Giuseppe Dell'Acqua, Roberto Mezzina  
Servizi di Salute Mentale – Trieste
1987

RISPOSTA ALLA CRISI  
Strategie ed intenzionalità dell'intervento nel servizio psichiatrico territoriale.
(*)

 1. Premessa: crisi e circuito psichiatrico - 2. Servizio territoriale integrato e complessità - 3. Intervento sulla crisi fra istanze di controllo e possibilità d’emancipazione - 4. Modalità del contatto - 5. La presa in carico - 6. L’ascolto organizzato, l’organizzazione dell’ascolto - 7. Il valore-tempo - 8. La rete di relazioni - 9. Offerta terapeutica/riproduzione della crisi - 10. Crisi del servizio: rottura e ricomposizione degli equilibri istituzionali - 11. Conclusioni

1. Premessa: crisi e circuito psichiatrico
È sicuramente difficile una definizione univoca della crisi in psichiatria. Qualsiasi schema di riferimento deve, alla fin fine, tener conto dell’organizzazione psichiatrica esistente in quell’area e in quel momento storico particolare. Esiste, infatti, un valore-soglia relativo a queste due contingenze oltre al quale i problemi emozionali, psicologici, relazionali, sociali o gli «eventi di vita» assumono le caratteristiche della crisi e diventano di specifico interesse psichiatrico. Accade allora che la persona in crisi entri in quel percorso, o circuito, nel quale l’ospedale psichiatrico (O.P.) rappresenta di norma - e rappresentava in Italia prima della legge 180 - il terminale. Il valore-soglia d’ingresso si trovava così ad essere di volta in volta definito, secondo i sistemi di riconoscimento, come: - sofferenza; - comportamento di disturbo o pericolosità sociale; - stato di miseria e marginalità; - crisi delle relazioni familiari; - difficoltà nel lavoro; - incomprensibilità di certi comportamenti; - intolleranza nell’ambientale; - ecc.

I centri-crisi creati nei paesi anglosassoni a partire dagli anni ’50 (Ponsi, 1979) tendono di solito a proporre strumenti d’intervento rapidi e precoci che hanno come obiettivo la soluzione immediata del problema, conservando il più possibile la persona al di fuori del circuito psichiatrico. Il loro obiettivo principale è infatti la riduzione degli ingressi in O.P. Ma tali interventi terapeutici sono, per definizione, di breve durata e non dispongono delle risorse necessarie ad offrire al paziente in crisi una protezione da una serie di rischi. Inoltre, per la loro collocazione, non regolata da un collegamento organico con le altre strutture assistenziali o col territorio, non sono obbligate a rielaborare gli eventuali fallimenti del loro intervento e finiscono, di fatto, col rinviare l’utenza più grave ad istituzioni più pesanti e all’O.P., confermandone la centralità. 

La persistenza dell’O.P. come raccoglitore delle scorie di questi modelli operativi, garantisce la loro «pulizia» pratica ed ideologica: la possibilità di utilizzare acriticamente schemi tecnici spesso impermeabili e selettivi, che individuano specificità, classificano comportamenti, omologano fasce di problemi, prevedendo comunque una serie di risposte preformate e parametri definiti e controllabili di lettura delle condizioni di crisi. Analogamente i servizi di comunità, che operano a valle dell’O.P., tendono ad interventi specialistici di riabilitazione e risocializzazione: laboratori protetti, centri sociali per il tempo libero, programmi per il reinserimento lavorativo, scuole di formazione professionale, soluzione di problemi abitativi, gruppi-appartamento, aiuti economici. Ma tutti questi interventi si pongono, di solito, in maniera frammentata e non coordinata. Anche se questi servizi hanno contribuito (e contribuiscono) al decremento della popolazione degli O.P., non prevedono a loro volta l’elaborazione del fallimento, attrezzati come sono ad affrontare specifici bisogni, essendo selettivi e impermeabili gli uni agli altri. 

Accade così che, in molti paesi, il circuito psichiatrico, imperniato un tempo sulla presenza esclusiva dell’O.P., sia andato negli ultimi decenni articolandosi secondo modelli operativi più complessi, per la presenza di diverse «stazioni». Tuttavia non si è sostanzialmente modificato il modello culturale di riferimento e le nuove pratiche che si sono sviluppate ripropongono spazi separati d’intervento, offerte terapeutiche che frammentano la risposta al bisogno d’aiuto e di sostegno. Si determina una paradossale sproporzione tra offerta di servizi, talvolta esuberanti e diversificati, e la possibilità di poterne usufruire. Il percorso terapeutico che così si configura è, nei suoi infiniti passaggi, difficilmente praticabile - il più delle volte - proprio da parte di chi ne ha bisogno. I passaggi che il cittadino deve compiere, i rinvii, le rigidità delle varie stazioni del circuito non solo non risolvono, ma spesso determinano l’emergenza della crisi. Non essendo in grado di riconoscere il soggetto come un’entità complessa, il sistema tende a riduzioni e semplificazioni progressive. Naturalmente è sempre la «crisi del paziente» che si evidenzia in questi casi: di fronte a bisogni e a domande esuberanti e «improprie», questo sistema di servizi non ha mai la capacità di «mettersi in crisi». 

Il momento nel quale la persona in crisi diventa oggetto d’attenzione può essere anche identificato come punto di massima semplificazione di un rapporto. Da un lato il soggetto, per manifestarsi, ha già progressivamente semplificato e ridotto a sintomo la complessità della sua esistenza sofferente; dall’altro il servizio, qualsiasi esso sia, si è specularmente attrezzato a percepire e riconoscere il sintomo stesso, offrendosi a sua volta come modello di semplificazione ulteriore. 

2. Servizio territoriale integrato e complessità
Nel riferire la nostra esperienza, vorremmo cercare di mettere in evidenza la complessità della situazione esistenziale che confluisce nella condizione di crisi e quanto altrettanto complessi debbano essere gli strumenti e le risorse per affrontarla. 

È necessario partire dalla semplificazione, che si presenta come falsa specificità del sintomo, per tentare di creare le condizioni perché la crisi esprima la sua domanda globale, che investe la vita e la possibilità di continuare a viverla anche nell’ambito di una determinata relazione istituzionale. 

Il concetto di crisi in psichiatria è nato dall’intenzione, corretta a livello teorico, di riconsiderare la malattia mentale attraverso l’indagine della sofferenza esistenziale del soggetto, visto come «unità biologica» o «membro di un sistema» o «soggetto sociale», rintracciando di quella sofferenza origini e condizionamenti. In questo senso il concetto di crisi ha rappresentato il tentativo di applicare una metodologia unitaria, ma non uniformante, tale da trovare la sua specificità nella singolarità dei problemi posti dal soggetto, evitando il ricorso ad approcci ed interventi propri del modello medico. Nell’unicità di «quella» storia anche il sintomo può essere riconsiderato come significante di una realtà che diventa intelligibile. 

Nella nostra esperienza la ricostruzione della storia attraverso i molteplici momenti di contatto e di conoscenza tra il servizio e la persona, nei suoi luoghi di vita, nella rete delle sue relazioni, con i suoi problemi materiali e concreti, tende a collocare la crisi all’interno di una serie di nessi che sono capaci di renderla comprensibile (non di spiegarla!), di donarle senso ed infine di recuperare un rapporto tra valenza di salute, valori di vita e crisi stessa. 

In questo senso la storia va intesa sia come ricostruzione del percorso affettivo, sociale ed istituzionale della persona, sia come ricomposizione della frattura della sua esperienza rappresentata dalla crisi in atto. 

Nel nostro caso, l’abbandono dell’O.P., la scelta del territorio e la costituzione dei centri di salute mentale (1), come tappa del lavoro di deistituzionalizzazione (fig. 1), ha posto il problema pratico e quotidiano, oltre che teorico, di comprendere la complessità dei percorsi e delle modalità in cui si esprime la domanda psichiatrica, e all’interno di essa, della crisi. 

In termini concreti il servizio, dimensionato su un’area territoriale d’intervento ben definita e di piccola scala, si è attrezzato ad accogliere tutte le domande, altrove qualificate come psichiatriche, eliminando filtri burocratici ed amministrativi e favorendo le più svariate ed informali modalità d’accesso, senza porsi alcuna intenzione selettiva e dunque di rinvio. 

In questo modo il servizio di salute mentale diventa centrale all’interno di quell’area definita, punto d’osservazione privilegiato, capace di sviluppare un’osservazione interattiva che si allunga in uno spazio finito ma estremamente complesso ed articolato, che riflette e rappresenta tutto ciò che una popolazione produce in termini di patologia, di disagio, di conflitto e di disturbo sociale; inoltre esso si proietta in modo lineare e costante nel tempo seguendo le storie, le vicende personali, l’evoluzione di quello spazio territoriale e della sua popolazione, modificando contestualmente le risposte. 

Il servizio dunque è capace di percepire, conoscere, entrare in contatto-con, elaborare la rete delle relazioni e dei conflitti che costituiscono la cornice della crisi, altrimenti nascosti se scorporati da essa o via via banalizzati e svuotati di significato in quel processo di semplificazione che si verifica di norma nei modelli fondati sulla centralità dell’O.P.. 

È evidente che non vogliamo proporre soltanto una lettura approfondita, sul piano conoscitivo e interpretativo, della crisi. Il punto centrale e più problematico ci sembra essere la ricerca di un assetto organizzativo del servizio che renda possibili risposte adeguate e conseguenti alla complessità delle situazioni, così come esse gradualmente emergono. 

3. Intervento sulla crisi fra istanze di controllo e di emancipazione
La domanda psichiatrica è certamente una domanda complessa della quale è necessario comprendere tutti gli elementi costitutivi: gli agenti dell’invio, il percorso di arrivo al servizio, i precedenti passaggi istituzionali. 

Il servizio deve poter leggere i passaggi che da una crisi muta, senza possibilità di ascolto, conducono al comportamento trasgressivo o allarmante, come segnale di sofferenza, fino allo scattare dei sistemi sociali dell’emergenza; e deve poter organizzare differenti modalità di contatto, accorciare i tempi di latenza delle crisi, rendere precoce l’intervento. In tal modo si sviluppa un’operatività che connette la crisi a tutte le altre domande psichiatriche che si esprimono in modi diversi dall’emergenza. La crisi va a collocarsi in una pratica unitaria di prevenzione, cura e riabilitazione. Un’efficace risposta alla crisi, infatti, non può essere disgiunta dal lavoro di prevenzione (secondaria), che si fonda proprio su una corretta pratica di presa in carico della globalità degli elementi in gioco. Il servizio deve così estendere le sue potenzialità di rapporto sull’intero arco di espressione dell’esistenza sofferente dell’individuo, e sull’interezza delle domande della comunità. 

Riteniamo, invece, che aspettare il paziente nel servizio, rigidificare il protocollo di intervento, rimandi inevitabilmente ai meccanismi traumatici dei trattamenti coatti; o comunque all’intervento della polizia, ai ricoveri nei reparti per acuti. 

Proprio sul versante della domanda di controllo sociale (sempre connessa alla domanda di intervento) la presenza del servizio e l’aggancio immediato con le situazioni di crisi ridimensionano la temuta pericolosità del malato di mente, permettendo al soggetto altre modalità di espressione ed al contesto sociale di comprendere, con la mediazione del servizio, le sue istanze. Il conflitto, che con la crisi si manifesta, può, in tal modo, non essere necessariamente contenuto ed occultato, ma assunto come stimolo alla trasformazione, alla crescita di una situazione nel suo complesso. 

È evidente che il conflitto, e al suo interno la crisi, sottende uno scontro di potere che vede spesso il paziente, in quanto identificato come tale, sopportare una perdita netta. Ciò accade anche quando egli detiene un apparente dominio manipolatorio che esercita attraverso il sintomo. In ogni caso il conflitto accade all’interno di un incastro che cristallizza il paziente e gli altri, ed impedisce possibilità di emancipazione per tutti. 

Se il servizio pone tra i suoi obiettivi la ricerca di tali possibilità di emancipazione, cercherà di attrezzarsi, come nel nostro caso, con strumenti e risorse capaci di favorire la crescita e l’autonomia del paziente e difendere ed incrementare la sua contrattualità. 

In questo senso il sostegno all’autonomia ed al potere del paziente non può esaurirsi in forme sterili di garanzia e difesa passiva di diritti individuali, ma presuppone un itinerario di trasformazione per tutti i soggetti coinvolti che inizia al momento del contatto. 

Il problema del controllo sociale, in questa ottica, va allora a ridefinirsi come necessità di trasformazione di una situazione a incastro, in cui ruolo del servizio è promuovere modi diversi di riproduzione sociale dei soggetti in gioco, in particolare l’utente e i suoi familiari. L’antinomia storica della psichiatria tra repressione e emancipazione, tra controllo e cura, può in tal senso trovare una via di sbocco tanto difficile e «alta», quanto produttiva e ricca. 

4. Modalità del contatto
Analizzando ora più da vicino la domanda e l’intervento sulla crisi ci riferiamo esclusivamente ad uno dei 7 C.S.M. che costituiscono la nuova rete organizzativa dei servizi psichiatrici di Trieste ed in particolare al Centro di Salute Mentale di Barcola (2), (fig. 2). I dati quantitativi che riportiamo sono riferiti alla nuova utenza (primi contatti con il Servizio) del triennio 1983/85 (377 persone in totale). 

In questo gruppo di pazienti abbiamo riconosciuto come situazioni di crisi quelle che rispondevano ad almeno tre dei cinque parametri individuati:

a. grave sintomatologia psichiatrica acuta;
b. grave rottura relazionale nel contesto familiare e/o sociale
c. rifiuto delle cure psichiatriche (farmaci, ricovero, programmi terapeutici), o ritiene di non averne bisogno ma accetta il contatto;
d. rifiuto ostinato del contatto psichiatrico;
e. situazione di allarme nel contesto familiare e/o sociale, e conseguente incapacità a far fronte alla crisi. 

Tali parametri, a nostro avviso, identificano nella pratica territoriale quelle situazioni che per gravità ed allarme venivano inviate, prima della deistituzionalizzazione e della riforma, all’O.P. col ricovero coatto, e definite «pericolose per sé e per gli altri». Si escludono da questo gruppo tutte quelle situazioni di crisi relative a pazienti già in contatto. Usando tale metodologia abbiamo individuato 108 persone (su 377 nuovi utenti nei 3 anni) che hanno richiesto un intervento in situazione di crisi (3). 

Oltre ai dati quantitativi riportati in nota, le modalità che portano il paziente acuto a contatto con il circuito psichiatrico hanno subito a Trieste, nel corso di 15 anni di lavoro, notevoli modificazioni. Dall’unica modalità di accesso costituita dal ricovero (quasi sempre coatto) presso il reparto accettazione dell’O.P. (definitivamente chiuso nel 1980), si è gradualmente passati a modalità di arrivo al servizio di salute mentale territoriale sempre più dirette ivi compreso, ad es. il 74% delle situazioni di crisi nell’’85. Tali modalità rispecchiano una crescente conoscenza ed uso del servizio territoriale sia da parte dei cittadini che da parte della rete delle istituzioni sanitarie, assistenziali e dell’ordine pubblico. Infatti, se nel 1983 il 36,6% delle situazioni di crisi è passato attraverso il S.E.P. (Servizio di Emergenza Psichiatrica, vedi nota 1), nel 1985 tale percentuale è scesa al 26%. 

Complessivamente nei tre anni, le persone giunte al Centro di Salute Mentale attraverso il S.E.P. in condizioni di crisi rappresentano il 33,3%, del gruppo considerato, e di questi 12 su 36 sono arrivati al S.E.P. di loro iniziativa, da soli o accompagnati dai familiari. Nei restanti 24 casi l’arrivo al S.E.P. è stato determinato dall’intervento di agenzie dell’emergenza (Croce Rossa, Polizia) su chiamata di terzi. 

L’arrivo di 1/3 della domanda al S.E.P. si giustifica non perché vi sia un canale preferenziale per il paziente acuto nell’organizzazione dei servizi, ma perché ancora parte della domanda psichiatrica viene convogliata aspecificatamente all’ospedale civile da parte delle agenzie dell’emergenza urbana e talvolta anche dagli stessi familiari o amici. Inoltre durante la notte (dalle 20 alle 8) i C.S.M. sono sprovvisti dello psichiatra di guardia che è invece presente 24 ore su 24 al S.E.P. Ad ogni modo, il passaggio attraverso il S.E.P. ha soltanto il valore di una prima visita ed investe un primo livello decisionale (presa in carico o no), e dunque l’intervento si risolve nello spazio di poche ore. Solo 13 persone su 108 infatti (il 12% del gruppo in esame), hanno pernottato in tale servizio nell’arco del triennio. Dei restanti 72 casi che sono venuti in contatto direttamente con il C.S.M. (66,7% del totale) la maggior parte è stata segnalata: da parenti o amici (32 V.A.; 44,4%); circa un quarto è stato segnalato dai vicini; il 9,6% (7 casi) dal medico di base e da altre istituzioni socio-sanitarie del territorio; il 2,7% è stato segnalato dal carcere o dalla Questura (2 casi). Di questo gruppo il 16,6%, cioè 12 casi su 72, sono arrivati al C.S.M. di loro iniziativa o accompagnati da familiari. 

Se non è il paziente stesso a presentarsi presso il centro, gli operatori svolgono sin dall’inizio un ruolo attivo nel determinare il contatto, essendo sempre più stesso investiti in prima istanza dalla richiesta di intervento. 

L’incontro con il paziente alla prima manifestazione di crisi può comunque avvenire in tempi e con percorsi differenti. Quando possibile, i luoghi del contatto saranno i luoghi di vita del paziente (la sua casa, il bar, il posto di lavoro, ecc.), ed i tramiti saranno le persone significative del suo ambiente. Il servizio si mobilita con la massima flessibilità in questo senso, senza protocolli d’intervento precostituiti, né tanto meno squadre speciali d’intervento. 

Il più delle volte la disponibilità che si manifesta nell’andare «sul posto» riesce ad evitare di per sé impatti traumatici: spesso la presenza degli operatori diventa immediatamente rassicurante per i familiari, i vicini, l’ambiente, e può sdrammatizzare i contenuti della crisi, angosciosi per il paziente e per chi gli è immediatamente vicino. 

Accade talvolta che non si riescano ad attivare i meccanismi che portano alla sdrammatizzazione e ciò riguarda più spesso chi è solo, con meno risorse, con minori tramiti conoscitivi e di rapporto con il mondo esterno. Può dunque accadere che la persona ostinatamente rifiuti il contatto e tenda ad un maggior isolamento. Il servizio allora deve moltiplicare le «banali» strategie di avvicinamento: telefonate, invii di messaggi attraverso la porta, coinvolgimento di altri soggetti (gli amici, il prete, il vigile urbano, l’idraulico); o anche ricercare l’incontro in luoghi diversi.
Questi tentativi manifestano fermamente alla persona l’attenzione e l’offerta di aiuto; in tal modo il servizio tende ad entrare in un rapporto che, se pure in modo conflittuale, costruisce attorno alla persona stessa un riferimento reale verso cui orientare le sue azioni ed il suo comportamento. 

Altre volte si arriva ad una sorta di escalation, in cui il rifiuto induce il servizio a più attente valutazioni del potere contrattuale del paziente e delle sue richieste: il servizio è costretto a sviluppare sempre più la sua flessibilità. 

L’escalation può talvolta concludersi con un contatto fisico ravvicinato con il paziente, drammatico e «forte». L’apertura della porta chiusa (raramente di forza: soltanto nel 6,9%, 5 su 72, si è richiesta la collaborazione, al primo contatto, di agenzie di emergenza, nel nostro caso polizia e vigili del fuoco) segna anche simbolicamente l’apertura del cerchio della psicosi, l’ingresso di figure reali, la fine dell’incubo. 

La messa in gioco di tante tensioni immancabilmente rimuove l’arroccamento più ostinato. Anche quando il paziente continua a percepire il servizio o l’operatore come invasori, i successivi momenti di offerta, ascolto, aiuto concreto (nella sua casa o nello spazio del centro) determinano la caduta della diffidenza, la ricomposizione del rapporto operatore-paziente e dunque l’avvio della presa in carico. 

5. La presa in carico
L’attenzione a cogliere non solo la crisi come emergenza ma diverse forme e momenti dell’esistenza sofferente, caratterizza l’aspetto centrale della pratica del nostro servizio nel suo svilupparsi in tempo reale. È ciò che noi definiamo presa in carico. 

Essa attiene innanzi tutto alla responsabilità del C.S.M. su tutta l’area territoriale di riferimento e presuppone un ruolo attivo, non solo nella situazione di crisi, ma nella relazione complessiva (rispetto a momenti e forme nell’esistenza sofferente), configurando una nuova modalità di rapporto istituzionale che si fonda proprio sull’assunzione di responsabilità. In altre parole il C.S.M. deve assumere la funzione di referente attivo per domande relative a situazioni di miseria, di disturbo, di conflitto. Il rischio del controllo sociale come eredità del vecchio sistema manicomiale va rielaborato nel territorio, con la presenza diretta degli operatori. Scavalcando i sistemi tradizionali di controllo, riducendo al minimo i tempi di latenza tra emergenza e contatto, la pratica quotidiana della presenza ha prodotto nella nostra esperienza una reale penetrazione del servizio nel territorio, un’utile conoscenza da parte dei cittadini delle sue funzioni. 

Il rapporto tra servizio e territorio, diretto e ravvicinato, può creare i presupposti per una relazione di reciprocità. Criticando attivamente la distanza intrinseca al ruolo professionale, spesso usata solo come strumento di dominio sull’oggetto di lavoro (che nel nostro caso è sempre un soggetto), si esplicita un’intenzione di vicinanza al paziente, di appartenenza del suo destino al servizio proprio in quegli ambiti di responsabilità sulla salute prima descritti. 

Prendere in carico vuol dire, dunque, assumere la domanda con tutto il portato sociale connesso allo stato di sofferenza. Esso non va dirottato burocraticamente in settori separati di competenza. Il cittadino viene accompagnato e sostenuto dal servizio nella rete delle istituzioni (tribunale, carcere, ospedale, assistenza sociale, scuola, servizi per i minori, IACP, ufficio di collocamento, consultori familiari, case di riposo, uffici per il pensionamento, ecc.) che verranno a loro volta attivate dal servizio ad intervenire sul bisogno del paziente. 

L’assunzione della domanda come globalità di richieste, di bisogni e di deleghe al controllo, costringe il servizio (e gli operatori) ad un’osservazione ampia e non preformata della condizione del paziente, delle sue relazioni, e ad un’interazione diretta con esse. La presa in carico supera in concreto l’antinomia ricovero-ambulatorio, tipica del modello medico.
Il ricorso alla forma di ricovero è in psichiatria di solito determinato, nelle situazioni di crisi, da una decisione tecnica (di gravità) e amministrativo-legale (riferita, in modo più o meno occulto, alla pericolosità sociale e personale). Il ricovero sottrae la persona al suo contesto e la subordina a regole istituzionali fondate su un approccio medicalizzante. L’osservazione clinica limita infatti il proprio interesse specifico all’area sintomatologica ed esclude la vita complessiva del paziente. 

La presa in carico non presuppone un luogo definito dove essa «accade». Il luogo può essere il C.S.M. o altri luoghi istituzionali (l’ospedale generale, il carcere, ecc.) ma anche e soprattutto l’ambiente di vita del paziente (la sua casa, il rione, il suo posto di lavoro, ecc.) dove egli esprime, realizza o tenta di realizzare la sua socialità. 

Anche quando l’intervento sulla crisi si svolge nel C.S.M. attraverso forme di ospitalità 24 ore su 24, il paziente continua a mantenere rapporti con il suo ambiente. I familiari e gli amici possono fargli visita in qualsiasi momento. Spesso egli viene accompagnato nella sua casa, anche subito dopo momenti di grave tensione, per prendere i suoi vestiti e/o oggetti personali, per rivedere i familiari, per «verificare» assieme all’operatore le condizioni e talvolta «l’esistenza» della sua casa. Tutto per garantire, e comunicare, che l’arrivo al centro non determinerà una frattura nella sua continuità esistenziale e storica. Il paziente potrà - da solo o accompagnato da operatori, volontari, familiari o altri pazienti - uscire dal centro per sperimentare che non ha perduto la sua autonomia e la sua libertà. 

Lo spazio del centro in tal modo assume una connotazione simbolica di luogo di relazioni e non di limitazione, di segregazione più o meno temporanea. 

La molteplicità delle relazioni di complicità e di fiducia non solo rappresentano ulteriori strumenti per sciogliere il conflitto, il rifiuto della relazione con il servizio, ma sono atti terapeutici in sé. Essi sono volti a ricomporre l’identità del paziente e la rottura relazionale che ha preceduto la crisi (spesso aggravata, invece, dal ricovero ospedaliero). Al tempo stesso questi atti continuano a comunicare la disponibilità del servizio verso il paziente (l’alleanza) in un modo che non vuole confermare l’etichettamento e l’ulteriore perdita di potere, come il ricovero di per sé fa. Pur attestando la volontà di aiuto e di cura, vogliono subito spiazzare la domanda, nel senso di una ridefinizione del problema in termini di «utilità» percepibile anche dal paziente (come vedremo, attraverso il programma terapeutico). 

Può accadere ovviamente che il paziente si allontani dal centro, riproponendo il suo rifiuto, rompendo la relazione che si era stabilita. Tale evidenza costringe gli operatori a cercarlo, a ricontattarlo, a riconsiderare le sue domande al nuovo livello di contrattualità che egli, con la rottura del rapporto, ha proposto. 

In ogni caso l’elasticità della gestione connessa con le modalità di presa in carico che stiamo descrivendo, non esclude che, talvolta, il servizio riconosca necessità di protezione di persone che esprimono comportamenti eclatanti e che possono essere esposte ad alti rischi di sanzione (carcere, manicomio criminale) o per i quali la circolazione nei propri contesti di vita, per i livelli di non attuazione o di destrutturazione che essi esprimono, potrebbe compromettere ulteriormente la loro contrattualità bruciando il terreno dei rapporti e forzando i livelli di tolleranza. In tutte queste situazioni il centro si assume l’onere di attuare forme di tutela e di controllo. Ma la qualità di queste operazioni (divieto di uscire dal centro, o comunque limitazioni del movimento o dei contatti con i familiari, sedazione farmacologica) viene personalizzata nella figura dell’operatore che segue, assiste, «accompagna» la persona. 

Il controllo non esiste nella «fisica» del centro perché non esistono le strutture di contenzione (porte chiuse, stanze di isolamento, mezzi di contenzione fisica); non appare dunque mai come «dato», ma come limite critico e scelta concreta su cui contrattare, che va spiegata e motivata cercando di determinare ulteriore consapevolezza. 

In tutti i casi in cui si ricorre ad una gestione più rigida e direttiva del paziente (che contiene in sé rischi di chiusura del rapporto, di oggettivazione e manipolazione), la contrattazione continua e può ribaltare la gestione stessa in un fatto attivo cui egli partecipi. 

L’ospitalità nel centro si inscrive ad ogni modo in una serie di atti e di eventi che la precedono, l’accompagnano e la seguono, restando sempre un segmento dell’intervento e mai in sé, risposta alla crisi. Essa viene spesso utilizzata come strumento per approfondire e ridefinire il rapporto terapeutico «insufficiente»: determina una maggiore conoscenza reciproca e rende possibile un avvio una ripresa del progetto terapeutico. In questo senso, accentrando la gestione nel cuore del sistema operativo del servizio, l’ospitalità è in grado di mobilitare un maggior numero di energie e risorse istituzionali, poiché sul paziente viene focalizzata l’attenzione di tutta l’organizzazione. Per questa via vengono affermate le valenze terapeutiche che la struttura del centro in sé possiede. 

Questa estrema peculiarità dell’esperienza di ospitalità nei vissuti sia del paziente che dei familiari, rappresenta un’operazione di smontaggio, pratico e simbolico, della «forma-ricovero». Attraverso la trasparenza degli atti istituzionali e loro leggibilità si possono determinare trasformazioni della domanda, che, nella nostra esperienza, non è più delega totale, o di internamento. 

6. L’ascolto organizzato, l’organizzazione dell’ascolto
Il paziente che arriva al centro (che viene preso in carico) non viene di solito sottoposto ad un colloquio psichiatrico mirato alla diagnosi, fondato su una conoscenza unidirezionale e oggettivante da parte dell’operatore. Piuttosto si cerca di stabilire un rapporto graduale di conoscenza reciproca, con il coinvolgimento di più operatori (e talvolta di altri pazienti). 

Al nuovo paziente viene lasciato il tempo di orientarsi nello spazio del centro, e percepire e comprendere le attenzioni a lui rivolte, iniziare a muoversi in quello spazio ed agirlo. 

La presenza di un clima di disponibilità diffusa caratterizza la molteplicità di scambi e di interazioni tra il paziente e gli operatori professionali, le altre figure dello staff, (cuoca, pulitrici, guardarobiere ed utenti cooperativisti addetti a questi stessi lavori), altri pazienti e volontari. Spesso accade, anche quotidianamente, che nascano momenti di discussione e di intrattenimento collettivo spontaneo, animati dall’operatore, a cui più pazienti partecipano e sono provocati a confrontarsi tra loro, ad avere consapevolezza dei problemi e dei livelli comunicativi propri degli altri. 

Anche la riunione quotidiana d’équipe al cambio di turno, costante momento di comunicazione, informazione e riflessione tra gli operatori, non esclude (anzi spesso favorisce) la partecipazione dei pazienti che possono ascoltare e intervenire sui temi in discussione. Talvolta il paziente si sente stimolato a prendere la parola e a raccontare, o esporre, ciò che sente come il proprio problema. È in queste occasioni che egli trova ascolto e riconoscimento collettivo ed il «suo problema» arriva, senza mediazioni interpretative, all’attenzione del gruppo. Spesso proprio nelle situazioni di crisi i momenti informali descritti si dimostrano i più significativi ed utilizzabili dal paziente. 

I momenti di ascolto più formalizzato, intesi come spazio e tempo definiti di colloquio tra operatori e singolo paziente, non qualificano mai una condizione di psicoterapia secondo modelli predeterminati, ma si inseriscono e sono parte della diversificazione dei momenti di ascolto e conoscenza. Il colloquio è, di solito, finalizzato a facilitare l’espressione (ovvero la verbalizzazione), dei bisogni che sottendono la domanda; a stimolare il confronto tra la situazione reale di vita del paziente e le sue contraddizioni rispetto ad essa; ad analizzare ciò che è accaduto con l’emergere della «malattia»; a riportare questa condizione all’interno della sua continuità storica; a riconnetterla con la vita normale attraverso una lettura comune della biografia e dei percorsi sociali ed esperenziali che hanno preceduto la malattia. La ricostruzione di questi tramiti, di per sé, riduce l’angoscia e rassicura il paziente. Diventa possibile allora identificare i problemi attuali sui quali in quel momento è possibile formulare un programma pratico che tenga conto, da una parte, delle capacità del paziente e della loro possibile crescita, dall’altra delle risorse che il servizio può offrire o che, facendo leva sulla sua organizzazione, può riuscire a mettere a disposizione. 

Sia l’ascolto formalizzato che i più numerosi momenti di ascolto informale tendono a proporre percorsi di consapevolezza rispetto allo stare con altri, all’ascoltare i propri ed altrui bisogni, al contenersi, al limitare l’espansione del Sé. Il rapporto che si costruisce in questo modo risponde anche ad una domanda di pedagogia che di solito il paziente ed i familiari pongono, nel senso di comprendere ed analizzare insieme il significato dell’esperienza di malattia e stabilire gli scopi ed i passaggi successivi del processo di ricostruzione e di emancipazione. 

È evidente che tutto ciò non accade naturalmente, ma presuppone un lavoro finalizzato ed intenzionale che produca la circolazione di conoscenze e di informazioni. 

Tale lavoro attiene alla consapevolezza che l’operatore ha di essere parte di un gruppo di operatori, di un servizio; e che le valenze terapeutiche vanno individuate nel rapporto complessivo tra il servizio e l’utente. Infatti la personalizzazione del rapporto del singolo operatore con il singolo paziente, che certamente va ricercata, deve essere ricondotta all’«insieme» come ulteriore ricchezza e possibilità di verifica. 

7. Il valore-tempo
In tutti i luoghi di ricovero (nell’O.P. come nelle unità psichiatriche dell’Ospedale Civile), il paziente vive il suo tempo completamente all’interno del tempo e del ritmo dell’istituzione che lo contiene. 

Il tempo, coordinata fondamentale dell’esperienza, anche nella crisi, diventa il primo valore che gli viene sottratto. Il ricovero separa il tempo malato dal tempo normale o sano, definisce la durata della malattia, organizza secondo le sue norme il quotidiano del soggetto. Così il ricovero scandisce tempi e ritmi della crisi. 

Il tempo vissuto dal paziente in crisi può invece esprimersi in modo autonomo rispetto ai tempi imposti dall’istituzione, nel C.S.M., in quanto luogo permeabile, non separato, dove difficile (e non voluto) risulta l’esercizio di qualche forma di imposizione/costrizione/omologazione in ordine al tempo. 

L’uso del tempo, da parte sia del paziente che degli operatori, può diventare fattore tattico fondamentale nel progetto di intervento. 

Il tempo passato a contatto con il servizio va riempito con atti, presenze e prestazioni utili alla persona in crisi (o riconosciute come utili dalla stessa); e il tempo proprio del paziente va a coniugarsi con i tempi dell’intervento, in modi spesso ambigui e conflittuali. 

Da parte dell’operatore la discussione sul programma quotidiano, durante la presa in carico, è sostenuta dall’intenzione di non interrompere o sconvolgere la quotidianità del paziente, che deve poter «continuare a vivere» malgrado la crisi. Il tempo organizzato e gestito dal servizio si dovrà articolare col tempo proprio del paziente, attraverso la discussione delle sue proposte e delle sue iniziative. Il rispetto del tempo proprio del paziente diventa così un ulteriore fattore di rafforzamento/conservazione delle sue potenzialità di soggetto, e non oggetto, dominato ed istituzionalizzato. 

In definitiva il tempo può costituire un valore di cui egli può riappropriarsi, conservando i legami col suo contesto e con la sua vita quotidiana, ma incrociandosi contemporaneamente con le «durate» elastiche del programma del servizio, possibilmente commisurate sui suoi livelli di bisogno. 

8. La rete delle relazioni
All’interno dello spazio del centro, reso vivibile nelle 24 ore e attraversabile dal paziente, tutti i momenti di contatto con altre persone possono rappresentare occasioni di incontro e dunque di rapporti interpersonali, di risocializzazione, di aggregazione o di conflitto.
 

Una prima rete di legami labili può essere ricostruita attorno al paziente: vengono favoriti legami di complicità e affettività con operatori ed altri pazienti. Possono nascere forme di aiuto reciproco: un paziente può diventare riferimento e appoggio per l’altro in maggiore difficoltà. 

Queste forme di rapporto, nate all’interno del centro, spesso si prolungano al di fuori di esso e durano nel tempo. In questo modo si sono sviluppate realtà di convivenza, di integrazione economica, di tolleranza, di solidarietà, di vita amorosa. 

La compresenza di forme diverse di disagio può creare uno scenario che consente molteplicità di espressioni e di comportamenti, nel quale ognuno può trovare un suo spazio. La coesistenza nel centro di pazienti acuti e cronici, vecchi e giovani, portatori di diversi livelli e forme di patologia, appartenenti a differenti classi sociali, si dimostra non solo possibile ma utile per il confronto tra soggetti diversi, per la critica dell’immaginario pauroso della follia, per la crescita di consapevolezza in ciascun paziente dei problemi di altri. 

Queste diversità e differenze inducono negli operatori una visione complessiva dei problemi della salute mentale e del servizio, evitando sterili specialismi e permettendo di arricchire reciprocamente pratiche diverse: intervento sulla crisi e riabilitazione, attenzione ai bisogni quotidiani ed attitudine all’ascolto, pratiche mediche e pratiche sociali. 

Anche spazi particolari del centro, solitamente considerati dislocati rispetto alle attività terapeutiche, come la lavanderia, l’ufficio delle assistenti sociali e soprattutto la cucina, possono così restare non separati. Anzi gli operatori addetti a specifiche mansioni, valorizzati come soggetti, sono capaci di agire scambi terapeuticamente validi, se fondati sull’attenzione al paziente e sulla disponibilità. 

Fuori dal centro, i luoghi che arricchiscono a Trieste la rete dei servizi psichiatrici (laboratori di pittura, teatro, sartoria, ceramica, grafica, musica, barca a vela), sono ulteriori passaggi di una ricostruzione di relazioni e di capacità di relazione. In contesti diversi dal centro (dunque meno specifici, nei quali i ruoli si delineano meno nettamente e forte invece è il riferimento al gruppo in quanto tale), il paziente sperimenta altre possibilità di espressione, trova riconoscimento collettivo, ma anche possibilità di contenimento della crisi e di ricomposizione. 

9. Offerta terapeutica/riproduzione della crisi
Progressivamente si evidenzia all’attenzione del servizio la situazione del paziente nella sua complessità, come insieme di soggettività, rapporti sociali, condizioni materiali di vita.
Il primo contatto e i successivi momenti di verifica della realtà di vita del paziente compongono il quadro dei bisogni: dove vive, dove dorme, che cosa mangia, quanti soldi possiede, chi incontra, chi è intorno a lui, dove lavora? L’ascolto favorisce la collocazione di questa realtà di vita in una prospettiva storica, rende più consapevoli il paziente e i suoi familiari, esplicita le contraddizioni ed i conflitti che vi si agitano. 

La connessione di questi momenti conoscitivi, già di per sé terapeutici, articola, in naturale progressione con gli atti pratici, la risposta che definiamo offerta terapeutica del servizio. 

Il Centro di Salute Mentale si è gradualmente attrezzato con una quantità sempre maggiore di risorse tali da tentare di rispondere alle situazioni ed alle esigenze più diverse. Per risorse del servizio intendiamo ciò di cui esso dispone in termini di aiuti materiali, strumenti, prestazioni, luoghi e occasioni di aggregazione e di socializzazione. Questa ricchezza del servizio è frutto di scelte direttamente conseguenti al lavoro di deistituzionalizzazione, orientato nel nostro caso a sviluppare nel territorio momenti di garanzia per il paziente: tutela, protezione, sostegno. 

La combinazione dell’uso di tali risorse con atti più facilmente definibili come medici, configura di volta in volta il programma terapeutico. All’uso degli psicofarmaci, ad esempio, non viene riconosciuto un valore terapeutico in sé ma un’utilità relativa all’apertura di possibilità di rapporto, alla riduzione dell’angoscia individuale e talvolta al controllo transitorio di comportamenti. 

Risorse e prestazioni sono dunque direttamente fornite dal servizio o tramite l’attivazione di altri servizi o enti, esse riguardano la sfera dell’abitare (ripristino, manutenzione e pulizia della casa, ricerca di alternative abitative), del denaro o reddito (sussidio economico in denaro, uso della cassa del centro, gestione quotidiana temporanea del denaro, atti di difesa e tutela del patrimonio), dell’approvvigionamento alimentare - catering (mensa presso il centro, approvvigionamento alimentare in casa), della cura di sé (lavanderia, pulizia personale, parrucchiere, guardaroba), delle possibilità lavorative (inserimenti in cooperativa, assegnazione di piccoli lavori al centro, assegnazione di borse di lavoro), del tempo libero (laboratorio di teatro, musica, grafica, sartoria, ceramica, palestra; barca, gite, soggiorni-vacanza, feste, cinema, spettacoli). 

Queste ed altre attività presuppongono lo stare con il paziente. Andare a far visita ai parenti, rimetterlo in rapporto con i vicini, provvedere con lui all’organizzazione domestica ed al vivere quotidiano; accompagnarlo a fare la spesa, ad acquistare vestiti, a visite mediche o ad analisi, a fare documenti, a incassare denaro in banca, a verificare occasioni di lavoro; semplicemente uscire con lui. Sono tutte operazioni che tendono a conservare o ad attivare il rapporto con l’ambiente esterno e a promuovere una relazione più informale e confidenziale con l’operatore, al di fuori dello spazio del centro. 

Gli atti pratici del servizio non sono dunque momenti episodici di sostegno ma vengono integrati in una più ampia finalizzazione. 

Rispondere al bisogno, prima di tutto, fornisce strumenti materiali di riproduzione sociale e di miglioramento della qualità della vita; promuovere gradualmente profonde e continue trasformazioni nell’operatività e nella filosofia del servizio; incrementa la contrattualità del paziente e lo conferma all’interno del suo contesto. Se il tempo stesso di risposta al bisogno tende a ridursi e quasi ad adeguarsi alla domanda urgente che pone il paziente in crisi, è ulteriore importante fattore di scioglimento della crisi stessa. 

È evidente, a nostro avviso, la peculiare qualità terapeutica di un intervento così concepito, che spesso viene interpretato riduttivamente come assistenziale/consolatorio. Il lavoro che si sviluppa intorno alla crisi come risposta al bisogno, continuamente offre agli operatori (infermieri, inservienti, assistenti sociali, medici) un livello reale di rapporto possibile; permette la traduzione immediata del linguaggio tecnico in termini di problemi concreti; ostacola la tendenza della psichiatria ad espellere dall’intervento, come scorie, ciò che ha a che fare con la materialità della vita; favorisce uno scambio concreto tra i diversi soggetti che agiscono; promuove «l’andare con» il paziente. 

Si evidenzia così, secondo noi, un rapporto tra mutamento della realtà empirica e mutamento della soggettività che è verificabile non tanto a livello di una grande, quanto possibile, trasformazione esistenziale, ma a livello di piccoli cambiamenti che i singoli gesti degli operatori producono all’interno della vita quotidiana del paziente. Tali gesti sono i tramiti del rapporto di fiducia tra questi e il servizio. 

Tutto quanto detto attiene dunque non solo ai bisogni materiali, ma a proposte alternative di vita, transitorie o meno, per il paziente in crisi. Esse possono svilupparsi solo all’interno di una continua discussione con il paziente stesso sui modi in cui egli vive il cambiamento del reale, si confronta e si modifica con esso. Non si pretende di effettuare una lettura dei bisogni che sottendono la domanda psichiatrica, ma si tende a fornire delle risposte nella consapevolezza che esse hanno un valore circoscritto nel tempo, relativo all’emergere del bisogno come fatto contingente, e che permettono al paziente di rafforzarsi e di procedere oltre, verso la riacquisizione di identità sociale, di potere contrattuale. 

Nel percorso descritto di rafforzamento di contrattualità, e contemporanea soggettivazione del paziente, esiste, da parte del servizio, un’attenzione alla riformulazione continua della domanda. 

I problemi del paziente vengono costantemente ridefiniti; nel rapporto col servizio egli può progressivamente maturare nuovi livelli di bisogno e prenderne coscienza. Si può passare dal linguaggio disarticolato della crisi alla capacità di capire ed esprimere le proprie esigenze ed aspettative di vita, rispetto alle quali il servizio deve orientarsi e organizzarsi. (Questo è il lavoro di deistituzionalizzazione della malattia come noi lo intendiamo, l’ultimo livello del processo di deistituzionalizzazione e il più difficile, perché allude alla psichiatria come occultamento dei problemi umani). 

10. Crisi del servizio. Rottura e ricomposizione degli equilibri istituzionali
Non è possibile attualizzare questo lavoro sul soggetto se contemporaneamente non procede un lavoro sul servizio. Il problema è quello di sviluppare e ottimizzare le potenzialità terapeutiche che il servizio possiede, in quanto sommatoria di risorse e di soggettività. 

Il programma terapeutico personalizzato si materializza proprio lavorando sul conflitto tra organizzazione del servizio e concretezza dei problemi posti dal paziente. Ciò che definiamo flessibilità, ossia capacità di determinare di volta in volta adeguate risposte operative, non può essere semplicemente definita dall’organizzazione del lavoro, dalle «disposizioni di servizio». La flessibilità è possibile attraverso il tentativo continuo di lavorare secondo uno stile collettivo, in cui ciascuno possa dare il suo apporto. La circolazione delle informazioni, la discussione dei problemi e delle possibili risposte, l’ampio spazio dato al confronto attraverso la riunione quotidiana d’équipe, gli scambi continui tra operatori durante il turno di lavoro, possono creare interesse, possibilità di comprensione allargata e determinare il coinvolgimento del gruppo sul problema.
Gli operatori devono trovare possibilità di esprimersi nel gruppo e di operare con il paziente a vari livelli. Nel processo di deistituzionalizzazione si sono creati spazi di autonomia decisionale ed operativa per ciascuna figura professionale; la gerarchia è di fatto fortemente incrinata e così pure la separazione dei ruoli e delle mansioni, tendendo ad una divisione del lavoro il più possibile orizzontale pur preservando la ricchezza dei singoli contributi professionali. È stata promossa in questo senso l’autogestione dei turni e di interventi svincolati dall’orario rigido di lavoro su progetti finalizzati. La nuova contrattazione che si è creata include più soggetti: medici - infermieri - altri operatori - pazienti. Ciò permette, in un modo non formale, l’esprimersi della creatività e delle risorse di ognuno, secondo la singolarità della propria cultura, linguaggio e comportamento. La discussione collettiva sulle scelte da operare rispetto al paziente offre molte possibilità a ciascun operatore di influenzare il gruppo attraverso la verifica collettiva costante di come si opera e dei risultati che si ottengono. Questo assetto, prodotto storico del processo di deistituzionalizzazione rispetto all’organizzazione del lavoro, non è un dato ma una condizione di possibilità. Il servizio è pur sempre uno spazio istituzionale: come tale riproduce aspetti anche regressivi di istituzionalizzazione, sia nei pazienti (nel loro rapporto col servizio) sia negli operatori (nel loro rapporto col lavoro).  

La produttività di un tale sistema (produzione di salute e di soggettività, riproduzione sociale) necessita di costanti investimenti, ricerca di nuove risorse, capacità di resistere ai cali di produttività, ai fallimenti, al «disordine». Il sistema organizzativo si trova in una condizione che potremmo definire di «squilibrio produttivo» nel quale istanze diverse, e spesso contrapposte, delle diverse figure professionali (sempre in bilico tra difesa corporativa della loro professione e dilatazione dei compiti e delle funzioni, tra la soddisfazione di bisogni soggettivi e la risposta ampia ai bisogni del servizio) sono il punto centrale, critico e conflittuale, attraverso cui si elabora la strategia operativa. In particolare, la routine quotidiana deve assicurare la continuità, ma non deve diventare esecuzione ripetitiva di gesti e disposizioni. Il riferimento al modello medico e psicologico nell’agire quotidiano va usato come parte di un insieme di possibilità teoriche e pratiche cui tali modelli vanno ricondotti, senza essere perciò assolutizzati. Il confronto con codici, strumenti e linguaggi psichiatrici, attraverso la loro attenta s/definizione e s/conferma può diventare fertile provocazione alla nascita e alla crescita di linguaggi autonomi e differenti consapevolezze.

Il bagaglio di conoscenza pratica e l’immediatezza degli operatori di base, la vicinanza (spesso di classe e linguaggio) ai problemi del paziente, - come pure le resistenze, i pregiudizi, le opposizioni, - sono la necessaria e controversa ricchezza su cui si può costruire una pratica unitaria, uno stile operativo che, senza selezioni, senza espulsioni, tenda a qualificare la terapeuticità del servizio. 

Occorre ricondurre a corretta dialettica le antinomie che la pratica evidenzia, spesso con violente lacerazioni, come liberare/opprimere, abbandonare/controllare, occuparsi di ogni problema/psichiatrizzare. 

E tuttavia è sempre possibile che si presenti la riproduzione della distanza tra operatore e paziente: il non-ascolto, l’oggettivazione, la prevaricazione, l’induzione passiva di cronicità. La capacità di riproporsi costantemente tali nodi, di viverli come crisi propria, permette al servizio, (in un processo certamente non lineare, a costo di conflitti e a volte a rischio di «bruciare» gli stessi operatori [burn-out syndrome]), di riprodursi affrontando il rischio della sua stessa istituzionalizzazione. 

L’emergere di modalità di volta in volta nuove e singolari di affrontamento della crisi è frutto dunque di una fatica quotidiana per la modificazione di meccanismi neoistituzionali di funzionamento. Solo un’ottica complessiva rispetto alla vita del servizio, (dunque anche rispetto a progetti generali, nuove idee e stimoli, ecc.), può creare le condizioni perché adeguati programmi terapeutici siano formulati e realizzati. 

È necessaria dunque un’attenzione rivolta anche alla soggettività degli operatori perché si crei un rapporto corretto tra identificazione col paziente e distanziamento, carica affettiva e scioglimento collettivo dell’angoscia del rapporto, investimento individuale dell’operatore e appoggio sul gruppo più ampio. 

In questo senso, e in molti altri, il centro deve poter essere una comunità terapeutica allargata, dai limiti non definibili, che possiede una sua vita interna ma si prolunga nel «fuori» ed è aperta al fuori; sommatoria di un fascio di percorsi personali e istituzionali che si incrociano nel suo spazio, reale e simbolico. 

11. Conclusioni
Piuttosto che puntare su una risoluzione del conflitto nello scenario privato (familiare e microsociale), tentando di arrivare ad una rapida normalizzazione del soggetto come è di solito nelle strategie di crisis intervention, la risposta alla crisi nel servizio territoriale è piuttosto volta a connettere, a mettere in contatto il paziente con un sistema di relazioni e di risorse umane e materiali. Una volta che egli vi accede, la crisi si svolge in un ambito collettivo. Il paziente deve poterla attraversare conservando la sua continuità esistenziale e storica. La gestione che si attua attraverso la presa in carico è orientata a garantire il mantenimento dei legami col suo ambiente, l’individuazione dei nessi tra la crisi e la sua storia, la ricostruzione e ridefinizione delle relazioni con le persone significative, la costruzione di nuove reti di rapporto. 

La crisi può così perdere il suo carattere di frattura, di soluzione di continuità dell’esistenza, e invece assumere un valore dinamico, tanto contraddittorio con l’esistenza stessa quanto ad essa sempre riconducibile. 

 Essa resta così un evento che alla storia della persona ritorna, si ricollega; sulla quale l’impatto del servizio risulta spesso determinante, proprio nel suo essere, a sua volta, un evento che può creare un’espropriazione e rimarcare la frattura o, inversamente, operare un tentativo di ricerca e di risposta. La crisi in quanto accadimento nel corso del tempo può essere adeguatamente superata se il servizio riesce ad aprire, o a lasciare aperto al soggetto uno spazio sociale di manovra contrastando il restringersi del contesto attorno a lui, lo scattare dei meccanismi di controllo, lo stabilirsi dei circoli viziosi di riproduzione della malattia. 

L’evento-malattia tende così a trasformarsi profondamente nella nostra esperienza, sia nelle sue modalità di espressione che nella sua evoluzione. Esso si può scomporre infatti in vissuti «che accadono» ed anche possono ripetersi, ma con altre modalità e in altri tempi, e sempre «nella storia». 

Il servizio non si pone come obiettivo la soppressione del sintomo né fissa un limite, la fine della terapia. Esso vuole essenzialmente offrire degli strumenti di riproduzione sociale per la persona in crisi, e dunque non necessariamente chiuderà il rapporto terapeutico in tempi brevi. Le possibilità del fallimento del programma terapeutico rinviano ovviamente sia ai limiti del servizio che alla insistenza della malattia, come persistenza di un segnale sociale da decifrare; e in ogni caso alla difficile pianificabilità della sfera terapeutica. 

Tuttavia per un servizio come il nostro il fallimento, a fronte di soluzioni impossibili, è sostanza del lavoro quotidiano perché termina un ripensamento ed una rielaborazione dell’intervento a partire dai limiti evidenziati; in ogni caso la quotidianità del servizio, la sua presenza come punto di riferimento per il paziente, garantisce il sostegno e la possibilità di «andare avanti», di continuare a vivere malgrado la malattia. 

Lo scioglimento della relazione terapeutica, intesa come fine della presa in carico, non va condizionato da un fuorviante concetto di guarigione in senso clinico, proprio perché il problema è di garantire una continuità di vita per il paziente nella comunità. Secondo noi la fine della presa in carico è legata alla messa in crisi della tutela terapeutica quando maturano capacità di autodeterminazione nel paziente. In questo senso il servizio pone in secondo piano il rischio di dipendenza, preferendo agire trasformazioni sul lungo periodo, dove il paziente possa maturare sempre nuovi livelli di bisogno e possibilità di esprimerli. 

In questo utente/servizio, che è difficilmente riducibile alla sfera di pratiche improntate al modello clinico, è possibile far crescere nuove modalità di intervento proprio attraverso la valorizzazione del paziente, dei suoi bisogni, dei suoi comportamenti. In tal modo è possibile dimostrare che una persona può star male e, al tempo stesso, continuare a vivere in casa propria, attraversando un servizio psichiatrico; dimostrare in definitiva che le istituzioni psichiatriche non necessariamente devono totalizzare il soggetto o inglobarlo, in quanto malato, per un periodo più o meno lungo della sua vita, ma che possono giocare su ogni piano l’antinomia salute/malattia. 

Elementi, tratti, segmenti, parti sane, «normali», sono individuabili in ogni soggetto malato ed è sempre possibile riconoscere significato e valore al nesso tra normalità ed anormalità, tra star bene e star male, tra essere in grado di agire ed aver bisogno di aiuto. Mentre la psichiatria clinica tende a riconoscere soltanto i tratti patologici, abnormi, insani, (i sintomi della malattia), la pratica del servizio descritta riesce a dare valore al nesso dialettico tra salute e malattia, e, di conseguenza, anche alle componenti sane, alle espressioni di salute, di normalità. 

Il soggetto, anche se malato, esprime comunque capacità di relazione, creatività, espressività originale, capacità produttive, lavorative o comunque bisogno di realizzare una sua creatività, una sua produttività. In questo senso il rapporto terapeutico assume le caratteristiche del processo e della verifica continua del programma, delle aspettative, delle soluzioni proposte. 

Non è più possibile, né opportuno, rinviare il paziente «difficile» ad altre soluzioni istituzionali totalizzanti. 

Crediamo di poter concludere ricordando che il senso della profonda trasformazione che si è determinata nell’assetto della rete dei servizi psichiatrici a Trieste sta proprio nel capovolgimento/cambiamento del percorso del paziente psichiatrico, nelle sue modalità di esprimersi e di essere percepito dagli altri. 

Nuovi margini di ricerca si aprono, nuovi problemi attendono soluzioni.

Note

(*) Parti di questo lavoro sono state pubblicate in Italia («Il lavoro terapeutico nel Servizio territoriale» ed. Salemi, Roma 1987); e in Gran Bretagna («Responding to Crisis. Italian Style» in «Psychiatry in transition», Pluto Swan, London; «Dalla Psichiatria alla Salute Mentale», ed. Salemi, Roma 1987 - in preparazione.

Il presente testo rappresenta la rielaborazione e lo sviluppo, in forma assai più ampia, delle idee ivi contenute.

(1) Attualmente il circuito psichiatrico a Trieste (280.000 abitanti) è costituito da 7 Centri di Salute Mentale (C.S.M.), operanti in altrettante zone della città, ciascuna con una popolazione di circa 40 mila abitanti. A Trieste l’O.P. non è più funzionante: ospita poco più di 200 persone, di cui 40 circa infermi o allettati e 160 ospitati in piccoli gruppi familiari con un’assistenza infermieristica limitata alle ore diurne. Dal marzo 1980 è stato attivato presso l’ospedale civile il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC), meglio definibile nel nostro caso come Servizio di Emergenza Psichiatrica (S.E.P.), dotato di 8 posti letto, che assolve funzioni di guardia psichiatrica e di «smistamento». Il paziente inviato all’astanteria dell’Ospedale generale viene affidato, dopo aver ricevuto le prime eventuali cure, al Centro territoriale di appartenenza; solo durante le ore notturne viene ospitato nel S.E.P., per poi essere inviato al servizio territoriale all’indomani.
Nella città sono dislocati 21 gruppi-appartamenti che ospitano 10 persone circa. Si sono costituite inoltre cooperative (fino a oggi 3) di lavoro finalizzate all’occupazione (di pazienti e di altri giovani marginali), impegnate in lavori di pulizia, edilizia, agricoltura e nella gestione dei laboratori di teatro, musica, pittura, falegnameria, sartoria, videoregistrazione, grafica, tempo libero. Le cooperative, nate in opposizione all’ergoterapia del manicomio, associano oggi circa 200 lavoratori e garantiscono la paga prevista dai contratti nazionali del lavoro.
Dal 1980 i Servizi di Salute mentale intervengono anche all’interno del carcere di Trieste allo scopo di seguire detenuti già psichiatrizzati o nuovi pazienti che ne facciano richiesta, rispetto ai quali si avviano programmi terapeutici e di reintegrazione sociale, misure alternative alla detenzione. Obiettivo primario è la prevenzione degli invii all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Va ricordato inoltre che nella provincia di Trieste sono assenti Case di Cura private e che a Clinica Psichiatrica Universitaria dispone di 40 posti letto.
Dall’entrata in vigore della Legge 180 i TSO sono stati, fino al 1986, 31 (3,7 per anno), attuati nel 70% dei casi presso i C.S.M. e nel 30 % dei casi presso il S.E.P.. I pazienti cittadini di Trieste inviati negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono passati da 10 nel 1979 ad 1 nel 1985. Attualmente solo 3 triestini sono internati negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari di tutta Italia. Tale organizzazione dei servizi si è andata sviluppando nel corso degli ultimi 15 anni a partire dal lavoro di trasformazione dell’O.P. triestino che ospitava nel 1972 1200 pazienti. Tutto il personale medico e paramedico, prima operante nelle mura ospedaliere, si è progressivamente trasferito, a partire al 1975, nel territorio, riqualificandosi e contribuendo a formare l’attuale struttura organizzativa.

[Per ulteriori elementi conoscitivi, cfr. Gallio, Giannichedda (1982); Gallio, Giannichedda, De Leonardis, Mauri (1983); Gaglio, Mezzina (1983); Dell’Acqua, Cogliati (1984); Rotelli, De Leonardis, Mauri (1986) ]

(2) Il C.S.M. di Barcola ha cominciato a funzionare nel 1975 con 10 infermieri e due medici, occupandosi inizialmente soprattutto delle dimissioni di pazienti ancora ricoverati nell’O.P. di Trieste. L’area di riferimento copre due distretti per un totale di 45.000 abitanti e per una superficie di 10.1 kmq.
L’utenza del servizio è andata progressivamente aumentando di pari passo con la perdita di funzioni dell’O.P. e con la crescita di credibilità e di penetrazione del Centro nei rioni. Parallelamente è andato aumentando e strutturandosi meglio il personale medico e paramedico del C.S.M., rendendosi disponibile, con la graduale chiusura del manicomio, altro personale prima operante all’interno.
Attualmente lo staff consta di: 19 infermieri operanti nel Centro; 3 infermieri addetti ad un gruppo-appartamento di 14 ospiti; 2 infermieri addetti a 4 piccoli gruppi-appartamento per complessive 12 persone; 2 assistenti sociali; 3 psichiatri. Si è venuto così configurando un rapporto operatore-popolazione assistita, a nostro avviso, ottimale: 1 infermiere ogni 2.000 abitanti circa, 1 medico ogni 15.000 ed 1 assistente sociale ogni 20.000 circa.
Il Centro è aperto 24 ore su 24. Durante la notte due infermieri assistono i pazienti che usufruiscono di ospitalità notturna, mentre eventuali accoglimenti od urgenze vengono svolti dal già citato S.E.P.. Durante le ore diurne il personale medico e paramedico assicura la sua presenza dalle ore 8.00 alle ore 20.00.

[Per ulteriori elementi conoscitivi cfr. Cogliato, Dell’Acqua (1982); Gallio, Giannichedda, De Leonardis, Mauri (1983); Pastore, Debernardi, Piccione (1983); Dell’Acqua, Cogliati (1984) ] 

(3) Il gruppo si caratterizza per essere costituito per il 55,6% da donne. Se consideriamo l’età il 48,8% del totale risulta avere più di 55 anni; tale alta percentuale corrisponde alle caratteristiche demografiche generali del territorio considerato (circa 20% di persone al di sopra dei 65 anni di età). In ordine al tipo di sintomatologia (nel rifarci ad ampie aree diagnostiche) le crisi psicotiche acute (bouffé deliranti, episodi schizofrenici acuti, reazioni e stati paranoidi, ecc.) rappresentano il 31,4% dei casi; i tentativi di suicidio (sostenuti da varie patologie, ma che abbiamo raggruppato in base alla motivazione principale della richiesta d’intervento) il 21,3%; gli stati confusionali di natura psicorganica (demenza senile, presenile, ecc.) il 12,9%; gli stati maniacali il 10,1%; i disturbi comportamentali sostenuti da alcoolismo tossicodipendenza (stati di agitazione, disforici, allucinosi, ecc.) il 9,2%; le crisi depressive gravi (depressioni maggiori, gravi reazioni depressive, ecc.) il 7,4%; gli stati di angoscia grave (nevrotici, reattivo-situazionali, ecc.) il 7,4%. È da sottolineare che è già in corso un follow-up di 3 anni che formerà l’oggetto di un ulteriore approfondimento.

Riferimenti bibliografici 

AA.VV. (1975) «L’altra pazzia», a cura di L. Forti, Feltrinelli, Milano, 1978.

AA.VV. (1978) «Les urgences psychiatriques» in l’Evolution Psychiatrique, jan.

AA.VV. (1981) «Intervento sulla crisi - Un’esperienza diversa a Roma. Il pronto intervento sul luogo della crisi», C.N.R. - P.M.M. - Il Pensiero scientifico Editore, Roma.

AA.VV. (1985) «La sfida della complessità», Feltrinelli, Milano.

Basaglia F. (1967) «Crisi istituzionale o crisi psichiatrica?» da Annali di Neurologia e Psichiatria, Vol. 51, Fascicolo 2.

Basaglia F. (1982) «Il concetto di salute e malattia», in Scritti, Vol. II°, Einaudi.

Basaglia Ongaro F. (1982) «Salute/Malattia. Le parole della medicina», Einaudi.

Berke J. (1978) «L’intervento sulla crisi: uno studio dell’Arbours Crisis Centre», in La ragione degli altri, Savelli.

Berke J. (1978) «Esplorazioni della follia in Inghilterra e in Francia», intervista in Spirali n. 2.

Bellak L., Barten H. (1969) «Progress in community mental health», Behavioral Publ., New York.

Bonizzoni P., Ebbli D. (1979) «Psichiatria di comunità - L’intervento in situazioni di crisi». Rivista di Psichiatria, nov. Dic.

Caplan G. (1964) «Principles of preventive psychiatry», New York, Basic Books.

Caplan G. (1961) «An  approach to community mental health», New York, Grune and Stratton 1961.

Caplan G., Mason A., Kaplan D.M. (1965) «Four studies of crisis in parents of premature», Comm. Ment. Health, 149.

Caplan G. (1974) «Support system and community mental health», Behavioral Publ. New York.

Castel F., Castel R., Lovell A. (1979) «La société psychiatrique avancée», Grasset, Paris.

Cogliati M.G., Dell’Acqua G. (1982) «La banale quotidianità del C.S.M. di Barcola», in Fra regole e utopia, Ed. Cooperativa Psichiatria Democratica.

Cogliati M.G., Dell’Acqua G., Mezzina R. (1984) «I servizi psichiatrici forti tra pericolosità, perizia, carcere, manicomio» in Atti del Convegno «Capacità di intendere e di volere - Diritto e Psichiatria dopo la Legge 180/78» Università di Trieste.

Cooklin A., Miller A., Mc Hugh B. (1983) «An istitution for change: developing a family day unit», da Family Process, Vol. 22, dec.

Cooper G. (1972) «Services d’urgences psycho-sociales et psychiatriques», la Santé Publique en Europe n. 11, O.M.S. Copenhagen.

Cooper D. (1969) «Psichiatria e Antipsichiatria», Armando, Roma, 1969.

Debernardi A., Gerbaldo C. (1981) «Intervento sulla crisi - Il servizio di reperibilità presso l’O.C. di Trieste» Quaderni di documentazione C.N.R. - P.M.M. - Il Pensiero Scientifico 1981.

Dell’Acqua G., Cogliati M.G., Impagnatiello M. (1984) «Dal manicomio al territorio: per un concreto attacco alla cronicità» Psichiatria Generale dell’età evolutiva, n. 1/2/3, Padova.

Dell’Acqua G., Cogliati M.G. (1984) «The end of the mental hospital» Acta Psy. Scand. - suppl. n. 316.

Dell’Acqua G., Mezzina R. et altri (1981) «Il territorio tra Sanità e Assistenza», Convegno nazionale di Psichiatria Democratica, in Fogli d’Informazione, 75/76.

Dell’Acqua G., Mezzina R.. (1981) «Per una critica della crisi», in Atti del Convegno «La crisi in psichiatria: modelli interpretativi ed operativi», Provincia di Milano.

Erikson M. (1959) «Identity and the life cycle» Psychol. Issues 1, International Universities Press, New York.

Forti L. (1978) «Il Crisis Centre di Londra: un esperimento di psichiatria alternativa», in Aut Aut n. 165/166, maggio-agosto.

Gaglio A., Mezzina R. (1983) «Sul circuito psichiatrico triestino», in Fogli d’Informazione 93/94.

Gallio G., (1982) «Circuiti della domanda psichiatrica e istituzionalizzazione della crisi», in Problemi di valutazione dell’intervento psichiatrico, Il Pensiero Scientifico, Roma.

Gallio G., Giannichedda M.G. (1982) «Note per la lettura del modulo organizzativo dei servizi psichiatrici a Trieste», in Psichiatria senza manicomio, Feltrinelli, Milano, e in Perspectives Psychiatriques, V, 89.

Gallio G., Giannichedda M.G., De Leonardis O., (a cura di) Mauri D. (1983) «La libertà è terapeutica?», Feltrinelli, Milano.

Giannichedda M.G. (1984) «Evoluzione dei riferimenti normativi delle strutture psichiatriche e giudiziarie» in Atti del Convegno «Capacità di intendere e di volere - Diritto e Psichiatria dopo la Legge 180/78», Università di Trieste.

Jogan E. (a cura di (1985) «Psychiatric services in Trieste» - Report on a Study of Crisis Intervention units and Psychiatric Emergency Services in Europe.

Langsley D.G., Kaplan D.M. (1968) «The treatment of families in crisis», Grune and Stratton, New York.

Lindemann E. (1971) «Syntomatology and management of acute grief», AM. J. Psychiatry, 101.

Mezzina R. (1982) «Crisi e circuiti: modelli di intervento sulla crisi in psichiatria in rapporto alla crisi internazionale. Comparazione di esperienze pratiche», Centro Studi Ricerche servizi salute mentale di Trieste.

Mezzina R., Gaglio A., Reali M., Chiaia R. (1982) «Saperi e pratica territoriale», in Fra regole e Utopia, Ed. Cooperativa Psichiatria Democratica.

Mezzina R. (1985) «Sul bisogno d’istituzione, sul rapporto istituzionale nei nuovi Servizi», in Fogli d’Informazione 109.

Myers J., Lindenthal J., Pepper M. (1971) «Life events and psychiatric impairment», J. Nerv. Ment. DIS, 152.

Parkes C.M. (1971) «Psycho-social transitions: a field for study», in Social Science and Medicine, 5.

Pastore V., Debernardi A., Piccione R. (1983) «Psichiatria nella riforma. Analisi di un servizio “forte” di Salute Mentale», C.N.R. Il Pensiero Scientifico, Roma.

Piro S. (1986) «Trattato sulla psichiatria e le scienze umane. Vol. I - Euristica connessionale», Idelson, Napoli.

Ponsi M. (1977) «La situazione di crisi - Linee di intervento e prospettiva teorica», Archivio di Psicologia. Neurologia e Psichiatria, 38.

Ponsi M. (1979) «Teoria e pratica dell’intervento di crisi», Giornale Italiano di Psicologia, Vol. IV, 3, pag. 437 et seg.

Ratna L. (1978) «The practice of psychiatric “crisis intervention”», The League of Friends, Napsbury Hospital, London.

Rotelli F. (1981) «La legge di riforma - Prevenzione e partecipazione» in Fogli d’Informazione 71/72.

Rotelli F., De Leonardis O., Mauri D. (1986) «Deistitutionalization, a different path. The Italian Mental Health reform», in Health Promotion, WHO, Cambridge University Press.

Scott R.D. (1980) «Un’assistenza di base orientata alla famiglia con interventi nei casi di crisi. Descrizione e valutazione del Servizio Psichiatrico della zona di Barnet», in Epidemiologia e prevenzione n. 10/11.

Scott R.D. (1967) «Closure at the first schizofrenik break down: a family study», Brit. J. Med. Psychol. 40, 109.

Schatzmann M. (1979) «Intervista», in La ragione degli altri, op. cit.

Seywert F. (1984) «Urgences psychiatriques et pensée sistemique» da Annales Medico-psychiatriques, Vol. 142 n. 6, giugno.

Watzlawick P., Jackson D.D. (1977) «La psicosi acuta come manifestazione di un’esperienza di crescita» in Verso una teoria della schizofrenia a cura di L. Cancrini, Boringhieri.