuni
problemi che fino a non molti anni fa erano presenti solo ad una ristretta
cerchia di persone – e mi viene in mente, al riguardo, quando 17-18 anni fa il
Prof. Siggia si trovava in Sicilia e già si batteva con la Lega Siciliana di
Igiene Mentale – sono ormai di fronte all’opinione pubblica.
Politica sanitaria cosa vuol dire? Vuol dire non limitarsi a fare dei discorsi,
ma cercare di lavorare quotidianamente, di influire, e di promuovere
incessantemente nuove iniziative.
L’Amministrazione non viene più considerata come qualcosa che deve cercare di
mettere le toppe a sinistra e a destra e distribuire un po’ di contributi
passivamente da scopo più o meno assistenziale. L’Amministrazione viene ormai
considerata come qualche cosa che, senza mania centralizzatrice, ha la
possibilità di coordinare, di promuovere di portare gli esempi come quello di
Gorizia a conoscenza di tutti gli altri Enti locali, di dare dei suggerimenti
concreti e pratici. L’Amministrazione è quell’organo, quell’entità che
con una certa continuità cerca di orientare tutto l’insieme del vario
groviglio di istituzioni esistenti nel nostro Paese verso un fine ultimo, quello
della tutela della salute pubblica.
E molto brevemente io vorrei a questo punto accennare a quelli che sono i
presupposti della legge di riforma ospedaliera. Certamente non è una legge
rivoluzionaria, badate bene, vi sono delle leggi recenti di altri Paesi che
forse sono ancor più impegnative. Tuttavia per quanto riguarda la lotta che
c’è stata nel nostro Paese dall’immediato dopoguerra, certamente è qualche
cosa di importante. Innanzitutto perché pone in primo piano la profilassi delle
malattie mentali rispetto alla terapia; inoltre perché prevede finalmente il
ricovero volontario; terzo, infine, perché abolisce l’iscrizione nel
casellario giudiziario. A questo punto è sorta una grossa polemica tuttora in
corso ed è bene che l’opinione pubblica ne sia informata. Presumibilmente la
proposta verrà presentata in due versioni:
Questa
questione sarà pertanto oggetto di contesa, sarà oggetto di discussione. Sarà
facile l’obiezione di fondo che parte dai titoli dei giornali "Malato di
mente è scappato, ha ammazzato, ha fatto una strage" per insistere
sull’opportunità di un controllo con registrazione.
Nessuno può biasimare anche la persona colta la quale ancora considera il
malato di mente come qualcosa da isolarsi; infatti nessuno gli ha mai detto in
contrario, avrà magari potuto leggere qualche libro di psicologia, ma
praticamente non avrà potuto acquisire attraverso i mezzi di formazione di
massa un diverso orientamento. Come nessuno, prima, gli aveva detto che
bisognava vaccinarsi contro la poliomelite, e quindi il cittadino non poteva
essere incolpato quando non portava i propri figli ai Centri di vaccinazione,
che pure erano già aperti prima della campagna di Sabin.
Le leggi, d’altra parte non sono mai perfette devono essere prima ben
considerate, discusse e magari riviste. Tanto per farvi un esempio, in
Inghilterra si sta ridiscutendo sull’opportunità o meno di aumentare il
numero dei reparti aperti ospedalieri psichiatrici in seguito a determinati
inconvenienti che si sono verificati.
Quindi non esiste una legge permanente, la situazione è in continua
trasformazione. Esiste una sola cosa che si può e si deve delineare ed a cui
tutti noi possiamo collaborare: la volontà di fare qualcosa, di fare qualcosa
bene, con coerenza e nel quadro di una politica generale.
Sig. MARIO
TOMMASINI – Assessore all’O.P.P. di Colorno
È già
trascorso oltre un anno dal momento in cui il ministro Mariotti presentava il
"libro bianco" sulle condizioni degli Ospedali Psichiatrici in Italia.
Questo libro è non solo un atto di ribellione alle incurie verso l’assistenza
psichiatrica, ma è un richiamo drammatico allo Stato e alla società per
risolvere questo gravissimo problema.
Noi comunisti non ci siamo limitati a leggere il "libro bianco" e ad
attendere dall’alto la soluzione del problema. Nella Amministrazione
Provinciale che governiamo abbiamo dato un contributo qualificato e deciso al
fine di aprire un vasto dibattito sia nel Consiglio Provinciale che fra
l’opinione pubblica e non soltanto per un atto di meritata simpatia verso il
Ministro, che con la sua denuncia ha riproposto al Governo e al Paese la piaga
del malato mentale, ma per essere presenti e attraverso l’azione imprimere una
svolta decisiva in questo importante e delicato settore.
Ed il dibattito c’è stato, serio ed appassionato, ed ha impegnato tutto il
Consiglio Provinciale con il consenso unanime di tutte le forze politiche,
cosicché l’opinione pubblica, mediante un discorso aperto e senza
preconcetti, ha preso conoscenza di come veramente i ricoverati vivono negli
Ospedali Psichiatrici.
Si è suscitata una generale attesa della riforma psichiatrica. E siccome da
cosa nasce cosa noi amministratori siamo stati sollecitati ad intervenire con
urgenza nell’ambito del nostro Istituto.
Abbiamo recepito questa volontà e con impegno politico-amministrativo abbiamo
fatto del rinnovamento dell’O.P. una scelta prioritaria nel nostro lavoro,
traducendola con atti concreti nel bilancio della Amministrazione Provinciale
che registra maggiori impegni e spese a favore dell’assistenza psichiatrica.
Impegni che devono valere anche per l’avvenire.
Nel corso di due anni abbiamo pressoché raddoppiato i fondi per il settore onde
avere soprattutto più medici, un maggior numero di infermieri: infatti 6 medici
più il direttore sono un collettivo sanitario insufficiente che disonora una
Amministrazione Provinciale, perché priva mille ricoverati dell’assistenza e
delle cure necessarie con conseguente aumento e prolungamento delle loro
sofferenze.
Non è nel nostro costume e nelle nostre tradizioni di uomini che vogliono
soddisfare ogni giusta esigenza popolare, restare fermi ad osservare e a
studiare queste situazioni di anormalità tanto politica, quanto sociale e
umana.
Parma, come ormai quasi tutte le Provincie che hanno Ospedali psichiatrici, non
può più tollerare di condurre il proprio impegno verso gli ammalati di mente
negli angusti limiti della custodia e per giunta fermandosi
all’amministrazione di un vetusto ospedale, quale è quello di Colorno.
Si tratta di un edificio che ricovera circa mille ammalati mentre ne potrebbe
ospitare al massimo 350. Queste due cifre non hanno bisogno di commenti, poiché
ognuno può chiaramente immaginare come potranno vivere ed essere curati in un
simile ambiente uomini e donne che prima ancora delle medicine hanno bisogno di
aria, di pulizia e naturalmente di un ambiente tranquillo e sereno che dia
l’impressione della normalità. L’Istituto di Colorno come si presenta oggi
deprime una persona non ammalata…
Voglio ricordarvi che esiste un vecchi proverbio popolare che dice: "voce
di popolo, voce di Dio". Orbene tutti coloro che hanno visto e visitato il
nostro Istituto Psichiatrico ed altri, sentono un moto di sdegno, di avversione
e di ira.
Sentiamo tutti ormai la necessità impellente di fare di più e di meglio, di
cambiare le strutture, e poiché questo non è sufficiente, di cambiare la
"impostazione" e la "direzione". È indispensabile mutare
rotta. È questo un dovere avvertito dai medici e dagli infermieri e ancora
prima dall’opinione pubblica e dagli stessi ammalati. La
"distruzione" del grande ospedale è uno dei primi importanti passi al
fine di ottenere una struttura adeguata alle nuove terapie che vengono avanti.
Questa è la nostra scelta.
Ecco perché, mentre lavoriamo per adeguare degnamente l’O.P. di Colorno a
dimora per 350/400 ammalati, stiamo costruendo un moderno "reparto"
che ospiterà ammalati non clinicamente obbligati al ricovero nell’O.P. e
tuttora purtroppo ricoverati. Inoltre stiamo lavorando per costruire a Parma un
piccolo ospedale "di giorno e di notte" con moderni ed efficienti
laboratori, capace di ospitare 100 ammalati di giorno e 50 di notte. In zona
collinare della nostra Provincia, sarà prossimamente edificato un reparto
"psicogeriatrico" destinato al ricovero di 150 vecchi attualmente in
parte ospiti di Colorno ed in parte di Sospirio.
Ed ancora, come diceva il Presidente, vi è la formale promessa dei ministri
competenti di finanziare con appositi contributi la costruzione del nuovo
Ospedale Psichiatrico.
Dopo la denuncia giustamente fatta sulle tristi condizioni degli ammalati
mentali in Italia, si impongono atti concreti per i quali esiste una situazione
obiettiva favorevole, perché ormai coloro che credono nel rinnovamento
costituiscono la grande maggioranza mentre coloro che temono il nuovo e restano
ancorati a vecchie concezioni, anche se potenti, sono una minoranza.
E questi atti concreti vanno compiuti con maggior impegno politico ed iniziativa
nei confronti delle autorità di tutela centrale e periferica. È intollerabile
che nella direttiva del "blocco della spesa pubblica", direttiva
errata in generale, si comprendano addirittura i risparmi nelle spese che le
Amministrazioni prevedono per il funzionamento degli Ospedali Psichiatrici. Con
i tagli indiscriminati dei bilanci, attuati con incompetenza ed insensibilità
burocratica, si fa pagare agli ammalati la precaria situazione finanziaria degli
Enti locali causata dalla mancanza di una riforma generale dello Stato.
Gli ammalati sono mal curati e quando ci si muove al fine di intervenire
adeguatamente l’Autorità Tutoria, invece di tutelare il diritto di questi
sfortunati cittadini a curarsi ed a guarire, fa un ragionamento economicistico,
impugna le "forbici" e taglia.
Non ci si chiede nemmeno quanto costano alla società cittadini che potrebbero
essere produttivi e sono invece, se abbandonati, a carico della collettività
per tutta la vita.
A volte purtroppo anche nel piano dei costi non si guarda più in là del
proprio naso. A Parma la Commissione di Vigilanza Sanitaria della quale fa parte
anche un rappresentante della prefettura un anno fa, è venuta in visita
ufficiale al nostro Ospedale Psichiatrico per avere con un sopralluogo
un’immagine diretta del medesimo e valutarne così lo stato. La visita mise in
evidenza le profonde e vaste carenze da noi già denunciate. La Commissione ci
inviava un documento con il quale richiamava l’attenzione
dell’Amministrazione sulla assoluta necessità di assumere infermieri e
medici.
Orbene la stessa prefettura quando riprende le sue funzioni di rappresentante
del governo tutore della finanza degli Enti locali, ignora completamente il
documento e annulla le assunzioni degli infermieri. E dopo essersi dimenticata
per dei mesi una nostra deliberazione relativa all’assunzione di quattro
medici, invece di approvarla, la invia a Roma, come se a Roma, soltanto a Roma e
non a Parma, si fosse in grado di conoscere se i medici sono necessari
all’Ospedale Psichiatrico di Colorno.
L’Amministrazione Provinciale non assume medici per sperperare pubblico
denaro, ma per curare gli ammalati, e questa realtà non ha bisogno della
ratifica dei Ministeri.
La Clinica Medica ha elaborato una tabella dietetica il cui rispetto impone una
spesa di vitto prevista nell’ammontare di L. 125.000.000 ma l’Autorità
Tutoria, per la quale evidentemente sono molto importanti i quattrini, ha
tagliato 15 milioni, mentre già la prima esperienza dimostra che i 125.000.000
sono una previsione per difetto.
Con i provvidenziali interventi dell’Autorità Tutoria, che obbedisce a ordini
dall’alto, saremo quindi costretti a mantenere un vitto insufficiente ai
ricoverati.
Noi amministratori abbiamo così imparato che i funzionari di Prefettura sono
competenti a preparare tabelle dietetiche al posto delle Cliniche Mediche
Universitarie.
Seguendo le indicazioni dei sanitari, sono stati stanziati 30.000.000 per i
medicinali. Per la Prefettura L. 30.000.000 di medicine per gli ammalati sono un
lusso, uno sperpero da evitare e per non compromettere l’economia della
Provincia si tagliano L. 7.000.000 e si riduce la spesa a L. 23.000.000. Anche
in fatto di medicinali sono quindi più competenti i funzionari di prefettura
dei medici.
Inoltre vengono "bocciate" n. 5 borse di studio istituite per portare
a lavorare nell’Istituto altrettanti giovani medici. Così a Colorno anche nel
’67 dovremo continuare ad avere soltanto 6 medici per 1.000 ricoverati.
Noi respingiamo questi ingiusti e non sufficientemente ponderati attacchi
all’economia degli Enti locali e dai medesimi ricaviamo più forza per
batterci per una moderna riforma psichiatrica.
Abbiamo ritenuto fare questa conferenza e dalla numerosa partecipazione si
denota come è seguito questo problema. Recentemente abbiamo avuto il piacere di
visitare l’O.P. di Gorizia che, grazie alla capacità, allo spirito di
sacrificio e prima di tutto al coraggio del suo direttore il Prof. Basaglia e
dei suoi collaboratori, rappresenta una vera e propria rivoluzione di quelle che
sono sempre state e sono tuttora le impostazioni che regolano la vita degli
ammalati mentali degli ospedali psichiatrici.
A Gorizia, l’ammalato, già dal suo ingresso in ospedale non viene spogliato
da tutte le sue cose: abiti, fede nuziale e ogni altro oggetto di sua proprietà
ed altri ricordi che non sono soltanto ricordi, ma che rappresentano il legame
con la vita trascorsa.
A Gorizia non ci sono più gli ammalati legati al letto di contenzione per brevi
o lunghi periodi; calvario questo che invece in altri posti può durare per
lunghi anni. Sembra incredibile ma è vero: a Gorizia ormai da anni non si lega
più un solo ammalato, ma anzi si sono completamente aperti interi reparti, in
un rapporto umano, non di tolleranza o di compatimento, ma di totale parità con
tutta la comunità ospedaliera.
Il dibattito appassionato che ha visto impegnato tutto il Consiglio provinciale,
dalla sinistra alla destra e che ha trovato il consenso unanime di tutte le
forze politiche, ha dato senz’altro un contributo notevole alla presa di
coscienza, da parte dell’opinione pubblica, di quale è veramente la
situazione in un discorso aperto, senza preconcetti. Anche a Colorno dobbiamo
seguire questo esempio.
Quest’anno, per la prima volta nella storia dell’Ospedale Psichiatrico di
Colorno, ripeto, per la prima volta, abbiamo avuto una forte diminuzione nelle
presenze di ricoverati e ciò deve essere considerato motivo di soddisfazione.
Credo siano 50 presenze in meno. Questo è avvenuto senza dubbio per i
miglioramenti, senz’altro ancor troppo modesti, apportati e per il maggior
impegno a creare un rapporto nuovo dei sanitari e degli infermieri, i quali,
sono convinto, hanno fornito un contributo per queste uscite, dalle quali deriva
uno stimolo per condurre a termine con più forte impegno l’opera appena
iniziata.
Il Prof. Vetere, rappresentante del Ministero della Sanità, giustamente citava
la stampa e noi dobbiamo insistere e chiedere alla stampa di sostenere le scelte
e le responsabilità che i sanitari si assumono. La stampa non deve avere
solamente una funzione critica, ma deve essere anche di appoggio e di stimolo
affinché si vada avanti: a Parma ed in Italia.
Giustamente il prof. Basaglia diceva: "noi dobbiamo augurarci questo
appoggio, non solamente per noi, non tanto per Basaglia o per quella équipe che
è là a Gorizia, ma per tutti, per tutti coloro che sono appassionati a queste
cose, e ancor più per coloro che sono ammalati, noi non vogliamo rimanere soli,
non dobbiamo essere soli".
Io penso che l’operato dell’Amministrazione provinciale sia una prova
concreta e tangibile dell’appoggio che noi intendiamo dare a queste
iniziative. Noi operiamo con il mandato che ci dà il popolo di Parma e siamo
consapevoli che si tratta di un mandato autorevole ad agire con decisione nella
direzione giusta. Noi siamo quindi qui per appoggiare tutte le proposte più
avanzate non solo sul terreno della discussione ma anche su quello della
applicazione pratica; siamo qui per esprimere tutta la solidarietà a coloro che
vogliono andare avanti e per assumerci tutte le nostre responsabilità politiche
ed amministrative.
Mi rendo conto che le responsabilità maggiori sono quelle che si assumono i
medici, però se a loro noi diciamo in modo chiaro e preciso quale è la
direzione delle nostre scelte, penso che essi avranno più coraggio e si
impegneranno con ancor maggior convinzione nelle nuove idee che si vanno
prospettando.
Siamo qui a Colorno dove abbiamo il nostro Ospedale, ebbene, incominciamo;
apriamolo subito questo discorso, e manteniamolo aperto. Quello di questa sera
dovrebbe essere l’inizio di uno scambio di idee più vasto, più aperto.
Continuiamolo questo discorso, apriamolo a tutto il nostro personale, facciamo
partecipe la stampa, l’opinione pubblica, tutti i Consiglieri provinciali e
chiunque altro voglia rendersi conto della realtà del nostro Ospedale. Io sarò
ben contento che tutti vengano a prendere visione diretta di che cosa è un
Ospedale Psichiatrico. Sono convinto che se questo discorso che oggi apriamo a
Colorno avrà domani un seguito appassionato, ed una attenzione responsabile da
parte di tutti, le nostre aspettative non potranno non essere coronate da
successo.
Noi partiamo
con due punti fermi che sono allo stesso tempo già due risultati:
Non abbiamo
quindi che da andare avanti. I sanitari e gli infermieri sappiano che avranno
tutto il nostro appoggio.
RIGHI
Se non c’è
nessun intervento… anche perché il Prof. Vetere e il Prof. Basaglia devono
partire per le rispettive sedi di Roma e di Gorizia senza pernottare a Parma,
chiuderei questo primo incontro.
Il mio ringraziamento a questi colleghi che si sono sobbarcati centinaia di
chilometri di strada per venire qui. E poiché è difficile che avvengano spesso
incontri diciamo quasi plenari tra l’amministrazione e i dipendenti colgo
l’occasione per ringraziare il corpo sanitario, gli infermieri per l’opera
che svolgono nell’Ospedale Psichiatrico, sappiamo benissimo, in condizioni che
non sono certo l’ottimo. Siamo perfettamente coscienti delle carenze che
esistono all’Ospedale Psichiatrico e se potessimo risolverle entro domani, lo
faremmo molto volentieri.
L’Assessore Tommasini vi ha esposto qual è il programma e la convinzione
dell’Amministrazione Provinciale; è una convinzione che scaturisce dalla
certezza che anche in questo campo la buona volontà degli uomini conta molto.
Soprattutto la coesione e l’unità di intenti fra l’Amministrazione e coloro
che sono preposti, dai medici agli infermieri, alla conduzione dell’ospedale.
Se questo nostro Convegno di stasera deve essere una apertura, io mi auguro che
altre volte noi ci vediamo al fine di poter meglio chiarire tutto ciò che è
alla base dell’assistenza ospedaliera psichiatrica in Provincia di Parma.
*
Estratti dal volume "Che cos’è la psichiatria?"
Edito a cura dell’Amministrazione Provinciale di Parma
Conferenza sul tema “La libertà comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale” e dibattito con interventi di: Giuseppe Righi, Marcello Urbani, Salvatore Siggia, Bruno Popoli, Mario Tommasini, Bruno Bernazzoli, Carlo Vetere.