Franco
Basaglia, Giovanna Gallio
1976
LA
CHIUSURA DELL'OSPEDALE PSICHIATRICO (*)
Parecchi
anni sono trascorsi da quando "l’Istituzione negata", condensando i
risultati di un lavoro decennale nell’O.P. di Gorizia, apriva ufficialmente in
Italia la crisi della psichiatria come "Istituzione " e come
"Sapere.
In
un medesimo atto di denuncia, vennero allora coinvolti, nella loro reciproche
connessioni, da un lato lo "spazio concreto" dell’internamento del
"malato di mente" – sequestro e custodia, fondati sulla necessità
della tutela -; dall’altro la funzione di un sapere astratto, ritagliato nella
teoria medica, intimamente dissociato, fin dalle sue origini, quanto alle sue
finalità non-mediche.
La
dissociazione profonda, costitutiva della psichiatria, cronicamente risospinta
verso raggiustamenti interni della "Istituzione" o del
"Sapere", non era viceversa spiegabile se non si coinvolgeva
nell’analisi e nella denuncia, la società, sia come organizzazione statuale,
sia come norme e valori dominanti, sia come società divisa in classi.
È
noto come la tematica goriziana, innestata sulla crisi delle istituzioni e sulle
lotte studentesche e operaie del ‘68/69, si arricchisse di implicazioni, in
riferimento ai processi di esclusione – emarginazione – controllo, al
superamento di un’analisi sociologico-descrittiva delle "istituzioni
totali".
Il
mandato sociale del tecnico, ai differenti livelli dell’organizzazione
istituzionale, venne allora identificato in un atto di sequestro di problemi e
di conflitti sociali: sua funzione l’esercizio di un controllo-codificazione
"scientifica" separata-occultamento della natura politica delle
domande che gli erano rivolte.
Piena
indicazione sui processi a venire, la pratica anti–istuzionale goriziana
rimaneva pertanto forzatamente rinchiusa dentro le mura: ciò che produsse, in
quella prima fase, fu la trasformazione del manicomio, in uno spazio umanizzato
e liberalizzato.
Tuttavia,
proprio questo processo di umanizzazione, svelò a Gorizia, insieme a un nuovo
ordine di necessità e di ostacoli, l’assurdità di un’istituzione, nata con
l’esplicita delega del sequestro concentrazionario e della "tutela"
di individui, espulsi, in quanto "irresponsabili".
A partire dai risultati dell’esperienza goriziana,
la pratica avviata cinque anni fa nell’O.P. di Trieste, è andata
esplicitamente nella direzione non di "umanizzare", ma di
"distruggere" il manicomio.
Si è trattato dunque di un processo del tutto nuovo,
in cui gli ostacoli, affrontati giorno per giorno, non concernevano più solo le
resistenze istituzionali del dentro, ma, insieme a queste, incrociate e
sovrapposte, le resistenze del "fuori", e cioè dell’organizzazione
sociale generale.
L’esperienza
si è dislocata su piani molto più complessi, per i quali si sono dovute
inventare strategie "assistenziali" capaci di mediare
contemporaneamente più fronti di intervento. Obiettivo prioritario diventava la
ricostituzione della singolarità della persona: sottrarla definitivamente al
rapporto di tutela e riportarla, attraverso un percorso a ritroso, nel circuito
degli scambi sociali. Il processo tendenziale, così enunciato, può suonare
ancora una volta equivoco, dacché la psichiatria europea, da molti anni a
questa parte, ha declamato proclami del genere, di reinserimento nel sociale,
attraverso il riapprendimento delle regole, mettendo in atto, per far questo,
nuovi codici e nuove terapeutiche. La differenza che ci separa è lo spessore
delle mura manicomiali. Non si è trattato per noi di liberalizzare
l’istituzione, per riconvertirla a un nuovo progetto "interno",
costellandola, all’esterno, di nuovi servizi assistenziali, selettivi di nuova
utenza, bensì di creare una nuova organizzazione transitoria, capace di
adeguarsi allo scopo che ritenevamo essenziale: spezzare tutte le norme che
regolamentavano la dipendenza dell’internato: ricostruire concretamente la sua
identità di persona giuridica; porre le basi, irreversibili, del suo essere
dentro il corpo sociale. In altre parole, sostituire al rapporto di
"tutela", un rapporto di "contratto".
Le
fasi salienti della storia di questi cinque anni, coincidono con la lotta per
rimuovere ostacoli, interni ed esterni, di ordine economico, giuridico,
ideologico: lotte e processi, nei quali, non senza difficoltà, precarietà, si
è modificato il rapporto tra il tecnico, il politico e l’amministrativo,
nella continua messa in discussione dei punti di separazione delle pratiche e
nella ridefinizione costante dei limiti, delle carenze e dei rischi.
Polarizzabile
nella creazione di nuove figure giuridiche (creazione di una "Cooperativa
dei lavoratori"; figura degli "ospiti"), di nuove istanze
organizzative (presidi territoriali; progetto appartamenti; riutilizzo
padiglioni vuoti per servizi sociali ecc.), e nella valorizzazione di strumenti
di intervento centrati sulla ricomposizione economica della persona
(riattivazione di pensioni, erogazione di sussidi, ricerca posti di lavoro), il
significato nuovo della nostra pratica è consistito, da un lato, in questo
sforzo incessante di riattivazione di scambi reali, di produzione di rapporti
sociali diretti, sempre meno mediati dalla protezione istituzionale, finalizzati
alla dimissione: ripristino di normalità sociale per persone che da anni
subivano l’inerzia della tutela; dall’altro, nella scoperta che, proprio
questo processo di normalizzazione, questo andare a ritroso, depsichiatrizzando,
era il processo più difficile a compiersi, in quanto costruzione di realtà.
Questa
morte della dipendenza personale dell’internato, che lo libera come
"cittadino", attraversa, criticamente, i rapporti che esistono tra
l’organizzazione medica e la legge, gli scarti che dividono gli apparati
dell’organizzazione statuale, le regole che articolano i rapporti sociali, i
processi di valorizzazione costitutivi della persona.
Abbiamo
del resto confermato ancora una volta come siamo artificiosamente immessi in un
ruolo di causalità, dei fattori che non hanno tra loro relazione e connessione
alcuna, se non nel fornire una logica credibile del controllo sociale,
relativamente ad una fascia estesa di persone che la sofferenza espelle dai
processi di produzione–consumo, o che, emarginate di fatto da questi processi
per precarietà e debolezza, ricadono sull’organizzazione
medico–assistenziale.
La
distruzione del manicomio, punto centrale di transizione verso nuove
contraddizioni nel rapporto tra organizzazione medica e organizzazione
sociale–generale, potrebbe significare, finalmente, l’uscita
dell’assistenza psichiatrica dalle sue tradizionali aporie di apparato
giuridico–repressivo, mescolato di intenzioni mediche. Ci si può chiedere
perché questa riconversione medica non possa investire l’ospedale stesso, una
volta depurato di tutte le incrostazioni e reso efficiente. In nessun momento
abbiamo nutrito l’illusione di trasformare lo spazio dell’internamento, in
uno spazio "clinico" o "multidisciplinare", per la
consapevolezza profonda di due ordini di problemi: da un lato la
"malattia" si costituisce nel sociale come processo di sanzioni, di
restrizioni, di scambi, di resistenze accumulate, che rafforzano il germe;
dall’altra l’Ospedale Psichiatrico non è stato mai altro che la sanzione
definitiva dell’esistenza del contagio, il luogo che, con la sua esistenza,
determinava e organizzava la presenza minacciosa dei germi e l’inevitabilità,
a certe condizioni, di andarglieli a depositare.
Per
quanto riaggiornato, umanizzato, medicalizzato, l’Ospedale Psichiatrico,
continuando ad esistere, induce e sanziona anche, relativamente ai bisogni
vecchi e nuovi di assistenza psichiatrica, dei gironi concentrici di contagio,
corrispondenti ad altrettante fasce selettive della domanda: gironi che si
devono praticamente ignorare l’un l’altro, nel rischioso processo di
contaminazione reciproca e di caduta verso il punto più basso, l’ultimo.
Si
sa in anticipo, in questo viaggio pericoloso, chi cadrà ruzzolando verso
l’ultimo gradino.
Partire dall’Ospedale
Psichiatrico con l’ipotesi della sua distruzione, ha costretto tutti gli
operatori, nella messa in atto di dispositivi dentro–fuori, attraverso i
quali, questi due ambiti di esperienza, si stimolassero reciprocamente, nella
modificazione della domanda, con la progressiva modificazione della risposta;
mentre, ciascuno dei due ambiti, imponeva all’altro una serie di limiti.
Così, per esempio, il rischio di "esportare
manicomio" e "manicomialità", è stato uno dei rischi del
processo; ma proprio questo è stato anche uno dei poli fondamentali della
contraddizione, su cui rilanciare costantemente le pratiche: le quali, isolate
per anni, esse stesse, nella gestione del contagio, tenderebbero pericolosamente
a riaffiorare ad una nuova purezza medica, o psicologica, condita di coscienza
socio-politica, e sorretta da una nuova eziologia allargata della "malattia
mentale".
Risultato
importante per noi è che i Centri territoriali, non esorcizzando il livello
talora precario delle loro pratiche, diventano sempre di più dei luoghi di
incontro di ex internati, nuova utenza e di cittadini altri: figure che, se non
hanno d’acchito un comune codice di riconoscimento, scoprono progressivamente
il terreno della loro alleanza sostanziale, nell’emergenza di bisogni e di
oppressioni comuni.
L’altro
fatto importante è che la cosiddetta "gestione", sembra poter uscire
dal significato totalizzante, che ricopriva dentro l’ospedale: l’assunzione
totale della persona, l’amministrazione completa della sua vita.
La
fine della "tutela", l’inizio del "contratto", significano
anche la fine di questi tipi di "gestione", l’avvio della reciprocità
del discorso, la possibilità di opporsi.
Al
di là della gestione, in un’altrove dal manicomio, il nostro essere con chi
esprime disagio – sofferenza – da oppressione, continua ora non più in un
rapporto tutelanti–tutelati, ma per continuare la lotta nei confronti
dell’organizzazione sociale per ciò che consolidi e rafforzi il livello di
potere raggiunto da chi non può più essere e non è già più "testimone
a favore per tortura".
* Testo elaborato nel quadro del Subprogetto Prevenzione Malattie Mentali - C.N.R. - Unità Operativa di Trieste