Franco Rotelli  
Direttore del Dipartimento di Salute Mentale – Trieste
1991  

PER UN'IMPRESA SOCIALE *

Partiamo dalla più grave contraddizione: la frattura radicale istituita nelle società avanzate tra mondo del lavoro e mondo dell’assistenza; la questione che poniamo è quella dell’immenso spreco di risorse economiche ed umane che ciò comporta; ciò che va reinterrogato è il concetto di normalità produttiva che muta nel tempo ma definisce di volta in volta il confine tra i due mondi; ciò che ci scandalizza è la distruzione di risorse fosse anche residuali degli assistiti (handicappati, anziani, folli, disoccupati, marginali etc.). Diviene evidente l’immensità del compito di invertire la tendenza.
L’immensità del compito di riaffiliazione, di rovesciamento della cultura delle agenzie di assistenza e delle migliaia di operatori che vi si addensano, dei modi d’uso di risorse enormi destinate ad invalidare e a proteggere l’invalidazione invece che a valorizzare, ad attivare, ad animare, ad interpretare, a fare.

La frattura tra mercato del lavoro e assistenza potrà rompersi con l’alleanza di imprenditori ma soprattutto cominciando a modificare culture e pratiche del mondo assistito e del variegato mondo degli assistenti.
Cooperative e servizi pubblici: luoghi da investire per mobilizzare energie, anche residuali, anche minimali, con alleanze che spostino su un’impresa sociale risorse immobilizzate nel pubblico, risorse umane deprivate dal pubblico.

Altro non è stato il lungo cammino nella vera deistituzionalizzazione in psichiatria (non della deospedalizzazione), se non la mobilizzazione di risorse umane negate dalle regole morte degli istituti, istituzionalmente appunto negate e distrutte.
Distrutte innanzi tutto nella relazionalità impedita, proibita, furiosamente vietata prima di tutto in ciò: il riconoscimento delle risorse dei soggetti.

Laddove la deistituzionalizzazione ha attivato servizi forti è perché forti sono state le energie liberate: le energie esistono se sappiamo come liberarne gli impedimenti, il soffocamento. Per anni abbiamo denunciato le attive forme istituite di oppressione. Da anni chiediamo piuttosto i mezzi per la costruzione attiva dell’accesso reale ai diritti: di farsi curare ma anche di produrre, avere una casa, un’attività, una relazione, mezzi economici, valore.

Curare diviene contribuire a creare queste condizioni, abilitare, valorizzare, operare all’ingegneria sociale di questo possibile.
Abbiamo già detto che questo può diventare in parte vero, se le migliori energie di un territorio si prestano ad offrire attenzione, intelligenza, professionalità, cultura, abilità, imprenditorialità.
Se pubblico e privato convergono ad un processo di qualificazione che metta a disposizione di gruppi sociali sfibrati ambiti, possibilità, strumenti, formazione e informazioni. Se molte professionalità agiranno non più gelose della propria separatezza (senza in nulla rinunciare a tale professionalità) una speranza c’è.
Sbaglieremo continuamente in questo cammino: enfatizzeremo il fare, l’intraprendere, il produrre a scapito dell’articolazione con i più fragili.
Enfatizzeremo altre volte tessuti di solidarietà senza qualità, gratificanti noi e in nome di un sociale assistito distruggeremo possibilità e ricchezze. Chiederemo troppo o chiederemo troppo poco.
Dovremo: riabilitare le istituzioni della riabilitazione, per poterci presentare a chiedere agli altri, agli imprenditori, ai professionisti, a coloro che operano sul mercato del lavoro: aiuto, energie, idee, collaborazioni.
A quel punto avremo varie cosa da dire, ma a condizione appunto che riabilitiamo intanto il mondo dell’assistenza cominciando a produrre risorse.
Allo Stato fare, in questo disegno, la sua parte, (e agli enti); a noi modificare pratiche e culture secolari senza spaventarci del mito dell’impresa.
Senza nascondere dietro la nostra “socialità” l’improduttività nostra e altrui quando è possibile invece produrre, vendere, costruire, inventare, scambiare.
Ottenendo servizi pubblici capaci di orientarsi in questa diversa direzione.
Lavoro soprattutto di giovani che altri dicono a rischio, ma i giovani sono tutti a rischio. Troppi di loro, tuttavia, troppo disarmati, scoperti, troppo inermi, vulnerabili fino al corpo bucato.
Ricostruzione di un tessuto di qualità, rifiuto dell’assistenzialismo, sinergie di intelligenze.
Laboratorio del sociale. Politecnico di una materiale cultura, fuoriuscita dalla sfiducia, fine del nulla subito.
Pur con infinito scetticismo di una città scettica, fino al patologico. Non sappiamo quante probabilità ci siano che in un ambito di libertà possa vivere e crescere quella che noi chiamiamo impresa sociale. Non può vivere ciò che intendiamo con questa definizione in chiuse comunità: siano separate dal mondo dalle reti della terapia o lo siano dai muri ora in frantumi o da rigidi confini che segnino i limiti di autarchici sistemi, all’interno dei quali vecchi e nuovi pedagoghi dell’assoluto decidano per tutti.
Dobbiamo convivere con l’improbabile ipotesi per cui un decantato socialismo liberale voglia dire davvero qualcosa. Con l’improbabile ipotesi che solidarietà non significhi chinarsi sugli ultimi, non significhi assistere i poveri, non significhi obbligare questi ultimi ad essere “compagni” solo perché poveri.
Che sia recuperabile il tempo, in cui ai ricchi si prescriveva intraprendenza e individualità, ai poveri comunità e solidarietà. Ma le cooperative che qui si presentano operano comunque ora nel generale mercato, fanno impresa e fanno cultura. Il futuro dipende dall’ora di intelligenza che a tutti chiediamo di dedicare al nostro progetto. L’unico, generale contributo che ad amministratori, architetti, vivaisti, mobilieri, commercianti, skippers, costruttori, imprenditori, maestri, intellettuali, artisti, stilisti, idraulici, impiegati chiediamo: un’ora dell’intelligenza per una più generale impresa sociale.

In un modello di società avanzata che volesse essere particolarmente ambiguo, fra le altre cose avverranno le seguenti:

-         alle persone dimesse dalle istituzioni si assegneranno alloggi isolati in condomini periferici

-         gli anziani del centro città lasceranno il posto agli uffici invece che il contrario

-         gli assegni di disoccupazione verranno erogati più facilmente di un lavoro part-time

-         i centri sociali dei giovani saranno visti con sospetto dalle autorità e scarsamente finanziati

-         le cooperative giovanili non avranno appalti da enti pubblici, che andranno alle imprese lobbiste

-         non ci sarà un solo esempio di ospedale psichiatrico venduto per sostenere la vita dei pazienti in comunità

-         l’internato in carcere costerà trecentomila lire al giorno, ma nessuno stanzierà un quinto della spesa per offrirgli un salario di utilità sociale

-         nelle carceri, negli istituti minorili, negli ospedali psichiatrici si insegnerà nulla nella migliore delle ipotesi, la solita corruzione, l’infingardaggine, la colpa, l’ignoranza, la viltà, l’ipocrisia, l’essere servi

-         le periferie delle città saranno poverissime di servizi sociali

-         mancheranno coordinamenti reali tra le agenzie che si occupano dei medesimi problemi

-         non ci sarà pressoché nessuna possibilità di riaccedere alla scuola qualche anno dopo che se ne è stati espulsi, quando magari ritornerebbe l’interesse

-         non si avrà notizia di scuole per gruppi di drop-out gestite da intellettuali famosi, da poeti, da letterati, architetti, filosofi, linguisti: l’intelligenza frequenta l’alta cultura; gli ignoranti frequenteranno i loro simili

-         nonostante il costo non sia il problema, se ci si immaginerà un istituto per anziani e handicappati quasi mai si affiderà il compito agli architetti più avanzati, ma agli economi delle opere pie. La pietà invalidante o l’intolleranza o il non chiedere nulla agli utenti in cambio delle prestazioni di welfare saranno la norma. Si allestiranno infiniti programmi di formazione professionale separati dai luoghi di imprenditorialità. Invece di produttivizzare il welfare lo si ingrandisce o lo si distrugge o se ne alimenta la capacità di corruzione spicciola.

Nell’Europa occidentale ci sono molte centinaia di migliaia di internati negli ospedali psichiatrici e i servizi sanitari allestiti per le persone dimesse dagli ospedali, non si occupano quasi mai della riproduzione sociale dei pazienti.
Bene: è contro tutto ciò che noi parliamo di impresa sociale.

La vulnerabilità è ciò che Robert Castel ha indicato come il terreno centrale della questione sociale oggi. Vi si congiungono la precarietà del lavoro e la fragilità delle relazioni interpersonali.
Da anni assistiamo ad un processo destinato ad estendersi, di destabilizzazione dei settori importanti del mondo del lavoro; per i giovani, l’alternanza di lavori intermittenti e di periodi di disoccupazione tocca un individuo su quattro.
La trasformazione del mercato del lavoro nel senso del suo divenire precario è accompagnata dal degrado di supporti sociale e relazioni.
Ora, l’inserimento di una persona dipende dalla sua iscrizione in una famiglia e in una più larga rete relazionale. In tutti i paesi d’Europa i principali indicatori di destabilizzazione della famiglia (indice di matrimoni, di fecondità, di divorzi, percentuale di coabitazione fuori dal matrimonio, di nascite illegittime, di famiglie “monoparentali”) sono enormemente aumentati dagli anni ’70 in poi.
Ne risulta non certo ciò che troppo velocemente venne definita “la morte della famiglia” ma un ridursi della protezione: la famiglia “incerta”. Questa tendenza generale è ovviamente accentuata per le categorie più fragili.
I processi di mutamento hanno messi in crisi i valori sindacali e politici, disfano le convivenze di classe, rompono il tessuto delle solidarietà di quartiere, di ceto.
I giovani fanno esperienze di una relazione doppiamente negativa: in rapporto al lavoro l’alternanza di disoccupazione e di subimpiego non permette di definire una traiettoria professionale stabile. La famiglia non ha più granché da trasmettere come capitale sociale; il sistema scolastico è estraneo alla cultura d’origine; la socialità è spenta in relazioni evanescenti ove si “ammazza il tempo” con piccole provocazioni e piccoli reati per smontare la noia in una temporalità senza futuro.
Andiamo qui ben al di là dei processi estremi di esclusione sociale su cui molti di noi per anni hanno lavorato. Il campo si dilata enormemente.
Non si tratta più solo dell’istituzionalizzazione dell’esclusione, ma di nuovi grandi processi di marginalizzazione, ed ancor prima, di questa grande vulnerabilità diffusa che fu profetizzata come la maggioranza deviante e che diviene il centro di una questione sociale nuova: ove fragilità del lavoro e fragilità delle relazioni determinano una disaffiliazione culturale che degraderà facilmente verso marginalità e verso il suo estremo: l’esclusione.
Nella nostra storia di matti da slegare, ci siamo occupati di quanti per statuto d’eccezione si trovano oltre i confini estremi dei diritti di cittadinanza.
Con la legge 180 per la prima volta nella storia dell’umanità il diritto formale di cittadinanza si è esteso anche all’estremo margine, alla follia.
La ferocia del dibattito tuttora in corso è strettamente attinente a questa, a molti intollerabile, estensione del diritto e dei diritti che ormai così divengono propri della persona, del singolo e non più frutto di una adesione a regole sociali.
Ma tuttavia qui resta il nodo irrisolto della legge 180. I diritti formali di cittadinanza non diverranno certamente mai sostanziati da un sapere e da una pratica medica o psicologistica. Si sostanzieranno o meno dentro i laboratori e non dentro agli ambulatori, dentro le ingegnerie della riproduzione sociale, non dentro le topiche dell’inconscio. Rotto il totalitarismo dell’istituto, superato lo statuto d’eccezione nel rischio della libertà (ma non certo ovunque) la debolezza delle reti relazionali familiari, l’assenza d’opera, ironizzano e denunciano i limiti dell’azione fin qui svolta.
Non sembri quindi sospetto, per quanto sarebbe ragionevole pensarlo, che uno psichiatra parli di impresa sociale. Lo psichiatra ha creato e crea tuttora strumenti ancillari per sanzionare l’esclusione dal mercato, ha dotato di giustificazioni scientifiche, di legittimazioni disciplinari i più violenti sistemi di selezione della forza lavoro, ha spesso definito in termini medici l’impossibilità produttiva. Eppure oggi e in futuro il processo di deistituzionalizzazione non potrà proseguire se non dentro la radice delle questioni, l’assenza d’opera eccessiva, negata. Ma nel passaggio dall’esclusione estrema del manicomio al mondo del welfare, un welfare italiano particolarmente miserabile perché ancora intriso dell’ottica dell’invalidazione, è questo welfare ad essere la seconda gabbia ormai inaccettabile. Se siamo qui è perché pensiamo che non ci basta certo per la gente che “abbiamo in cura”  che sia passata dallo statuto di reclusa a quella di esclusa: finché d’altra parte non verrà inclusa ci sarà sempre chi la vorrà reclusa.
Qui si situa l’esigenza per noi di lavorare per il passaggio da un mondo di assistenza sociale inefficace e distruttivo, al mondo di una intrapresa sociale. Il manicomio, luogo zero dello scambio, era la caricatura e la verità di questo welfare, non ne era la negazione. L’impoverimento degli scambi sociali era ed è condizione per il diritto all’assistenza. L’invalidità, l’invalidazione erano e sono le carte necessarie di accesso all’assistenza, il lasciapassare esclusivo. La diagnosi, la specificità tecnica della disabilità, il bollo necessario a perfezionare il lasciapassare.
Ma nel mondo esteso della vulnerabilità, e qui è il nostro (tragico) punto di forza, le categorie si infrangono, le diagnosi divengono inattuabili, le linee di frattura si moltiplicano, la geometria razionale delle istituzioni deputate, dei segmenti disciplinari, delle definizioni patogenetiche del disagio, si scompongono e ricompongono, in una geometri frattale imprendibile: delegittimata finalmente. Questione difficile.
Senza pretese di soluzione converrà allora riprendere il filo della questione dentro la trasversalità necessaria di una presa in carico globale delle questioni della vulnerabilità, comunque esse poi si istituzionalizzano, si frangono versus l’uno o l’altro degli endemici disagi del mondo. Riferimento sarà il singolo, l’individuo, il suo percorso, i suoi scopi, le sue possibilità peculiari, singolari appunto, molto più che la diagnosi di stato. Qui siamo nella polivalente fragilità, vulnerabilità delle differenze, qui si colloca il disegno dell’impresa sociale, su questa terra di confine, questa niemansland che invece è la terra più popolata. L’incontro tra le diversità è il luogo moderno del farsi popolo, dentro possibili o negate migrazioni (geografiche, ma anche interiori); da identità a identità incerta, da replicanti a: parziali e quindi ferite originalità: prototipi.
Ma la diversità, singolarità, crisi, senza connessioni, senza spazi, senza istituzioni inventate, panchine di neve, riconoscimenti, cartografie e tessiture di gesti con qualità, portano all “razionalizzazione della diversità obbligata” risarciscono definitivamente la diseguaglianza e il grande disinternamento resterà “ancor accerchiato e ironizzato dalla gran quantità di libero marginali”. «Magma senza amalgama». Però dobbiamo trovare pratiche, linguaggi, mediazioni, riconoscimenti, messe in scena, affetti che non siano mai più amalgama, ma il senso stesso di una produzione d’opera che non siano più il lavoro uguale, né tanto meno ideologie disciplinari. Il tempo, come variabile presente ovunque è, si sa, instabilità. Ma uno spazio c’è ovunque. Dove tra ideologia della stabilità e ideologia della crisi e dell’instabile, tutto si azzera fortunatamente nell’ordine dell’infinita possibilità.
Sulla cooperazione sociale ed integrata, non di leggi nazionali oggi parliamo, probabilmente premature, ma di legislazioni regionali a sostegno. Borse di formazione professionale, borse di studio e di lavoro, fiscalizzazione di oneri sociali, contributi per la promozione, la formazione di manager, strumenti operativi, mezzi di produzione, valutazioni di efficacia, garanzia che le cooperative integrate tali siano e quindi con una forte percentuale di persone a rischio, strumento effettivo di abilitazione. Non di laboratori protetti parliamo, ma di reale produzione di attività e possibilità di merce per il mercato, di ambiti di qualità, di qualificazione di modi di produrre e del prodotto. Di formazione culturale che è anche educazione alla parola scritta e parlata, teatro, corpo, video, immagine, scuole dentro l’impresa sociale dentro i luoghi del produrre, sulla scala degli individui, dei singoli. Di formazione di operatori pubblici anche e molto parliamo affinché divengano motori di cooperazione, capaci di collaborare all’imprenditorialità.
Di mediazione di oggetti buoni tra operatori e utenti dei servizi pubblici. Di riconversione di risorse inutilizzate del pubblico, o male, spazi, edifici, strutture, mezzi terreni. Di appalti pubblici, di sinergie pubblico-privato, di impegni prioritari degli enti locali sulla cooperazione integrata, fin dentro gli istituti, le case di riposo, i bacini contenitori di utenza. Di pubblici e urgenti sostegni al self-help. Insieme di qualificazione degli habitat sociali, dei luoghi della socialità attiva, della produzione e della riproduzione sociale. La Comunità economica europea ha lanciato per il triennio ’91 – ’93 un progetto siffatto chiamato “Horizon”. Ma per quanto rilevante (300 miliardi) non può essere il progetto pilota che ben altre risorse deve attivare e stimolare.
La nascita di consorzi regionali per l’impresa sociale potrà essere per il medio e breve periodo il nostro concreto obbiettivo.
La Francia votando nel 1988 il reddito minimo di inserimento, oggi di 3.000 franchi al mese, lo ha vincolato ad un contratto di inserimento in termini di formazione lavoro, finanziando contestualmente le agenzie autorganizzate che producono appunto tale formazione, istituzionalmente adattate al destinatario.
L’art. 2 della legge recita “L’inserimento sociale e professionale delle persone in difficoltà rappresenta un imperativo nazionale”.
Commenta Robert Castel a questo proposito: “La nozione di inserimento è fondamentalmente ambigua. Inserire è spesso meno che integrare, perché il legame sociale di chi si sforza di inserire è più lasco e rischia di essere più fragile di quanto non siano le interdipendenze che iscrivono un individuo in un impiego stabile, in una rete relazionale forte. Ma l’imperativo di inserzione corrisponde all’esigenza di non lasciare l’individuo marginale incistato in una situazione di desocializzazione, qualunque siano le ragioni che lo abbiano condotto a questa situazione e la distanza che lo separa da una esistenza “normale”. In questo contesto il RMI non è certo la panacea a tutte le difficoltà che pone la marginalità, ma mi sembra che operi uno spostamento rilevante nella risposta al rischio della esclusione nelle società moderne”.
“La marginalità è un quarto mondo popolato di strani stranieri. Paradossalmente gli spazi scientifici per prenderla in carico aumentano spesso questo sentimento di estraneità, moltiplicando gli statuti di eccezione fondati su opposizioni bipolari, portando all’estremo la differenza specifica che separa queste popolazioni dal regime comune”.
Poiché l’esclusione non è un destino ciò che può divenire possibile è “consolidare la zone di vulnerabilità” per impedire l’emarginazione produttiva e insieme la disaffiliazione che istituzionalizzando la marginalità la trasforma in esclusione definitiva.
Alcuni diranno che ci proponiamo un troppo modesto obbiettivo. Altri troppo ambizioso. Noi pensiamo semplicemente che è ciò per cui siamo qua.
Da che è forse qui il dramma più delicato: l’impossibile sogno dell’integrazione. Qui il dramma delle famiglie dei pazienti e del mercato delle ideologie rassicuranti: il dramma dell’incorporazione della continua aggressione sull’obbligo di esser sani produttivi, intelligenti. Qui ciò che la razionalità giacobina ha tagliato senza sciogliere. Qui la negazione cieca da parte della ragione sulle ferite dell’esistere. Se il confine rigido tra salute e malattia è ideologico, se l’essere nel rischio e finanche nella malattia è la realtà dominante, anche la rigida distinzione tra produttore ed improduttivi va rivisitata per non accettare più l’arroganza dei “produttori assoluti”, tanto meno per avallare le logiche diffuse di autoemarginazione.
Parlare di inserimento e non di integrazione significa si accettare un dio minore ma probabilmente più vero. L’inserimento e non l’integrazione sarà sempre di più la condizione. Parlando di integrazione e inserimento non è certo di una qualità seconda che parliamo. Al contrario. Ci sono orti alla periferia di Ginevra, c’è una serra a Gallarate, c’è un ristorante a Berlino, un altro di fronte al palazzo reale di Madrid; c’è la Lanterna al porto a Genova, la falegnameria di Villas a Trieste, i campi di Sintagmatichi ad Atene che sono modelli di altissima qualità, frutto del lavoro di cooperative integrate. Cosa è accaduto?

L’intelligenza non subalterna ha incontrato la marginalità.
Un capitolo a parte dovrebbe essere scritto per la riabilitazione delle persone cronicizzate dall’istituzionalizzazione o dall’abbandono e dall’assenza di aspettative nei loro confronti. Altrove, il mito del mercato per il mercato, e livelli prestabiliti di efficienza. Qui il lavoro di riabilitazione di queste persone è stato nei migliori dei casi o produrre oggetti inutili nelle varie ergoterapie, o produrre lavori servili non pagati o a produrre consumatori.
Quest’ultimo è già forse un passaggio importante nella costruzione e ricostruzione dei diritti. Ma fuori dalla produzione inutile, fuori dalla coazione, occorre invece recuperare una dimensione di formazione anche scolastica, anche del tutto elementare: formazione permanente, recupero delle capacità residuali di autonomia, lavoro con il proprio corpo, lavori semplici, lavorazioni anche minimali. La “liberazione dalle istituzioni totali chiuse” anche laddove è davvero avvenuta non ha ancora trovato il tempo, ma lo deve trovare per un lavoro di sostegno all’abilitazione delle persone, alla loro riattivazione secondo scopi da identificare nei soggetti, non secondo comportamenti da regolare per decisioni istituzionali. La sottile nostra complicità con l’ozio altrui non può farci dimenticare che l’ozio o è una scelta vera (e quanto possibile) o non è differente dalla deprivazione. Sotto l’apparenza di un rispetto per l’ozio si gioca di solito la più cruda indifferenza per l’altro, la nostra inerzia, e insieme la forma più vera e implicita di invalidazione dell’altro: da cui si preferisce non aspettarsi più nulla. E quindi lo Stato deve intervenire eccome. La formazione permanente deve essere un diritto soprattutto per i più deboli.

Inversamente: non è affatto vero che gli “operatori dell’assistenza” debbano valorizzare solo strumenti elementari e poveri, far produrre solo lavori semplici. È possibile immaginare che anche quelli che si chiamano prodotti culturali (letterari, teatrali, poetici, pittorici etc.) possano essere accessibili e lo debbano soprattutto per i giovani sia pure “senza cultura” che in realtà dai prodotti più alti del mercato culturale sanno spesso cogliere fascinazioni e ricevere messaggi indiretti. Ma quali e quanti operatori sanno svolgere un lavoro di intermediazione consapevole? Eppure qui c’è un grande compito professionale affascinante, poiché senza trasformazione culturale è impossibile l’impresa sociale.
Quanto detto fin qui è necessariamente sintetico, generale, può essere generico. Ma poco importa: se non lascerete questa città senza obbligare Mario Tommasini a farvi quello che è già (e sarà molto di più) il più evidente monumento di impresa sociale: il Castello dei diritti e delle responsabilità. A rendere meno generico qualunque discorso basterà quella medicazione fisica di una ferita nella città: recupero fisico di un rudere assediato ormai da ogni lato dalle piccole fabbriche di periferia. Riparazione e progetto. Solo in un soprassalto di sapienza post urbana, solo da una alleanza tra un uomo (e ciò che rappresenta di intelligenza del nostro tempo), enti locali e privati di grande cultura imprenditoriale poteva nascere questo topos dell’impresa sociale. A questa intelligenza affidiamo la nostra disincantata speranza.

* Relazione introduttiva al convegno “L’impresa sociale”, Parma, palazzo delle Facoltà Umanistiche della Università, 10/11/12 gennaio 1991