Mario Reali et al.  
Servizi di Salute Mentale - Trieste
1986

PASSAGGI TRIESTINI
Prospettive della deistituzionalizzazione a livello individuale. Criteri di autovalutazione della pratica terapeutica.
Disgregazione della psicopatologia durante la trasformazione istituzionale.
Crisi soggettiva e ricerca territoriale.
Nuove professionalità all’interno della famiglia.

"Passeggio alla ricerca della mia geografia" dal diario di un "pazzo" – 1907 (W. Benjamin)

A) Prospettive della deistituzionalizzazione a livello individuale.

"Il male oscuro della psichiatria sta nell’aver separato un oggetto fittizio, la malattia, dall’esistenza complessiva dei pazienti e dal corpo della società. Per questa separazione artificiale si è costruito un insieme di apparati scientifici, legislativi, amministrativi (l’istituzione, appunto), tutti riferiti alla "malattia". È questo insieme che occorre smontare (deistituzionalizzare) per riprendere contatto con quella esistenza dei pazienti in quanto esistenza malata". (F: Rotelli, D. Mauri, O. De Leonardis). 
Spero di non deludere quanti si aspettano da questa relazione introduttiva alla seconda commissione "sulle psicoterapie", dove sono concentrate molte relazioni teoriche compiute, una specie di saggio estetico. Chiedo scusa dello stile frammentario come di chi opera sul fronte della pratica. Le esperienze che vi diamo derivano da numerosi incontri anche personali nelle varie situazione di crisi; lunghi colloqui sulla porta di casa, in strada a qualche metro di distanza per reciproca diffidenza, improvvise rivelazioni esistenziali fatte di notte, aperture di conflitti personali verso spazi non previsti dagli schemi teorici esistenti, incontri col paziente su nuovi passaggi architettonici della città che rendevano datata ogni precedente elaborazione. Anche se non abbiamo uffici separati per elaborare teorie e tecniche forse avremmo potuto avventurarci nella costruzione di qualche schema. Ma ogni volta che siamo rimasti affascinati dalla moda emergente (è successo un po’ con tutte, cioè la fenomenologia, la psicoanalisi, la teoria sistemica o della complessità, l’impostazione radicale antipsichiatrica inglese, ecc.) la verità del malato è rimasta stravolta. Per questo l’impostazione della relazione è volutamente frammentaria non sintetica. Speriamo che dai frammenti delle esperienze e spezzoni di sapere pervenuti dalle tre commissioni, solo per motivi pratici divise, venga fuori non una accozzaglia di teorie personali in conflitto per emergere, ma una specie di convergenza su un dispositivo organizzativo pratico a partire dal quale ogni soggetto in crisi che ci conosce possa costruire come personale progetto terapeutico, la sua sintesi di vita per rimanere o rientrare nel corpo sociale.

Nell’esporre la nostra pratica, i criteri che la caratterizzano, nell’addentrarci nel campo sul quale avviene l’agire terapeutico, nell’affrontare un breve viaggio attraverso il campo delle psicoterapie e delle filosofie attinenti la crisi, abbiamo un nostro violino di spalla: è il dispositivo concettuale della deistituzionalizzazione.

Sul versante operativo è la stessa linea che informa la nostra pratica terapeutica col singolo paziente, sia nel primo periodo di trasformazione dell’istituzione manicomiale che oggi all’interno del territorio. Il processo di deistituzionalizzazione inteso a livello individuale ci ha permesso di rispettare la soggettività del paziente e di mantenere una estrema chiarezza soprattutto dei limiti di noi psichiatri.

Dal processo di deistituzionalizzazione sono stati analizzati e diffusi i passaggi che hanno portato la città di Trieste a vivere senza manicomio, i traffici amministrativi ed i nuovi meriti che hanno portato al coinvolgimento delle altre istituzioni sanitarie. Del nostro lavoro sono anche conosciuti i tentativi di cambiamento del corpo sociale e l’attenzione al potere economico degli utenti oltre che ai progetti di riaggregazione collettiva che potevano rendere più facile al soggetto in crisi la ricomposizione della propria identità.

Pochissimi sono stati invece gli scritti ed i discorsi (a parte alcune pagine di Basaglia, Rotelli, Dell’Acqua, Novello e Battiston) su come si caratterizza il rapporto personale terapeutico all’interno del processo di deistituzionalizzazione senza comunque separarlo dal momento organizzativo e sociale. Poco anche si è scritto sul cambiamento che questo processo produce a livello individuale nel manifestarsi (psicopatologia) della crisi.

L’aver privilegiato l’analisi dell’intrigo istituzionale che da luogo alla crisi e il rispetto nei riguardi del singolo che ci ha portato a non oggettivarne la storia personale, ha facilitato il diffondersi di un equivoco soprattutto da parte di persone a cui è mancata una conoscenza diretta: la nostra pratica viene definita, in modo riduttivo, socio- politica e catalogata, per ignoranza, come una sezione separata dei nuovi trattati di psichiatria (vedi Finzi).

La fretta dello scrivere nuovi manuali (Jervis) di psichiatria, soprattutto da parte di psichiatri disimpegnati sul fronte pratico, rischia di soffocare sul nascere, attraverso una sbrigativa sanzione teorica, il processo di emancipazione dei malati ed il loro diritto a godere dell’attenzione terapeutica.

L’approccio deistituzionalizzante, centrando l’analisi nell’intrigo istituzionale che produce la crisi e sullo sconvolgimento anche strutturale provocato all’interno del soggetto (deliri, allucinazioni, fuga, mimetizzazione ecc.) permette al paziente di rimanere protagonista anche nei momenti di più grave dissociazione. A noi operatori questo procedimento può consentire di seguire i vari passaggi che portano l’individuo alla frammentazione e guidarci, prima che con la nostra complicità possa organizzarsi la malattia, ad un’eventuale ricomposizione dell’identità dentro il corpo sociale modificato dalla crisi. Questo dispositivo concettuale, pur potendo apparire rozzo, in quanto si cala dentro il mistero del reale senza cristallizzarsi in teoria astratta, ha il merito di un’estrema onestà in quanto evita distinzioni manichee tra operatori buoni e cattivi. Segnala rigorosamente, seguendo i bisogni e i desideri del paziente, le disfunzioni istituzionali a prescindere dal modo di presentarsi. Smantella i nostri alibi teorici riportandoci all’ascolto del paziente muto nei posti dove è rinchiuso come i residui manicomiali o i servizi di Diagnosi e Cura. Ci guida nel deserto delle città alla ricerca della voce dei deliranti abbandonati nel traffico o all’interno delle loro famiglie.

Noi speriamo che questo convegno contribuisca a piegare l’eccezionale potenzialità terapeutica degli operatori psichiatrici italiani dai loro servizi vuoti verso i luoghi dove stanno i malati e le loro famiglie. Dal punto di vista conoscitivo non ci proponiamo assolutamente la costruzione di una nuova teoria, ma la definizione di uno schema organizzativo e di ricomposizione sociale in grado di offrire ad ogni soggetto in crisi la possibilità di trovare un progetto terapeutico personale.  

B) Criteri di valutazione della nostra pratica terapeutica nello stile deistituzionalizzante

Allo scopo di rendere efficace il nostro rapporto terapeutico nelle varie fasi di deistituzionalizzazione attraversate dal paziente in crisi noi ci atteniamo ad alcuni criteri molto semplici, rigorosi e trasparenti; in questo modo viene garantita una valutazione accessibile a tutti, verificabile e scientificamente trasmissibile.
Questa apertura la malato, ai familiari, ai non professionali ci permette di evitare il rischio, come avviene nel campo delle tecniche psicoterapeutiche, di confrontarci su criteri interni a noi psichiatri basati di solito su categorie astratte inventate e a volte prodotte da noi come la malattia, i sistemi, la diagnosi, la cura ecc.
Come ci dimostra la ricerca di Bologna, la chiusura all’interno della tecnica ha creato una sproporzione enorme tra il campo d’applicazione delle tecniche psicoterapeutiche, che è irrilevante rispetto alla quasi globalità dei malati che si rivolgono al servizio pubblico e la loro pretesa centralità accademica e culturale. L’introduzione di questi criteri di valutazione, pur lasciando noi professionisti in una posizione di necessaria centralità, riconsegna la crisi con il suo ricco patrimonio conoscitivo all’interno del corpo sociale.
I numerosi spunti teorici che debordano in questa relazione necessitano di una ulteriore elaborazione non in un nuovo sistema psichiatrico chiuso, ma verso i vari movimenti culturali che sono in sintonia con la crisi del soggetto e la sua ricomposizione. 

a)  Continuità terapeutica nel tempo.

Soprattutto nelle fasi iniziali di una crisi o in certi momenti di particolare difficoltà il rapporto terapeutico per essere valido deve essere continuo di più ore o anche di più giorni. Essendo il servizio aperto è necessario organizzare dei turni fino al superamento della fase acuta della crisi. In tali occasioni l’intensità della crisi non tiene conto dei tempi professionali, né delle pause festive o notturne. Per evitare di superare il limite delle risorse, che si aggirano comunque sulle trenta persone, di cui 7-8 per turno, a volte è necessario, per non interrompere il rapporto terapeutico particolare, chiedere ad altre figure non professionali di entrare in scena. Sono volontari, organizzazioni religiose o culturali, gli altri utenti, gli amici o i familiari. La tempestività della risposta del servizio, modulate sui tempi della crisi, può evitare che questa si istituzionalizzi in malattia, perché recenti e ripercorribili sono i passaggi temporali che l’hanno determinata.

Altre volte non si verifica nessun superamento dello stato acuto, anche per la resistenza delle connessioni istituzionali che hanno originato il malessere; allora è necessario un dispositivo organizzativo più duraturo nel tempo, ricorrere ad altri strumenti, come gli appartamenti, perché il paziente non risulti abbandonato fuori del nostro circuito o venga raccolto da istituti privati lontani dal suo ambiente.

L’esperienza ci ha dimostrato che la complicità professionale di un solo operatore, anche se si sgancia dal servizio in una partecipazione personale totale, è insufficiente a garantire la continuità terapeutica se non viene integrata nell’organizzazione collettiva. Un atteggiamento deistituzionalizzante che risponda a questo criterio, vuol dire trovare una soluzione, in caso di necessità, ai tempi professionali rigidamente sindacalizzati; non attestarsi né sui tempi delle varie scuole tecniche, né delle mode culturali emergenti. Le prime teorizzano addirittura il non superamento dei ¾ d’ora accademici spesso accordati più che al tempo della crisi, alle esigenze economiche dei tecnici. Anche l’esperienza di più acuto coinvolgimento come quella di Laing e Cooper è risultata sfasata con le esigenze del paziente; ad un periodo di continua e frenetica partecipazione ha fatto seguito l’abbandono ad altre istituzioni immobili nel tempo. Questo è stato uno dei motivi del rapido esaurimento di questa esperienza. Per dare continuità è necessario accettare i nostri limiti professionali e la necessità di continuare ad assistere anche i pazienti che "non guariscono". Sono ancora i nostri modelli malattia - guarigione che ci deviano dal rapporto terapeutico.

b) Continuità terapeutica nello spazio.

Uno dei criteri più rigorosi, essenziali per lo scambio scientifico è il delimitare il campo dell’azione terapeutica. Ripromettendoci di riprendere il tema dei movimenti territoriali dei pazienti abbiamo pensato che fosse requisito indispensabile per un buon rapporto terapeutico, conoscere i vari luoghi dove il paziente entra in scena. In questo modo abbiamo evitato che il nostro coinvolgimento potesse essere interrotto in una qualsiasi delle istituzioni esistenti nel nostro territorio o altrove: è per stare dietro al singolo paziente col quale eravamo in rapporto terapeutico che abbiamo progressivamente frequentato le istituzioni sanitarie, il sanatorio, il carcere, il manicomio criminale. Certamente per noi sarebbe stato più agevole rifugiarci dietro l’alibi di una malintesa competenza per scaricare la frustrazione di alcuni nostri "insuccessi" su altre istituzioni cattive: ma è lì che avviene lo scontro tra il paziente e l’istituzione; è sul posto che va affrontato il conflitto o il sintomo che viene usato quando il potere del soggetto è minimo ed e costretto a mimetizzarsi.

Perché un confronto sia credibile è bene che ognuno di noi conosca tutti i percorsi istituzionali del suo territorio di competenza, quanti sono i pazienti nei residui manicomiali, quanti nei S.D.C., quanti abbandonati.  
Il rischio della discontinuità terapeutica ci ha reso perplessi sull’uso spregiudicato di alcune mode psicoterapeutiche che pur ci avevano affascinato per la loro impostazione teorica di partenza. Abbiamo sperimentato che è antiterapeutico invadere l’intimità dell’anima del paziente, cogliere i suoi sogni più segreti e non essere disposti a seguirlo quando la crisi si fa più drammatica ed agli abbandona il lettino o comunque il "set terapeutico" esponendosi a pesanti sanzioni sanitarie (servizi chiusi) o di pubblica sicurezza. Così nel momento in cui, seguendo le modalità dell’approccio sistemico, il paziente si è posto al limite e oltre lo spazio della rete oggetto dell’analisi, lo abbiamo seguito perché non cadesse in un luogo più duro della situazione familiare che poteva averlo portato alla crisi.

Non si capisce secondo quale logica terapeutica si possa prendere le difese ad oltranza di un paziente inchiodando i suoi genitori ad un processo dietro lo specchio talmente perverso e paradossale da sfuggire all’immaginazione dell’Inquisizione e poi abbandonarlo indifeso ad istituzioni ben peggiori della famiglia.

Partendo dagli spazi fisici ai quali è ancorato il soggetto, l’atteggiamento terapeutico deistituzionalizzante permette di percorrere, senza rischi per la correttezza del rapporto, seguendo le indicazioni della crisi, anche i vari spazi metafisici desiderati dai suoi ingorghi sintomatici.

L’attenzione alla fisicità del soggetto, ai suoi passaggi strutturali e ambientali, al grigiore delle sue finestre permette, con arricchimento reciproco dei due momenti fisico e metafisico, la non istituzionalizzazione dello spazio simbolico, dell’immaginario, del linguaggio. L’istituzionalizzazione della psicoanalisi è iniziata quando i tecnici hanno applicato ad altri gli schemi delle ricchissime analisi che Freud aveva ricavato da un rapporto intenso, anche se distorto dalla conservazione del modello medico clinico, con le sue pazienti. È il peccato originale delle psicoterapie, ponendosi fuori della modernità, di applicare un modello di analisi personale a decenni di distanza senza tener conto delle modificazioni strutturali e ideologiche che può aver subito l’unità del soggetto.

Per l’eventuale ricomposizione dell’identità spezzata è necessario ripartire dai frammenti strutturali, simbolici e sociali altrimenti, nel caso migliore, arriveremmo alla duplicazione di un nostro schema mentale.  
Anche la bellissima esperienza di Laing e Cooper si è inaridita nella retorica avendo percorso solo la direzione immaginaria ed evitato lo spazio fisico e istituzionale.  
Così i protagonisti che pur avevano intravisto gli uccelli del paradiso o erano approdati alle spiagge dell’amnios sono andati a sbattere contro i muri delle istituzioni inglesi.  
Sempre nell’ambito del limite fisico-psichico la fantascienza (hallucination orbit) è molto più avanti di quelli di noi che si proclamano cultori dell’immaginario: per es. i deliranti, da noi trattati come oggetti da sezionare, vengono eletti ministri della difesa, i paraplegici sono descritti alla guida di veicoli spaziali, gli allucinati vengono visti nei nodi (assenza-presenza) spazio-temporali delle galassie.  
Anche negli illimitati spazi delle sinapsi interneuroniche è possibile addentrarsi (secondo i moderni esploratori dell’Io della Mente) con meno timore che nel pesante campo delle psicoterapie. Superata la sterile contesa tra biologico e psichico il limite diventa (in una visione complessiva) uno spazio avanzato in cui il vibrare della carica elettronica nello spazio sinaptico è altrettanto leggero del battito impercettibile del pensiero. Si capisce come si sia costretti a ricorrere alla fiala di Serenase (e anche però come si possa evitare) quando una serie di sguardi destabilizzanti verso il delirio non viene bilanciato da un atto d’amore.  
In un momento culturale in cui tutti i sistemi, inclusi quelli fisici si aprono alla complessità sentiamo lacerante questa separazione tra biologico e psichico e viviamo come un’ottusa barriera il campo delle psicoterapie.  

c) Centralità del soggetto in crisi

Per noi centralità del paziente vuol dire semplicemente che egli è al centro della nostra organizzazione professionale non come oggetto ma come protagonista primo del progetto terapeutico che lo riguarda. Il nostro servizio a questo scopo è organizzato come una trappola, purtroppo per noi perché molto faticosa, in grado di garantire centralità a seconda della gravità della crisi e della difficoltà di un superamento della stessa.  
Centralità per noi vuol dire che l’incontro terapeutico è un evento ineffabile, personalizzato, riferito a lui ed imprevedibile in quanto deve tendere a sconvolgere ogni schema precedente. Oggi come 15 anni fa dare spazio centrale al paziente vuol dire, secondo la linea deistituzionalizzante, mettergli a disposizione il nostro potere tecnico (F. Basaglia) in modo che possa seguire il suo progetto di vita. Quindici anni fa lo abbiamo aiutato ad emanciparsi dall’istituzione manicomiale, oggi il processo è lo stesso anche se l’oppressione istituzionale è più mistificata e sottile; ma anche allora il manicomio, che ora appare come un blocco monolitico, era pervaso da infinite ideologie di ricambio (F. Basaglia). Comunque per tenere il soggetto in posizione centrale basta seguire le indicazioni della sua crisi che fanno luce sulle crepe (obiettivo) delle istituzioni psicoterapeutiche, sanitarie ed economico sociali da sottoporre ad analisi ed eventuale cambiamento.  
Centralità del paziente non vuol dire che lui ha sempre ragione e che noi dobbiamo solo piegarci nei suoi confronti. Il paziente è soggetto del diritto alla cura, ma anche di doveri verso gli altri, e non gli si può offrire l’alibi della malattia da cui in un secondo tempo potrebbe venir travolto. Quindi rapporto terapeutico è anche scontro diretto tra i protagonisti di un conflitto.  
L’intelligenza deistituzionalizzante non solo ci indica dove cambiare l‘intrigo istituzionale, ma ci rende accorti anche nella mitizzazione di ideologie radicali che della centralità del folle fanno una bandiera. Per es. nel periodo femminista il rapporto terapeutico vicino ad una donna dissociata, sfruttata dal marito, veniva stravolto in senso ideologico: solo l’ascolto continuo della paziente permetteva di riequilibrare la direzione del nuovo rapporto col marito non improntato all’adattamento, ma neppure alla mitizzazione dell’ideologia femminista.  
Sull’onda dell’ultima moda che è la terapia sistemica, possono arrivare i due genitori che chiedono di essere messi in crisi con la stessa paradossale rigidità con la quale hanno fatto impazzire la figlia. Centralità in questo caso ha voluto dire assecondare il desiderio della figlia di riposarsi nella nicchia della malattia che si era costruita contro di loro; abbiamo preferito invece utilizzare subito una teoria che la considera centrale, partire dall’angolo delle sue allucinazioni per poi arrivare ai nodi dello scontro interpersonale in modo che fosse la paziente ad imporre i tempi e con, come al solito, i genitori.  
Anche l’estetizzazione del messaggio della follia come sempre positivo può diventare una categoria da deistituzionalizzare come la diagnosi. Certamente è vero che certi deliri anticipano futuri movimenti pratico-teorici: chi ha pratica di pazienti gravi sa come molti deliranti parlavano dell’inquinamento (idee di avvelenamento) negli stessi termini usati oggi dal movimento ecologista. Una ipotesi è che loro, in posizione di minore potere e spesso addetti a lavori più inquinati sono stati considerati deliranti fino a quando l’inquinamento è arrivato a chi ha più potere decisionale.  
Comunque il messaggio conoscitivo di ricerca della verità che viene dalla crisi, va preso in modo più complessivo; non si può scaricare solo sui folli il messaggio messianico di rinnovamento: molti di loro stanno malissimo proprio perché sono alla deriva in situazioni niente affatto eroiche, a volte per loro il ritorno alla normalità è la grande Utopia. In altre parole come i normali, ogni paziente ha una sua identità.  
Al di là del loro valore conoscitivo nel campo di applicazione delle tecniche psicoterapeutiche il paziente del servizio pubblico è tutt’altro che centrale. Sembra che tra gli usi che lo psicoterapeuta fa della sua tecnica nel servizio pubblico sia quello di giustificare l’uso della repressione: per es. ad un paziente vengono poste le fasce di contenzione allo scopo di rinforzare il suo Io debole.  

d) Non selettività

Per noi gli utenti del servizio sono semplicemente quelli che in una situazione critica arrivano al servizio provenienti dalla nostra zona di competenza. Questo non vuol dire che accogliamo tutti: la tendenza è di rinviare alle istituzioni di provenienza in difesa del loro diritto alla cura i pazienti che a noi arrivano a causa delle disfunzioni degli altri servizi sanitari. Così abbiamo riconsegnato, pur garantendo la consulenza, gli epilettici alla neurologia, il delirium tremens alla medicina, ecc.. La mancanza del manicomio, che funzionava da "buco nero" nell’attirare le persone espulse dalle altre istituzioni sanitarie, sociali ed amministrative, agevola questa azione di rinvio. Importante in questo senso la funzione svolta dal nostro Servizio di Diagnosi e Cura. Uno dei problemi da affrontare in questo Convegno è l’abbandono dei malati più gravi da parte di molti servizi: invece del criterio territoriale, al di là delle dichiarazioni di principio, vengono adottati due criteri di selezione: il potere economico del paziente e la gravità della crisi. Il parametro psicopatologico, dietro il quale noi psichiatri ci ripariamo, siccome è incomprensibile alla gente e agli amministratori, serve da alibi per capire l’uso dei due criteri (economico e gravità della crisi) che sono inaccettabili dal punto di vista giuridico. Così succede che i malati gravi e poveri vengano abbandonati o rinchiusi; i ricchi non gravi vanno a pagamento; altri, a seconda della gravità del loro stato complessivo a volte riescono ad essere presi in carico a condizione di adattarsi alle esigenze istituzionali della tecnica che viene usata.  
Il restringimento della competenza alle cosiddette crisi psicotiche acute con deliri e allucinazioni è puramente strumentale. Tutti sappiamo le modificazioni subite dal manifestarsi della crisi (psicopatologia) in rapporto al diverso approccio terapeutico. La misura della gravità non sempre è in rapporto alla presenza di sintomi cosiddetti specifici: riuscire a riposarsi dietro un angelo o un diavolo (allucinazione) o a riempire il vuoto quotidiano con un complotto fantastico può essere quasi un sollievo rispetto alla drammaticità di certi stati di pura sofferenza o di lucida follia.  
L’alibi della non competenza accomuna di fatto nel coprire la selezione, al di la delle buone intenzioni, le psicoterapie alle tecniche psichiatriche pesanti ponendole sull’altro versante di un asse reclusione-abbandono che esclude di fatto i malati dalla pratica terapeutica privandoli di un diritto costituzionale.

e)  Criterio comunitario

Nessuna città può vivere contemporaneamente senza manicomio e senza che la pratica terapeutica dei servizi abbia una forte valenza comunitaria. La complicità professionale ristretta al solo aspetto conoscitivo è risultata insufficiente senza la partecipazione affettiva. I malati gravi non ce la fanno a sopportare da soli il peso della sofferenza. Il solo chiarimento conoscitivo della loro crisi può anzi spingerli al suicidio. Se non si costruiscono alternative comunitarie contemporaneamente all’analisi conoscitive è preferibile lasciare la copertura della "malattia". Si considerano inscindibile il momento individuale formalizzato (colloquio), il momento organizzativo e quello sociale.  
In giro c’è un’enorme ricchezza di esperienze comunitarie (Genova, Rieti) in cui i momenti formalizzati si alimentano dal contatto terapeutico diffuso tra operatori, utenti e figure non professionali.

f) Limite

Questo criterio già variamente abbozzato nei paragrafi precedenti è il piano d’appoggio della linea deistituzionalizzante che è il motivo ricorrente di questa relazione. Questo concetto è forse il regalo più prezioso che l’opera di superamento del manicomio ci ha lasciato nell’affrontare la crisi nel territorio. La ricerca del limite è la sensazione-certezza che la realizzazione del sogno o dell’allucinazione sia anche nella materia, che l’età dell’ora sia dentro di noi, che la libertà sia oltre il muro, che l’ordine passi attraverso il disordine, la deistituzionalizzazione sia nell’uso e nel passaggio attraverso le istituzioni.  
Dov’è il nuovo limite, chi ci indicherà i nuovi muri istituzionali? Solo il paziente conosce bene dove è malato il corpo sociale e sarà lui a indicarci la direzione della pratica terapeutica anche se a volte, per difesa o per la propria sopravvivenza è costretto a costruirsi un sistema di mimetizzazione che può portarlo alla confusione senza ritorno.  

g) Criterio "globale"

Secondo questo criterio il servizio cerca di offrire al soggetto un incontro non preordinato su schemi precedenti. La nostra mediazione, il nostro potere tecnico, gli servirà a sintonizzarsi con tutte le risorse istituzionali, culturali, economiche esistenti sul mercato in quel momento.
A differenza dell’approccio multidisciplinare, progetto terapeutico globale vuol dire che l’impostazione è strettamente personalizzata: sarà la crisi personale ad indicare la linea dell’incrocio tra i vari momenti individuale, organizzativo e sociale.
All’interno del criterio della globalità c’è la pratica della "contaminazione", cioè la possibilità che il superamento della crisi venga facilitato dallo scambio conoscitivo e affettivo e formativo tra i vari pazienti ed operatori che frequentano il Centro; ne risulta indebolita anche l’organizzazione dei sintomi in malattia. Globalità vuol dire anche che tutte le figure professionali del servizio possono esprimere la loro potenzialità terapeutica che non è più monopolio del capo servizio. Gli infermieri in particolare sono la spina dorsale della pratica terapeutica. In accordo con la nostra organizzazione pratica, basata essenzialmente sulla figura dell’infermiere, il fisico Fritjof Capra sostiene che dal punto di vista sociale la teoria complessiva risponde di più degli strati sociali (utenti) o professionali (infermieri) oggi, subalterni alla cultura dominante di cui sono depositari i medici. Nonostante questo tipo di convergenze tra l’apertura teorica riferibile alla "complessità" e molti nostri momenti pratici, avvertiamo un’istintiva diffidenza verso questa nuova emergenza culturale. L’asse teorica "sistemico-complessivo" istituzionalizzata da noi psichiatri, ha perso il valore conoscitivo iniziale e sta rimpiazzando, come moda culturale, il discorso sulla prevenzione. Quest’ultima ha contribuito ad aprire i vari ambulatori di igiene mentale, che sono serviti più che altro a mimetizzare la realtà manicomiale. Questa nuova moda, al di la delle dichiarazioni di principio, costituisce l’alibi teorico di ricambio per cercare di dare agli ambulatori di igiene mentale una nuova credibilità tecnica.

C) Campo del nostro terapeutico

Pur essendoci già soffermati sul campo dell’agire terapeutico come uno dei criteri più rigorosi di validità della pratica, in quanto garanzia contro l’abbandono, vogliamo addentrarci ancora su questo terreno.  
Pensiamo che possa servire a riportare i malati chiusi (residui manicomiali e servizi psichiatrici ospedalieri) o abbandonati (periferie delle città) all’interno della nostra professione.  

(a)  Effetti del processo di deistituzionalizzazione sul paziente internato. Modificazioni della psicopatologia e disgregazione della clinica psichiatrica.  
Rinviando al bellissimo saggio di Rotelli ed altri sui vari passaggi della deistituzionalizzazione dell’Ospedale Psichiatrico, noi vogliamo analizzare soltanto i cambiamenti a livello individuale sia dell’operatore che del paziente.  
Sul piano personale e scientifico abbiamo vissuto l’esperienza di trasformazione come un processo di emancipazione professionale. Il rapporto terapeutico individualizzato ha prodotto la disarticolazione dell’incrostazione istituzionale (malattia) contemporaneamente alla ricomparsa delle forme individuali (persone) con le loro crisi originarie. Sono saltati tutti i riferimenti diagnostici. Concetti cardine come incomprensibilità, pericolosità, ripetitività e deriva sintomatologica non hanno resistito alla nuova complicità professionale. L’esperienza è paragonabile a certe primavere nordiche descritte da K. Blixen.  
La reciproca curiosità tra operatore e paziente, la sensazione di avere a portata di mano la reciproca liberazione, lo svelamento dell’incontro istituzionale in cui eravamo entrambi collocati, la verifica che alcuni sogni (allucinazioni) materializzati sul soffitto del reparto svanivano appena usciti in strada, ha sconvolto le concretizzazioni sintomatologiche e la strutturazione della clinica. È stato quasi un gioco scoprire che era come un terribile scherzo che tutti gli internati, ognuno con una propria fisionomia e biografia, diventassero tutti uguali o che fossero divisi in così poche categorie.  
Con l’avanzare dell’azione pratica, con il lento scioglimento delle varie categorie diagnostiche, capivamo il significato dell’allucinazione, del delirio, delle stereotipie, di sintomi, come la catatonia, considerati assurdi dai libri di testo. Erano l’estremo rimedio per poter sopravvivere, il più alto grado di resistenza contro l’oppressione istituzionale. Gli internati ci apparivano in una luce diversa, non più come gli eroi che si vedono nei films, che camminano avanti e indietro nelle prigioni per tenersi in forma; per non essere piegati dal tempo inventavano strani giochi ripetuti all’infinito. Altre volte, per resistere al nemico, diventavano impenetrabili anche di fronte alla tortura fisica.  
Confessiamo che c’è stato un periodo, coincidente col massimo movimento distruttivo della vecchia istituzione contemporaneamente al fiorire di mille invenzioni neostrutturali, in cui abbiamo pensato che potessero sparire per sempre non solo le varie forme cliniche della malattia mentale, ma addirittura i sintomi più appariscenti come i deliri e le allucinazioni.  
Purtroppo molti sintomi continuano ad essere la spia dei nuovi numi istituzionali, territoriali; possono essere il punto di partenza per la continuazione del processo di deistituzionalizzazione dei nuovi limiti. L’esperienza di deistituzionalizzazione è stata come un incredibile laboratorio di ricerca. Questi sintomi ci appaiono meno misteriosi: di alcuni conosciamo i percorsi che portano allo svelamento del loro significato per la felicità del soggetto.  
Quando noi triestini facciamo riferimento sempre al manicomio non è solo per rilanciare un messaggio etico contro l’esclusione. Vogliamo sottolineare che è difficile una buona pratica terapeutica con la cosiddetta "crisi psicotica acuta" senza aver capito la portata conoscitiva dello smascheramento, dell’imbroglio psichiatrico, che per un secolo ha nascosto la vera natura dell’oppressione istituzionale.  
Possono anche cambiare mille volte la 180: il paradigma malattia-cura è stato svelato, i giochi sono stati scoperti: lo psichiatra che rifiuta la portata scientifica dell’esperienza deistituzionalizzante è un ignorante, o poco intelligente o coscientemente antiterapeutico, cioè complice non del malato ma di chi lo fa star male.  
Ci ripromettiamo di fare uno studio particolareggiato attraverso le biografie dei pazienti di che cosa ha prodotto l’uso sottile ed ambiguo del potere dell’identità della persona; oppure il succedersi e il configurarsi di situazioni paradossali nella costruzione, da laboratorio, dei deliri; oppure la formazione delle allucinazioni quando all’internato in isolamento viene sottratto anche l’intrigo del Reparto. Questa è come una "scuola di guerra" per chi è costretto a sottrarsi o a combattere situazioni di potere. Il messaggio degli ex-internati illumina il futuro. C’è un legame conoscitivo oltre che di possibile solidarietà, tra la loro resistenza all’istituzione pesante, le rughe, i segni fisici dell’oppressione e i possibili movimenti strategici di chi è ingabbiato nei nuovi grovigli microistituzionali.  
La pratica dell’accesso fisico al simbolico (allucinazione) e viceversa ci permette allo stesso modo, forse meno poetico, di Tadeuzs Kantor, di riscoprire i personaggi, i volti, gli oggetti, gli abiti, gli avvenimenti, gli spazi d’inconscio sfuggiti all’invasione istituzionale.  
Questi passaggi possono essere riutilizzabili sul territorio anche sui muri dell’immaginario. È il nostro modo di accedere all’Altro.  
La "cicca" spenta sul tavolo (scambio tra operatore e cosiddetto "cronico" sul fino della deistituzionalizzazione).  
Il cosiddetto "cronico" spegnerà sul tavolo la cicca, finché non entra in scambio con gli altri e non c’è una variazione del suo potere nei confronti dell’ambiente. Il suo tempo è diverso dal nostro che tiene conto solo dell’ordine o del successo "terapeutico".  
La ripetitività del gesto è molto più intelligente del nostro disimpegno attraverso la "tecnica riabilitativa". La ripetitività, che senz’altro preserva la sua dignità più di ogni nostro ordine, non consente un nostro disimpegno al di fuori della risposta deistituzionalizzante che sposta i rapporti di potere e consente un impegno globale, umano, di valorizzazione della sua identità. Scambio sociale oppure mozzicone. Risposta deistituzionalizzante oppure morte istituzionale per lui. Per noi il fumatore di cicche non concede mediazioni. Impegno nello scambio sociale oppure mistificante e frustante disimpegno attraverso qualche tecnica mentre lui continua a spegnere la cicca sul tavolo di legno del nuovo reparto o della nuova residenza protetta.  

b)  Crisi soggettiva e ricerca territoriale

Per capire il nuovo manifestarsi della crisi, irriducibile alla descrizione clinica perché territoriale, è necessario una conoscenza particolareggiata della mappa del territorio. Con questo termine si intende la delimitazione dei vari campi istituzionali che lo occupano e la distribuzione dei poteri nel loro vario declinarsi giuridico, amministrativo, economico, politico, sociale ecc.. Il termine territorio ha significato i diversi a seconda della posizione di potere che ogni persona occupa. Lo sanno bene tutti i "malati di mente" che girano per le grandi metropoli per i quali il territorio si riduce a piccoli interstizi lasciati liberi dalla spartizione dei poteri istituzionali pubblici e privati: questi sono le stazioni ferroviarie o della metropolitana, alcuni ritagli erbosi utilizzati per la pubblicità, marciapiedi di periferia, triangoli tra i binari della ferrovia. Per loro termini come democrazia e libertà equivalgono all’abbandono. Per loro, come già in passato per gli internati, è scattata già una sanzione tecnica a distanza con uso di nuove categorie sociologiche e giornalistiche (devianti, diversi) che hanno mutuato i vecchi concetti come pericolosità, imprevedibilità, immoralità ecc.. Noi psichiatri facciamo finta di non conoscerli anche se urla no i loro deliri tra il rumore delle macchine: siamo ben lieti, con l’aiuto dei sociologi di relegarli tra i barboni.  
Per non ripetere gli errori di analisi e di pratica fatti per cento anni attraverso l’uso delle categorie astratte e man mano dei vari ricambi teorici presi in prestito da filosofie anche accattivanti come la fenomenologia, nell’avviarci, a fianco degli ex internati alla riconquista della città, non ci siamo fidati di nessun schema teorico.  
Per non perdere il contatto terapeutico e conoscitivo con i nuovi soggetti in crisi, nel pieno dispiegamento della nostra nuova professionalità, abbiamo accettato coscientemente di assumere la loro posizione di opposizione rispetto alle istituzioni cittadine non solo sanitarie, ma anche economiche, sociali, culturali, normative e giuridiche.  
Nel deserto culturale abbiamo seguito come unica guida i bisogni e i desideri dei pazienti senza cadere nel richiamo di ideologie radicali e affascinanti attinenti ai contenuti della nostra ricerca come la cultura della crisi, l’elogio del negativo, la moda del nichilismo. Avrebbero richiesto probabilmente il sacrificio della centralità dei nostri 2000 utenti. Certamente la particolarità culturale di Trieste, la sua linea di confine oscillante tra fisica e metafisica, la sottile analisi di Svevo sulla sua malattia accompagnata ad una velata ironia nei confronti della psicanalisi, "l’identità di frontiera" di questa bellissima città, ci hanno senz’altro favorito. Ma a questa atmosfera culturale, un po’ istituzionalizzata in alcuni caffè e circoli, che comunque fa di Trieste una delle città più affascinanti di questo fine novecento, abbiamo preferito, sulla scia del vagabondare dei nostri utenti, la frequentazione di passaggi triestini che facessero da svincolo tra passato e futuro. Nel momento della massima distanza tra molte delle istituzioni territoriali e il nostro movimento professionale abbiamo sperimentato l’apertura culturale triestina e la sua modernità nelle osterie, in certi spazi culturali di frontiera, comunità religiose, parrocchie, sagre, ricorrenti convergenze con vari partiti, organizzazioni di quartiere, movimenti giovanili.  
In questi spazi più che nei cultori della crisi abbiamo trovato complicità per il malessere dei nostri utenti, affinità d’esperienza, sfiducia nelle ideologie dominanti, inquietudini di ricerca di una nuova identità, pratiche di emancipazione, sprezzante individualismo e resistenza rispetto ad arrangiamenti assistenziali senza socialità. Come già detto è stata la complicità terapeutica con il paziente a tenerci all’interno della comunità triestina nei cui comportamenti egli avvertiva lo stesso rischio di frammentazione soggettiva determinato dall’incrocio di molte culture. Questo malessere è acutizzato per alcuni dalla decadenza economica, per altri più ricchi dal peso delle norme rispondenti alle rigide esigenze dei gruppi di appartenenza. La centralità accordata all’utente ci ha consentito di non farci trasportare dall’euforia delle mode emergenti e non ci ha consentito di fermarci all’appagamento derivante dall’aver compiuto una riforma formale. Esempio di questo appagamento professionale "di sinistra" è stato di considerare territorio liberato il semplice percorso istituzionale sanitario consistente in qualche ambulatorio.  
Molto più giudiziosamente i nostri pazienti ci hanno spinto a conquistare gradualmente con loro piccoli spazi di potere territoriale dove poter trovare consistenza. Lo strumento principale a questo scopo è stato il Centro di Salute Mentale descritto nelle note di partenza; immerso nel territorio, protettivo e leggero all’occorrenza costituisce un’arma quasi indispensabile per accompagnare il paziente negli spazi più periferici e più centrali del territorio di competenza. Per la riacquisizione di potere essenziali sono stati i momenti giuridici come l’ospitalità in caso di crisi e la difesa dei diritti civili. Molto intelligentemente i pazienti ci chiedevano per esempio di non rinunciare allo statuto di malato prima di essere garantiti dal godimento dei normali diritti. Su un versante più complessivo inclusa l’affettività, la protezione ecc. per molti essenziali sono stati gli appartamenti. Sul fronte del potere economico e sociale le tappe sono state: il sussidio, la pensione, il lavoro, la casa e le cooperative. Nella difesa di questi diritti all’inizio ci siamo esposti con loro al rischio di sanzioni amministrative e giuridiche.  
Abbiamo visto che maggiore è la partecipazione professionale nello scontro con le istituzioni più grande è l’influenza sullo scioglimento dell’apparenza formale della crisi. Il delinearsi dell’essere malato, irriconoscibile per l’osservatore clinico è in stretta relazione ai giochi di partenza tra il soggetto e le istituzioni che deve fronteggiare. A volte è rintracciabile il motivo per cui il paziente finisce nell’orbita del delirio e non dell’allucinazione, oppure perché va in contro all’euforia e non alla depressione.  
Nell’analisi ci sono momenti di riflessione su come il percorso individuale precedente la crisi s’incrocia al momento della rottura con la complessità e l’ambiguità dell’apparire istituzionale. Dal punto di vista conoscitivo l’analisi nel corso dell’affiancamento individuale all’interno dei vari percorsi territoriali si avvale di squarci che la crisi produce nella struttura individuale. Dalle varie psicoterapie prendiamo quegli spunti concettuali iniziali che ormai sono diventati patrimonio culturale della nostra società. La lentezza formale e l’assenza di movimento del set terapeutico tradizionale comportano gravi limiti conoscitivi. Per esempio la visione del diavolo non consolidata, quindi allarmante per il paziente, presuppone un avvicinamento rapido, spregiudicato, nei momenti e nei luoghi più opportuni per evitare che l’allucinazione diventi un rifugio e una falsa risposta a tutte le difficoltà. Questo è incompatibile con due sedute settimanali; può diventare possibile quando il servizio garantisce una terapeuticità diffusa. Lo stesso si può dire per il delirio: la verità passa anche attraverso l’analisi dei meccanismi intrapsichici: però il loro segreto viene più facilmente svelato nello scontro conflittuale tra il limite istituzionale e il soggetto. Anche se il soggetto è forte però c’è sproporzione di potere oppure solitudine, il delirio rimane l’unico strumento per proteggersi e non morire: è questa complessità che sfugge alla tecnica psicoterapeutica Formalizzata. Invece possono essere i momenti non formalizzati del servizio che mettono in evidenza agli occhi del paziente la consistenza reale e allo stesso tempo l’inconsistenza fantastica dell’allucinazione. È vero e non è vero: in certi casi il soggetto può impadronirsi del paradosso e vivere della sua complessità.  
A differenza della istituzione manicomiale, la quale era stata prodotta da noi psichiatri, le istituzioni territoriali sia per il cambiamento che per l’analisi degli effetti che producono sull’identità del soggetto, presuppongono un intervento esterno al campo psichiatrico. I nostri pazienti che hanno vissuto dal vivo la frantumazione dell’identità e la crisi delle ideologie, hanno bisogno che i vari esponenti delle altre istituzioni collaborino con noi, mettendosi in sintonia con le loro esperienze.  
Capita troppo spesso che noi professionisti, quando la sofferenza è insopportabile e l’istituzione impermeabile al cambiamento, non solo siamo costretti alla mediazione, che è parte importante nel nostro mestiere, ma siamo costretti a dare farmaci spingendo il paziente verso la malattia. Troppo frequentemente consigliamo come unica difesa l’appiattimento sull’istituzione nell’ultimo tentativo di salvare l’identità malata (R. Walser).  
Con la nostra attuale rete organizzativa che affianca il paziente nel fronteggiare la mappa dei poteri territoriali non pensiamo affatto che l’opera sia conclusa.  
Le spie che ci indicano la direzione della nostra pratica terapeutica sono (semplificando): i deliri verso gli intrighi istituzionali, le allucinazioni verso il nuovo limite oppure gli stati di lucida follia senza sintomi.  
Al di là delle diverse forme della crisi un’altra guida sicura, che punta verso i nuovi muri istituzionali, è il vagare dei nostri utenti che come "nuovi guerriglieri della soggettività" invadono i vari passaggi cittadini da loro individuati come inaccessibili. Debordano spesso dai percorsi consigliati affacciandosi agli ingressi delle istituzioni economiche, sanitarie e culturali quasi ad indicare una linea di future ricomposizioni della città.  
Come nuovi passeggiatori, flaneurs del ventesimo secolo, non a loro agio nella classe in cui sono collocati, percorrono i nuovi spazi architettonici: le stazioni, le gallerie, le piazze di Trieste diventano come "l’immagine del sogno e del desiderio di futuri collettivi" (W. Benjamin).  

D) Eventuale danno da tecniche leggere. Esperienze di nuova professionalità all’interno della famiglia.

Facciamo queste riflessioni in riferimento al tipo di organizzazione assistenziale esistente in psichiatria con tutto il rispetto per gli operatori che onestamente lavorano in un campo delicato come quello psichiatrico.  
Nell’ambito psichiatrico qualsiasi teoria, qualsiasi intuizione, anche la più umana e radicale quando pretende di generalizzare e diventare strumento tecnico valido per tutti, può automaticamente trasformarsi in un mezzo non solo antiterapeutico ma addirittura lesivo della sfera giuridica personale e familiare. È successo all’Ospedale Psichiatrico, che non è certamente stato creato allo scopo di diventare un lager: è un fatto ormai provato che la sindrome da istituzionalizzazione provoca un danno biologico e psichico della persona e successivamente dell’intera famiglia stigmatizzata per le successive generazioni.  
Quello che è successo con l’Ospedale Psichiatrico può ripetersi con qualsiasi tecnica: la possibile antiterapeuticità fino alla eventuale lesività della soggettività giuridica della persona non dipende dalla validità delle premesse teoriche. Probabilmente la potenziale lesività è insita nel criterio di poter generalizzare lo stesso dispositivo tecnico, forse l’atto stesso, la disposizione interpersonale tra il tecnico e la persona o la famiglia in crisi può diventare facile prevaricazione fino ad una possibile valenza illegale. A volte viene da pensare che sia una secreta difesa della specie umana verso chi attenta a comprimere le potenzialità di futuro insite in ogni individuo.  
Ripromettendoci in altra occasione di affrontare l’uso che abbiamo fatto all’interno della nostra pratica terapeutica delle varie tecniche, accenniamo brevemente alle linee della nostra professionalità all’interno della famiglia. È un esempio di come i saperi esistenti possano essere riciclati secondo il criterio della deistituzionalizzazione.  
Al di là dell’impegno e della bravura dei singoli operatori, e riconoscendone gli interessanti apporti innovativi sul piano conoscitivo, la terapia relazionale inchioda la famiglia in una paradossale situazione senza sbocco: mentre scarica sulla famiglia la responsabilità della malattia contemporaneamente lascia ad essa il peso della custodia. Poniamo all’attenzione degli amministratori, giuristi e tecnici lo stato di effettivo abbandono di molti malati gravi constatando allo stesso tempo che i Servizi pubblici sono intasati di tecnici della famiglia: l’uso di questa tecnica potrebbe essere responsabile, insieme ad altre cause, della mancata assistenza dentro la Comunità.  
Consapevoli dell’immancabile processo di istituzionalizzazione delle vere tecniche, pur continuando a usarne gli apporti conoscitivi per non perderci in dispute ideologiche, abbiamo preferito l’approccio pratico alle singole situazioni. La risposta, modellata sulla diversità di esigenze di ogni famiglia in crisi, permette di continuare nei confronti della terapia relazionale, il processo di deistituzionalizzazione iniziato con l’Ospedale Psichiatrico (v. Rotelli).  
Dotati del Centro di Salute Mentale, che è uno strumento forte e delicato allo stesso tempo, abbiamo potuto seguire la crisi all’interno della famiglia, nei suoi dintorni e nel rapporto con le altre istituzioni che di essa si occupano. La presenza sul posto permette di cogliere i primi sguardi di traverso, il formarsi di giochi, la tessitura degli intrighi, il doppio gioco delle prevaricazioni: è la situazione che prelude alla lesione della persona più sensibile, la paura dell’intrigo, la prevaricazione vera o temuta provengono dall’esterno, dagli altri gruppi, spesso anche dalle istituzioni sanitarie stesse: allora la situazione diventa precaria e oggettivamente rischiosa anche per i componenti sani. La mancanza di intervento vuol dire che la famiglia, più che uno spazio di ricompattamento contro l’esterno, può diventare un luogo di scontri di poteri, fughe vere, fughe fantastiche (malattia?); vengono fatti i tentativi più strani e bizzarri (malattia?) per asserire sé stessi rispetto agli altri quando neppure l’infrazione dei vetri basta più per farsi guardare. Rispetto al linguaggio quotidiano una risata fatua o un sorriso sinistro possono essere molto più significativi nell’imporre la propria esistenza. Che cosa vuol dire spaccare tutto in casa provocando notevoli danni patrimoniali oppure appiccare il fuoco oppure provocare uno spandimento? Chi deve pagare i danni dell’appartamento di sotto provocati dal figlio in crisi? Lui o i genitori che in un momento di scontro sono stati si buttati fuori di casa per i loro problemi, gli hanno dato poco affetto? L’operatore che risponde all’urgenza inserendosi nella linea di rottura qualche volta riesce a risalire alla verità. La presenza del servizio all’interno della famiglia permette di sorpassare le prese di posizione schematiche se essere (radicale) a favore del malato contro la famiglia oppure viceversa (istituzionale). Come istituzione nuova posta nella comunità tra famiglia e società, usiamo il nostro peso, a seconda delle circostanze, a favore di chi viene escluso. Nel corso dello stesso progetto terapeutico la nostra strategia può variare nel rinforzare le posizioni dei singoli componenti (con la pratica intrafamiliare).  
Allo scopo di evitare deviazioni e l’irrigidimento del Servizio nell’indirizzare la nostra strategia difensiva abbiamo pensato, oltre ad una maggiore disciplina nei colloqui con le singole famiglie anche ad incontri mensili con i familiari degli utenti. Questi incontri, ai quali partecipano anche gli utenti, sono di ricerca comune sulla crisi, la malattia e momento di verifica della nostra pratica e del loro atteggiamento. Pur rimanendo conflittuali su alcuni problemi, si creano anche alleanze. Tra l’altro si evita di considerare di competenza specifica solo le cosiddette "crisi psicotiche acute" con deliri e allucinazioni.  
Allo scopo di prendere una corretta posizione nel difendere il componente in crisi o l’altro, il viaggio all’interno della famiglia ci permette di rilevare l’importanza dello scenario nel quale si verifica lo scontro. A casa tutti i protagonisti si alternano nelle varie posizioni conflittuali sicuri dei loro riferimenti.  
Nello scontro per prevalere o soccombere all’altro i gesti e i movimenti conservano sempre il loro significato e una loro carica affettiva; in ufficio arrivano a giochi già fatti un po’ come avveniva in Ospedale Psichiatrico.  
È anche importante conoscere la fisicità della famiglia al suo interno: anche esteticamente non rispecchia più l’immagine che ha alimentato tante teorie e non riflette la stabilità dei valori tradizionali.  
Non ci sono più i ricettacoli o gli angoli bui che davano sicurezza anche in caso di crisi, i cassetti, le soffitte, a cui era ancorato l’inconscio, i cofanetti pieni di miti di famiglia. Le famiglie che noi frequentiamo esemplificano lo sconvolgimento strutturale e simbolico che attraversa anche la famiglia normale.  
Cadute le vecchie certezze, diventato luogo di scontro con ricerca di nuovi equilibri tra poteri e affettività, la famiglia può diventare spazio di possibile ricompattamento solo se accetta la crisi dalla quale viene sconvolta.  
La ricomposizione può avvenire se la storia collettiva del gruppo non viene imposta come dogma: il passato della famiglia, scomposto e attraversato dalla crisi, può diventare insieme di frammenti riutilizzabili come materiale per future costruzioni e strutture.

Trieste, 23 settembre 1986  

Nota punto A): queste note sono state elaborate dai contenuti emersi dalle riunioni di preparazione al convegno. Si riferiscono alla pratica svolta nei servizi triestini ed in particolare alla zona di Barriera Vecchia – Rozzol Melara (57.500 ab.) che viene servita dal Centro di via Gambini al quale fanno riferimento anche 3 appartamenti semi-protetti. Il CSM, come gli altri 6 Centri triestini, è sempre aperto, giorno e notte, anche al fine settimana. È dotato di una mensa, una biblioteca (sezione della biblioteca del Popolo), una sala per la salute fisica, una galleria permanente, un’ambulanza, otto letti ecc.. L’organigramma è composto da 4 medici, un’assistente sanitaria e una sociale, uno psicologo e 23 infermieri. Per una documentazione particolareggiata sulle prestazioni erogate dal servizio e le biografie di ogni singolo paziente si consiglia di consultare la Segreteria dei Servizi Psichiatrici. Comunque l’attività principale è svolta fuori dal servizio con 5.000 visite domiciliari oltre agli interventi nelle altre istituzioni o nei passaggi territoriali frequentati dagli utenti. Il tono di questa relazione può apparire entusiastico, ma la pratica è molto più dura. Lo stile deistituzionalizzante ci ha reso sensibili all’incredibile facilità con la quale anche le nuove istituzioni possono appesantirsi.