Franco
Rotelli
1988
L'ISTITUZIONE
INVENTATA
Pubblicato
in: “per la salute mentale/ for mental health”, n. 1/88 –
Rivista del Centro Regionale Studi e Ricerche sulla Salute Mentale - Friuli
Venezia Giulia
Bisognerà
ripetere qualcosa per noi ovvio, da molti disconosciuto: l’istituzione da noi
messa in questione da vent’anni a questa parte non fu il manicomio ma la
follia. Dissenso a fronte di chi divide i due periodi: quello manicomiale
dall’attuale, non solo per quel che è ovviamente diverso (surplus di
violenza, ruolo della pericolosità sociale, totalizzazione delle persone), ma
anche per quel che per noi è immutato: l’essenza stessa della questione
psichiatrica.
Così mi è accaduto in recenti dibattiti di sentire esporre una
concettualizzazione della critica istituzionale tutta riferita all’era del
manicomio, ridotta a problema di umanizzazione, di eliminazione di una violenza
aggiuntiva e superflua. Periodo che quindi si dichiara a ciò limitato e
concluso. Credo che quest’equivoco sia frutto di una banalizzazione molto
fuorviante, interessata a ridurre e a esorcizzare la portata della rottura
epistemologica introdotta dall’Istituzione Negata e a riautonomizzare la
psichiatria.
1.
L’equivoco non è probabilmente tale, ma una profonda discriminante sul
riconoscimento dell’oggetto della psichiatria. Cosa è stata l’istituzione
da negare? L’istituzione in questione era l’insieme di apparati scientifici,
legislativi, amministrativi, di codici di riferimento culturale e di rapporti di
potere strutturati attorno ad un ben preciso oggetto per il quale erano state
create: la «malattia» cui si sovrappose in più, nel manicomio, l’oggetto «pericolosità»
.
Perché volemmo quella deistituzionalizzazione? Perché per noi l’oggetto
della psichiatria può e deve essere non quella pericolosità né questa
malattia (intesa come qualcosa che sta nel corpo o nella psiche di questa
persona). L’oggetto fu sempre per noi invece l’esistenza-sofferenza dei
pazienti ed il suo rapporto con il corpo sociale (1). Il male oscuro della
psichiatria è stato nell’aver costituito istituzioni sulla separazione di un
oggetto fittizio, la malattia, dall’esistenza complessiva del paziente e dal
corpo della società.
Su questa
separazione artificiale si sono costituiti degli insiemi istituzionali tutti
riferiti alla “malattia”. Occorreva smontare questi insiemi (negare quelle
istituzioni) per riprendere contatto con questa esistenza dei pazienti, in
quanto “esistenza malata”. Allora le vecchie istituzioni andavano superate
perché culturalmente, epistemologicamente incongrue, (e tali resterebbero le
istituzioni previste dai vari progetti di legge di controriforma). La rottura
del paradigma fondante quelle istituzioni, il paradigma clinico, fu l’oggetto
vero del progetto di deistituzionalizzazione: e la rottura del paradigma si
fondava anche sulla rottura della relazione meccanica causa-effetto
nell’analisi di costituzione della follia.
Negazione
dell’istituzione, ben più che smantellamento del manicomio fu ed è
smontaggio di questa causalità lineare e ricostruzione di una concatenazione di
possibilità-probabilità: come ogni scienza moderna ci insegna a fronte di
oggetti complessi. Il progetto di deistituzionalizzazione coincideva con la
ricostruzione della complessità dell’oggetto che le vecchie istituzioni
avevano semplificato (dovendo esse usare non a caso violenza per riuscirvi). Ma
se l’oggetto cambia, se le vecchie istituzioni vanno demolite, le istituzioni
nuove devono essere all’altezza dell’oggetto, che non è più un oggetto in
equilibrio ma è per definizione (esistenza-sofferenza di un corpo in rapporto
con il corpo sociale) in un non-equilibrio: si questo è l’istituzione
inventata (e mai data).
Non si può
fare molto con la “malattia” come la voleva il “modello medico”, con il
sintomo o il conflitto come lo voleva il “modello psicologico”, perché è
cambiato l’oggetto, il paradigma, e con essi il sensato programma.
Alla malattia
(diagnosi, prognosi, terapia), ai suoi consustanziali rapporti di causa ed
effetto, corrispondevano coerenti istituzioni. Alla pericolosità il manicomio,
alla malattia come le altre l’ospedale generale, alle topiche dell’inconscio
e della coscienza i divani analitici; ma rotto il giocattolo, demistificato
l’oggetto, scopertane la miseria, la deistituzionalizzazione, quella vera, ha
invaso e scombussolato il campo con la forza degli eventi moderni (e con qualche
consapevolezza chez- nous).
La
deistituzionalizzazione, quella falsa, ovviamente tenta il contrario:
mummificare l’oggetto della psichiatria, spostando solo le forme e i modi
della gestione, più che altro i luoghi, il look, ben poco d’altro; se il vero
oggetto è divenuto l’“esistenza-sofferenza del paziente nel suo rapporto
con il corpo sociale”, che ben misero rapporto hanno le istituzioni
tradizionali con questo nuovo oggetto (ma anche molte di quelle nuove). Quanto
poco pertinenti, inadeguate: un metro per misurare un liquido, una scatola per
contenere la corrente del fiume. Deistituzionalizzazione vera sarà allora il
processo pratico-critico che riorienta istituzioni e servizi, energie e saperi,
strategie e interventi verso questo ben diverso oggetto.
2. Il
problema diventerà non la “guarigione” ma “l’emancipazione”, non la
riparazione ma la riproduzione sociale della gente, altri direbbe il processo di
singolarizzazione e risingolarizzazione. Se la follia è spesso la forma
caricaturale del nostro essere replicanti, essa è la caricatura di una
ripetizione; altre volte fine della ripetizione; esaurimento totale di ogni
possibilità di una ripetizione. In ogni caso occorrerà pure immaginare che
l’unica cosa sensata possibile è la deistituzionalizzazione di quella scena,
l’invenzione di un modo altro, e la creazione di opportunità, di possibilità,
di probabilità per il “paziente”.
Questo era il
lavoro dentro le mura, questo è il lavoro fuori dalle mura. E per questo
occorrono laboratori, non ambulatori: laboratori pieni di consapevolezza,
macchine di deistituzionalizzazione. (2) In sintesi:
“Uno
statuto di razionalità dell’azione terapeutica indica una concezione della
conoscenza (e della scienza) che non solo è ben lontana dall’ideale
cumulativo, ma riconduce la conoscenza nell’ambito dell’esperienza umana:
essa è un processo aperto, costituito di incertezze e di decisioni ” (De
Leonardis, 1986).
Altro che
“negare l’esistenza della malattia mentale”. La malattia fu un tempo messa
fra parentesi solo in funzione dell’esistenziale dispiegarsi reale della
persona all’occhio finalmente partecipe dello psichiatra. È vero che abbiamo
sempre pensato che essa non sia una realtà ontologica ma una realtà inventata,
ma pur sempre una dura e viva realtà.
“Lo sguardo
medico non incontra il malato ma la sua malattia, e nel suo corpo non legge una
biografia ma una patologia, dove la soggettività nel paziente scompare dietro
l’oggettività di segni sintomatici che non rinviano ad un ambiente o ad un
modo di vivere, a una serie di abitudini contratte, ma ad un quadro clinico dove
le differenze individuali che si ripercuotono nell’evoluzione della malattia
scompaiono in quella grammatica di simboli con cui il medico classifica le entità
morbose come il botanico le piante. Ma quando i sintomi, da espressione di un
disagio e di uno squilibrio nelle condizioni di vita, diventano semplici segni
di una malattia che, invece di iscriversi nel mondo sociale si iscrive nel mondo
patologico, la malattia viene sottratta al controllo del gruppo con cui non si
può scambiare, per essere affidata all’osservazione di uno sguardo, quello
medico, che, autonomo, si muove in un cerchio dove non viene controllato che da
se stesso e dove sovranamente distribuisce sul corpo del malato quel sapere che
ha acquisito” (Galimberti, 1984).
Ma non è
solo uno sguardo, la clinica. Allora la malattia, ben fuori di parentesi, si
svela come il luogo geometrico delle incrostazioni giudiziarie, diagnostiche e
scientifiche applicate soprattutto, e senza contraddittorio, alle classi
subalterne. Insieme di apparati ben oggettivanti la malattia, amministrativi,
disciplinari, scientifici, normativi, coerenti con il suo vecchio statuto
epistemologico: fu quindi (altro che tra parentesi), luogo centrale del nostro
lavoro, l’oggetto della pratica critica, e in ciò ha svelato il suo essere
consustanziale alla follia, come introiettata istituzionalità, altri direbbe
come soggettività indotta e prodotta.
“Quando lo
sguardo non è clinico è il malato e non la malattia ad essere considerato e
visto” (Galimberti, 1984).
Ma lo
“sguardo” si limita nella migliore delle ipotesi a considerare l’essere
gettato là (nel mondo) del malato. Purtroppo la clinica non è fondata solo a
partire dallo sguardo medico ma anche da una profonda interiorizzazione che
viene da molto più lontano. Lo sguardo è già incorporato
nell’esperienza-sofferenza, ne è parte non secondaria, è già costitutivo
del linguaggio della follia che è sempre frutto di un “potere che produce”.
Occorrerà allora contrapporgli un altro “potere che produce”.
3. La
produzione di vita e la riproduzione sociale che sono la pratica
dell’istituzione inventata, devono sfuggire alle ridotte vie dello sguardo
clinico, come dell’indagine psicologica, come della pura comprensione
fenomenologica, e farsi tessuto, ingegneria di ricostruzione di senso, di
produzione di valore, tempo, presa in carico, identificazione di situazioni di
sofferenza e di oppressione, reimmissione nel corpo sociale, consumo e
produzione, scambio, nuovi ruoli, altri modi materiali di essere per l’altro,
agli occhi dell’altro.
Siamo sempre
più convinti che il lavoro terapeutico sia questo lavoro di
deistituzionalizzazione volto a ricostruire le persone come attori sociali, a
impedirne il soffocamento sotto il ruolo, il comportamento, l’identità
stereotipata e introiettata che è la maschera sovradeterminata di malati. Che
curare significhi occuparsi qui ed ora di far che si trasformino i modi di
vivere e sentire la sofferenza del paziente e che insieme si trasformi la sua
vita concreta quotidiana.
Ecco allora
il perché della necessità in psichiatria oggi di istituzioni inventate. Tale
è la nostra esperienza seconda a Trieste, figlia autopoietica dell’esperienza
prima, l’istituzione negata. L’istituzione negata fu la descrizione dura di
una contaminazione, la pratica che la svelava. L’istituzione affermata è la
pratica assunta, consapevole, organizzata, di questa contaminazione.
È anche un
po’ “il muro che riequilibra le vite” come lo vuole Blanchot: di fronte
all’anomia del territorio, «di fronte a uno spazio, infinito e infinitamente
deserto, è necessario innalzare nuovamente un muro, chiedere un po’ di
indifferenza, la pacata distanza che equilibra le vite»
(Blanchot, 1977).
Nascono così
i centri territoriali e allora «il deserto si ripopola». Gli operatori solo in
quanto si riconoscono e si ricostituiscono come istituzione scoprono che la città
è intessuta di istituzioni, e il malato è un istituzione, e che c’è bisogno
di potere istituzionale per usarle, piegarle, trasformarle. Tadeusz Kantor usa
per i suoi «imballaggi» parole pertinenti: «bisogna nascondere l’oggetto
per preservargli un futuro, messaggio affidato al mare in una bottiglia. Questo
è il comportamento nel tempo del pericolo, il comportamento del pericolo».
Credo che il Centro di Salute Mentale sia questo imballaggio in mostra, questa
istituzione provvisoria ed inventata (come le Panchine di neve di Berlot Brecht)
(3).
Sempre Kantor ha detto: «I politici oggi non sono responsabili, le autorità
non sono responsabili, ma l’artista, lui deve essere responsabile. Sì,
soltanto l’artista è responsabile, questi sono i tempi». Credo che questo
non valga solo per gli artisti, ma anche per noi che ci riconoscemmo e ancora
oggi nell’analisi del Plaidoyer di Sartre, tecnici del sapere pratico. Quella
lezione filosofica si incontra oggi con tutti i portati delle scienze avanzate;
la complessità dell’oggetto implica non analisi ma progetti, progetti di
trasformazione attraverso i quali soltanto è possibile ottenere conoscenze.
Questi progetti ( l’invenzione e i suoi risultati cognitivi ) devono
riguardare contemporaneamente l’universo delle istituzioni e le particolarità
singolari degli individui che giungono ai servizi.
Forse oggi
assume nuovo senso per noi e consapevolezza quel che Musil ci ricordava: « non
lasciamoci ingannare dagli atteggiamenti di copertura, dalla compassione,
dall’impegno sociale e dalla ammiccante maschera salvifica del medico.
L’interesse scientifico per i fenomeni è un interesse diretto, che cerca il
sapere». Ancora Galimberti:
« Noi
sappiamo che l’autonomizzazione dello psichico non fa che raddoppiare l’autonomizzazione
del fisico su cui a partire da Cartesio si è costruita la scienza. Psicologia e
biologia, per sopravvivere perseverano nella lacerazione del corpo, nella
presupposizione fondamentale della dualità che oggettiva il corpo, come residuo
per far vivere l’anima sulle cui sorti ha un tempo prosperato la regione e
oggi la psicanalisi. Il corpo ridotto a puro organismo non è più reale
dell’anima psicologia o spirituale: entrambi risultano da quell’astrazione
che si è alimentata col dissolvimento del simbolico e con le due grandi
metafisiche complementari: quella “idealistica” dell’anima con tutte le
sue variazioni religiose, morali, psicologiche, e quella «materialistica» del
corpo con i suoi prolungamenti biologici e sociologici» (Galimberti, 1984) (4).
Si dice
che fummo disattenti al biologico, che fummo disattenti alle psicodinamiche.
Direi che ne fummo fin troppo attenti, ma di quel che in verità ci si accusa
siamo sì colpevoli: di non accettare la subalternità all’autonomia del
biologico, come all’autonomia dello psichico (5), come (e alla fine di questo
ci si accusa) all’autonomia del sociale e del politico.
Allora
l’istituzione inventata sull’oggetto «esistenza sofferente del corpo in
rapporto con il corpo sociale» è fatta di servizi che, rotta la separatezza
del modello medico e cogliendo in quello psicologico gli identici vizi del
modello biologico, entrino a pieno titolo nel territorio delle ingegnerie
sociali come motori di socialità e produttori di senso e siano a tutto spessore
interferenti con la vita quotidiana, le quotidiane oppressioni, momenti della
riproduzione sociale possibile, produttori di ricchezza, di scambi plurimi e
perciò terapeutici (6). Allora terapeuticità è l’intenzionalità dei
servizi che siano intermediari materiali, capaci di rimettere in movimento
scambi sociali bloccati, di raccogliere e valorizzare dislocandoli,
deistituzionalizzandoli per paradosso, i sintomi, i simboli, i sensi plurimi del
paziente. Accettare questa sfida della complessità dei molteplici piani
dell’esistenza e non riducendo il soggetto a malattia o disturbata
comunicazione, o a povero e basta, o autonomizzandone il corpo o la psiche, ma
reinscrivendolo nel corpo sociale.
Se il senso e
il simbolo sono dati di solito come sintomo, come reificata immagine, oltre un
certo limite che oggi è paurosamente ridotto, occorrono laboratori di
riproduzione che rivelino gli scopi: occorre cioè un sociale inventato per una
socialità altrimenti assente, ma un sociale contaminato, che del massimo di
contaminazione viva e che sia luogo di rivalorizzazione di gesti, di fatti, che
altrimenti ripiegano a sintomo.
L’istituzione
inventata, l’istituzione della contaminazione, privilegia l’oggetto povero,
ma non solo ad esso è destinata.
«L’oggetto
povero, il povero, è quello privato, sempre, delle funzioni specifiche della
vita quotidiana, lo si getta nel bidone della spazzatura. Sta per essere buttato
nei rifiuti. È lì sospeso tra l’immondezzaio e l’eternità: il luogo dei
rifiuti e l’ultimo scalino della realtà e l’eternità che è l’ultimo
soglia della vita» (Kantor, 1986).
Forse perché
non è più scambiabile e rientra nel mondo dell’uso, o del non uso, ma in
esso si deposita la sua storia.
La dura
guerra contro le istituzioni decontaminate inutili o nocive, frutti dell’igienismo
medico-tradizionale, implica che l’istituzione inventata, che fa rivivere la
ricchezza dell’oggetto povero, sia fatta di attraversamenti. Avremo, per
questo, bisogno – per una pratica terapeutica – di artisti, uomini di
cultura, poeti, pittori, uomini di cinema, giornalisti, di inventori della vita,
di giovani, di lavoro, feste, gioco, parole, spazi, macchine, risorse, ingegni,
soggetti plurimi, loro incontro.
Ne abbiamo
avuto a Trieste e questa è la nostra fiducia. Tornando a Sartre:
«Tutti
coloro che a partire da oggi aderiscono al punto di vista universalistico sono
«rassicuranti»; l’universale è fatto da falsi intellettuali. Il vero
intellettuale, cioè colui che si coglie nel disagio, inquieta: l’universale
umano è da fare» (Sartre, 1965).
«E non si può fare», che a partire dalle singolarità degli individui. Da
pratiche diverse: fare, inventare, rappresentare, ricostruire i rapporti tra
sfere che tendono ad autonomizzarsi, come nella schizofrenia del singolo, cosi
in quella generale. Noi non possiamo che fare questo: rappresentare per agire.
Ma come ci ricorda ancora Musil:
«Rappresentare
una cosa significa rappresentare i suoi rapporti con cento altre cose. Perché
è oggettivamente impossibile fare diversamente. Perché non c’è altro modo
per rendere comprensibile, percepibile una cosa qualunque essa sia. E anche se
queste cento cose altre fossero a loro volta oscene o morbose, i rapporti con
esse non lo sono, e la scoperta dei rapporti non lo è mai» (Musil, 1986).
(1) La questione terapeutica è parte della questione sociale, come
l’ambivalenza riconosciuta del corpo individuale è l’apertura al corpo
sociale.
(2) Il
termine “laboratorio” designa a Trieste una struttura complessa. Luogo di
produzione di cultura, di lavoro, di scambi e relazioni tra artisti, artigiani,
persone malate e non. Un luogo nel quale i ruoli sono intercambiabili e il
lavoro degli operatori che li coordinano è finalizzato a sperimentare pratiche
innovative.
(3) Ci si
dice (mass-media) che fummo contrari a luoghi di ospitalità (centri crisi,
luoghi di vita, ecc.) in omaggio ad una mistica del territorio. I nostri centri
sono qui a Trieste da 10 anni a dimostrare l’infondatezza totale di questa
accusa. Ci si è accusati di voler rinviare a un generico sociale il problema.
Siamo in realtà qui da 15 anni ad intermediare una consapevolmente infinita e
notoriamente interminabile restituzione.
Ma per noi si è sempre trattato di “istituzioni per la
deistituzionalizzazione”. E in tutti questi anni abbiamo esteso la nostra
intermediazione al carcere, alle perizie, alle giuridiche tutele, e abbiamo
costituito cooperative, luoghi sociali, effimere estati, permanenti laboratori,
intanto che i nostri censori scrivevano.
C’è un nonsenso in voga: “Il buon servizio è quello vuoto”. Credo che il
buon manicomio sia quello vuoto, il buon servizio sia quello pieno. Quel che
accade da Salonicco a Montreal è che si possono vedere (pessimi) manicomi
pieni, e (splendidi) centri di terapia familiare o di salute mentale, vuoti. In
un buon centro di salute mentale si affastellano, incrociano, moltiplicano le
domande, come avviene nel mercato (scambi). (Che questo sia l’indicatore
migliore di un buon servizio deriva dalla domanda: se non perché la gente
ci andrebbe) né esiste per me un centro di salute mentale più bello di un
mercato in Senegal o a Marrakesh. Vorrei capire meglio il perché, ma certo
c’entra il fatto che le classi sociali si mescolano, si scambiano, gli
individui si guardano, giocano e lavorano (e possono essere anche molto pazzi).
E’ uno dei pochi posti, un buon mercato, dove il corpo sociale si riconosce,
esiste intero ed è difficile per tutti sfuggire al fascino del suo brulicare
(del mercato e del corpo). Dove ci si singolarizza attraverso la partecipazione.
(4) Strano
destino quello della psichiatria, per il quale, incomprensibilmente assume
dignità scientifica e plausibilità terapeutica la parola e non l’assume
l’azione: il colloquio può essere terapeutico, ma non il fare un film
insieme, cambiar casa, far teatro o leggere insieme poesie, cambiare lavoro o
ottenerne uno nuovo, iscriversi ad un partito od uscirne, comprarsi un vestito
nuovo o litigare, andare in barca o intervenire in una assemblea, avere degli
amici o una nuova idea, avere una risposta al proprio bisogno di valore, poter
esprimere un sentimento anomalo, usare la propria malattia come un vestito, un
modo di comunicare, di dissentire o di dislocarsi, senza per questo essere
istituzionalizzati in un’identità senza valore sociale, abbandonati a se
stessi o trasformati in casi clinici. Per la psichiatria (in particolare per
quella che oggi con termine un po’ comico si chiama hard) chissà perché
tutto ciò non ha valore terapeutico in senso forte.
(5) Anche il
divano è un’istituzione inventata, ma per un oggetto tutto interno
all’autonomia dello psichico, ad una singolarità psicologica prima
semplificata, poi resa infinitamente complessa (e perciò seducente). Qui la
semplificazione originaria rende dubbio quanto ne procede e l’igienismo del
setting, come quello ambulatoriale è non solo un modello della pratica ma è
costitutivo dell’episteme psicoanalitico. “Le stesse teorie psicodinamiche,
che pure hanno tentato di trovare il senso del sintomo attraverso indagine
dell’inconscio, hanno mantenuto il carattere oggettivo del paziente,
anche se attraverso un tipo diverso di oggettivazione: oggettivandolo cioè non
più come corpo, ma come persona.” (Basaglia, L’istituzione negata)
(6)
L’osservazione che ci viene da più parti (v. Mondo Operaio) di un nostro
presunto amore per lo statalismo e disprezzo per il privato ci stupisce. Da 15
anni abbiamo animato cooperative di servizio, deistituzionalizzando servizi
pubblici. Siamo sempre stati coscienti delle grandi potenzialità del privato
sociale. Non crediamo invece alle presunte stimolazioni di una concorrenzialità
tra pubblico e privato. Crediamo fermamente invece alla necessità di
deistituzionalizzazione del pubblico, deistituzionalizzazione che non ha nulla a
che fare con la deregulation così come nulla ha a che fare con la
deospedalizzazione amministrativa. La questione è che occorre demolire la
burocratizzazione, l’inerzia, la compartimentazione, l’irresponsabilità del
Welfare, non il Welfare; vanno demoliti i controlli burocratici e partitici;
vanno valorizzate responsabilità a tutti i livelli, libera iniziativa,
produttività, singolarizzazione e professionalità. Più mercato nello stato
(molto più mercato) se questo significa produttivizzazione delle funzioni.
Questa è deistituzionalizzazione e insieme produzione di ricchezza, processo
possibile di soggettivazione, Welfare altro.
Riferimenti
bibliografici / References
De Leonardis
O., Mauri D., Rotelli F. (1983) “Prévenir la prévention” in Information
Psychiatrique, 4.
De Leonardis
O., Mauri D., Rotelli F. (1986) “Deinstitutionalisation, a different path. The
Italian Mental Health reform” in Health Promotion, WHO, Cambridge University
Press
De Leonardis
O. (1987) “Decostruzione, innovazione: strategie cognitive della
deistituzionalizzazione” in La pratica terapeutica tra modello clinico e
riproduzione sociale, Atti del Convegno di Trieste 22-23-24 sett. 1986, Collana
dei Fogli d’informazione, Centro di Documentazione di Pistoia, Ed.
Galimberti U.
(1984) Il corpo Feltrinelli, Milano
Musil R.
(1986) L’osceno e il mostruoso nell’arte Mondadori, Milano
Piro S.
(1986) Euristica connessionale Idelson, Napoli
Sartre J.P.
(1965) “Plaidoyer pour les intellectuels”, in L’universale singolare, Il
Saggiatore, Milano
Kantor T. (1986) “Intervista” ( a cura di P. Del Giudice), in Alfabeta, luglio