Giuseppe
Dell'Acqua
1996
TRIESTE
VENT'ANNI DOPO
Il
lavoro nel manicomio
Nell’accettare
l’incarico di direttore si adoperò per costituire un gruppo di lavoro formato
da giovani medici, psicologi, assistenti sociali, volontari, studenti. Questi
erano stati attratti a Trieste dalla conoscenza della precedente esperienza di
Gorizia e dall’influenza che le ipotesi critiche intorno alla psichiatria ed
alle istituzioni totali avevano sui mass-media, sulla classe politica e
sull’opinione pubblica.
Franco
Basaglia muoveva dalla consapevolezza, più volte dichiarata, che l’ospedale
psichiatrico non aveva alcuna valenza di cura anzi che era di per sé produttore
di malattia; che bisognava, nell’avere “umanamente” cura dell’altro,
ridefinire nuove relazioni, nuovi spazi, nuovi soggetti; che l’unica
possibilità di agire una dimensione terapeutica nell’ospedale psichiatrico
non poteva prescindere dalla sua stessa trasformazione.
Per
trasformare l’Ospedale Psichiatrico fu necessario contare su un gruppo di
giovani, non ancora “contaminato” dalla psichiatria, che si formasse
nell’agire quotidianamente la trasformazione stessa, in opposizione alla
formazione statica, ed allora arcaica, almeno in Italia, fornita dalle Università.
Il
modello della Comunità Terapeutica, che lo stesso Basaglia aveva sviluppato in
maniera originale nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia nel precedente
decennio, venne superato attraverso la progressiva apertura e trasformazione
dell’Ospedale di Trieste fino alla costituzione di una rete di servizi
territoriali alternativi e sostitutivi dell’ospedale stesso.
Al
31 dicembre 1970 nell’Ospedale Psichiatrico di Trieste, che serviva una
popolazione di 310.000 abitanti, erano ricoverati 1.260 pazienti con un
turn-over, nel corso di un anno, di circa 2.500. Quasi la totalità, più del
90%, subiva il ricovero coatto (legge n° 36 del 1904) e solo la restante
percentuale godeva del ricovero volontario introdotto di recente nella
legislazione italiana (art. 4 legge n° 431/1968).[1] L’uso del ricovero
volontario e più in generale di tutte le indicazioni della nuova legge
rappresentò in quegli anni un elemento di discrimine tra rinnovamento e
resistenza della psichiatria e degli psichiatri al cambiamento. A Trieste
l’uso del ricovero volontario venne enfatizzato e per i pazienti significò un
aumento delle possibilità di movimento all’interno e fuori dell’ospedale
psichiatrico, un miglioramento progressivo della qualità della vita e delle
cure ed il recupero dei diritti civili.
Nel
corso dei primi quattro anni di lavoro molta attenzione venne riservata al
cambiamento degli spazi interni (reparti bar-luoghi sociali) ed ai sistemi di
comunicazione e di scambio fra le gerarchie all’interno del gruppo di lavoro e
tra questo ed i pazienti. Vennero in una prima fase attivate riunioni quotidiane
nei reparti e periodiche assemblee di tutti i pazienti e frequenti riunioni di
tutto lo staff.
Particolare
attenzione fu data alla partecipazione ed alla formazione degli infermieri che
progressivamente abbandonarono il tradizionale ruolo di custodi.
Vennero
aperte le porte di tutti i reparti e soppresse le terapie di shock ed ogni forma
di contenzione fisica.
Si
favorirono le uscite in città, provocando in tal modo attenzione ed interesse,
spesso critico, da parte della cittadinanza verso l’ospedale aperto.
Nel
corso dei primi anni, l’interesse di Basaglia e del gruppo di lavoro si
concentra più che sulla malattia e sulla diagnosi psichiatrica, sulle storie
personali, sui bisogni dei pazienti, sulla ricostruzione di un rapporto con la
Comunità.
La
messa tra parentesi della malattia restituisce allo sguardo uomini e donne e
rende finalmente visibile la loro sofferenza, le sottrazioni e le miserie del
manicomio ed attiva pratiche concrete intorno alla persone in termini di
percorsi verso la “normalità”.
Si
organizzarono i primi gruppi di convivenza (gruppi-appartamento) all’interno
dell’O.P. che diventeranno poi i primi gruppi di convivenza in città. Venne
criticata nelle assemblee dei pazienti l’ergoterapia, in quanto pratica
oggettivante, ripetitiva e niente affatto terapeutica. In particolare i pazienti
lamentavano di svolgere un lavoro reale e di venire retribuiti simbolicamente.
In
queste assemblee si organizzò il primo nucleo di pazienti che dette vita nel
febbraio del 1973, alla prima cooperativa. Questa associava circa 60 pazienti
che, addetti alla pulizia dei reparti, delle cucine e del parco, lavoravano per
la prima volta con un regolare contratto sindacale.
Queste
due prime realizzazioni (cooperative-appartamenti) resero evidente quanto lo
statuto giuridico ed amministrativo di malato (ovvero d’internato) fosse
d’ostacolo a qualsiasi reale trasformazione e d’induzione di percorsi
riabilitativi e non la malattia. Fu necessario di conseguenza aprire una
vertenza con l’Amministrazione Provinciale perché venisse riconosciuto come
diritto la cura e l’ospitalità anche a quei pazienti che, non più bisognosi
di ricovero ospedaliero, erano tuttavia residenti in ospedale come ospiti di
gruppi appartamento, perché mancanti di una collocazione abitativa esterna e/o
ancora bisognosi di riabilitazione ma non di ricovero. Una delibera dell’A.P.
nel definire lo statuto di “ospite” affermava il diritto alla cura e che la
presa in carico del paziente poteva (e doveva) prescindere dalla forma di
ricovero.
Il
cancello del parco dell’O.P. si aprì: furono organizzati concerti e feste
promosse da associazioni politiche e culturali della città che richiamavano un
numeroso pubblico di studenti, di giovani, di gente comune.
Valga
per tutte l’esperienza d’animazione condotta nel 1973 (gennaio-marzo) da un
gruppo d’attori, pittori ed artisti. Il primo reparto vuoto diventò per tre
mesi laboratorio di pittura, scultura, teatro. Partecipavano i pazienti dei vari
reparti. Il laboratorio era aperto all’apporto che studenti ed altri cittadini
volevano dare.
Nasce
Marco Cavallo, un gran cavallo azzurro fatto di legno e cartapesta, simbolo del
desiderio di libertà di tutti gli internati che viene portato per le vie della
città in testa ad un corteo di circa 400 persone l’ultima domenica di marzo
del 1973. Fu un’uscita simbolica che alludeva a quanto di li a poco si sarebbe
realizzato.
Si
stimolò un’intesa circolazione, talvolta caotica, di persone, culture e
comportamenti diversi all’interno del parco dell’Ospedale Psichiatrico.
Sempre
più frequentemente si organizzarono per i pazienti soggiorni in località di
villeggiatura e uscite in gruppo per partecipare alle normali attività
ricreative offerte dalla città.
Fin
dal 1972 la stessa organizzazione interna dell’Ospedale venne cambiata: al
criterio di sistemazione gerarchica per gravità nosografica nei reparti venne
sostituito un criterio che raggruppava i pazienti per provenienza territoriale,
cioè proveniente delle stesse aree urbane. Di conseguenza sia l’ospedale che
la città venne ripartita in cinque aree/zone.
Tutto
lo staff venne suddiviso a sua volta in cinque équipe ognuna operante in
un’area di riferimento ben delimitata. Si dette inizio in tal modo al lavoro
sul territorio. Tale lavoro aveva come obiettivo la dimissione dei pazienti ed
il loro sostegno a casa, la presa in carico dei nuovi casi, la ricerca di un
rapporto operativo con le istituzioni ed i cittadini di quell’area di
riferimento.
Il
lavoro “esterno” (così venne chiamato il loro extra moenia) tra resistenze,
successi e conflitti introdusse i primi e più significativi cambiamenti nella
pratica terapeutica, nell’assetto istituzionale, gerarchico e amministrativo e
fu di fatto scuola di formazione sul campo per infermieri e medici.
All’inizio
del 1975 i pazienti ricoverati erano 847, circa 1/3 aveva trovato collocazione
all’esterno: in famiglia, in piccoli appartamenti, nelle case popolari, in
gruppi-appartamento. Nessuno era stato trasferito in altre istituzioni.
I
primi Centri di Salute Mentale vennero attivati tra il 1975 e il 1977. Si
trattava di strutture disposte inizialmente al sostegno di pazienti dimessi
dell’O.P. e successivamente anche alla presa in carico di pazienti in crisi.
Funzionanti come centri di riferimento diurno, produssero un’ulteriore
sostanziosa diminuzione della popolazione dell’Ospedale Psichiatrico e la
riduzione del numero e della durata dei ricoveri (soprattutto per crisi acute).
In
questo periodo, mentre andava prendendo forma la rete dei Servizi territoriali,
era ancora attiva e a pieno regime l’organizzazione dell’Ospedale
Psichiatrico.
La
costruzione della nuova rete
Si
attivò nel 1977 ed in attesa dell’apertura di un servizio d’emergenza
psichiatrica dell’Ospedale Generale, un servizio di reperibilità 24 ore su 24
presso il pronto soccorso dell’Ospedale Generale con l’obiettivo di filtrare
la domanda, trovare soluzioni più adeguate e meno amministrative alla crisi,
contrastare il ricorso burocratico al ricovero coatto.
Venne
richiesto al Ministero di Grazia e Giustizia e attivato un servizio di
consultazione psichiatrica in carcere. Svolto da operatori dei Servizi di Salute
Mentale territoriali, aveva l’obiettivo di garantire la continuità
terapeutica per i detenuti e soprattutto evitare l’induzione di pesanti
carriere istituzionali per quei cittadini già portatori di disturbi mentali e
detenuti per aver commesso un reato, con la presa in carico di nuovi casi di
disagio e di disturbo mentale emersi nel corso della carcerazione. Il Servizio
si proponeva di favorire l’applicazione di misure alternative alla detenzione
ma soprattutto cercare di abolire la pratica degli invii all’ospedale
psichiatrico giudiziario.
Ben
presto i primi presidi territoriali divennero centri di Salute Mentale e
assunsero l’assetto strutturale che hanno ancora oggi: si delimitarono le aree
di riferimento su scala accessibile al lavoro di uno staff, nell’ordine di
50.000 abitanti in media per Centro di Salute Mentale.
Tale
assetto cominciava ad essere operativo già nel 1978 ancor prima che la nuova
legge per l’assistenza psichiatrica in Italia venisse emanata.
In
questo quadro, il Centro di Salute Mentale e lo staff che vi lavorava assunsero
già da allora tutte le funzioni che erano proprie dell’Ospedale Psichiatrico:
aperti 24 ore su 24, dotati di 8 posti letto (mediante 1 ogni 5.000 abitanti),
di una mensa per il pranzo e la cena sia per i pazienti ricoverati che in
day-hospital, d’attività ambulatoriali e domiciliari e di un servizio di
supporto sociale.
Ogni
C.S.M. nel corso degli anni ha attivato gruppi residenziali nel proprio
territorio in un primo momento per dare ospitalità soprattutto a pazienti
dimessi dall’O.P. e successivamente anche per offrire residenzialità adeguata
a pazienti che non avevano avuto esperienze manicomiali.
Nel
1980 una delibera dell’Amministrazione Provinciale sancisce le cessate
funzioni dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste.
Nell’agosto
dello stesso anno Franco Basaglia muore dopo breve malattia.
Nel
1981 prende forma la nuova rete dei Servizi. Alla struttura amministrativa
dell’O.P. si sostituisce il Dipartimento di Salute Mentale (D.S.M.) che dal
punto di vista operativo garantisce un unico momento amministrativo e
progettuale per tutto l’insieme della rete dei Servizi e delle attività ad
essi connesse.
La
Direzione dell’O.P. e poi del D.S.M. viene assunta da Franco Rotelli.
Si
attivò presso l’Ospedale generale il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura
(SPDC) meglio definibile, nel nostro caso, come Servizio d’Emergenza
Psichiatrica dotato di otto posti letto con un medico psichiatra e due
infermieri di guardia 24 ore. Il Servizio di emergenza psichiatrica assolve
funzioni di pronto soccorso psichiatrico, consulenza presso i reparti
ospedalieri e di filtro ed avvio ai Servizi di Salute Mentale territoriali. In
pratica circa un terzo delle persone che giungono al servizio psichiatrico
riceve una risposta al suo problema al primo colloquio e viene rinviato a casa,
si consiglia di fare riferimento al medico di famiglia; un altro terzo mostra
sicuramente di aver bisogno di aiuto psichiatrico ma è in grado, da solo o con
i familiari, di recarsi al C.S.M. con il quale viene messo in contatto; infine
la rimanente parte segnala una sofferenza psichiatrica forte, funzionamento
sociale compromesso e/o problemi relazionali e di conseguenza viene affidato,
dopo aver ricevuto le prima cure, ed aver stabilito un primo orientamento
diagnostico al C.S.M. dell’area di provenienza. Le persone appartenenti a
questo terzo gruppo pernottano e restano in osservazione presso il servizio
ospedaliero (SPDC) se giungono durante le ore notturne (all’indomani verranno
inviate al C.S.M. di competenza). I ricoveri in trattamento sanitario
obbligatorio (TSO) possono essere espletati nel servizio ospedaliero oltre che
nei centri di salute mentale.
Il
Servizio di Guardia Psichiatrica (SPDC) è coordinato da un solo psichiatra e
viene svolto a turno da psichiatri che lavorano nei servizi territoriali, e non
vi è uno staff medico addetto solo a quel servizio, mentre è stabile il gruppo
degli infermieri.
Nel
corso degli ultimi dieci anni si sono sviluppate attività riabilitative, di
formazione e di avviamento al lavoro alle quali partecipano gli utenti di tutti
i Centri di Salute Mentale. Merita riferire che si sono costituiti luoghi
specifici per attività ricreative e formative quali laboratori di attività
espressive (teatro, pittura, calcografia, serigrafia), corsi di alfabetizzazione
e scolarizzazione (in collaborazione con il Provveditorato agli Studi) e
soprattutto si è sviluppato il lavoro di qualificazione ed inserimento
lavorativo attraverso la costituzione di cooperative di lavoro a tale scopo
finalizzate.
Alla
metà degli anni 80 Franco Rotelli avvia un significativo lavoro di attivazione
e di sviluppo della cooperazione sociale connessa con i programmi di
emancipazione delle persone affette da disturbo mentale.
Alla
prima cooperativa, nata nel 1973 in opposizione all’«ergoterapia», se ne
sono affiancate altre quattro che oggi associano circa 250 lavoratori (di cui il
60% provenienti dai Servizi di Salute Mentale) e garantiscono la paga prevista
dai contratti nazionali di lavoro.
Tali
cooperative all’interno di articolati progetti finalizzati, si occupano di
attivare lavori, imprese e di essere sul mercato rivolgendosi soprattutto a
giovani con problemi psichiatrici, di tossicodipendenza e di marginalità. La
cooperativa è luogo di formazione per almeno settanta giovani (oltre ai 250
soci lavoratori) che lavorano a part-time (20 ore settimanali) usufruendo di un
salario di formazione che viene garantito da appositi budget messi a
disposizione dal governo regionale. Altri 20 giovani fruendo di borse di lavoro
sono impiegati in percorsi di formazione e lavoro presso aziende ed imprese
della città. Attualmente queste cooperative sociali sono una risorsa del
Dipartimento di Salute Mentale e sviluppano circa 20 settori di attività
produttiva.
Tra
le attività attuali si segnalano la gestione di un piccolo albergo, un
ristorante, un bar, una legatoria, una squadra di edilizia e manutenzione
stabili, una squadra di traslochi, una falegnameria che produce oggetti e mobili
di design, una radio comunitaria, alcune serre, una squadra di manutenzione del
verde pubblico, ed infine un importante ed ampio settore che si occupa di
confezione pasti, gestione mense e di pulizie in enti pubblici.
Alcuni
indicatori del lavoro di trasformazione
Allo
stato attuale il parco del vecchio Ospedale Psichiatrico ospita 96 persone in 12
residenze. L’età media è superiore ai 65 anni.
Le
residenze che ospitano da un minimo di 4 ad un massimo di 12 persone sono
ricavate da edifici del parco del vecchio Ospedale Psichiatrico ospita 96
persone in 12 residenze. L’età media è superiore ai 65 anni. Le residenze
che ospitano da un minimo di 4 ad un massimo di 12 persone sono ricavate da
edifici del parco che erano stati in precedenza abitazioni del personale, o da
piccole strutture, hanno un loro numero civico, mai sono originate dalla
trasformazione di reparti. In ogni caso non sottostanno a nessun tipo di
ordinamento ospedaliero e sono a tutti gli effetti la casa di chi vi abita. Dal
1980 nessun paziente e stato più ricoverato.
Dei
40 edifici che costituivano l’Ospedale Psichiatrico solo alcuni sono
utilizzati dal D.S.M. come sede di residenze del C.SM di S.Giovanni, del SERT
(servizio per le tossicodipendenze), di laboratori, delle classi di
alfabetizzazione, degli uffici e delle officine delle cooperative; gli altri
spazi (reparti e servizi generali) sono stati acquistati e riutilizzati da Enti
pubblici e privati per scuole pubbliche, università, officine.
Il
Dipartimento di Scienze della Terra occupa cinque padiglioni completamente
ristrutturati; hanno trovato posto nel parco anche l’Istituto Internazionale
di Perfezionamento per la Navigazione, un Centro Diurno per gli Adolescenti con
difficoltà gestito dal Comune, la Scuola per Manager (MIB), l’istituto
tecnico con lingua di insegnamento slovena (già dal 1979), la Direzione della
Divisione Prevenzione dell’Azienda Sanitaria e altri padiglioni ancora vuoti
prevedono ulteriori insediamenti universitari. Il parco dell’ex O.P.P. e
attraversato da un moderato traffico automobilistico e progressivamente si sta
integrando all’assetto urbanistico e alla viabilità del rione di S.Giovanni.
La
rete dei Servizi i costituita da 4 Centri di Salute Mentale 24 ore e da 3 Centri
Diurni per una popolazione di 258.000 abitanti (vi è stato un calo demografico
consistente negli ultimi 20 anni).
Nel
1992 i gruppi di lavoro territoriale e le rispettive aree di intervento sono
state riportate a 5 e successivamente a 4 in ordine all’attuale organizzazione
dei distretti sanitari (vedi guida), da un lato per la diminuzione della
popolazione, dall’altro a causa della progressiva riduzione di personale
assieme ad una più adeguata organizzazione delle risorse delle strutture ed una
più precisa definizione e differenziazione dei processi terapeutici e dei
programmi riabilitativi.
Lo
staff medico è attualmente composto da 25 medici psichiatri, contro i 10 del
1971. Gli infermieri sono 190 contro i 460 del 1971. Vi sono 12 psicologi, le
assistenti sociali sono 11, erano 2 nel vecchio ospedale.
A
questo numero devono essere aggiunti circa 30 giovani operatori (accompagnatori,
educatori) forniti da una cooperativa sociale sviluppatasi accanto al lavoro di
trasformazione di questi anni. Questa cooperativa in un rapporto strutturato con
l’amministrazione sanitaria (appalto per la fornitura dei servizi) gestisce
alcune residenze e i programmi riabilitativi connessi.
Il
costo dell’attuale servizio è di 25 miliardi annui (1995) contro i 5,4
miliardi che spendeva l’Ospedale Psichiatrico nel 1971 (il costo del danaro e
aumentato in Italia dal 1971 ad oggi del 1000%).
Da
più di 10 anni Trieste vive senza Ospedale psichiatrico, il numero delle
persone che si riferisce ai Servizi nel corso di un anno è mediamente
nell’ordine del 12 per mille della popolazione. Non è apprezzabile il ricorso
a strutture private, non è molto sviluppato il settore della psichiatria
mercantile, non si sono verificati fenomeni di transistituzionalizzazione se si
esclude il ricorso al ricovero nei reparti di medicina generale e di geriatria
di persone anziane affette da malattie organiche con disturbi mentali
concomitanti.
Analogamente
dai primi anni ottanta si e sviluppato il servizio per le tossicodipendenze (SER.T.)
che si occupa con programmi appropriati di persone con problemi di dipendenza da
alcool e droghe illegali. Molti di questi programmi sono sviluppati in
collaborazione con i Servizi di Salute Mentale (cooperative, laboratori, tempo
libero, sport).
L’ospedale
psichiatrico rappresentava in passato il punto terminale di scarico per questi
problemi. È importante riferire, come già in precedenza detto, che Trieste ha
subito un ragguardevole calo demografico negli ultimi 20 anni determinandosi un
aumento percentuale della popolazione anziana (circa il 22% della popolazione ha
più di 65 anni).
I
servizi territoriali sviluppano la loro attenzione ai problemi psico-geriatrici
operando consulenze ed assistenza attiva presso i reparti dell’ospedale
generale, le case di riposo e gli istituti per anziani.
In
una valutazione retrospettiva (15 anni) alcuni indicatori a nostro parere molto
significativi si sono stabilizzati su valori molto confortanti.
Il
numero dei ricoveri coatti che soltanto nel 1977 raggiunse la cifra di 117 (in
diminuzione), si è stabilizzato intorno a una media di 15 TSO per anno (circa 7
per 100.000 abitanti dal ‘78).
L’esiguo
numero di ricoveri coatti potrebbe paradossalmente significare abbandono, sotto
utilizzazione dei servizi, distanziamento di questi dai conflitti e dai nodi
problematici dei territorio, nel nostro caso rappresenta invece il risultato più
eclatante nella presenza attiva ed integrata dei servizi nel territorio. Si
consideri infatti che, rispetto al ‘71, è aumentato il turn-over (2.700 circa
in un anno invece che 2.500 come nel ‘71 a fronte di un drastico calo della
popolazione) le persone non provengono più soltanto dalle fasce marginali o
svantaggiate, come di regola accadeva per l’O.P. (circa il 97% proveniva da
classi svantaggiate), ma tocca in maniera trasversale tutte le classi sociali.
Altrettanto incoraggiante è la netta diminuzione del numero di pazienti inviati
dal tribunale dopo perizia psichiatrica al manicomio giudiziario, sono stati 15
soltanto nel ‘77, 25 nel corso dei successivi 19 anni.
Spesso
si attribuisce notevole valore di indicatore dei funzionamento dei Servizi di
Salute Mentale al numero dei suicidi. Non condividiamo tale opinione, in quanto
riteniamo che molto più frequentemente il suicidio rappresenta l’epifenomeno
di altre disfunzioni o aree di sofferenza del tessuto sociale. Tuttavia molte
ricerche sono state condotte nella nostra città per misurare ed analizzare
questo fenomeno sia perché Trieste rappresenta un’area di particolare
interesse epidemiologico in merito al “fenomeno suicidio” che ha qui un
andamento più “mitteleuropeo” che italiano, sia in rapporto alla
particolarità rappresentata dalla mancanza assoluta dell’O.P. al cambiamento
radicale dell’aspetto organizzativo dei servizi. Il numero dei suicidi per
anno, alto rispetto alla media nazionale si e mantenuto pressoché costante
(circa 20 per 100.000 abitanti per anno) nel corso degli ultimi 25 anni
(‘71-’96). Lavori recenti mostrano un andamento pressoché costante nel
corso di tutto questo secolo.
Non
si è verificato un aumento di criminalità connessa alla malattia mentale, dopo
l’apertura dell’Ospedale Psichiatrico, nonostante quanto l’immaginario
collettivo sulla follia potesse far supporre.
Isolati
episodi fortemente sottolineati ed enfatizzati dai media non sono
statisticamente significativi se confrontati ai 20 anni precedenti o ad altre
are urbane, in Europa o negli Stati Uniti, che continuano a conservare
l’ospedale psichiatrico.
La
quota di cronicità, prodotta costantemente dai processi di internamento e
dall’uso routinario del ricovero ospedaliero, ha subito un evidente declino a
partire dallo spostamento dell’intervento terapeutico nel territorio. Molte
ricerche condotte su questa questione dimostrano una differenza netta di decorso
e di esito, specie per le patologie più gravi (schizofrenia), per quei pazienti
che si ammalarono prima del 1970 e subirono lunghi ricoveri in O.P. e per quelli
che sono venuti a contatto con i servizi negli anni successivi.
Si
è ridotto il numero dei ricoveri e delle ricadute, ed il tempo di degenza. Sono
aumentate e si sono diversificate le opportunità terapeutiche in termini di
spazi, di tempo, di singolarizzazione dei programmi, di attivazione e di
coinvolgimento delle reti parentali e sociali, di percorsi formativi e di
abilitazione al lavoro produttivo (nel 1971 unico era il luogo di lavoro, il
manicomio, oggi, 1996, si possono contare circa 62 luoghi di lavoro dai centri
di salute mentale, alla guardia psichiatrica, alle cooperative, ai gruppi
appartamenti assistiti, ai laboratori, ai centri diurni).
Non
si registra più richiesta di “internamento” da parte delle famiglie.
Tentando
di definire il profilo dell’attuale paziente lungo-assistito nei Servizi di
Salute Mentale troviamo un soggetto prevalentemente di sesso maschile, di età
compresa tra i 25 e i 45 anni, portatore di gravi patologie psichiatriche
(psicosi schizofrenica) che ha conservato le sue abilità sociali, mantiene una
rete di relazioni famigliari e/o sociali appena al di sotto della norma, è un
alto utilizzatore dei Servizi di Salute Mentale e delle opportunità che questi
offrono, mantiene un rapporto terapeutico e non conflittuale, mostra una
sufficiente compliance.
Utilizza
per tempi e con modi diversi le differenti opportunità che sono presenti nella
nuova rete dei Servizi.
Come
detto sono state abolite terapie di shock e di contenzione e contemporaneamente
la spesa per gli psicofarmaci è diminuita di circa il 50% rispetto alla spesa
storica sostenuta nel 1971 in O.P.
L’indicatore
che forse meglio di tutti dà ragione all’organizzazione territoriale dei
servizi è la presa in carico della crisi e la sua evoluzione (FIG. 5), (FIG.
6).
Abbiamo
valutato in numerosi lavori epidemiologici che l’affrontamento non burocratico
ed amministrativo della crisi, al di fuori del modello medico, tende a ridurre,
se non a rendere inutile, il ricorso ai ricoveri, a favorire un più rapido
ristabilimento di condizioni d’equilibrio, a diminuire le potenziali ricadute,
a fare in modo che la crisi resti un evento che fa parte della storia della
persona ed infine ad attivare e dinamizzare risorse e legami che proprio
attraverso la crisi vengono svelati.
Intendiamo
qui riferirci ad attitudini e stili operativi propri di un servizio territoriale
che riesca a distanziarsi dal modello clinico. Stili di lavoro che si
concretizzano nel disporre il servizio ed andare verso il paziente,
all’accoglienza al di fuori di tempi, spazi, filtri definiti e competenze
rigide, valorizzare la rete dei rapporti sociali, ad insistere sulla qualità e
sulle abilità delle persone (dei pazienti) piuttosto che sui sintomi, a non
definire protocolli e tempi di ricovero rigidi, a prestare la massima cura nel
progetto e mantenere elevata la qualità degli spazi (arredi, pulizia, cibo,
ecc.). Nel corso degli ultimi 5 anni si sono stabilmente strutturati programmi
che vedono gli utenti come protagonisti:
gruppi di self-help che fanno capo a giovani associati in club con sede propria
(fuori dalle sedi del Dipartimento di Salute Mentale); il programma si è
chiamato emblematicamente “FUORIC’ENTRO”;
un programma d’informazione e d’organizzazione d’aiuto reciproco per i
familiari;
un Centro Donne per la Salute Mentale che fonda la sua attività e i suoi
programmi sulla valorizzazione della differenza di genere.
Il
Centro Donne Salute Mentale è un punto di riferimento ormai stabile per i
percorsi terapeutici, riabilitativi e d’emancipazione per le donne
all’interno della rete dei Servizi oltre che punto d’incontro di tutte le
donne della città intorno a temi culturali, sociali, politici e di spettacolo.
Questi
programmi, assieme al forte sviluppo delle cooperative sociali (impresa
sociale), danno il senso della partecipazione e del nuovo protagonismo degli
utenti dei servizi.
Questi
scenari, impresa sociale, self-help, partecipazione dei familiari, Centro Donne
costituiscono gli indicatori che meglio di altri restituiscono la tensione dei
servizi e degli operatori verso la costituzione delle nuove istituzioni per la
salute mentale.
Indicazioni
per la lettura del lavoro triestino.
Valutare
la deistituzionalizzazione
Deistituzionalizzazione
Non
vogliamo riferirci ai programmi di deospedalizzazione, non ai processi di
transistituzionalizzazione, non, infine, al trasferimento nel territorio di
culture, saperi e pratiche che furono (e sono) dell’ospedale (e della clinica)
psichiatrico.
II
cambiamento culturale che è connesso ai processi di deistituzionalizzazione
definisce soprattutto la tendenza a capovolgere il secolare rapporto tra la
psichiatria, le sue istituzioni e il loro oggetto.
Per
molti questo è un mero postulato teorico, e proprio in quanto teorico
facilmente condivisibile; al contrario agirlo nella pratica è arduo. Innanzi
tutto va riconosciuto il diritto di cittadinanza sociale al “malato”; il
riconoscimento della cittadinanza sociale significherà accesso ai diritti;
l’accesso ai diritti imporrà costante attenzione a garantirne la reale
praticabilità.
I
percorsi di trasformazione tendono a far emergere ed attribuire valore alle
diversità; occorre allora riconoscere le persone e la loro storia e non la
storia della malattia e delle istituzioni che l’hanno contenuta; i bisogni
delle persone e non i bisogni dell’istituzione; le capacità, gli affetti ed i
sentimenti dei singoli e non la disabilità ed i limiti connessi alla malattia.
Attraverso questi ineluttabili passaggi possono tendere a stabilire rapporti di
reciprocità con i cittadini e con i pazienti, a negoziare il rapporto
terapeutico, su una base di parità, a ridurre in definitiva, la verticalità
gerarchica delle distanze prodotta dalla clinica psichiatrica.
A
partire da queste premesse è possibile individuare alcuni criteri o meglio
semplici indicatori per valutare e discutere il lavoro di trasformazione e la
ricerca nella prospettiva della deistituzionalizzazione.
La
dimensione territorial
Il
lavoro nel territorio può assumere invece valenze di trasformazione d’ordine
scientifico, etico e politico se si sviluppano conoscenze sui meccanismi di
costruzione della domanda psichiatrica, si opera un controllo su questi, si
riconosce il montaggio istituzionale della crisi, della malattia, della cronicità;
se si assume un atteggiamento di curiosità e ricerca verso le culture e la
storia di quel territorio; se si partecipa ai conflitti e alle problematiche di
maggior allarme sociale; se s’interviene infine nel determinare le prospettive
amministrative e le politiche di cambiamento per la salute mentale.
La
presenza del servizio nel territorio mira all’impatto con la domanda
psichiatrica all’atto della sua formazione, prima ancora che venga
rigidificata e complicata dal contatto con le molteplici stazioni istituzionali;
ad affinare le capacità d’intervento e di controllo sui processi formativi
della domanda stessa e di conseguenza ad affermare le capaciti di prevenire,
modulare o comunque interagire con i meccanismi che determinano, montano o
costruiscono la malattia, la crisi e la cronicità. In tal modo la domanda non
si riverserà più sul Servizio con le caratteristiche dell’inerzia,
dell’urgenza, dell’allarme, della pericolosità evitando al tempo stesso il
rischio dell’abbandono e della crescita delle mostruosità che
all’improvviso emergono nell’apparente calma della vita nelle periferie.
La
responsabilità “oggettiva”
La
responsabilità istituzionale prende corpo nell’ospedale psichiatrico come
risposta della psichiatria al mandato di controllo sociale. Questo controllo per
farsi ha bisogno di oggettivare l’altro. Questa responsabilità gli psichiatri
hanno certamente imparato ad assumere.
Nel
territorio si è verificata una sorta di selvaggia “deistituzionalizzazione”
del profilo della responsabilità istituzionale fino al disconoscimento del
mandato di controllo sociale come elemento fondante la psichiatria stessa.
Gli
psichiatri sembrano “scoprire” in Italia negli ultimi due decenni
unilateralmente nel loro lavoro la vocazione terapeutica, tralasciando, con
conseguenze drammatiche, gli aspetti connessi alla pratica della responsabilità
rifiutando pretestuosamente il mandato di controllo sociale.
La
rielaborazione nella pratica dell’esercizio della responsabilità invece può
fondare servizi capaci di giocare tra il controllo sociale e la funzione
terapeutica. La sola presenza del servizio nel territorio tende a costituire una
sorta di responsabilità oggettiva che nasce dall’interazione con gli utenti,
le storie ed i conflitti del territorio stesso.
È
possibile costruire così attitudini, raffinare metodologie per riconoscere ed
intervenire sui nodi istituzionali più duri: l’ordine pubblico, le sanzioni,
il tribunale, il carcere, il manicomio giudiziario.
Molti
servizi invece continuano a rinviare rigidamente ad altri il problema della
s/ragione sociale, del disordine e del disturbo. Si comprende così
quell’esasperazione contro la nuova legge che spesso manifestano familiari e
cittadini. Si riconferma in tal modo quell’immaginario della follia che il
lavoro nel territorio avrebbe voluto modificare.
La
presenza responsabile nella comunità dunque non solo allarga il patrimonio di
conoscenza, rende più agevoli ed efficaci gli interventi e migliora la qualità
delle cure, ma diventa anche lavoro sul processo di formazione/montaggio della
crisi, della malattia e di quanto di pauroso ad essa connesso nell’immaginario
collettivo e in definitiva un intervento di prevenzione primaria.
È
evidente che, i casi limite, il disagio estremo, individuale e di intere fasce
sociali, se da un lato sembrano alimentare l’immagine della pericolosità, del
grave rischio sociale connesso alla follia e dunque richiamano in causa la
questione della responsabilità della psichiatria (e dei servizi) dall’altro
evidenziano condizioni di malessere reale, di squilibri sociali sempre più
gravi le cui cause (e gli interventi di fronteggiamento) è pretestuoso riferire
alla sola psichiatria (ed ai servizi), altre istituzioni sociali (assistenziali,
sanitarie, del controllo, dell’ordine pubblico) devono assumere le proprie
responsabilità nelle rispettive aree di competenza.
Il
servizio resta comunque in gioco nel perseguire attivamente gli interessi del
paziente assicurandosi che le altre istituzioni adempiano ai loro doveri.
La
“presa in carico”
È
risultato chiaro che i luoghi non sono solo i luoghi preposti per definizione;
il Diagnosi e Cura, la Comunità residenziale, il Centro di Salute Mentale ma
“ogni dove” può essere luogo terapeutico e determinare singolari
definizioni della relazione terapeutica stessa.
La
ridefinizione e l’arricchimento del luogo, dei luoghi del terapeutico richiede
all’operatore psichiatrico capacità completamente nuove in grado di
fronteggiare luoghi specifici, luoghi diversificati, luoghi estesi, luoghi
dell’immaginazione.
II
luogo della presa in carico, infatti, è spesso un luogo da immaginare,
costruire, definire; può essere il luogo dell’attesa, della relazione tra il
servizio, il gruppo di lavoro e il paziente, i suoi familiari, i suoi vicini di
casa.
Altrettanto
possiamo dire della questione del tempo. Se presa in carico significa anche
cercare di operare in tempo reale, ad esempio affrontare la crisi
immediatamente, “in diretta”, la dimensione tempo diventa una variabile che
tende a determinare ulteriori cambiamenti.
All’interno
della relazione terapeutica in rapporto al tempo è necessario prefigurare
capacità “elastiche” di definizione e, limitazione del tempo ma anche
immaginare e praticare il tempo senza fine, un tempo della relazione terapeutica
che dura tutta la nostra vita, che non finisce mai.
Anche
l’ospedale psichiatrico (e la psicoanalisi) determinava tempi infiniti ma qui
si vuol dire che la dimensione tempo sottratta all’inerzia della riproduzione
istituzionale svilupperà nel gruppo di lavoro la capacità di resistere nel
tempo trasformando la relazione e l’assetto organizzativo del gruppo e del
servizio.
Se
allora presa in carico non è sinonimo di ricovero, anche la questione delle
risorse, dei mezzi, delle persone, assume così, come la questione dei tempo e
del luogo, una posizione centrale nel percorso della trasformazione. La povertà
di risorse di un servizio è da mettere in relazione alla povertà o alla totale
mancanza dei progetti, all’incapacità di criticare i modelli clinici e
psicologici che, avendo per oggetto il corpo malato e la malattia, non fanno
altro che perpetuare il vuoto, la povertà (materiale e di relazione) intorno
alle persone.
La
presa in carico delle persone, e non solo della malattia, costringe alla
valorizzazione di diverse molteplici e singolari risorse: gli amici, gli
accompagnatori, i volontari, gli operatori con la loro soggettività messa in
gioco, la famiglia estesa, la rete sociale nel suo insieme; ma anche oggetti,
piccoli mestieri, spazi curati, piccole imprese che nascono continuamente
proprio dal riconoscimento delle soggettive e singolari abilità delle persone.
La
ricchezza e la qualità delle risorse non è dunque un dato da assumere prima di
cominciare ma un percorso strettamente connesso alla produzione di cambiamento e
alla capacità di riconoscimento di quote sempre più ampie di libertà, di
abilità, di intraprendenza e di identità.
A
L’ascolto, la storia delle persone, l’attenzione alla narrazione porteranno alla scoperta del senso, del valore delle singole esperienze e della comprensibilità anche delle più estreme.
Attraverso
le antinomie semplificazione/complessità, crisi/cronicità, totalizzazione/soggettivazione,
operatori professionali e nuovi soggetti (operatori naturali, familiari), lavoro
individuale e lavoro di gruppo, riabilitazione ed emancipazione, si costituisce
il lavoro quotidiano il fare, l’essere, il progettare.
Il
manicomio non si può chiudere per legge. Il cambiamento, pensiamo, non avviene
una volta per tutte. La tensione quotidiana al cambiamento può fondare il
superamento del manicomio e la riduttività secolare della psichiatria.
Bibliografia
essenziale:
F. BASAGLIA: «L’istituzione negata», Einaudi, Torino - 1968.
I.GOFFMAN:
«Asylum», Einaudi, Torino - 1966.
M. JONES, «The Therapeutic Community: A new treatment method in Psichiatry»,
Basic Books, New York - 1953.
G. DELL’ACQUA: «Non ho l’arma che uccide il leone. Storie del manicomio di
Trieste» Ed. Libreria, Trieste - 1980.
G. GALLO, M. G. GIANICHEDDA, O. DE LEONARDIS: «La libertà è terapeutica? L
‘esperienza psichiatrica di Trieste. » Feltrinelli, Milano - 1983.
G. GALLO: «Nell’impresa sociale. Materiali per la Salute Mentale», Ed. E,
Trieste
·G. SCABBIA: «Il cavallo azzurro», Einaudi, Torino - 1975.
G. DELL’ACQUA, MEZZINA (a cura di): «Il folle gesto», Ruggeri Ed., Roma-
1988.
M. REALI: «Passaggi triestini. La pratica terapeutica tra il modello clinico e
riproduzione sociale», Centro di documentazione di Pistoia - 1987.
V. PASTORE, A.DEBERNARDI, R. PICCIONE: «Psichiatria nella riforma, analisi di
un servizio “forte” di salute mentale», Il pensiero Scientifico, Roma -
1983.
D. KEMALI, M. MAJ (a cura di): «Attuazione della legge di riforma e valutazione
dei servizi psichiatrici in Italia», Rivista Sperimentale di Freniatria, suppl.
fasc. III. Vol. CXII - 1988.
G. DELL’ACQUA, R. MEZZINA: «Risposta alla crisi: Strategie ed
imprenditorialità dell’intervento nel servizio psichiatrico territoriale»,
Per la salute mentale, 1/88.
F. ROTELLI, O. DELEONARDIS, D. MAURI: «Deistituzionalizzation, a different path.
The italian mental health reform promotion», W.H.O., Cambridge University Press
- 1986 (trad. Ital., Un’esperienza unica, SE,43-44 - 1987).
F. ROTELLI: «L’istituzione inventata. La pratica terapeutica tra modello
clinico e riproduzione sociale», Atti del convegno di Trieste. Centro
Documentazione Pistoia - 1987.
F. ROTELLI, M. REALI, L. LORENZI: «Le pratiche triestine oltre la legislazione
speciale in Psichiatria», Democrazia e Diritto 4-5 - 1988.
F. BASAGLIA:. «Scritti», Vol. I/II, Einaudi, Torino - 1988.
R.WARNER: «Schizofrenia e guarigione», Feltrinelli – 1992
F.DE MARIA, E.PASCOLO, M.BERTOLI, F.COSTANTINIDES: «Il suicidio a Trieste»,
Rivista Sperimentale di Freniatria, Suppl. fasc. III, Vol. CXII – 1988.
[1] Le trasformazioni descritte qui di seguito sono rappresentate graficamente nella sezione "storia" del Sito WEB del Dipartimento di Salute Mentale.