Giuseppe Dell'Acqua, Roberto
Mezzina
1990
IL CENTRO DI SALUTE
MENTALE 24 OREEstratto da:
RIABILITAZIONE PSICOSOCIALE IN PSICHIATRIA. Ruoli, Metodi, Strutture e
Validazioni
Atti del II Congresso nazionale della Società Italiana di Riabilitazione
Psicosociale
8-9-10 Novembre 1990
Forte Spagnolo – L’Aquila
Introduzione
Pur
accettando sostanzialmente la definizione di disabilità sociale proposta dallo
O.M.S. (1980), non possiamo non rilevare come essa risulti collocata in una
sequenza causale lineare. In quest’ottica la riabilitazione, concepita come
attività rivolta alla disabilità sociale, ossia alle limitazione conseguenti
alla menomazione (impairment) nelle attività quotidiane e nelle relazioni,
conferma la sua appartenenza allo "schema riparativo medico" che
Goffmann ha descritto.
È nostra opinione che la disabilità non è primariamente "prodotto della
malattia" ma danno che si origina nel percorso di desocializzazione (Spivak),
nelle interazioni sociali invalidanti, nei meccanismi di istituzionalizzazione (Wing
e Brown; Ciompi) che si riproducono anche oggi, in Italia e nel mondo, nei
servizi di comunità. Ad esempio il fenomeno descritto come "nuova
critica" dipende da modelli (medici o psicologici) di riconoscimento
settoriali, selettivi e riduttivi del disagio, e da modalità di risposta
compartimentate, conseguenti a tali modelli.
La riabilitazione va quindi innanzi tutto intesa a nostro parere come lavoro
contestuale, consostanziale alla terapia e alla prevenzione, all’interno di
un’unità di tali livelli, che non vanno definiti come campi separati. In
questo senso, la riabilitazione non attiene solo alle c.d. "strutture
intermedie", ma deve essere presente, come ottica, come tensione, in tutte
le attività di cura.
Nel paziente
acuto, riabilitare vuol dire indurre schemi di relazione interpersonale, di
analisi della situazione (del reale) e dunque schemi cognitivi più adeguati. Ciò
trova conferma nella rewiew della letteratura condotta da Libermann (1986), di
cui risulta che gli interventi riabilitativi influenzano i problemi
psicopatologici in misura almeno equivalente ai trattamenti ritenuti
strettamente terapeutici, ed, infatti, secondo l’OMS, la classificazione delle
attività riabilitative coincide con quella delle attività terapeutiche.
È necessario dunque creare un assetto dei servizi che contempli uno schema
operativo ampio, globale, tale da "prevenire il danno", ponendo
estrema attenzione e consapevolezza ai passaggi istituzionali che
"montano" il destino dell’utente, dal primo contatto alla sua
possibile fuoriuscita dal circuito. Tra i criteri di funzionamento del Servizio,
sottolineiamo in particolare la mobilità del servizio intesa come "andare
verso" il paziente non solo in senso spaziale ma anche come avvicinamento
concreto ai suoi bisogni, e di conseguenza la flessibilità delle risposte
terapeutiche, intese come adeguamento alle singole situazioni ed a specifici
problemi; la continuità del rapporto nel tempo e nello spazio con la situazione
- problema (seguire il soggetto sulla scena sociale) recuperando il profilo di
responsabilità dell’istituzione e degli operatori come estensione "nel
corso del tempo" nell’area territoriale di riferimento, sui nodi del
circuito socio sanitario, sui conflitti, evitando espulsioni, ed assumendo come
valore la rielaborazione dei fallimenti; la non selezione e il non rinvio degli
utenti (scarto) ad altre strutture psichiatriche.
Queste scelte operative sono volte ad impedire i "drop out" e
l’abbandono, a ridurre i rischi di (trans) istituzionale, a fronteggiare le
spinte alla cronicizzazione1.
La definizione della rete dei servizi come "circuito" (vedi fig. 2)
pone l’accento sulla interconnessione delle strutture e delle prestazioni.
In questo senso sottolineiamo che è proprio questa stretta integrazione tra
servizi differenziati che garantisce la tenuta complessiva dell’apparato, e la
centralità del Centro di Salute Mentale a 24 ore, in quanto detentore della
continuità di cura lo connota come la "struttura che connette" (alla
Bateson), capace di costruire un ininterrotto rapporto di senso nel progetto
terapeutico – riabilitativo, Esso va ad interfacciarsi con le altre strutture,
di volta in volta coinvolte sulle esigenze dell’utente, allo stesso modo di
come può contattare ed attivare altri servizi socio-sanitari, o armonizzare
l’utilizzo delle risorse informali di supporto (es. accompagnatori, lay-care,
ecc.) Ciò che connota la produzione di progetti riabilitativi come invenzione,
individuazione e ottimizzazione delle risorse.
In questo modo si contrasta il rischio di separatezza degli interventi
riabilitativi, ancorché affidati a modalità modernistiche quali il "case
management", troppo spesso collocati in posizione addizionale alle pratiche
cliniche o psicologiche, o peggio ridotti ad un contenitore che serve a
razionalizzare si quelle pratiche i fallimenti.
LE RISORSE
Il rapporto
con la sofferenza del malato tende a proporsi in maniera globale se i modelli
che ne attuano il riconoscimento sono centrati sulla richiesta di aiuto e sulla
comprensione della complessità della situazione.
L’intervento di conseguenza riconosce il quadro dei bisogni, ricolloca il
soggetto in una prospettiva storico-personale e in una rete sociale, attribuisce
dei sensi possibili, collettivi, mediati tra i diversi attori sociali.
La connessione di questi momenti conoscitivi si articola con gli atti pratici,
che vedono l’impiego di risorse plurime, con cui i servizi si sono
gradualmente attrezzati.
Per risorse del servizio intendiamo ciò di cui esso dispone in termini di
persone, di aiuti materiali, strumenti, prestazioni, luoghi di aggregazione e di
socializzazione.
La disponibilità di opportunità ed orientamenti diversificati è il frutto
delle scelte direttamente conseguenti al lavoro di deistituzionalizzazione,
orientate a sviluppare nel territorio momenti di garanzia, di tutela di
protezione e di sostegno. Assicurare possibilità di vita, alternative sia pur
limitate, e possibilità di scelta, sono obbiettivi del servizio; la
riabilitazione tende così a configurarsi come un percorso con percorsi
molteplici.
La risorsa va di volta in volta singolarizzata nel progetto individuale e resa
in senso lato "produttiva" rispetto all’avanzamento e allo
spostamento dei livelli di vita. Lo stesso sussidio economico, ad esempio,
spesso considerato a torto come semplice strumento "assistenziale",
avrà immediata valenza terapeutica se permetterà modalità di esistenza
autonoma, sganciamento da dipendenze familiari insostenibili, sopravvivenza in
situazioni alloggiative alternative, dimissioni dall’ospedale psichiatrico
etc. in questo senso la risorsa stimola l’adattabilità del soggetto, il
cambiamento, come sperimentazione di nuovi modi di vita concreta.
La stessa aggregazione ed auto-organizzazione dei pazienti, dei familiari, dei
cittadini, stimolata dal servizio genera nuove risorse: pensiamo alle
cooperative, ai gruppi di self-help, alle associazioni di volontariato; anche in
questo caso la disponibilità di risorse materiali (spazi, danaro, oggetti) sono
la condizione necessaria per prefigurare percorsi alternativi alle carriere di
malattia.
Nella nostra
esperienza le risorse di cui parliamo tendono a coprire un ventaglio ampio che
comprenda la sfera dell’abitare (ripristino, pulizia e manutenzione della
casa, alternative abitative autonome o di coabitazione con altri utenti o in
gruppi – appartamento), del reddito e del denaro (sussidio, difesa giuridica
del patrimonio e gestione temporanea del denaro), dell’approvvigionamento
alimentare (mensa, approvvigionamento a domicilio), alla cura di sé (vestiario,
pulizia personale, lavanderia, ecc.), del lavoro (cooperative, borse di lavoro,
assegnazione di piccoli lavori, ecc.), del tempo libero (organizzazione di
attività collettive, di gruppi giovani, di dite, soggiorni, feste, momenti di
contatto col territorio, creazioni di laboratori di produzione artistica,
teatrale ecc.). La dotazione autonoma di risorse di un servizio (e dei luoghi ad
esso connesso), dunque il suo "valore d’uso" per l’utente non è
in contraddizione con tutte le possibilità di attivare risorse fuori di esso,
di utilizzare le risorse stesse del soggetto e della famiglia o di ricercarle
assieme ad altri servizi sociali, i quali vanno possibilmente modulati e
"contaminati" sul "progetto" individuale.
Non solo nel centro di salute mentale ma in contesti diversi da questo e meno
specifici, nei quali i ruoli si delineano meno nettamente e forte invece è il
riferimento di gruppo, il paziente tende a ricostruire le sue abilità sociali,
sperimenta altre possibilità di espressione, trova riconoscimento collettivo,
occasioni di formazione e di rafforzamento del suo potere di contrattazione.
Le cooperative in questa ottica sono strumenti che da un lato vogliono
potenziare le abilità lavorative specifiche e dall’altro proporsi come realtà
più complessiva di formazione rispetto alla persona "in toto". Al
tempo stesso esse sono "risorse", in senso stretto, perché possono
rappresentare ormai in sé situazioni di integrazione sociale attraverso
l’inserimento lavorativo.
La sfida è
di superare il dato assistenziale per coinvolgere i soggetti con le loro capacità
imprenditoriali nel "rischio d’impresa", attraverso situazioni di
piccola scala. Ciò che contrassegna tali risorse è l’aspetto della
"qualità" del prodotto, dell’ambiente, delle relazioni mediate
dall’oggetto stesso prodotto. La mediazione dell’oggetto prodotto
"dall’impresa sociale" diventa una nuova chiave strategica che
rinnova l’idea dei servizi come valori d’uso di cui riappropriarsi (9luoghi,
risorse, cose) e dunque qualcosa ben al di là del mero valore di scambio degli
oggetti/merce prodotti.
COMUNITÀ
TERAPEUTICA ALLARGATA O DIFFUSA. IL CLIMA "COMUNITARIO" DEL SERVIZIO
NEI SUOI ASPETTI RIABILITATIVI
Il centro di
salute mentale ha sviluppato la sua stessa vita sociale, l’organizzazione del
lavoro, i contatti col territorio in modo da favorire massimamente gli scambi,
materiali e di relazione, tra operatori e utenza complessiva (utenti primari,
familiari, "laymen") e tra l’utenza stessa e il territorio creando
reti sociali che via via sfumano nella comunità più ampia. In questo senso è
possibile parlare, metaforicamente, di "comunità terapeutica allargata o
diffusa", i cui confini si prolungano fuori di sé, nel sociale, in virtù
proprio del suo essere aperta; spazio permeabile anche se fortemente connotato,
identificabile, riconoscibile.
La filosofia del servizio si fonda su modalità fluide di interazione: sulla
non-definizione rigida di spazi, competenze, ruoli, diagnosi, terapie; sull’evitamento
di specificità di setting tali da coartare, compartimentare tale fluidità (set
"aperto").
Già M. Jones affermava che obiettivo principale della comunità terapeutica era
ottimizzare le capacità, le abilità potenziali dei suoi attori, istituzionali
e non. I mezzi impiegati erano: la comunicazione bidirezionale (tra pazienti e
personale) allo scopo di incrementare la discussione e l’apprendimento
sociale; il meccanismo decisionale (c.d. "decisionamento consensuale")
estesa tutti i livelli per promuovere l’identificazione con gli scopi della
comunità terapeutica; lo sviluppo di una cultura terapeutica, che riflettesse
gli atteggiamenti e i convincimenti dei pazienti e del personale.
La comunità terapeutica come una struttura sociale, dove ognuno ricopre un
ruolo attivo, doveva costituire una rete di comunicazioni aperte comprendente
"nei limiti del possibile, tutti i livelli dei pazienti e del
personale" (M. Jones). Ciò che ci preme sottolineare qui è l’idea di
"rete" che deve estendersi al di fuori del servizio, pena il
configurarsi di una comunità terapeutica del servizio come soluzione
consolatoria perché capace di agire trasformazioni reali dell’esistenza dei
soggetti, proprio in quanto ripiegata su se stessa, "mondo separato" e
dunque semplice strategia di gestione invece che di emancipazione.
Nel ricordare
le ormai storiche mosse alla comunità terapeutica da Basaglia e dal gruppo di
Gorizia (Basaglia et al, 1969) l’elemento che vogliamo qui sottolineare è
l’impossibilità di proporre soluzioni totalizzanti la vita delle persone,
poiché esse "usano un servizio" a partire dall’abitare un
territorio; il servizio stesso resta solo uno degli ambiti parziali (magari il
più pregnante) in cui essi articolano la loro concreta esistenza.
D’altra parte Caplan enfatizzava l’importanza di intrecciare i pazienti in
un tessuto sociale composto di operatori e non operatori ("lay-persons");
tale intreccio diventa capace di sostenere un efficace integrazione dei pazienti
nella comunità esterna.
Tutto ciò che accade dentro la "comunità terapeutica allargata" del
servizio è difficile da teorizzare in tutte le sue implicazioni. Un primo
sforzo è tentare di esplicitare le regole non scritte del Servizio, ed
analizzare in che cosa consistano i suoi atti riabilitativi (fig. 3):
a) attività
di supporto sociale verso il "fuori" (sia nella crisi che nel
sostegno di lungo periodo). Esse possono essere svolte sia dagli operatori del
servizio che da opportuni accompagnatori ("assistenti terapeutici"
secondo Arieti) che dagli stessi utenti e/o dai loro familiari.
Tali sono innanzitutto le strategie dell’"andare con" (l’utente),
dell’"accompagnamento sociale". Esse derivano direttamente dal
"camminare a fianco dell’ex internato", "attraversare il
territorio del lungodegente sulle spalle": dare contrattualità a lui
usando la delega e il potere della psichiatria.
Il significato profondo dell’"andare con" è mediante il rapporto
col reale (Arieti). Andare a far visita ai parenti, rimettere l’utente in
rapporto con i vicini, provvedere con lui all’organizzazione domestica ed al
vivere quotidiano, accompagnarlo a fare la spesa, ad acquistare vestiti, alle
visite mediche, a fare documenti a incassare denaro in banca, a verificare
occasioni di lavoro; semplicemente "uscire" con lui; sono tutte
operazioni che tendono a conservare o ad attivare il rapporto col suo ambiente
esterno, nel promuovere un rapporto più informale e confidenziale con
l’operatore al di fuori dello spazio del Centro.
Esse vanno tuttavia concepite in senso processuale: bisogna che esse consentano
il passaggio da condizioni di parziale tutela, in particolare fondata sulla
rappresentazione e difesa (sociale e legale) attuate dal servizio in favore
dell’utente come soggetto agente.
La "gestione" dell’utente deve perciò sempre tendere ad aprire al
suo interno momenti di riapprendimento sociale o meglio di riacquistare di
"poteri".
Tutte queste situazioni divengono dunque riabilitative se in grado di
"aprire" al soggetto spazi in cui si riappropria del valore di sé
attraverso la promozione di autonomia e capacità individuali. Tutto questo non
fa altro che aumentare la sua autostima e rinforzare la sua identità.
Le attività che modificano lo spazio privato che appartiene al soggetto (la
casa: "housing support") o direttamente l’immagine (la cura della
persona, del corpo, dell’abbigliamento, ecc.) influiscono certamente sulla
dignità personale, sulla su ri/costruzione come "persona".
b) uso del
tempo: appare centrale per favorire l’uscita da condizioni di inerzia
psichica e ritiro sociale della persona, ma, al tempo stesso, di inerzia
istituzionale per gli operatori. Parliamo però non di attività giustapposte e
offerte in modo indifferenziato, ma di una strutturazione significativa (e
concordata)
del tempo in rapporto a interessi, desideri, bisogni espressi.
In definitiva il tempo, che in tutte le istituzioni totali è scandito da regole
esterne al paziente riempito da terapie occupazionali "applicate" in
modo estrinseco, artificioso e omologante, può essere invece un valore di cui
egli può essere aiutato a riappropriarsi.
Il tempo passato a contatto con il servizio va in altre parole riempito con
atti, presenze e prestazioni utili alla persona (o riconosciute come utili dalla
stessa persona); e il tempo proprio del paziente va a coniugarsi con i tempi
dell’intervento riabilitativo, in modi spesso ambigui e conflittuali ma
proprio per tale natura produttivi.
c) uso del
Centro di Salute Mentale come area sociale di scambio.
Il Centro è analizzabile come insieme di relazioni plurali e
"polifoniche", nei suoi effetti di apprendimento sociale, che accade
nel servizio è di per sé complessa e articolata. Varie età e classi sociali
si incontrano; vi è un "mix" normalità – patologia e tra le varie
forme di patologie (il "case-mix" non favorisce la regressione, ma
stimola ciascuno ai più alti livelli di perfomance sociale). L’alto numero e
l’eterogeneità delle persone, il loro entrare ed uscire dal servizio offrendo
frammenti delle loro vite e dunque del reale e più in generale, tutta la
strutturazione e differenziazione del sistema-Centro (scopi, funzioni, ruoli,
intenzionalità) contribuisce a porre una domanda di funzionamento sociale
elevato all’utente, e perciò a ridurre gli spazi e i momenti regressivi.
L’uso
del Centro come area sociale di scambio tra le persone ha differenti momenti che
ci sembra significativo ricordare:
la partecipazione a tutti i momenti d’interazione e interscambio informale
("intrattenimento") o formale, di piccolo gruppo, spontanei o
"facilitati" dalla presenza attiva degli operatori (ciò è facilitato
dalla esiguità dagli spazi "riservati allo staff").
d) il
rapporto operatori-u
L’operatore
che si offre al rapporto con capacità di articolarsi in modo realistico,
diretto, chiaro, offrendosi ad una relazione di fiducia, offre anche un modello
di identificazione possibile. All’interno di tale rapporto è possibile una
tendenziale reciprocità con l’utente, pur nel limite di una relazione
istituzionale. L’introduzione della figura dell’operatore "chiave"
è il tentativo di tenere assieme continuità e necessità di una relazione
personalizzata e fiduciaria, come pure l’operatore "di quartiere",
parzialmente staccato dalla quotidianità del Centro ma che ad esso si
riferisce, per seguire nel quotidiano i bisogni dei pazienti che vivono da soli,
senza altra rete attorno.
La stessa abitudine alla decodifica partecipata tra i vari "attori",
assieme, delle situazioni di crisi, continuamente riportate ai fatti della vita,
al loro "perché", riduce grandemente gli aspetti manipolatori, di
gioco, dei comportamenti sintomatici, invece interpretati come forme di
comunicazione che vanno decostruite nelle loro implicazioni istituzionali.
La contrattazione con l’utente, che si estende in tutti i momenti della
pratica, dal contatto (problema del consenso) alla definizione del programma
terapeutico (nei suoi luoghi, tempi e strumenti), gli riconosce di fatto uno
statuto di potere. Perché è sulle sue indicazioni, sulla sua volontà attiva,
sulle sue valenze di salute e abilità sociali, sui suoi scopi e bisogni, che
deve articolarsi il programma terapeutico in un servizio "aperto"
perché possa funzionare. La riabilitazione ha a che fare con il riconoscimento
che il paziente ricopre un preciso spazio esistenziale (e di potere) nella
relazione col Servizio.
Così l’immediatezza della risposta terapeutica, data la conoscenza e la
frequentazione del servizio, arresta l’elaborazione psicopatologica dello
stato di disagio evitando il più possibile la chiusura dei circoli viziosi
cognitivi della malattia. Inoltre, lo smontaggio "dall’interno" dei
codici medici (l’uso di anti-procedure) riduce tutti i possibili rinforzi al
sintomo che invece la codifica/oggettivazione (diagnosi/trattamento) del modello
medico comunque favoriscono.
Il tipo di interazione operatore – utente che così tende a svilupparsi è
certo tollerante ma non particolarmente "protetta".
L’accorciamento delle distanze (almeno a livello comunicativo ed affettivo)
tra operatori e utenti, nel momento parallelo alla critica delle distanze
gerarchiche tra i ruoli dello staff, crea una condizione a "ridosso"
della domanda, certo con rischi di "fusionalità" o "sfondamento
del Servizio" ma anche con la possibilità di stabilire un clima affettivo
adeguato. Si "vive con" l’utenza , in uno spazio che non è chiuso e
che quindi è limitato nella sua entropia dal "relate" che è fuori di
sé.
In tutte queste situazioni le modalità di rapporto dirette, realistiche,
fondate sulla reciprocità e sulla democrazia, che governano i rapporti tra gli
operatori e gli utenti si estendono all’intera rete dei rapporti tra le
persone nel Centro. La rete delle relazioni tende a svilupparsi come un insieme
di rapporti "normali", come se accadessero nella casa o nella
famiglia, ma che accadono in un luogo che può dirsi "sperimentale".
L’insieme delle relazioni favorisce il contenimento di sé e aiuta ad assumere
consapevolezza dell’esistenza degli altri; dunque pedagogia dell’espressione
di sé e delle relazioni in situazioni sociali reali che si traduce in una più
adeguata capacità a riconoscere e a distanziarsi dal proprio malessere, nella
percezione delle analogie e delle differenze con quello degli altri.
L’abitudine a verbalizzare, ad esprimere affettività, a non aver paura del
contatto fisico sono fattori decisivi di un percorso terapeutico che determina
l’accettazione delle differenze, la capacità a convivere, la facilità del
parlarsi, il rispetto degli altri.
e)
l’organizzazione del lavoro all’interno del Servizio va analizzata come
fattore decisivo per poter creare una adeguata cultura terapeutica
riabilitativa: attraverso la mediazione di diversi punti di vista, culture e
bisogni si valorizzano le soggettività differenti degli operatori come risorse,
in un sistema che tende a farle interagire in una sorta di "disequilibrio
produttivo".
Il gruppo va gestito come luogo di investimento soggettivo non meno che di
formulazione di programmi in cui è richiesta la collaborazione, il lavorare
assieme. Così è favorita la massima circolazione dell’informazione; le
riunioni di servizio, l’attitudine alla verifica, l’elaborazione continua
degli atti terapeutici e riabilitativi vogliono promuovere l’idea del gruppo
come insieme di soggettività da valorizzare attraverso le differenze: come
mutuo appoggio, come affettività, clima collettivo, responsabilità condivisa.
La flessibilità nel servizio e, specularmente la sua attraversabilità da parte
dell’utente, è frutto di queste intenzioni.
Nell’ottica della riabilitazione, viene da più parti (Ciompi; De Girolamo)
sottolineata l’importanza dei fattori legati all’équipe, non meno che di
quelli legati all’équipe, non meno che di quelli legati all’ambiente o
all’individuo.
La percezione da parte degli operatori del loro "ruolo" come
riabilitatori, e dunque la trasmissione di giuste aspettative di cambiamento del
paziente sono determinanti perché i programmi si "temporalizzino"
rispetto ai rischi di inerzia istituzionale, e perché si riconoscano i
movimenti di avanzamento dell’utente, e vengano di conseguenza valorizzati.
In questo quadro i risultati di una ricerca multicentrica condotta su campioni
di pazienti psicotici in contatto con i Servizi di Salute Mentale (Kemali)
offrono, analizzando i dati del follow-up a 3anni (ed ora anche a 5 anni)
incoraggianti indicazioni. Si poteva infatti concludere che nei centri di
Trieste (Barcola) e Arezzo "si è osservata una tendenza costante al
miglioramento (analizzato attraverso la diminuzione dei punteggi DAS ed altri
strumenti) …". "Questo miglioramento dell’adattamento sociale dei
pazienti è sembrato essere un effetto non solo dell’uso di tecniche di
riabilitazione sociale e/o lavorativa ma anche della continuità del rapporto
con i pazienti e della loro presa in carico globale (come si nota dall’elevata
frequenza di day-hospital, contatti ambulatoriali, visite domiciliari) ".
Questi
risultati se da un lato confermano i concetti fin qui esposti e la nostra
impostazione teorica dall’altro "…ripropongono la necessità, per la
cura di pazienti schizofrenici, di interventi riabilitativi e psicosociali
integrati, da realizzarsi in maniera prolungata e con la caratteristica della
continuità terapeutica".
LE RETI
"OLTRE IL SERVIZIO"
Negli ultimi
anni la partecipazione degli utenti primari e dei familiari è stata sempre più
ritenuta dal nostro Servizio una risorsa fondamentale, ed utilizzata per
costruire reti di supporto sociale che si dipartono dal lavoro del servizio
territoriale integrato e tendono a svilupparlo ed anche a superarne alcuni
limiti. La valorizzazione dei soggetti, delle loro abilità e risorse, integrate
in tali reti, appare essere fattore fondamentale per dare risposta a bisogni di
relazione e di solidarietà non meno che di protagonismo, di espressione e di
emancipazione individuale. È stato dunque un obiettivo primario del servizio
costruire spazi e forme di incontro cui gli utenti primari partecipano,
stimolandone l’autorganizzazione.
Si cerca di trasferire il clima terapeutico del servizio via via in altri spazi
individuati in città, fuori dal servizio stesso ("clubs"), allo scopo
di catalizzare processi di gruppo.
Il servizio, attraverso questo, vuole stimolare modalità più attive di
partecipazione e soprattutto di (auto) promozione di salute mentale, col
superamento di condizioni di isolamento sociale, di richiesta individualizzata
al servizio, di frequenza passiva dello stesso per i lungo-assistiti (specie se
giovani).
Si sono così innescati processi riabilitativi finalizzati al miglioramento
delle competenze sociali, attraverso forme di attivazione e
responsabilizzazione, di impegno in attività socialmente utili fondate sulle
capacità di iniziativa dei pazienti (ivi comprese forme di servizio per le
altre persone).
Contemporaneamente le esperienze e i problemi dei familiari di pazienti gravi,
che comportano un alto carico, sono stati assunti come oggetto del lavoro con la
costituzione di un gruppo di genitori e operatori, a carattere psicoeducativo e
di self-help, che tende a sviluppare più adeguate strategie di "coping".
Da quattro anni circa sessanta famiglie hanno partecipato a riunioni a cadenza
dapprima bimensile poi settimanale, con un programma prefissato e discusso
all’inizio del lavoro annuale.
Partendo dalla conoscenza e dalla discussione del senso del lavoro fatto con le
singole famiglie, dai problemi del carico, dalla complessità di significati
connessi alla malattia si è lavorato sempre su un doppio versante: da un lato
le strategie di affrontamento della "malattia" come dato di realtà
con cui confrontarsi (livello psicoeducativo), dall’altro la valorizzazione
della partecipazione soggettiva del genitore. Si è tentato cioè di stimolare
una forma di conoscenza partecipata del problema, dando valore e senso a
percorsi esistenziali diversi e soprattutto alla condivisione del problema degli
altri, costruendo una rete si self-help.
Le principali procedure seguite comprendono: la riduzione al minimo degli
aspetti volutamente manipolatori; la ricerca di spiegazioni possibilmente
all’interno del gruppo; un "contratto allargato" di accoglimento di
qualsiasi nuovo membro o nuovo problema collettivamente (presentazione pubblica
e "storia"); la condivisione reciproca dei problemi tra familiari e
tra familiari e servizio; l’incremento della conoscenza dall’interno del
lavoro del servizio.
Si è trasformata la modalità di arrivo della domanda al servizio: c’è stata
una modificazione della rappresentazione della crisi e di tutto il corollario di
allarme e di tensione e si sono modificate anche le aspettative dei familiari
con un superamento della bipolarità della domanda tra "cambiamento
immediato/guarigione", ovvero "rassegnazione/assenza di
aspettative".
Infine molto importante è stata la possibilità effettiva di allargare la rete
sociale delle singole famiglie. Si sono create delle reti di solidarietà che si
sono concretizzate in scambi tra i familiari, ad esempio attraverso l’uscire
assieme o il mutuo supporto in casi di eventi negativi.
Nel senso della riabilitazione, il lavorare possibilmente sul doppio versante
dell’attivazione dei soggetti e della modulazione dell’ambiente familiare,
permette di utilizzare questi ambiti come ulteriori possibilità di
"percorso" per il paziente e per gli stessi familiari.
CONCLUSIONI
Temporaneamente
possiamo accogliere la definizione di riabilitazione di Liberman e Foy (1985),
come recupero delle capacità sociali e del ruolo funzionale attraverso processi
di apprendimento e sostegno ambientale (social support). Ciò si può verificare
attraverso un percorso personalizzato sull’utente che comprenda sia l’uso
delle potenzialità del Centro di Salute Mentale qui descritte che l’impiego
di specifiche risorse o di programmi quali quelli relativi al carico familiare e
al self-help.
Il Centro di Salute Mentale può essere innanzitutto considerato una rete
"artificiale" di supporto sociale quali che siano gli elementi in
gioco del supporto sociale, da quelli strutturali/obiettivi come le risorse
disponibili o funzionali/soggettivi quali le funzioni supportive e di mediazione
nelle relazioni interpersonali.
Ciò si determina già ammortizzando ("buffering hypothesis") i
momenti critici e conflittuali, gli eventi di vita degli utenti attraverso il
supporto motivazionale o informazionale, sia attraverso un effetto diretto di
percezione dell’aiuto; in ogni caso l’integrazione nella rete sociale
fornisce compagnia sociale e supporto strumentale (Cohen e Syme, 1985). Facilita
questo soprattutto la rapida disponibilità/accessibilità di rapporto (e di
supporto) da parte degli operatori, ma anche degli "altri", quando il
clima del servizio è realmente sviluppato in senso comunitario, e tale da
indurre la nascita di forme di auto-aiuto. Ciò aumenta il senso di stabilità,
prevedibilità e controllo sul reale, oltre al fatto che l’interazione sociale
regolarizzata permette l’adozione di ruoli e comportamenti appropriati.
Inoltre, tutto ciò configura opportunità e momenti di riapprendimento sociale
secondo la definizione che ne dava M. Jones, processo di cambiamento che deriva
dall’"interazione interpersonale in aree problematiche", quali
quelle della relazione per i pazienti psichiatrici. Esso comprende sia elementi
cognitivi che esperienze interpersonali, di cui i sentimenti e la loro
espressione sono elemento cruciale. Sottolineiamo la differenza tra questo
approccio e la nozione di riapprendimento sociale che passa nei modelli
behavioristici. I moduli didattici (c.d. "social and vocational skills
training") vogliono addestrare a specifiche abilità spezzettate, in "settings"
artificiali, e risultano alla fine altamente selettivi. Essi non tengono in
adeguato conto i fattori motivazionali; vi si postula il danno dell’"information
processing" nella sfera cognitiva del paziente cronico e su di esso si
ritiene di intervenire.
Ci sembra che l’utilizzo troppo stretto della "oggettivazione" della
"disabilità-danno" come punto di applicazione di pratiche
riabilitative, oltre a tentare una impossibile separazione dei nessi tra
patologia e capacità sociali, tenda ad escludere le valenze sociali e
comunicative della "malattia". Il problema delle resistenze al
cambiamento ruota attorno al mancato riconoscimento di senso da parte del
servizio nei confronti del soggetto malato. In ciò concordiamo con May, che
definisce la riabilitazione come ripristino del senso personale (nonché
produttivo) del soggetto nel sociale. Spesso tale modelli postulano una
relazione di potere che sottopone il malato ad un protocollo che egli accetta
passivamente o viceversa rifiuta, ponendo in questo modo un nesso preciso in
senso pedagogico, tra rifiuto dell’offerta e sanzione (abbandono, dentro o
fuori il circuito istituzionale).
Il problema del servizio è dunque quello di discutere continuamente, proprio a
partire dagli utenti "difficili", l’utilizzo delle risorse
riabilitative. Il materiale della riabilitazione saranno proprio gli stili
cognitivi, gli obiettivi, le convinzioni, i valori dell’utente. In questo
senso esso è costretto ad articolarsi in senso costruttivista più che ri/costruttivo:
deve potenziare e valorizzare il "positivo" che "c’è già",
le valenze di salute, le abilità (o meglio, le "qualità")
dell’utente nella dialettica con la "malattia" come contraddizione
personale e sociale. Una prospettiva epistemologica rovesciata rispetto alla
teorizzazione del "negativo" fatta dalla psichiatria.
Anche se, come ammoniva Basaglia (1980), la cancellazione del conflitto del
modello medico di riabilitazione può produrre uno spostamento del confine
salute/malattia senza mettere in discussione la norma; gli elementi di natura
sociale (oggi diremmo: la disabilità) diventano così solo un altro doppio
della malattia.
Per questo ci pare fondamentale che il processo riabilitativo avvenga nelle
condizioni di realtà dell’esperienza se è vero che la riabilitazione deve
operare nella globalità dell’esperienza stessa (Redlich) cioè nel campo
psicosociale del soggetto, e non in un setting chiuso che è un reale-parziale
(Saraceno, 1984), dove si attua comunque una compressione del soggetto in
schemi, situazioni, rapporti di potere rigidi. Torniamo dunque alla definizione
originaria, giuridica, della riabilitazione, ma orientandola rispetto ai valori,
e ai sensi plurimi, su cui si deve fondare la nostra azione. nel fare uscire il
malato da uno statuto speciale, connesso ad una presunta incapacità o diversità
"naturale", è inevitabile, almeno nel quadro attuale, riformulare il
problema dei suoi bisogni in termini di diritto di cittadinanza agendo perché
in concreto il soggetto, la persona possa irrompere sullo scenario ristretto
della psichiatria ed affermare in condizioni di parità, al di fuori dei
percorsi separati e speciali, il suo diritto a negoziare, ad esserci nei
processi terapeutici e nelle scelte di vita che lo riguardano.
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