Franco Rotelli
Direttore
Servizi di Salute Mentale – Trieste
1986
UN PRIMO
BILANCIO
Intervento
alla Conferenza organizzata dal Circolo Culturale
Trieste,
febbraio 1986
Franco
Basaglia ha scritto a suo tempo, poco dopo la legge 180, che questa legge creerà
più contraddizioni di quante ne possa risolvere. Credo che sia questo il punto
che dobbiamo indagare; il senso della 180 come svelamento; il senso della 180
come apertura di un processo. Forse qualcuno si era illuso che la 180 potesse
essere un momento di chiusura di un discorso, un momento di chiusura di una
fase. Forse qualcuno si era illuso che la 180 potesse sciogliere i problemi.
Credo che chiunque abbia lottato per i contenuti – che poi sono stati espressi
nella legge 180 – abbia sempre avuto chiaro che il problema della psichiatria
non era il problema della ricerca di una facile, più umana, più immediata
soluzione. Il problema della psichiatria era prima di tutto il dovere di svelare
qualche cosa. Un premio Nobel della fisica molto famoso in questi tempi, come
epistemologo scrive: "Mi piace dire, in certo qual modo, che nello stato di
equilibrio, la materia è cieca e che essa comincia a vedere nello stato di non
equilibrio". Io credo che questo apologo che viene dalla fisica, dalla
termodinamica, valga anche per la 180. La 180 ha svelato l’abbandono prima
coperto dalla violenza dell’internamento.
Alcuni
dati: Stati Uniti d’America – i dati vengono dal dipartimento del Ministero
del Lavoro e Commercio, degli Stati Uniti d’America – popolazione degli
Stati Uniti: 200 milioni – pazienti psichiatrici visti in istituzioni
pubbliche e private durante l’anno: 1.200.00.
Questa realtà
che non si vuol guardare in faccia.
Due sere fa,
in una trasmissione televisiva, l’intervistatore mi chiedeva quante persone
sono assistite a Trieste nei Centri di Salute Mentale: ho risposto 2.500. il
calcolo rapido, subito percentualizzato, è stato dell’1% della popolazione.
Il sindaco di Trieste ha osservato che gli sembrava troppo; anch’egli vuole
non vedere; ha osservato inoltre che, evidentemente, noi ci occupavamo anche di
cose che non ci riguardavano, che ci occupavamo di emarginazione (!) di problemi
che non erano psichiatrici.
Credo che
questo sia il centro del problema, che il sindaco di Trieste abbia colto
benissimo la questione principale, ma ne abbia dato una lettura rovesciata
rispetto a quella che noi riteniamo una lettura corretta.
Non si vuole
capire l’enormità dei problemi in gioco.
C’è una
parola che viene usata molto spesso e che è stata copiata dalla nostra
esperienza (che è forse la parola chiave di essa): questa parola è "deistituzionalizzazione".
È una parola complessa che è entrata nell’uso e che oggi utilizzano gli
amministratori dei servizi, gli amministratori dell’U.S.L., che oggi
utilizzano in molti nella crisi dello stato assistenziale. Nel significato che
essa ha assunto significa la deospedalizzazione; significa cioè, dimettere le
persone dagli ospedali ; significa, in concreto, ridurre la spesa pubblica.
Un dato che
è poco noto: la deospedalizzazione in psichiatria non è un fatto italiano
soltanto. Negli Stati Uniti, Reagan, quando era governatore della California, ha
chiuso un ospedale psichiatrico. Tutta questa politica viene chiamata in
generale "di deistituzionalizzazione" in Europa ed anche negli Stati
Uniti. La parola d’ordine della deistituzionalizzazione che è una parola
d’ordine nostra, una parola d’ordine di coloro che hanno cercato di
trasformare radicalmente l’istituzione psichiatrica, è diventata, nella bocca
del potere, nella bocca degli amministratori, una parola d’ordine
immediatamente tradotta in un suo non vero sinonimo, cioè nella parola
deospedalizzazione: la creazione di un vuoto di apparati e non la loro
riconversione in servizi, servizi frutto di una diversa cultura, e traduttori di
nuove, vere forme di aiuto. Così è accaduto che quello che noi chiedevamo, cioè
una trasformazione radicale dei modi, delle forme, dei tipi di trattamento, dei
tipi di istituzione che gestivano la cosa pubblica sanitaria e sociale, è
diventato esclusivamente un modo per risparmiare. La parola d’ordine della
deistituzionalizzazione è stata abilmente tradotta e rovesciata contro di noi
con la parola d’ordine "deospedalizzare".
Cosa
significa per noi deistituzionalizzare? Credo che dal testo della Franca
Basaglia uscisse abbastanza chiaro cosa significa per noi deistituzionalizzare.
Storicamente la psichiatria si è attribuita un modello culturale, legato alla
giustizia, un modello culturale per cui il malato di mente era un soggetto
pericoloso. Trattandosi di un soggetto pericoloso, questo malato di mente,
doveva essere soprattutto in realtà – lo ammettono tutti, amici e detrattori
della legge 180 – "custodito" e non "curato". Superato
quel modello che era incentrato sulla pericolosità e sulla custodia e che aveva
dato origine al manicomio, ha cominciato a crescere il modello clinico, un
modello "medico". Un modello, cioè, in cui l’oggetto non era più
la pericolosità ma "la malattia". Il malato di mente non era più
tanto "una persona pericolosa da custodire", quanto "un malato da
curare" - si diceva – "un malato come gli altri". Ma questo
modello clinico, questo modello medico, è un modello che ha per oggetto che
cosa? La "malattia"; qualche cosa che stava nel corpo della persona;
qualche cosa che stava all’interno di una persona come oggetto; qualche cosa
che atteneva al biologico; qualche cosa che stava dentro a questo sistema
semplice che è il corpo della persona. Il modello clinico, il modello medico,
il modello che dice "la malattia mentale è una malattia come le
altre", impone questa nuova oggettivazione, questo ritenere che la
sofferenza psichiatrica (che è la follia) attenga al biologico, al corpo, possa
essere indagata come un oggetto, abbia una concatenazione nel suo divenire, di
causa ed effetto, possa essere affrontata in termini semplici, secondo un
paradigma razionalistico di "a problema la sua soluzione"; la
soluzione nel corpo della persona.
Ebbene,
questo modello clinico, così come il modello precedente, il modello centrato
sulla pericolosità, ha dato origine a determinate istituzioni. A partire da
questo approccio culturale, sono cresciuti, si sono edificati, si sono costruiti
apparati culturali, ideologici scientifici, tecnici, economici, istituzionali
(ed istituti veri e propri, ospedali).
Cosa voleva
dire per noi deistituzionalizzazione? Voleva dire rovesciare questo modello
culturale, immaginarsi il rispetto al malato di mente, il rispetto alla persona,
capire cioè che la malattia mentale era un sistema complesso, perché è un
sistema complesso il sistema della "persona"; del divenire
"persona", dell’essere "soggetto"; nulla coma la follia
attiene alla soggettività, l’essere della persona nella sua complessità non
può essere legato al corpo come dato: l’essere della persona nella sua
complessità è qualche cosa che ha a che fare con il materiale, insomma con il
suo essere nel mondo e non più soltanto con l’essere "corpo".
Dallo sguardo
capiamo. Ma lo sguardo non è più sull’oggetto che "sta là"; il
fuoco, la tensione, l’oggetto di questa nuova psichiatria che noi andavamo
proponendo, si spostava più vicino a noi. Si spostava in quel sistema di
relazioni, in quel sistema complesso che fa sì che una persona sia nel mondo,
nella società. L’oggetto diventa quindi non solo il corpo della persona, ma
il corpo sociale, o il legame tra il corpo della persona e il corpo sociale a
cui ognuno di noi appartiene.
Ma se questo
è vero e se questa visione diversa della follia, se questa conoscenza nuova e
solida attorno all’uomo per quello che esso è, è vera, allora le vecchie
istituzioni, le istituzioni fondate su quel vecchio determinato oggetto, la
"pericolosità", o quel nuovo oggetto che è la "malattia",
sono istituzioni da deistituzionalizzare, da modificare profondamente, perché
se l’oggetto cambia, deve cambiare quel corpo di istituzioni che su questo
oggetto si fonda. Se per la malattia andavano bene gli ospedali, se per la
pericolosità andavano bene gli ospedali psichiatrici, per questa
"esistenza malata", che è il nuovo oggetto di conoscenza (e che ci
implica – perché l’esistenza malata dell’altro non può essere un qualche
cosa da cui noi possiamo prendere le distanze dello sguardo neutrale) occorre
creare un sistema culturale, un’organizzazione, un approccio, metodi, luoghi,
in cui fisicamente, istituzionalmente, ci si prende a carico di essa come tale.
E dei valori intersoggettivi che essa richiama in causa.
Questa è la
180! Questi sono i servizi territoriali! Queste sono le nuove istituzioni frutto
della deistituzionalizzazione, cioè dello spostamento di quella grande montagna
che pesava su questo fondamento della "malattia". Allora è
immaginabile tutto il processo, il cambiamento profondo, radicale, sofferto,
difficile, di sgretolamento, di smontaggio di questi apparati che erano
destinati a quel tipo di oggetto, fino alla costruzione di nuovi apparati, molto
più complessi, che sono destinati a rivelare questo nuovo oggetto.
Ebbene la 180
non è applicata perché c’è chi è ancora vincolato al vecchio modello della
pericolosità del malato di mente. C’è chi crede che il concetto debba essere
quello.
La 180 non è
applicata perché al di là di questi, che forse sono ormai la minoranza
nostalgica, c’è ancora una maggioranza notevole la quale ritiene che la
malattia mentale sia una "malattia" come le altre, (così forse anche
il sindaco di Trieste) e quindi cerca e chiede apparati istituzionali riferiti
ancora a quel tipo di ricerca. E c’è una minoranza – ma una minoranza
sostenuta da tante persone e tanti settori della nostra società che ha già
capito il significato complessivo di questo spostamento, una minoranza che
sostiene la vera 180: servizi produttori di socialità, di trasformazione nei
rapporti sociali.
Come, quindi,
stupirsi del fatto che in una società che cerca di mimetizzare, di nascondere
le sue contraddizioni, di stabilire una nuova "governabilità" che non
tenga più conto dei conflitti, la 180 sia messa sotto accusa? Come stupirsi che
la 180 diventi capro espiatorio, qualche cosa contro cui tanti si scagliano da
punti di vista molto diversi, ma tutti unificati dal rifiuto di prendersi carico
della complessità dell’esistenza malata, della complessità della vita dei
nostri territori, delle nostre città? Comprendiamo allora i famigliari che
protestano. Comprendiamo totalmente quelli che in altre città italiane
protestano perché non esistono servizi. Hanno ragione e basta. Comprendiamo
anche quei pochi che qui protestano perché sono angosciati dal malessere dei
loro figli. Non comprendiamo qui politici che strumentalizzando questa angoscia
promettono che la Legge 181 o 182 risolverà il loro problema. Questi politici
non possono essere che o ignoranti o disonesti.
Quindici anni
di lavoro a Trieste, e questo curioso cambiamento di ruolo:
"dall’istituzione negata" – aureo libretto che tutti conoscono –
a questo momento in cui noi dobbiamo dire "l’istituzione affermata",
in cui noi ci troviamo nel curioso ruolo di unici difensori dello Stato, di
fronte a tutti coloro che dicono "la legge non va bene". Questo
curioso ruolo in cui noi cerchiamo disperatamente, quotidianamente,
faticosamente, di applicare, unici, la legge.
Di fronte a
questo nuovo oggetto che noi abbiamo individuato cosa fare? I servizi di cui
alleghiamo i dati alla fine e che abbiamo ora a Trieste. Ma oltre a questo, noi
pensiamo che tutti coloro che hanno assistito in questi anni alle varie forme,
attraverso le quali abbiamo operato, hanno visto le varie cose che abbiamo fatto
anche sulla scena pubblica, che hanno seguito da vicino e da lontano la nostra
esperienza, vedendone lo spazio, traendone intuizioni, avendone delle visioni più
precise o più lontane, tutti costoro potranno – io credo – capire quale è
il senso del nostro lavoro, del modello culturale nuovo che noi proponiamo. Di
fronte al vecchio paradigma medico, al vecchio paradigma della
malattia-guarigione, paradigma fallito in tutto il campo psichiatrico in Europa
e negli Stati Uniti, noi abbiamo proposto un nuovo modo di vedere le cose, che
si fonda non più su questo paradigma malattia-guarigione, ma sul problema di
produrre valore, sostenere il valore delle persone, riprodurle, aiutarle,
curarle, occuparsene, farle vivere, aumentarne la contrattualità sociale,
reimmetterle nella scena sociale. Per far questo occorrono servizi e occorre
partecipazione.
Noi abbiamo
posto un paradigma in cui ci dislocavamo, rispetto alla questione tradizionale
del modello clinico, e su questo insistevamo in tutti i nostri gesti, in tutta
la quotidianità con cui abbiamo cercato di modificare l’apparato
amministrativo, poi abbiamo cercato di modificare l’organizzazione di
servizio, abbiamo coinvolto la città nelle assemblee, feste e nella
spettacolarizzazione, delle nostre azioni. In tutti questi momenti cercavamo di
produrre un modello nuovo che era la necessità della presa in carico da parte
soprattutto dei servizi ma un po’ di tutti della riproduzione sociale della
gente. Non più "guarire" era il nostro obiettivo e non perché
guarire non ci piaccia, ma perché guarire può essere una soluzione detta e mai
fatta. E i manicomi sono là a dimostrare che guarire è una soluzione detta e
mai fatta. Invece c’è la possibilità, ad es. di fronte al vecchio di far sì
che, invece di pensarlo in termini di malattia, anche se ha dei deficit, invece
di pensarlo in termini di una improbabile guarigione del suo essere troppo
vecchio, noi cominciamo a pensare in termini di riproduzione sociale di questo
vecchio. Di fronte al malato, invece di immaginarci un’improbabile guarigione
da non si sa cosa (perché ancora non è chiaro che cosa ciascuno di noi intende
per follia) ci immaginiamo la possibilità di creare valore, di valorizzare
questa persona, di permettere una sua produzione sociale, di permettere una sua
crescita di valore, di lottare contro l’oppressione che subisce, di aiutare
lui e i suoi familiari a sopportare e a trasformare quella sofferenza.
Noi pensiamo
con questo di salvare le "persone"; noi pensiamo che questo sia
l’unico modo di "aver cura di" e pensiamo che sia l’unico modo
moderno di accettare la sfida della complessità che viene dall’aver capito
che il modello biologico, il modello psicologico, il modello sociale, sono
modelli semplici, riduttivi che non ci permettono di darci gli strumenti né
culturali, né pragmatici per affrontare la complessità di quei dati, di quei
numeri che ho detto prima, riferiti agli Stati Uniti.
Se qualcuno
si immagina di affrontare quei dati, quei numeri riferiti agli Stati Uniti, che
possono essere riferiti anche alla nostra città, con delle cliniche edificate
sul modello medico, o con dei manicomi edificati sul modello della pericolosità
e con altri modelli, si faccia avanti, lo faccia. Ma credo che, evidentemente,
si scontrerà rapidamente con la realtà che lo smentirà. E non saremo noi –
i "basagliani" – a smentirlo, ma sarà la realtà a dimostrare
l’inapplicabilità dei vecchi modelli rispetto a qualche cosa che noi invece
intendiamo essere nuovo, ed essere propositivo e non solo per la psichiatria,
non solo nelle tossicodipendenze, negli anziani, negli handicappati, ma come
veramente nuovo per la costruzione di modelli di convivenza civile tra la gente.
Il punto centrale è questo: o noi riusciamo a leggere dietro le ideologie che
la "questione terapeutica" è parte della questione sociale oppure
torneremo all’ideologia medica in senso riduttivo che serve appunto solo a
nascondere la relazione tra sofferenza psichica e questione sociale (micro-macro
sociale).
Vorrei dare spazio al dibattito e, quindi, se ci saranno domande più precise sulla situazione dei servizi a Trieste o sulla 180, sarò felice di rispondere assieme agli altri colleghi che lavorano con me. Ma credo che od onoriamo il senso di questa profonda modificazione culturale che, evidentemente, ha significato anche politico, oppure noi non riusciremo a cogliere la complessità delle contraddizioni che la 180 ha aperto e non riusciremo a cogliere l’importanza di questo processo, di quello che i sociologi chiamano di implementazione cioè di navigazione attraverso il sociale. Perché soltanto così, attraverso questa navigazione attraverso il sociale, soltanto attraverso l’arricchimento reciproco di queste contraddizioni, attraverso la presa in carico di conoscenza di queste contraddizioni, la riforma psichiatrica andrà avanti. Non solo attraverso l’applicazione amministrativa di determinate cose scritte o non scritte della 180, non attraverso un’eventuale 181 che non ci spaventa per nulla se non per la sua demagogia. Perché 181 o 182 i problemi resteranno gli stessi e ci sarà ancora una volta soltanto un modo per cercare di mandarli avanti: riconoscerli, come ce ne sono molti per cercare di mandarli indietro, nascondendoli.