Franco
Rotelli, Direttore Servizi
Psichiatrici di Trieste
Ota De Leonardis, Università di Salerno – Istituto di
Sociologia
Diana Mauri,
Centro Studi e Ricerche sulla Salute Mentale del Friuli Venezia Giulia
1986
DEISTITUZIONALIZZAZIONE,
UN'ALTRA VIA
(La riforma psichiatrica italiana
nel contesto dell’Europa Occidentale e dei "paesi avanzati")
Questo
saggio analizza l’esperienza italiana di deistituzionalizzazione in
psichiatria con la quale è maturata una riforma nota a livello internazionale
perché è l’unica nelle società industriali ad abolire l’internamento
nell’Ospedale Psichiatrico dall’insieme delle prestazioni e agenzie della
salute mentale (1).
Gli autori in primo luogo sottolineano la differenza rispetto ad altre riforme
psichiatriche in Europa e negli Stati Uniti in cui la deistituzionalizzazione è
stata ridotta a deospedalizzazione, e fanno una sintesi critica dei problemi e
fallimenti di quelle riforme.
In
secondo luogo vengono ricostruiti i ben differenti contenuti e metodi della
deistituzionalizzazione italiana laddove questa è stata avviata, a cominciare
dalla critica del paradigma razionalistico problema-soluzione come normalmente
applicato in psichiatria. Gli autori mettono in evidenza che la vera
deistituzionalizzazione in psichiatria è diventata in Italia un processo
sociale complesso che tende a mobilitare come attori i soggetti sociali
coinvolti, che tende a trasformare i rapporti di potere tra i pazienti e le
istituzioni, che tende a produrre strutture della salute mentale che
sostituiscano interamente l’internamento nell’Ospedale Psichiatrico e che
nascono dallo smontaggio e riconversione delle risorse materiali e umane che vi
erano depositate. Per argomentare quest’ultimo punto gli autori si riferiscono
in particolare all’esempio della organizzazione dei Servizi di Salute Mentale
a Trieste.
In
terzo luogo viene esaminata la legge di riforma che è maturata all’interno di
questo processo e le caratteristiche della sua implementazione, per mostrare che
la deistituzionalizzazione, come processo sociale continua attraverso questa
implementazione.
Gli
autori concludono che con questi significati la deistituzionalizzazione non si
esaurisce con la cosiddetta crisi del Welfare e che al contrario essa offre
indicazioni importanti per produrre innovazioni nelle politiche sociale del dopo
Welfare.
Se
l’oggetto osservato è la trasformazione della istituzione psichiatrica è
nostra opinione che il discorso qui presentato abbia anche non marginali
implicazioni riferibili a tutta l’organizzazione sanitaria, soprattutto in
relazione alla crisi di progetto che la contraddistingue in questa fase storica.
Il
presente studio rappresenta solo la prima parte di un lavoro che, in una seconda
sezione, intenderà analizzare il significato del processo di
deistituzionalizzazione a livello dei rapporti interpersonali e l’importanza
della deistituzionalizzazione nell’approccio al mondo psicopatologico
individuale.
La psichiatria riformata in Europa e negli Uniti: la
deistituzionalizzazione diventa deospedalizzazione.
La
grande stagione riformatrice che, in Europa e USA, ha coinvolto e a volte
trasformato in varia misura i sistemi di salute mentale era mossa dall’intento
di rinnovare la capacità terapeutica della psichiatria liberandola dalle sue
funzioni arcaiche di controllo sociale, coazione, segregazione(2).
In questo contesto culturale e politico la deistituzionalizzazione era una
parola d’ordine centrale, utilizzata per molti e differenti scopi:
per i riformatori essa sintetizzava, appunto, questi
obiettivi; per i gruppi di tecnici e politici radicali essa simbolizzava la
prospettiva dell’abolizione di tutte le istituzioni del controllo sociale e si
affiancava alla prospettiva antipsichiatrica; per gli amministratori essa era
soprattutto un programma di razionalizzazione finanziaria e amministrativa,
sinonimo di riduzione dei posti letto ospedalieri e una delle prime operazioni
conseguenti alla crisi fiscale.
Ebbene,
è soprattutto con quest’ultimo significato che la deistituzionalizzazione si
è realizzata. Essa, cioè, è stata praticata come deospedalizzazione, politica
di dimissioni, riduzione più o meno graduale di posti letto (e in qualche, non
frequente caso, chiusura più o meno brusca di ospedali psichiatrici). Tra
l’altro, come è noto, in questa versione la deistituzionalizzazione
sopravvive alla crisi delle politiche di salute mentale che ne avevano fatto una
bandiera, e si rivela coerente con gli orientamenti neoliberali e conservatori
di ridimensionamento del welfare stesso. Invece come bandiera, o
"mito", essa viene imputata ai riformatori e rievocata per liquidare
le volontà di cambiamento di quel periodo, o per alimentare le autocritiche dei
riformatori stessi.
Per
orientare il ragionamento sul significato acquisito dalla
deistituzionalizzazione nelle esperienze avanzate in Italia per il gruppo di
tecnici che più coerentemente ne ha sostenuto l’estrema esigenza, affermiamo
fin d’ora che essa non vi è stata intesa nei termini riduttivi di una
prospettiva "abolizionista" di tipo politico radicale, e non è stata
identificata mai nelle deospedalizzazioni (e questo in particolare nelle sedi
che hanno promosso la riforma del ’78).
Nelle intenzioni tutte le riforme psichiatriche degli
anni ’60 in Europa si proponevano di arrivare a superare gradualmente
l’internamento dei manicomi attraverso la creazione di servizi nella comunità,
la dislocazione dell’intervento terapeutico nel contesto sociale delle
persone, la prevenzione, la riabilitazione, etc.. Questa trasformazione
dell’assetto organizzativo dei sistemi di salute mentale ha rotto il
predominio culturale del modello segregativo classico della psichiatria, in cui
il manicomio costituiva l’unica risposta al disagio psichico. E, in questa
prospettiva, si sono moltiplicate le strutture extra-ospedaliere, mediche e
sociali, che avrebbero dovuto assistere i pazienti dimessi dagli ospedali
psichiatrici e costituire un filtro contro ulteriori ospedalizzazioni.
Ma
quali effetti, voluti e non, ha avuto questo mutamento nei fatti? Che efficacia
ha dimostrato rispetto all’obiettivo di superare l’internamento? Le analisi
sulla psichiatria riformata mettono in evidenza alcuni tratti comuni.
L’internamento psichiatrico continua ad esistere in Europa e negli
USA. In tutti i sistemi di salute mentale nati dalle riforme, malgrado le
intenzioni che le animavano, permangono gli ospedali psichiatrici e le strutture
d’internamento, e hanno un peso tutt’altro che secondario: si calcola che ad
esempio in Europa queste strutture accolgano con vario statuto circa un milione
di persone. La politica di deospedalizzazione si è accompagnata a una riduzione
della durata dei ricoveri e a un aumento complementare delle dimissioni e delle
recidive. In altre parole, gli ospedali psichiatrici sono stati in parte
riorganizzati secondo la logica del revolving door. Allo stesso tempo accanto ad
essi sono entrate in funzione altre strutture di tipo assistenziale o
giudiziario che ricoverano o internano a vario titolo pazienti psichiatrici. La
deistituzionalizzazione, intesa appunto come politica di deospedalizzazione ha
prodotto l’abbandono di quote rilevanti di popolazione psichiatrica e insieme
con ciò anche transistituzionalizzazione (passaggio a case di riposo, ostelli
per anziani, cronicari "non psichiatrici" etc.) e nuove forme (più in
penombra) di internamento (Rose 1979, Warren 1980, Scull 1981, Morrissey 1982).
I servizi territoriali o di comunità affiancano ma non sostituiscono
l’internamento. Anzi semmai, come vedremo, ne confermano la necessità. I
servizi territoriali sono i luoghi in cui si è espressa la rinnovata intenzione
terapeutica della psichiatria, che voleva finalmente liberarsi dalla funzione
impropria della custodia e della coazione. Essi si sono sviluppati accanto
all’ospedale psichiatrico e si sono specializzati secondo la logica di
"un servizio per ogni problema" (Castel et al. 1979, De Leonardis,
Mauri 1980, 1983). Ogni problema, cioè, viene selezionato e assunto in base al
criterio della coerenza, della pertinenza, con i codici di prestazione al
servizio. In genere, in Europa, i servizi psichiatrici hanno utilizzato questa
logica per differenziarsi in tre modelli principali: il modello medico,
che ha il suo luogo istituzionale di elezione nell’ospedale generale, e la sua
prestazione principale nella somministrazione di farmaci; il modello
dell’aiuto sociale, che privilegia le condizioni materiali di vita della
persona e fornisce assistenza sociale; il modello dell’ascolto terapeutico, che privilegia il vissuto soggettivo e fornisce psicoterapie. Questa
suddivisione macroscopica si è concretizzata in una totale compartimentazione e
assenza di rapporti tra questi diversi tipi di servizio che si sono andati
separando gli uni dagli altri e si è articolata in una ulteriore
specializzazione e frammentazione per singoli tipi di prestazione. Questo
sviluppo è particolarmente visibile nel campo delle psicoterapie (Castel,
1981).
Le analisi sociologiche e socio-psichiatriche hanno
insistito sui rischi connessi a questa diffusione e specializzazione dei servizi
psichiatrici nella comunità: psichiatrizzazione dei problemi sociali e
diffusione capillare dei meccanismi di controllo sociale nella comunità (si
pensi al caso estremo delle terapie per i normali). Ma queste preoccupazioni
hanno lasciato in ombra effetti complementari a questi, e cioè effetti di
selezione, di mancata risposta ai problemi e sofferenze delle persone, di
abbandono. Fermiamoci un momento su questo. L’elevato livello di
specializzazione e di affinamento delle tecniche di intervento hanno come
conseguenza un’altrettanta elevata selezione dei pazienti presi in carico. E
cioè i servizi funzionano secondo una logica da agenzia: selezionano i problemi
in base alla propria competenza e per il resto possono dire "non è un
nostro problema". Questo significa, in primo luogo, che i pazienti devono
saper porre le domande coerenti con il tipo di servizio, o devono essere
consenzienti, o almeno devono presentare problemi pertinenti alle prestazioni
offerte. In secondo luogo, l’efficacia delle prestazioni erogate, spesso presa
a motivo dello sforzo di specializzazione professionale degli operatori e dei
servizi, se commisurata e relativizzata in rapporto al gran numero di domande e
problemi che non vengono neanche presi in considerazione si rivela molto
carente. Infine, e per conseguenza, questo modo specialistico e selettivo di
funzionare dei servizi psichiatrici fa sì che le persone vengano smistate,
scaricate, palleggiate tra competenze diverse e in definitiva non prese in
carico e abbandonate a sé stesse. L’abbandono di cui erano accusate le
politiche di deospedalizzazione è una pratica quotidiana, anche se più soft e
inapparente, dei servizi territoriali. Questo abbandono produce nuova cronicità
e alimenta la necessità di luoghi in cui, temporaneamente, scaricare e
internare i pazienti.
Il sistema della salute mentale funziona come un circuito.
Il
circuito è però anche una spirale, è cioè un meccanismo che alimenta i
problemi e li rende cronici. Non per caso il dilemma centrale e drammatico dei
sistemi di salute mentali nati dalle riforme non sono più i vecchi pazienti
cronici dimessi dagli ospedali psichiatrici con la deospedalizzazione, ma sono i
nuovi cronici. Si pensi al caso dei Young Adult Chronic Patients, che affollano
i servizi negli USA essi sono giovani, sono una folla, accumulano problemi
diversi (sociali ed economici, di salute, psicologici), disturbano l’ordine
pubblico, non sono riducibili a categorie diagnostiche definite, circolano tra i
servizi senza mai costruire un rapporto stabile. E naturalmente abitano
periodicamente i luoghi di internamento (Bachrach 1982; Lamb 1982; Pepper &
Ryglewicz 1982).
Essi
dunque rappresentano in modo esemplare ciò che si produce nel funzionamento a
circuito dei nuovi servizi psichiatrici: un numero massiccio e crescente di
cronici, un senso diffuso di impotenza e frustrazione tra gli operatori, il
bisogno di luoghi di internamento che funzionino come valvole di scarico.
Possiamo
dunque concludere queste brevi note riassuntive sui sistemi di salute mentale
nei paesi "avanzati" nati dalle riforme affermando che il bilancio di
questa deistituzionalizzazione non può che essere negativo.
L’intenzione di liberare la psichiatria ( e il suo oggetto) dalla coazione e dalla cronicità che essa produceva per restituirle lo statuto terapeutico si è risolta nella costruzione di un sistema complesso di prestazioni che, riproducendo e moltiplicando la logica solo negativa della deospedalizzazione, selezionano, smistano, non prendono in carico, abbandonano. La nuova cronicità che vi si produce costituisce il segno più macroscopico e drammatico del fallimento di quelle intenzioni. In realtà si può avanzare l’ipotesi che al fondo di questo processo stesse l’esigenza di rilegittimare la psichiatria "liberandola" dal suo rapporto storico con la giustizia e dal suo essere immanente alle politiche di controllo sociale; darle una dignità esclusivamente "terapeutica". È ragionevole ritenere che questo sia un progetto impossibile ma che attraverso queste operazioni si tenti di farlo apparire reale.
Un segno complementare di questo fallimento sta nel fatto che questa forma di deistituzionalizzazione non ha raggiunto lo scopo di superare la necessità della coazione e quindi nei luoghi di internamento. Essi permangono e si confermano come un elemento necessario al funzionamento dell'intero sistema.
2. L’esperienza italiana
Non è semplice spiegare in positivo che cosa è stata ed
è la deistituzionalizzazione nei luoghi che hanno preparato la riforma: si
tratta in definitiva di ricostruire l’intero processo di trasformazione
dell’istituzione psichiatrica che si è dipanato lungo più di vent’anni, ed
ha dato la sua impronta a molteplici dimensioni: dal microcosmo del rapporto
terapeutico (e le concezioni e pratiche della cura), alla dimensione della
costruzione di una nuova politica psichiatrica (e alle concezioni e pratiche
dell’azione politica). Riteniamo importante tentare di identificare le
caratteristiche del processo di deistituzionalizzazione in questi luoghi proprio
perché anche in Italia si corre il rischio (o peggio) di procedere a realizzare
non la deistituzionalizzazione così come vi era intesa, ma in quella versione
di essa che abbiamo schematicamente illustrato nelle pagine che precedono.
2.1
Deistituzionalizzare il paradigma
Dall’osservatorio del manicomio, a
Gorizia negli anni ’60, un gruppo di psichiatri innovatori si rende conto che
la psichiatria, da sempre, non riesce ad adeguare i suoi metodi di lavoro
"ai principi astratti" che governano queste, così come le altre
istituzioni dello stato moderno che si dividono le competenze di interpretazione
e di intervento sui social problems
(in particolare la medicina, la giustizia e l’assistenza che confinano con la
psichiatria). Queste istituzioni funzionano (almeno così si legittimano) in
base a un rapporto codificato tra "definizione e spiegazione del
problema" e "risposta (o soluzione) razionale", tendenzialmente
ottimale(3).
Per chiarire meglio l’azione di questo paradigma razionalistico
problema-soluzione basta riferirsi alla terapia nell’ambito della medicina. La
terapia – intesa non tanto come un rapporto individuale tra medico e paziente
bensì purtroppo come un sistema organizzato di teorie, norme, prestazioni –
è in genere il processo che lega la diagnosi alla prognosi, che conduce dalla
malattia alla guarigione. Essa è insomma un sistema di azioni che interviene su
un problema, dato (la malattia) per perseguirne una soluzione razionale,
tendenzialmente ottimale (la guarigione). Ebbene, malgrado i presupposti
scientifici e i fini terapeutici che essa vorrebbe avere, la psichiatria
costituisce una prima pratica smentita di questo paradigma razionalistico.
Questa smentita si presenta in primo luogo nell’oggetto della competenza
psichiatrica: la malattia mentale. Infatti, dalle sue origini la psichiatria è
condannata a occuparsi di un oggetto, la malattia mentale appunto, che in realtà
è spesso "inconoscibile" e spesso incurabile (Bleuler 1983); malgrado
gli enormi sforzi per dare di essa una spiegazione e definizione razionale
allargando e complessificando il quadro delle cause (con i contributi della
psichiatria sociale e relazionale, le ricerche epidemiologiche, biologiche,
immunologiche, etc.), alla fine della catena causale la malattia mentale resta
largamente indeterminata e indefinita; e ancora, malgrado gli sviluppi delle
terapie di shock della farmacologia, delle psicoterapie, etc., la cronicità
continua ad essere l'oggetto per eccellenza, il problema più macroscopico, il
segno più vistoso della impotenza della psichiatria a perseguire la
soluzione-guarigione (e i manicomi sono l’evidenza concreta di tutto ciò).
La smentita del paradigma razionalistico si
deposita anche nella forma assunta dall’istituzione psichiatrica: il manicomio
infatti si costituisce soprattutto come luogo di scarico e di occultamento di
tutto ciò che, come sofferenza o miseria o disturbo sociale, risulta incoerente
rispetto ai codici di interpretazione e di intervento (di problema-soluzione)
delle istituzioni che confinano con la psichiatria, cioè appunto la medicina,
la giustizia e l’assistenza. E perciò la psichiatria si costituisce di fatto
al confine, al crocevia di queste altre istituzioni, e vi assume il compito di
assorbire al proprio interno tutto ciò che residua dalla logica
problema-soluzione che le governa, e dunque tutti i problemi che vi risultano
incoerenti, insolubili e irriducibili, e ne sono pertanto espulsi. In questo
senso la psichiatria si rivela essere un’istituzione che più che altro
amministra ciò che residua: è cioè un’istituzione, residuale essa stessa,
che detiene rispetto al sistema istituzionale complessivo un potere tanto
vicario quanto insostituibile.
Perciò, la critica al manicomio
sviluppatasi in Italia ne ha fatto un punto di verità non tanto
dell’arretratezza della psichiatria, quanto della sua stessa (e degli apparati
contigui) identità. Un punto di verità che illumina anche il presente.
Infatti, come risulta dal bilancio critico tratteggiato più sopra, la
psichiatria nata dalle riforme ha fallito sia l’obiettivo di superare la
cronicità che l’obiettivo di liberarsi da compiti di coazione e internamento.
Nell’insieme, l’impossibilità di
conoscere il problema e di costruirne una soluzione appare come una tara
costitutiva della psichiatria che, una volta messa a fuoco, getta una luce
critica sul cumularsi di codici diagnostici, apparati organizzativi e
amministrativi, specializzazioni terapeutiche. Tutto ciò appare come una
impalcatura tesa piuttosto a celare e rimuovere quella tara costitutiva e forse
anche, attraverso la separazione del problema non risolto, a mantenere salva
altrove la credibilità del teorema razionalistico problema-soluzione. In altre
parole, gli psichiatri innovatori italiani (a Gorizia negli anni ’60 e poi a
Trieste negli anni ’70 e tuttora) lavorano sull’ipotesi che il male oscuro
della psichiatria stia nell’aver separato un oggetto fittizio, la
"malattia", dalla "esistenza complessiva dei pazienti e dal corpo
della società". Su questa separazione artificiale si è costruito un
insieme di apparati scientifici, legislativi, amministrativi
("l’istituzione", appunto) tutti riferiti alla "malattia".
È questo insieme che occorre smontare (deistituzionalizzare) per riprendere
contatto con quella esistenza dei pazienti, in quanto "esistenza"
malata.
Tuttavia, il carattere radicale di questa
critica del manicomio come punto di verità della psichiatria e del suo ruolo
nel sistema istituzionale non porta gli psichiatri innovatori italiani a
imboccare la scorciatoia dell’anti-psichiatria. Il percorso che a quel punto
viene avviato è più complesso e indiretto: è appunto il percorso della
deistituzionalizzazione. In esso viene tenuto fermo l’obiettivo e il compito
terapeutico (dunque non si fa "politica") e nello stesso tempo viene
utilizzato il potere, residuale ma insostituibile, che la psichiatria ha nel
sistema istituzionale, come potere di trasformazione (e quindi si fa
"politica").
Il primo passo in questa direzione, cioè
il primo passo della deistituzionalizzazione, è stato quello di cominciare a
smontare il rapporto problema-soluzione rinunciando a perseguire quella
soluzione razionale (tendenzialmente ottimale) che nel caso della psichiatria è
la normalità pienamente ristabilita. Questo, come vedremo non significa affatto
che si rinunci a curare(4).
Questo "rinvio" della soluzione
avvia un cambiamento di ottica profondo e duraturo che investe l’insieme delle
azioni e interazioni istituzionali. Non si è più di fronte a un problema dato
rispetto a cui si formulano e si agiscono delle soluzioni; si è bensì
implicati nel confronto con un’impalcatura di risposte scientifiche,
terapeutiche, normative, organizzative che si autolegittimano come soluzioni
razionali definendo, plasmando e riproducendo il problema a propria immagine e
somiglianza. Dal punto di osservazione del manicomio (ma non è così anche per
l’ospedale generale, per molti versi?), risulta evidente che nel rapporto che
lega problema a soluzione è la soluzione che formula il problema nel senso che
è essa a dargli nome e forma. Perciò questo primo passo della
deistituzionalizzazione consiste nel fatto che non si pretende più tanto di
affrontare l’eziologia della malattia (anzi, si rinuncia appunto a ogni
intenzione di spiegazione causale), ci si orienta per contro verso un intervento
pratico che risalga la catena delle determinazioni normative, delle definizioni
scientifiche, delle strutture istituzionali attraverso cui la malattia mentale
– cioè il problema – ha assunto quelle forme di esistenza e di espressione(5).
Perciò, il rinvio della soluzione riorienta complessivamente l’azione
terapeutica come azione di trasformazione istituzionale.
Riprendendo e precisando il titolo di
questo paragrafo, possiamo dunque affermare che la deistituzionalizzazione è un
lavoro pratico di trasformazione che, a cominciare dal manicomio, smonta la
soluzione istituzionale esistente per smontare (e rimontare) il problema.
Concretamente, si trasformano i modi in cui le persone sono curate (o non
curate) per trasformare la loro sofferenza, poiché la terapia non è più
intesa tanto come perseguimento della soluzione-guarigione, bensì come un
insieme complesso, ma anche quotidiano ed elementare, di strategie indirette e
mediate che riguardano il problema in oggetto attraverso il percorso critico sui
modi d’essere della terapia stessa. Cos’è quindi nella fattispecie
"l’istituzione" in questa eccezione? È l’insieme di apparati
scientifici, legislativi, amministrativi, di codici di riferimento e di rapporti
di potere che si strutturano attorno all’oggetto "malattia". Ma se
l’oggetto invece di essere "la malattia" diviene la
esistenza-sofferenza dei "pazienti" e il suo rapporto con il corpo
sociale allora deistituzionalizzazione sarà il processo critico-pratico per il
riorientamento di tutti gli elementi costitutivi dell’istituzione verso questo
ben diverso oggetto.
La rottura del paradigma (fondante queste
istituzioni) è riferibile al passaggio da una ricerca causale alla
ricostruzione di una concatenazione possibilità-probabilità. Si rompe la
rigidità meccanicistica costitutiva del processo di "malattia".
Il processo di deistituzionalizzazione
diviene allora ricostruzione della complessità dell’oggetto. L’enfasi non
è più posto sul processo di "guarigione" ma sul progetto di
"invenzione di salute" e di "riproduzione sociale" del
paziente.
Si allude alla scarsa
"verosimiglianza" della nostra scienza. Se non esiste più un mondo
definito produttivo in cui stare, non esiste più una salute, ma ne esistono
mille. Si tratta di decidere che è possibile riprodursi in mille modi, ma che
questi devono essere praticabili. Si tratta di utilizzare la ricchezza infinita
di ruoli sociali possibili. Ma occorre promuovere attivamente queste possibilità.
Il problema non è la guarigione (la vita
produttiva) ma la produzione di vita, di senso, di socialità, l’utilizzo
delle forme di dissipazione. E per questo la festa, la comunità diffusa, la
riconversione continua delle risorse, istituzionali, e perciò solidarietà,
affettività diverranno momenti e obiettivi centrali nell’economia terapeutica
(che è economia politica) che sta inevitabilmente nel collegamento tra
materialità dello spazio istituzionale e potenzialità delle risorse
soggettive.
Qui, dalla rottura del paradigma clinico si
intuisce il ruolo centrale di servizi moderni, di Welfare vero, come
moltiplicatore istituzionale di energie. E qui si gioca ad un livello non
formale il problema di energia da raccogliere nel processo di implementazione
della Legge 180. Ma di questo più avanti. Restando alla "clinica" la
questione posta dalla deistituzionalizzazione è che non possiamo immaginarci
una psicopatologia e una clinica che non incorporino nell’analisi e poi nella
pratica terapeutica e di trasformazione, le strutture esistenti, gli operatori,
il campo psichiatrico. L’emancipazione terapeutica (che diventa l’obiettivo
sostitutivo della "guarigione") non può più essere (scientemente)
che la messa in campo di azioni e di comportamenti che emancipino la struttura
intera del campo terapeutico.
Questo lavoro di smontaggio dall’interno
soprattutto nel manicomio presenta alcuni aspetti cruciali, che contribuiscono a
mettere meglio a fuoco il significato della deistituzionalizzazione italiana e
le modalità della sua successiva evoluzione.
2.2 La
deistituzionalizzazione mobilita tutti gli attori coinvolti nel sistema di
azione istituzionale
Gli attori principali del processo di
deistituzionalizzazione sono anzitutto i tecnici che lavorano all’interno
dell’istituzione, i quali trasformano l’organizzazione, i rapporti e le
regole del gioco proprio esercitando attivamente il loro ruolo terapeutico di
psichiatri, infermieri, psicologi, etc.. Su questa base, anche i pazienti
diventano attori, e il loro rapporto terapeutico diventa una risorsa di potere
che viene utilizzata anche per richiamare a loro responsabilità e poteri altri
attori istituzionali vicini e lontani: gli amministratori locali responsabili
della salute mentale, i tecnici delle strutture sanitarie locali, i politici,
etc.. In altre parole, i tecnici della salute mentale attivano l’intera rete
delle relazioni che strutturano il sistema di azione istituzionale, e
dinamizzano le competenze, i poteri, gli interessi, le domande sociali, etc. (Crozier,
Friedberg, 1977). Perciò essi fanno anche, indirettamente, politica. Ma appunto
solo indirettamente, e cioè restando legati al loro mestiere che è una risorsa
di potere e una condizione per praticare concretamente gli obiettivi di
cambiamento. Questo è un aspetto importante della deistituzionalizzazione
italiana, che la differenzia dalle altre esperienze nelle quali essa è stata
progettata da politici riformatori, applicata da amministratori, o proclamata
come un obiettivo politico da gruppi e movimenti radicali. In Italia invece essa
si è configurata come un lavoro concreto e quotidiano dei tecnici che ha
prodotto man mano cambiamenti. La nuova politica di salute mentale viene
costruita from the botton up (Thresher,
Dunkley 1982), nel concreto, nel locale e dall’interno dell’istituzione (e
anche la politica è usata come mezzo o come risorsa). Perciò vi si trovano
investiti, coinvolti e mobilitati i soggetti sociali come attori del
cambiamento: i pazienti, la comunità locale, la pubblica opinione, i soggetti
politici istituzionali e non. Questo modo di praticare la
deistituzionalizzazione suscita e moltiplica i rapporti, cioè produce
comunicazione, solidarietà e conflitti, poiché cambiamento delle strutture e
cambiamento dei soggetti e delle loro culture non possono che avvenire insieme (Rotelli,
1981; Melucci, 1982; Balbo, Bianchi, 1982; De Leonardis, 1986)
2.3
L’obiettivo prioritario della deistituzionalizzazione è trasformare i
rapporti di potere tra l’istituzione e i soggetti, i pazienti, in primo luogo
All’inizio, cioè nel lavoro di
smontaggio del manicomio, questa trasformazione è prodotta attraverso gesti
elementari: eliminare i mezzi di contenzione, ripristinare il rapporto del
singolo con il proprio corpo, ricostruirgli il diritto e la capacità di parola,
eliminare la ergoterapia, aprire le porte, produrre rapporti, spazi e oggetti di
interlocuzione, liberare i sentimenti, restituire i diritti civili eliminando la
coazione, le tutele giuridiche e lo statuto di pericolosità, riattivare una
base di reddito per poter accedere agli scambi sociali.
Si tratta di cambiamenti semplici, e del
resto abbastanza noti. Ma li riproponiamo qui per due ragioni. In primo luogo
perché la nostra conoscenza diretta dei luoghi di internamento in Europa oggi
esistenti nella psichiatria riformata, e le nostre analisi sulla normativa che
li regola, ci dimostra che questi cambiamenti sono ancora largamente da
compiere. In secondo luogo perché la semplicità di questi cambiamenti aiuta a
capire come la deistituzionalizzazione sia soprattutto un lavoro terapeutico,
volto a ricostituire le persone, per quanto sofferenti, come soggetti. Forse non
si "risolve" per ora, non si "guarisce" per ora, ma intanto
sicuramente "si cura". Dopo aver rinviato "la
soluzione-guarigione" si è scoperto che curare significa occuparsi qui ed
ora di far che si trasformino i modi di vivere e sentire la sofferenza del
"paziente" e che insieme si trasformi la sua vita concreta e
quotidiana, che alimenta questa sofferenza.
Un’esistenza più ricca di risorse, di
possibilità e di esperienze è anche una esistenza in cambiamento. Certo, la
sofferenza psichica forse non si annulla, ma si comincia a rimuoverne i motivi,
cambiano i modi e il peso in cui questa sofferenza entra nel gioco della vita di
una persona. E altrettanto non si annulla il bisogno di questa persona di essere
aiutata, cioè appunto curata nel senso che si è detto. Ma questo ci ricorda il
valore di questi bisogni e il bisogno di valore.
Questo significa per esempio che non si dà
un lavoro a un paziente psichiatrico come un risultato e un riconoscimento del
fatto che sta meglio (un premio) né come terapia, ma come una condizione
preliminare perché possa stare meglio (un diritto). E lo si aiuta anche a fare
e a vivere questo lavoro. Ce la farà? "Ma non è una prova a cui lo
sottoponiamo, è bensì uno spazio di vita in più in cui lo aiutiamo a vivere.
Semmai è una prova per noi"(6).
Questo, dunque, è un altro aspetto del lavoro terapeutico inteso come prendersi
cura di una persona: esso è svolto in modo tale da evitare di abbandonare il
paziente a sé stesso, in nome di una sua libertà astratta, ma anche in modo
tale da evitare di imporgli degli obiettivi precostituiti. E perciò il lavoro
terapeutico è un percorso dinamico in continua trasformazione, fatto di
tentativi, errori e apprendimenti, nel quale gli obiettivi cambiano lungo il
percorso perché sono modificati dal soggetto in gioco.
Un altro punto occorre sottolineare: che la
trasformazione del rapporto di potere tra i pazienti e l’istituzione è un
processo che interviene su larga scala e dive incidere sul sistema giuridico.
Chi ha condotto le esperienze di deistituzionalizzazione ha sviluppato
un’attenzione "ossessiva" alla progressiva oggettivazione dei nuovi
statuti via via determinati e a farne riconoscere la legittimità prima
amministrative, poi giuridiche, fino alla Legge 180 del 1978. Infatti la
deistituzionalizzazione muta progressivamente lo stato giuridico del paziente
(da paziente coatto a paziente volontario, poi il paziente come
"ospite", poi l’eliminazione dei diversi tipi di tutela giuridica,
poi il ripristino di tutti i diritti civili)(7).
Insomma, il paziente diventa cittadino di pieno diritto e cambia con ciò la
natura del patto con i servizi.
2.4 La
deistituzionalizzazione è un lavoro omeopatico che usa le energie
E
cioè le trasformazioni dell’istituzione vengono prodotte dall’interno,
lavorando con ciò che c’è.
A
cominciare dal manicomio, il lavoro di deistituzionalizzazione usa gli stessi
spazi, le stesse risorse, lo stesso personale, gli stessi pazienti, ma mutando e
decomponendo i sistemi di azione e interazione nei quali ogni elemento è
inserito: una porta fatta per essere chiusa è usata, ma attivamente usata: per
essere aperta. (l’apertura crea problemi, la gestione di questi problemi
modifica la cultura ).
i
nuovo, troviamo qui una differenza fondamentale della deistituzionalizzazione
italiana: essa è basata sull’utilizzo delle risorse e dei problemi interni
alla struttura in decomposizione, per costruire pezzo a pezzo le strutture
nuove, esterne. Esse nascono per "accompagnare" man mano i pazienti
fuori dal manicomio e costruire le "alternative": i servizi
territoriali, la guardia psichiatrica nell’ospedale generale, le cooperative,
le case per i pazienti, i bar e le mense di quartiere, le palestre e i
laboratori teatrali, etc.
Insomma,
le strutture e i modi di lavorare nei quali si concretizza il nuovo sistema
della salute mentale nascono non dall’esterno, accanto e in aggiunta al
manicomio, ma attraverso il riciclaggio, la riconversione e trasformazione
progressiva delle facilities finanziarie, del personale, delle competenze
esistenti, delle mansioni (etc.)(8).
Ed è proprio grazie a questa loro genesi dallo smontaggio del manicomio che
esse riescono ad essere rispetto ad esso interamente sostitutive e a sopprimere
(sostituendosi ad esse) le prassi preesistenti
In
sintesi, il processo di deistituzionalizzazione è caratterizzato da questi tre
aspetti che prendono corpo man mano che il manicomio viene smontato, e che
rappresentano un suo connotato di fondo:
La costruzione di una nuova politica di salute mentale dal basso e
dall’interno delle strutture istituzionali attraverso la mobilitazione e la
partecipazione, anche conflittuale, di tutti gli attori interessati;
La centralità nel lavoro terapeutico dell’obiettivo di arricchire
l’esistenza complessiva dei pazienti, in modo tale che essi, più o meno
malati, siano oggetti attivi e non oggetti nel rapporto con le istituzioni. La
parola d’ordine è: dal manicomio luogo zero degli scambi sociali alla
molteplicità estrema dei rapporti sociali stessi;
La costruzione di strutture esterne che sono totalmente sostitutive
dell’internamento in manicomio proprio perché nascono dall’interno della
sua decomposizione e dall’uso e trasformazione delle risorse materiali e umane
che vi erano depositate.
Questi
tre aspetti della deistituzionalizzazione rappresentano altrettante condizioni
grazie alle quali essa perviene a eliminare l’internamento dall’insieme
delle strutture e competenze psichiatriche. O più precisamente possiamo dire
che attraverso questo percorso la deistituzionalizzazione abolisce
l’internamento liberando la psichiatria e il suo oggetto (e in definitiva la
società) dalla necessità dell’internamento stesso. Essa trasforma i bisogni
dei malati, degli operatori e della comunità cui l’internamento rispondeva,
costruendo risposte interamente sostitutive (9).
2.5 La
deistituzionalizzazione libera dalla necessità dell’internamento costruendo
servizi interamente sostitutivi.
Per
spiegare questo punto usiamo il caso dell’organizzazione dei Servizi di Salute
Mentale di Trieste, l’esperienza italiana più nota a livello internazionale
che ha orientato il processo complessivo della trasformazione istituzionale in
Italia(10).
A Trieste :
questi servizi hanno la responsabilità di rispondere alla totalità dei
bisogni di salute mentale di una data popolazione;
cambiano i modi di amministrare le risorse per la salute mentale;
si moltiplica e si complessifica la professionalità degli operatori.
Nell’insieme l’organizzazione del nuovo sistema di salute mentale si fonda
su una ipotesi chiara: "l’istituzione" risponde più ai propri
bisogni di autoriproduzione che ai bisogni dei clienti, e che
deistituzionalizzare significa invertire questa sua logica di funzionamento.
2.5.
1.I servizi hanno la responsabilità di rispondere alla totalità dei bisogni di
salute mentale di una data popolazione
A
Trieste tra il ’71 e il ’78 l’ospedale psichiatrico è stato
progressivamente svuotato dei 1.200 pazienti (per lo più coatti) che vi erano
internati, completamente riconvertito e ufficialmente abolito nel 1980. Non ci
sono cliniche psichiatriche private, né reparti psichiatrici nell’ospedale
generale, né pazienti psichiatrici trasferiti in cronicari. Al posto di queste
strutture di internamento è cresciuta una gran varietà di servizi e luoghi di
intervento.
a.
I Centri di Salute Mentale.
I Centri di Salute Mentale sono il perno dell’intero sistema della salute
mentale, e coordinano una serie di altre facilities e strutture collaterali che
poi esamineremo. I Centri sono 7 corrispondenti alle 7 zone del decentramento
amministrativo a Trieste (con in media un bacino di utenza di 40 mila abitanti
ciascuno). Essi sono aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e sono quindi in grado
di accogliere le persone in ogni momento del giorno e della notte. I Centri sono
costituiti da villette o appartamenti grandi nei quali la distribuzione dello
spazio e l’arredamento non richiamano nessuna delle immagini note di un
ambulatorio medico o psichiatrico. Hanno cioè tutto l’aspetto di una casa.
Essi hanno alcune camere da letto (una media di 8 letti per Centro) in cui
vengono ospitati (naturalmente non ospedalizzati) i pazienti che hanno bisogno
di essere particolarmente seguiti, o quelli che hanno bisogno di staccarsi per
periodi di tempo variabili dal proprio ambiente di vita. Di solito c’è anche
una cucina e una grande sala da pranzo in cui mangiano assieme operatori,
pazienti, visitatori, gente del quartiere. Altre volte invece vengono utilizzate
trattorie convenzionate del quartiere. Il personale adibito ad ogni Centro è in
media di 3 psichiatri, 28 infermieri e 1 assistente sociale. L’organizzazione
del lavoro nei Centri è poco gerarchizzata e con una bassa divisione del lavoro
tra i diversi ruoli, nel senso che le responsabilità decisionali e i compiti
esecutivi non sono separati tra loro e sono assunti contemporaneamente da più
di un operatore. L’organizzazione del lavoro della non è formalizzata in una
schedula e, a parte una breve riunione giornaliera (cui partecipano anche i
pazienti che ne hanno voglia), il lavoro viene organizzato e distribuito man
mano che le esigenze si presentano. A questa elevata flessibilità
dell’organizzazione del lavoro corrisponde una altrettanto elevata elasticità
e permeabilità nell’uso del Centro e nel rapporto con i pazienti. Il Centro
è sempre aperto e chiunque vi può accedere quando vuole. Non esistono visite
per appuntamento e tanto meno liste di attesa. Perciò i pazienti usano il
Centro anche come luogo di incontro, di socialità e di vita quotidiana. Poiché
non c’è alcun tipo di suddivisione e selezione dell’utenza, nel Centro
convivono figure sociali di tutti i tipi: i vecchi e i nuovi cronici, la
casalinga depressa, il giovane marginale, etc..
Tuttavia, gran parte del lavoro degli
operatori si svolge fuori dal Centro, perché si tende ad andare a trovare i
pazienti a casa, o comunque a farli vivere nella città e tra la gente. Il
lavoro terapeutico usa tutti gli strumenti a disposizione: farmaci, colloqui,
sussidi, occasioni di lavoro, soggiorni di vacanza al mare o in montagna, etc..
Tra l’altro, proprio a questo scopo il Centro ha anche il compito di reperire
risorse attraverso il rapporto con altre strutture istituzionali: ad esempio
ottenere un appartamento per alcuni pazienti dell’ente locale per l’edilizia
pubblica (I.A.C.P.)
b.
La Guardia psichiatrica
nell’ospedale generale. Questa
agenzia è composta di 2 medici stabiliti e 17 infermieri dei Centri a
rotazione.
È stata creata per accogliere i casi di
emergenza che, soprattutto la notte, approdano nell’Ospedale Generale. La sua
funzione è quella di fornire una prima risposta a situazioni di disagio acuto
e, se necessario, di chiamare immediatamente il Centro di Salute Mentale
competente o, se questo non è possibile, di ospitare per una notte. A questo
scopo ha 8 letti ma, come si vede, non funziona come un reparto psichiatrico
ospedaliero.
Inoltre, la Guardia psichiatrica interviene
su richiesta nei reparti dell’ospedale quando qualche degente manifesta stati
di sofferenza psichica (11).
c.
Le strutture e gli spazi
dell’ex ospedale psichiatrico.
Quello che era l’ospedale psichiatrico è diventato un grande parco cittadino
nel quale le vecchie strutture sono state svuotate o adibite a scopi diversi. Ci
sono 20 appartamenti per ex internati, un’unità di riabilitazione per
handicappati molto gravi (11 persone) e una unità per anziani per nulla
autosufficienti (45 persone), il tutto sotto la responsabilità del Centro di
Salute Mentale della zona. Ci sono un asilo nido, una scuola elementare e dei
laboratori dell’Università; ci sono soprattutto una serie di strutture
adibite alle attività dei Centri e delle cooperative: un bar, un laboratorio
teatrale e un laboratorio artistico, di musica, pittura, di ginnastica, di
videoregistrazione, di estetica etc., gli alloggi – con mensa – per i
volontari italiani e stranieri che lavorano nelle diverse strutture (in media i
volontari presenti sono 30-40, per un totale di 200 annuo).
Il dato più significativo di tutte queste
attività, e in particolare dei laboratori, è il fatto che sono utilizzati
congiuntamente da "normali", da pazienti psichiatrici, da
tossicodipendenti (e soprattutto da giovani). Sono esempi concreti di quella
tensione a non compartimentare, e viceversa a moltiplicare gli scambi sociali,
che è essenziale al processo di deistituzionalizzazione.
d.
Le Cooperative.
Le Cooperative promosse e organizzate dai Centri sono la "cooperativa
agricola" (38 membri) con annesso un negozio di vendita dei prodotti. La
Cooperativa "Lavoratori Uniti" (circa 121 partecipanti) che comprende
servizi di pulizia e manutenzione, falegnameria, un coiffeur e i laboratori
artistici, di cucina e teatrale. La Cooperativa "Il Posto delle
fragole" (circa 65 membri) dalla quale dipende un bar, la barca a vela e
una cooperativa di assistenza.
Delle cooperative fanno parte non solo
pazienti psichiatrici ma anche giovani disoccupati, tossicodipendenti, ex
detenuti o detenuti che usufruiscono di misure di semilibertà. Esse
costituiscono una struttura importante di autorganizzazione delle persone, in
cui cresce la loro autonomia e la capacità di aiuto reciproco. Un esempio per
dare un’idea concreta. Nell’ambito delle attività della cooperativa un
gruppo di giovani, fra cui ex detenuti e tossicodipendenti, ha organizzato una
palestra nella quale essi fanno corsi di ginnastica ai bambini della scuola del
quartiere, alle vecchie lungodegenti lobotomizzate, agli operatori dei Centri.
e.
Il Centro per
tossicodipendenti. Questa agenzia
è formata da uno
f.
Il Servizio psichiatrico
territoriale all’interno del carcere.
Questo servizio è formato da due medici e due psicologi dei Centri che in due
giorni della settimana intervengono all’interno del carcere sia a sostegno di
propri pazienti ivi detenuti, sia per seguire detenuti nei quali lo stato di
detenzione ha fatto insorgere disturbi psichici. Questo servizio ha il compito
di migliorare per quanto possibile le condizioni di vita della persona in
carcere, di costituire per lui un punto di riferimento all’esterno, e di
perseguire tutte le possibilità legali per ottenere misure di riduzione della
pena, o alternativa alla pena. Questa agenzia ha avuto anche un ruolo importante
nella costruzione di rapporti di collaborazione tra i Centri e la magistratura
locale. Attraverso questi rapporti i Centri assumono il compito di aiutare i
pazienti nei loro rapporti con la giustizia, e nello stesso tempo rassicurano il
giudice sul fatto che la persona che ha comportamenti disturbanti verrà
adeguatamente seguita e controllata.
Per
questa via sono stati interrotti decisamente gli invii agli Ospedali
Psichiatrici Giudiziari.
Questo
rapido elenco delle facilities e delle attività nelle quali è stato
complessivamente riorganizzato il sistema della salute mentale a Trieste non è
esaustivo ma può dare senz’altro un’idea del modo in cui funziona. Si può
dire, per sintetizzare, che questo modello di servizio è interamente
sostitutivo dell’internamento perché risponde in modo rovesciato, cioè in
positivo alla complessità dei bisogni che il vecchio asylum assorbiva al
proprio interno. Questo modello di servizio – che non per caso è stato
definito "forte" – non seleziona in alcun modo bisogni, domande o
conflitti, ma al contrario elabora strategie dinamiche e individualizzate di
risposta che tentino di salvaguardare e accrescere la ricchezza della vita delle
persone, malate o sane. Questo modello di servizio segue una metodologia lineare
(quanto difficile) da realizzare. Si tratta di negare l’Ospedale Psichiatrico
salvaguardando il diritto di asilo, di negare "la politica di
settore", salvaguardando l’unicità di responsabilità su un territorio
determinato, di negare la Comunità Terapeutica in favore di una comunità
diffusa, di negare il monopolio dei tecnici utilizzandoli al massimo delle loro
potenzialità per attivare le risorse della gente. Questa linea è quel che a
Trieste s’intende concretamente per deistituzionalizzazione.
2.5.
2. Cambiano i modi di amministrare le risorse pubbliche per la salute
mentale.
Come
abbiamo già detto, lo smontaggio del manicomio ha proceduto attraverso la
diversa utilizzazione e la riconversione delle risorse esistenti; le nuove
facilities nascono con lo spostamento materiale del personale, dei pazienti e
dei fondi dall’ospedale alla comunità.
Mutano
dunque la gestione finanziaria e amministrativa delle risorse pubbliche, con
esiti sia di efficacia che di efficienza.
Il
punto di fondo consiste nel fatto che le risorse di cui l’amministrazione
locale dispone non vengono più utilizzate per alimentare una struttura
istituzionale, l’ospedale, che misura i suoi costi essenzialmente sulla retta
per posto-letto, e la loro utilizzazione ottimale sulla massimizzazione dei
posti letto occupati. Al contrario, queste risorse vengono utilizzate per
fornire servizi diretti alle persone. In base ai criteri seguenti:
la mobilità del personale,
nel senso anche fisico che non sono più i pazienti
l’individualizzazione del
servizio, nel senso che la quantità
e la qualità delle
l’aumento delle risorse
gestite direttamente dai pazienti e che più
l’uso produttivo delle
risorse, nel senso che si investe
in misura crescente per finanziare il lavoro di pazienti che svolgono attività
socialmente utili (si danno ad esempio borse di lavoro o si dà un contributo
finanziario alle cooperative);
l’uso crescente di risorse
attivate e organizzate dall’aggregazione e auto-aggregazione dei pazienti e
della comunità; che poi significa
anche promuovere e proteggere le capacità ai auto-aiuto e di autonomia delle
persone.
Questi
criteri sono prioritariamente definiti dall’obiettivo di accrescere
l’efficacia terapeutica. Essa viene valutata in base alla capacità che questo
sistema offre di non selezionare e non escludere, e dunque sulla sua capacità
di evitare e invertire processi di cronicizzazione di questi bisogni (12). L’indicatore più macroscopico per valutare l’efficacia
di questo sistema sta nel fatto che esso non riproduce il bisogno di
internamento (13).
Questo
modo di amministrare le risorse pubbliche ha anche l’effetto indiretto di
razionalizzare la spesa. Vengono ridotti gli sprechi, gli automatismi delle
spese fisse e i costi che assillano tipicamente le organizzazioni burocratiche.
Il nuovo sistema, tutto considerato, non costa di più, e questo è un dato
importante in tempi di riduzione della spesa pubblica (14).
Tuttavia questo è, appunto, un effetto indiretto di un sistema che è orientato
a investire le risorse sulle persone (e possibilmente sempre più risorse),
piuttosto che sulle istituzioni.
2.5.
3. Si accresce e si complessifica la professionalità degli operatori.
Le
caratteristiche dell’organizzazione e del lavoro terapeutico emersi dal
processo di smontaggio del manicomio hanno comportato un arricchimento delle
competenze professionali e degli spazi di autonomia decisionale degli operatori,
e hanno trasformato sia le modalità della formazione professionale che i
criteri per valutarla. La crescita della professionalità non è comunque
un’acquisizione statica, nel senso che dallo smontaggio del manicomio gli
operatori hanno soprattutto "appreso ad apprendere". Dalle
informazioni che abbiamo già dato sull’organizzazione del lavoro a Trieste
risulta evidente che la professionalità si esplica molto meno in termini di
competenze tecniche che specialistiche e codificate, e molto di più come
capacità di scegliere, utilizzare e combinare un arco variegato di modalità e
risorse d’intervento. Vediamo più in dettaglio.
a.
La centralità del lavoro
d’équipe. Il ruolo dell’équipe
non si esprime tanto nelle riunioni periodiche, quanto piuttosto
nell’abitudine a lavorare insieme, e nella collaborazione e confronto
quotidiani tra tutti gli operatori di ogni singolo Centro (e tra i diversi
Centri).
Questo lavoro d’équipe serve a
socializzare le esperienze, ad affrontare insieme i problemi e a vagliare,
condividere o correggere, le decisioni prese da ogni singolo operatore. L’équipe
funziona dunque anche come una sorta di supervisore collettivo.
b.
L’autovalutazione. La
professionalità del singolo operatore non viene valutata separatamente ma
all’interno del lavoro operativo dell’équipe, e integrata nel compito di
autovalutazione che questa svolge (a volte anche lo scatenamento di tensioni e
dinamiche conflittuali). Questa valutazione interna, ovviamente intrecciata al
lavoro, è riferita soprattutto alla capacità di autotrasformazione e
apprendimento, dell’équipe e dei singoli operatori. Ma è l’elevata
contrattualità dell’utente che immette continui elementi di "crisi"
e di critica rispetto all’autovalutazione. Così come via via più
radicalmente presente è la voce critica dei famigliari e dei cittadini.
c.
La formazione.
A parte la base professionale definita dal titolo di studio, la formazione è
anch’essa strettamente ancorata al lavoro operativo nei Centri. A volte
vengono organizzati cicli di seminari su temi specifici (ad es. sui farmaci, o
sul self-help nella crisi del welfare state), ma per lo più la formazione
avviene attraverso l’inserimento dei nuovi operatori e dei volontari dentro il
lavoro quotidiano. Da quest’ultimo, poi, si aprono man mano campi di
intervento che richiedono l’acquisizione di nuove competenze (è il caso ad
es. delle competenze in materia di psichiatria legale e criminologia
sviluppatesi nel campo dei rapporti con il sistema della giustizia penale)(15).
Nell’insieme,
l’accento è posto sull’acquisizione di conoscenze, sia teoriche che
operative, sul modo di funzionare del reticolo istituzionale nel quale le
persone sono inserite. Tali conoscenze sono costituite attraverso un lavoro
quotidiano di analisi critica e di intervento operativo per contrastare gli
effetti di impoverimento, di invalidazione, di labeling, che quel modo di
funzionare produce nella vita delle persone.
d.
Il "case
management". Qui agisce la
peculiarità più di fondo dell’azione di deistituzionalizzazione. Infatti, in
primo luogo, i diversi tipi codificati di "terapia" (medica,
psicologica, psicoterapeutica, psicofarmacologica, sociale, etc.) sono
considerati come momenti anche importanti ma riduttivi e parziali
soprattutto se isolati e codificati. Perciò si tratta di demolire la
compartimentazione tra queste tipologie di intervento. Inoltre, e per
conseguenza, il rapporto terapeutico tende a occuparsi di questioni affettive,
economiche, giuridiche, relazionali, dei livelli di status, della famiglia, del
lavoro, etc., senza scindere queste questioni, senza affidarle a professionalità
separate (v. 3).
Se
si tratta di pensare che "la libertà è terapeutica" ogni atto nella
libertà può essere terapeutico. Se si tratta di deistituzionare la malattia
come esperienza che non è separabile dall’esistenza , si tratta di
valorizzare più che il sintomo (su cui si costruisce l’istituzione)
l’insieme delle risorse positive del servizio e dell’utenza. È intuibile
l’enorme spazio di professionalizzazione che questa pratica tende a
richiedere. Il lavoro terapeutico deve affrontare infatti un campo di azione
complesso.
Se ad es. eliminare la
dimensione affettiva nel rapporto
terapeutico sembra essere un codice per la medicina e per i servizi, qui invece
si valorizza questa dimensione.
Se è prassi consolidata separare dal contesto più allargato la
relazione medico-paziente (il setting), qui si cerca ogni strumento per
contestualizzarla.
Se la presenza di figure non professionali nel campo è vista speso con
sospetto, qui si fa ogni sforzo per immetterle come elementi critici e
deistituzionalizzanti nel servizio.
Se le regole di funzionamento del servizio ordinato sono in genere
auspicate qui vengono invece tendenzialmente viste come un impoverimento
nella possibilità di scambi sociali e terapeutici e, nei limiti del
possibile, criticate e rimosse.
Se i luoghi sanitari sono abitualmente ben separati, qui si cerca ogni
occasione perché siano invece aperti sul quartiere e attraversati dalla gente.
Se il rapporto con "la malattia" è sempre riferito ad un
ospedale, ambulatorio etc. il rapporto di deistituzionalizzazione richiede, il
rapporto con un "territorio".
Qualcosa di cui tutti gli operatori a Trieste sono convinti è infine che
non si deistituzionalizza dividendo gli acuti dai cronici (istituzioni) laddove
il parametro resterebbe la forma "di malattia" costituendo aree di
smistamento (e in tal modo ricostruendo cronicità e rendendo inefficace il
servizio), ma assumendo indivisa la totalità della domanda. Tutto questo è
deistituzionalizzazione, che rappresenta un lavoro complesso per gli operatori e
per gli amministratori ma permette una partecipazione essenziale alle risorse
della comunità e potenzialmente una enorme mobilizzazione di energie.
L’enfasi sulla deistituzionalizzazione è qui collegata a
un progetto anche di natura economica che considera frutto
dell’arretratezza e produttrice di spreco la vecchia (ma generalizzata)
organizzazione delle istituzioni psichiatriche, in quanto si priva delle energie
e delle risorse dell’utenza allargata, e spesso addirittura di questa
deprivazione fa il suo fine.
Da tutto questo si può agevolmente rilevare che
deistituzionalizzazione come intesa a Trieste è esattamente l’opposto di ogni
pratica di abbandono. Oggi tutte le risorse economiche e umane che nel 1971
erano assorbite da un grande Ospedale Psichiatrico sono utilizzate nella comunità
(e dalla comunità).
3) Il lavoro di deistituzionalizzazione è anche legge, ma non si compie con l’approvazione della riforma, ma prosegue con la sua implementazione.
La
riforma psichiatrica (Legge 180) viene votata da tutti i partiti e approvata dal
Parlamento italiano nel maggio 1978. Essa accoglie il processo di
deistituzionalizzazione praticato fino ad allora e sancisce le innovazioni da
esso prodotte: l’eliminazione dell’internamento psichiatrico e la
costruzione di servizi di comunità interamente sostitutivi dell’internamento
stesso. Più in dettaglio, i punti centrali della legge sono i seguenti (Misiti
et al., 1981; Mosher, 1982).
Viene vietata la
costruzione di nuovi Ospedali Psichiatrici e il ricovero di nuovi pazienti
psichiatrici. Vengono date direttive alle amministrazioni regionali perché
stabiliscano i tempi d i un graduale processo di dimissioni dei pazienti
internati negli Ospedali Psichiatrici.
I servizi
territoriali sono responsabili della salute mentale di una data popolazione
e coordinano l’insieme delle strutture necessarie. Tra queste vi possono
essere reparti psichiatrici in Ospedali generali di zona, ma per non più di
15 posti letto.
Vengono aboliti lo statuto di pericolosità sociale del malato mentale, le tutele giuridiche, l’internamento coatto e il trattamento coatto. Il malato mentale è un cittadino a tutti gli effetti, con i relativi diritti civile e sociali, compreso il diritto alla cura. Questi principi vengono mantenuti anche in caso di Trattamento Sanitario Obbligatorio, che la legge prevede. Infatti questo istituto stabilisce che:
il paziente mantiene tutti i
suoi diritti personali, e il ruolo del giudice è previsto a tutela di questi
diritti;
il trattamento è deciso
dall’autorità sanitaria locale e definisce un obbligo del servizio sanitario
competente a curare;
esso è previsto solo in casi
eccezionali, per un tempo breve e quando siano state esperite tutte le
possibilità alternative. E non richiede necessariamente il ricovero in Ospedale
generale (può essere svolto a casa del paziente). È importante notare, in
sintesi, che il Trattamento Sanitario Obbligatorio prevede la compresenza di due
elementi di solito tenuti separati: il diritto del paziente a rifiutare la cura
e l’obbligo del sanitario a non abbandonare il paziente a sé stesso. E perciò
l’obbligo di cui si parla fissa una responsabilità terapeutica del servizio e
non una sanzione legale del paziente.
Non c’è dubbio:
questa legge è uno (il più alto in senso formale) degli atti di
deistituzionalizzazione.
Questo
elenco molto sintetico dei punti centrali della Legge 180 lascia intravedere
come le innovazioni che essa introduce nel sistema della salute mentale siano
concrete e operative, ma al tempo stesso di una qualità tale da suscitare molte
dinamiche di conflitto e di trasformazione. Come ebbe a dire Basaglia
all’indomani dell’approvazione della riforma, "per la sua logica
interna e per le caratteristiche del terreno in cui agisce, questa legge apre più
contraddizioni di quante non ne risolva". Ma questo, come vedremo, non
significa che sia una cattiva legge – al contrario.
Questa
caratteristica della riforma è già rintracciabile nel testo legislativo. Si
pensi ad esempio a quanto abbiamo già accennato a proposito del Trattamento
Sanitario obbligatorio. Come già segnalato, esso mette insieme due dimensioni
di solito tenute separate perché tra loro contraddittorie e conflittuali: le
garanzie giuridiche e i diritti della persona insieme al suo bisogno, anche
urgente, di cure, a cui il servizio deve dare una risposta; il divieto di
internamento e di coazione insieme con l’obbligo a intervenire; la
responsabilità del servizio, che implica un intervento di presa in carico e che
però deve rispettare la libertà del paziente (Giannichedda, 1985; De Leonardis,
1986a). Indubbiamente, non è facile praticare insieme queste due dimensioni.
Ebbene, stabilendone la compresenza nel Trattamento Sanitario Obbligatorio, la
legge riconosce che anche quest’ultimo – come e più di ogni intervento
terapeutico – è un rapporto conflittuale, problematico, tra due attori
entrambi responsabili (16).
Del
resto, questo carattere dinamico, conflittuale, non risolto del rapporto
terapeutico, che la legge rende esplicito nel caso di Trattamento Obbligatorio,
costituisce altrettanto l’elemento di fondo della fisionomia del servizio di
comunità, in quanto interamente sostitutivo dell’internamento. Infatti questo
significa che:
questo servizio
lavora senza la possibilità di scaricare altrove problemi, bisogni,
comportamenti che sono incoerenti, problematici e anche attivamente
conflittuali nei suoi confronti;
tensioni,
contraddizioni e cambiamenti entrano a far parte del suo modo di lavorare,
diventano l’effettivo terreno dell’azione terapeutica;
perciò, come
abbiamo già visto, questo servizio non può fissarsi in un modello stabile,
ma permane dinamico e in trasformazione.
Insomma,
il servizio territoriale si configura come attore di mutamento sociale, come
propulsore di trasformazioni concrete a livello locale, di mutamento sociale
nelle istituzioni, nell’amministrazione, nella comunità.
Si
potrebbe dire, in sintesi, che la riforma ha un connotato dinamico,
conflittuale, non risolutivo proprio perché essa stabilisce e promuove
l’obiettivo di abolire l’internamento psichiatrico. Ovvero, detto
altrimenti, proprio questo suo punto di fondo, che la caratterizza e la
differenzia dalle altre riforme psichiatriche, fa si che essa non fissi una
soluzione istituzionale positivamente compiuta e non stabilizzi un quadro
normativo, ma susciti al contrario dinamiche, conflitti e trasformazioni, e
tenga perciò aperto un campo di incertezza nel quale continuano ad essere
rilevanti le azioni operative concrete, le sperimentazioni, gli apprendimenti,
etc.
La
Legge 180 ha attivato tutti i "giochi dell’implementazione" noti
alla politologia (Bardach, 1977), manovre politiche, boicottaggi amministrativi,
resistenze di interessi economici e professionali che si sentivano minacciati.
Malgrado ciò, è importante precisare che dentro questo tessuto conflittuale
emerge un bilancio non negativo della sua implementazione. Due surveys (una
dell’80 e una dell’84) mostrano infatti un quadro diversificato per quantità
e qualità delle innovazioni prodotte, variabile da regione a regione, da realtà
metropolitana a contesti di provincia, e in ogni singola città da quartiere a
quartiere. E soprattutto mostrano che si tratta di un quadro in mutamento nel
quale gli standards di attuazione della riforma crescono(17).
Tuttavia,
è ancora più importante tenere presente che un bilancio della implementazione,
un confronto tra obiettivi e risultati, è inadeguato da solo a cogliere il
significato più di fondo dell’implementazione delle riforme sociali, questa
considerazione vale in generale. Nel campo delle politiche sociali, infatti,
l’implementazione apre un terreno conflittuale nel quale "la politica
prosegue con altri mezzi", e nel quale soprattutto i sistemi di azione e
interazione si dinamizzano producendo rinegoziazioni, trasformazioni e
innovazioni negli obiettivi (Bardach, 1977; May, Wildasky, 1978; Nelson, Yates,
1978; Pressman, Wildavsky, 1984). In altre parole, l’implementazione di una
riforma sociale è soprattutto un processo sociale complesso e contraddittorio,
nel quale si producono innovazioni nelle caratteristiche e nelle forme di
presenza degli attori, nei contenuti e nei modi dei conflitti.
Questo
vale a maggior ragione per la riforma psichiatrica italiana, per i nodi
istituzionali che essa tocca e per la consapevolezza di queste implicazioni che
vi è depositata, e che deriva dal percorso di deistituzionalizzazione nel quale
è inserita. Ovvero, in questo percorso essa non è un obiettivo finalmente
raggiunto, non corrisponde al compimento della deistituzionalizzazione. Al
contrario, nel momento in cui essa enuncia l’obiettivo dell’eliminazione
dell’internamento psichiatrico, essa conferma e allarga il campo di azione
della deistituzionalizzazione. Infatti, la realizzazione di quell’obiettivo
non può che essere un percorso sociale complesso che suscita conflitti, crisi e
trasformazioni dentro la rete più larga delle strutture istituzionali (e
relative norme poteri e competenze) nelle quali il sistema psichiatrico è
inserito. Quell’obiettivo suscita problemi e richiede cambiamenti
nell’organizzazione sanitaria, nella giustizia, nei modi di amministrazione
delle risorse pubbliche, etc.. Resta dunque vero che, come abbiamo già messo in
evidenza, l’eliminazione dell’internamento è un risultato indiretto di un
processo sociale più largo di trasformazione, che libera dalla necessità
dell’internamento stesso perché trasforma i bisogni sociali e le risposte
istituzionali. E perciò, il lavoro di deistituzionalizzazione continua
attraverso l’implementazione della legge. O più precisamente,
l’implementazione della riforma italiana è un processo sociale di
deistituzionalizzazione . È un processo che si colloca nell’ordine del
fattibile, non dell’ottimale (Majone 1975a, 1975b).
Questo
modo di intendere e di praticare l’implementazione della riforma ha acquistato
tutto il suo significato nel momento in cui si è aperta anche in Italia, dai
primi anni ’80, la stagione della "crisi del welfare state" con le
relative politiche di restrizione della spesa pubblica e le critiche delle
precedenti politiche di riforma. In questo contesto politico culturale, nel
quale i fantasmi del dissesto finanziario dello Stato producono reazioni
d’ordine e effetti regressivi di irrigidimento normativo delle istituzioni, la
politica di difesa della riforma psichiatrica appare subito perdente: il riuso
dell’ospedale psichiatrico sembra il male minore. Ma se si osserva
l’implementazione di questa riforma come terreno operativo in cui continua e
si allarga la deistituzionalizzazione vengono in luce alcune innovazioni
importanti, che hanno una valenza di più lungo respiro, e offrono indicazioni
in positivo per una prospettiva di dopo-welfare.
Segnaliamo
brevemente due punti di osservazione (18).
A fronte della
crisi delle istituzioni, che la crisi fiscale e le critiche agli sprechi e
alla burocratizzazione hanno messo in evidenza, la deistituzionalizzazione
suggerisce un percorso evolutivo che può rendere questa crisi produttiva di
una crescita di efficacia. L’esperienza già fatta e sedimentata dello
smontaggio del manicomio ha insegnato che quest’ultimo era anche una
risposta istituzionale inefficace rispetto ai bisogni di salute mentale, e
che viceversa è non solo possibile ma anche produttiva di efficacia una
trasformazione qualitativa delle risorse esistenti, una loro riconversione.
Insomma, come già abbiamo detto, un loro investimento molto meno sugli
apparati e molto più sulle persone, meno per alimentare le istituzioni e le
loro burocrazie e più per alimentare l’autonomia delle persone.
A fronte degli
effetti di deresponsabilizzazione istituzionalizzata di dipendenza e
parassitismo dei cittadini che vengono imputati alla "società dei
servizi" nata dalle riforme sociali degli anni del welfare, la
deistituzionalizazione mette in luce che questi sono semmai effetti di
politiche emanate dall’alto e non costruite man mano dal basso. Assumiamo
che non siano effetti del Welfare ma di questo Welfare. In particolare, la
nuova politica di salute mentale è un campo in cui si formano "culture
dei bisogni e delle risorse" in cui i cittadini, le comunità locali,
gli "utenti" si mobilitano come attori di conflitto, si
organizzano, costruiscono soluzioni e producono innovazioni nel modo di
funzionare delle strutture istituzionali.
Questi
due punti, che per altro si limitano a enunciare nuove prospettive di analisi,
segnalano un fatto ormai acquisito nella riflessione sulle organizzazioni. E cioè
che una prospettiva di dopo-welfare si configura come un campo aperto, privo di
certezze e obiettivi univoci, e viceversa ricco di spazi di conflitto,
sperimentazione e innovazione sia teorica che operativa. Perciò, su questa
prospettiva, anche la nostra riflessione resta aperta, incompiuta. Ma in più
questi due punti segnalano il fatto che al suo interno la
deistituzionalizzazione costituisce un bagaglio insostituibile di conoscenze ed
esperienze per orientarvisi.
Note:
2)
È significativo osservare che questo processo non ha neppure scalfito
la situazione dell’altro grande paese industrializzato, il Giappone, dove, al
contrario lo sviluppo dell’internamento psichiatrico si è enormemente
ampliato in questo ventennio fino a raggiungere la cifra attuale di 335.000
internati.
3)
La riflessione critica sul teorema razionalistico problema-soluzione è un
campo che si è aperto abbastanza di recente nell’ambito delle scienze sociali
e politologiche. Per una concretizzazione sul terreno delle politiche sociali v.
Nelson (1977), Bardach, Kegan (1982), Boudon (1984), March (1978, 1981); per le
implicazioni sul versante terapeutico v. Watzlawick et al. 1974. Questa tematica
ha comunque un retroterra teorico di più largo respiro negli studi sulla
razionalità e in particolare sulla razionalità limitata: v. ad Es. Elster
(1979).
4)
Questa sorta di "rinuncia" appartiene infatti alla famiglia
delle cosiddette "strategie indirette" di cui parla Elster (1981) a
proposito di quegli obiettivi che, come la salute, si possono dare solo come by
products (v. anche nota 10).
5)
Questo cambiamento di ottica è stato provvisoriamente definito nelle
elaborazioni del movimento di trasformazione della psichiatria
"epidemiologia dell’istituzione"; vedi Basaglia (1982), Mauri (1983,
1° Capitolo).
6)
Da
un’intervista a un operatore psichiatrico di Bari. Più in generale v. Rotelli
(1981), Mauri (1983). Sembra paradossale ma non è così: il "lavoro"
è "terapeutico" se è il riconoscimento di un diritto, non lo è se
è "tecnica di cura", nel primo caso è il soggetto che realizza una
sua possibilità, nel secondo è l’istituzione che "ne decide".
7)
In
questo senso il lavoro terapeutico esemplifica la letteratura sociologica sui
rapporti tra attore e sistema e sulle condizioni del mutamento sociale: v.
Crozier Friedberg (1977), Simon (1984), Boudon (1984).
8)
Sulle strategie di riconversione delle risorse e della spesa pubblica,
daremo altre indicazioni nei paragrafi successivi.
9)
A questo proposito si può applicare lo studio di Elster sulle
strategie indirette (1981 p. 438): "Per dare un’immagine di sintesi, non
si può volere la chiusura del manicomio come soluzione, e non la si può
perseguire direttamente: perché in questo caso "il fatto di volere
l’assenza è incompatibile con l’assenza voluta" ovvero "la
ragione per volere l’assenza è incompatibile con l’assenza voluta".
L’assenza di manicomio è cioè tipicamente uno stato che è essenzialmente un
by product raggiungibile attraverso, appunto strategie indirette, De
Leonardis (1985).
10)
Sull’esperienza
di Trieste v. Scabia (1974) ; Bennett (1978); Hartung (1981); Rotelli (1981a,
1981b, 1983); Basaglia (1982); Gallio, Giannichedda (1982); Mauri (1983); Reali
et al. (1983); Dell’Acqua (1985). Pastore. Inoltre v. Quaderni di
Documentazione del Pensiero (1984) Scientifico pubblicati a cura del C.N.R. (in
particolare i volumi 3, 8, 16) e la rivista "Fogli di informazione".
Si veda inoltre il recente libro di A. Topor.
11)
Rispondendo in tal modo alle domande d’emergenza, la Guardia
interviene nei confronti sia delle agenzie dell’ordine pubblico (in
particolare la polizia) che di quelle mediche (ospedale generale e medici di
base), per abbassare la paura di comportamenti strani o disturbanti e attivarvi
invece capacità di risposte nuove.
12)
Su questo punto in particolare vedi Dell’Acqua (1985) e WHO (1985).
13)
Un altro indicatore è il bassissimo numero di trattamenti sanitari
obbligatori (26), che comunque vengono svolti senza ricovero, ad es. a casa del
paziente o al centro territoriale.
14)
La spesa storica per la psichiatria non è aumentata in termini reali
tra il 1971 e il 1985; in particolare la spesa per il personale è rimasta
relativamente costante (se confrontata con il tasso d’inflazione e il costo
della vita). Un esempio di riconversione della spesa: quella per i farmaci
decresce mentre aumenta quella per i sussidi (v. Tab. 2 e grafico 1). Sulla
spesa psichiatrica prima e dopo la riforma v. Bennett (1978); Toresini,
Trebiciani (1985).
15)
In più, un effetto indiretto di questo tipo di professionalità e più
in generale di questo modo di lavorare è il fatto che anche gli operatori (come
i pazienti) vivono meglio. Non si riscontrano qui sindromi di burn-out degli
operatori.
16)
In Italia, il campo della giustizia civile e penale è particolarmente
ricco di innovazioni, sia teoriche che operative. Il fatto che il malato mentale
sia soggetto di diritto sempre e comunque e che contemporaneamente gli sia
garantito il diritto alla cura, mette in discussione le possibilità di utilizzare
strumenti paralleli e non garantiti di tutela dell’ordine pubblico
(tipicamente l’internamento per pericolosità) e apre trasformazioni nel
sistema penitenziario perché richiede interventi a garanzia della salute
mentale dei detenuti v. Cendon (1984) Pavarini (1984).
17)
Questa indagine più recente è stata condotta su 4 regioni campione (Piemonte,
Umbria, Puglia e Basilicata) e comprende dati su tipi di servizi esistenti, la
quantità e caratteristiche del personale, l’utenza, e infine i tipi di
prestazioni e i metodi di lavoro. Da questa indagine risulta per esempio che non
si sono prodotti gli effetti di dumping dagli O.P., anche perché gli effetti
della legge si inserivano in un trend più generale alla diminuzione degli
internati e dei posti letto. I ricoverati nelle 4 regioni sono infatti passati
da 16.575 nel 1971 a 12.972 nel ’77 a 6.516 nell’ 4. E i posti letto tra il
’77 e l’83 si sono ridotti del 41,2%. Viceversa sono cresciute le strutture
territoriali, l’arco dei servizi che forniscono e la percentuale dei pazienti
che li usano. Ad es. tra il 1981 e il 1983 il numero medio di pazienti nei
servizi di comunità cresce del 25%. Nell’83 il numero medio percentuale dei
pazienti dei servizi territoriali è del 72,3% (77,6% in Piemonte, 51,8% in
Puglia), rispetto all’11,3% dei pazienti nei S.D.C. e al 16,4% ancora
ricoverati, 13,9% in Piemonte, 27,2% in Puglia). La ricerca segnala comunque
anche lentezze e carenze: per es. tra i centri sono pochi quelli aperti per 7
giorni la settimana e ancora meno quelli aperti per 24 ore. Poche le strutture
riabilitative e cooperative. Ma aspettiamo nuovi dati di questa ricerca che nel
corso del 1985 è stata estesa a tutto il territorio nazionale e verrà
pubblicata entro il gennaio 1986.
18) Si tratta di due punti centrali
nell’attuale riflessione sociologica non solo italiana sulla prospettiva del
dopo Welfare. Essa investe come abbiamo accennato il campo politologico, le
indagini settoriali su singole riforme, le teorie sui nuovi movimenti, e tutto
il dibattito intorno all’identità sociale delle donne. Vedi ad es. et al.
Melucci (1982), Balbo, Bianchi (1982), Balbo, May (1984), De Leonardis (1983a
b).
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