Giovanna
Del Giudice
DSM – Servizio Abilitazione e Residenzialità – Trieste
1997
LE
STRUTTURE RESIDENZIALI
Le politiche
dell’abitare in un Dipartimento di Salute Mentale attraversano le
questioni dei luoghi dove vivono le persone con problemi di salute mentale, dei
modi dell’abitare, dei contesti in cui le strutture sono inserite, per infine
occuparsi delle soluzioni abitative determinate dal Servizio per gruppi di
utenti; vanno quindi dal diritto alla casa e all’abitare, all'habitat sociale
e infine alle strutture residenziali.
"La storia della psichiatria è una storia di case, più o meno
chiuse, più o meno isolate, più o meno vigilate" (Saraceno), di
possibilità ed opportunità di abitare, di modalità e qualità
dell'abitare, di accessibilità, regole, diritti, proprietà, merci,
oggetti, cose, relazioni, scambi....
L'abitare ha a che vedere non solo con lo stare in un
luogo, con l'avere dimora, ma anche con l'insieme delle norme
che regolano lo stare o il dimorare, con l'insieme dei
rapporti e delle relazioni che in quel luogo si instaurano, con gli oggetti che
vi sono contenuti, con la proprietà.
Esiste una differenza tra abitare la propria casa, abitare una casa di altri,
abitare in una pensione, stare in uno ostello, in un campo profughi.... e tale
differenza ha a che fare con le regole, l'accessibiltà, la proprietà, la
produzione di senso, le relazioni.
Nel manicomio non si abita, si sta in un luogo costruito, strutturato,
organizzato intorno al controllo della pericolosità presunta del/lla malato/a
di mente, insieme a gruppi di persone con cui si è costretti/e a convivere, in
spazi chiusi e regolamentati da altri.
Nella deistituzionalizzazione azione primaria è restituire alle persone dimesse
dagli ospedali psichiatrici il diritto alla casa e all’abitare, continuando a
garantire loro il diritto di asilo (unica funzione positiva del
manicomio). Restituire e garantire casa a chi può/vuole vivere da solo/a, casa
a chi può/vuole vivere con altri/e traendo vantaggio dalla
vita comunitaria per la messa in comune di risorse, scambi, auto-aiuto.
A Trieste fin dal 1972, gli operatori e le operatrici, nel lavoro di
decostruzione dell’ospedale psichiatrico, cominciarono ad utilizzare come
gruppi-appartamento per i/le primi/e ospiti “liberati/e” dai reparti, gli
appartamenti siti nel comprensorio ospedaliero fino ad allora occupati dal
direttore, dall’economo, dal cappellano...
Contemporaneamente alcuni medici stipulavano contratti a loro nome sul libero
mercato per appartamenti in cui andavano ad abitare lungodegenti dimessi/e
dall’ospedale. Si cominciava a rispondere, in maniera forse discutibile, al
bisogno di casa di persone che non avevano alcun potere contrattuale,
quindi nessuna possibilità di accedere ad una casa né sul mercato privato né
su quello dell’edilizia popolare, ponendo una contraddizione forte che andava
a toccare non solo le culture ma anche gli interessi propri dei/lle cittadini/e.
Tutto questo venne gestito attraverso assemblee di condominio, incontri e
discussioni con la cittadinanza, ma tanto più attraverso la presenza
attiva e l’impegno quotidiano degli operatori ed operatrici che andavano a
lavorare in quegli appartamenti.
I contratti di affitto non vennero rinnovati allo scadere, ma nessuno degli/lle
abitanti tornò in ospedale psichiatrico. Si era tracciato un percorso che non
prevedeva ritorni.
Con lo
sviluppo del lavoro nel territorio, a partire dalla costituzione nel 1975 dei
primi Centri di Salute Mentale, gli/le operatori/trici scoprivano e mettevano in
evidenza rispetto al diritto alla casa e all’abitare bisogni complessi e non
solo riferibili ai/lle lundogenti dell’ospedale psichiatrico, ma ad una
popolazione di diseredati senza casa e agli/lle internati/e in altre istituzione
quali l’alloggio popolare, gli istituti per i minori, il carcere.
Inoltre il lavoro territoriale, portando gli/le operatori/trici dei
Centri di Salute Mentale nelle case degli utenti, spesso misere e
degradate, divenne impegno per rendere ospitali quei luoghi, impegno
per reperire risorse a favore dell'abitare quali fondi per la
ristrutturazione e l'arredamento delle case, per ottenere l'assistenza
domiciliare comunale anche per le persone con malattia mentale.Nei primi anni
'80, dopo l’intenso lavoro per garantire il diritto alla casa alle
persone con malattia mentale o in genere con basso/nullo potere contrattuale,
l’Istituto Autonomo Case Popolari stabilì punteggi speciali nei concorsi di
edilizia popolare per i/le dimessi/e dagli ospedali psichiatrici o da
altre istituzioni totali, assegnò case a nuclei di utenti equiparati nei
bandi di concorso a nuclei familiari, mise a disposizione dei servizi
socio-sanitari della città, fuori dai bandi di concorso, monovani, non più
utilizzabili dal pubblico perchè inadeguati, come risorsa
transitoria da utilizzare per rispondere ai bisogni urgenti di utenti
senza casa o che necessitavano di uscire dal nucleo familiare. Peraltro,
cominciata a mutare la cultura nella città intorno alla malattia mentale, si
iniziavano a reperire alcune case sul mercato privato per la costituzione di
gruppi appartamento per utenti dei servizi di salute mentale.
Il lavoro per la qualificazioni dei luoghi, degli spazi dei
Servizi di Salute Mentale e delle case degli utenti, fu sforzo quotidiano
degli/lle operatori/trici per togliere il marchio della
miseria dalla follia, per togliere emarginazione, per
identificare e far identificare le persone ad un livello di qualità e di
soggettività sempre più alto.
"All'architettura della psichiatria come architettura
attorno alla pericolosità, all'architettura della
clinica" (Rotelli), alla valorizzazione dell'asetticità e della
distanza del gesto tecnico, fu sostituita "l'architettura del ritorno
alla vita" (Rotelli), quindi di un habitat che potesse facilitare gli
scambi sociali, la produzione di relazioni e di senso,
un rimando alto di sè, la capacità di accoglienza, la voglia di
contaminazione. Habitat inteso come l’insieme degli elementi ambientali,
sociali e culturali che determinano il vivere, che sono fattori di costruzione e
di crescita, di rappresentazione di intenzioni, di produzione di senso.
Nella deistituzionalizzazione a Trieste, nel percorso dal manicomio al
territorio il lavoro terapeutico-riabilitativo di presa in carico della persona
nella sua complessità, trovò le sue articolazioni nelle pratiche che andavano
a favorire l’accesso ai diritti di cittadinanza per le persone con disturbo
mentale, diritto alla casa, al reddito, al lavoro, alla formazione,
all’istruzione.... Fu impegno del tecnico per spostare le risorse da versus
l’istituzione a versus le persone, per attraversare il terreno
amministrativo forzando gli assi della spesa pubblica, lavoro sugli/lle
utenti ma tanto più sull'organizzazione e riabilitazione dei servizi e degli
apparati, perchè questi potessero divenire motori
dell’emancipazione sociale delle persone con sofferenza psichica.
L’aver brevemente delineato alcune tappe del lavoro triestino nella
deistituzionalizzazione vuole dare ragione non solo di un percorso, ma situare
in un contesto la questione delle strutture residenziali in un Dipartimento di
Salute Mentale.
Le strutture residenziali sono le case in cui abitano, per un
tempo più o meno lungo, persone con problemi di sofferenza
psichica, la cui convivenza è attivata o proposta dal Servizio di
Salute Mentale. Case in cui la presenza di operatori ed
operatrici fino alle 24 ore è stabilita in
relazione alle necessità degli/lle ospiti e al programma terapeutico.
Parliamo di comunità (riteniamo fino ad un massimo di 12 persone)
per i/le dimessi/e dall'ospedale psichiatrico, in cui un’assistenza
differenziata a secondo dei bisogni e una convivenza solidale possano
permettere la ripresa di una vita nella rete cittadina e
nel libero scambio.
E ancora di case/appartamenti/piccole comunità
fortemente assistite per giovani con importanti problemi di salute mentale (fino
a 5-6 persone), che non possono più vivere in famiglia, che non
hanno famiglia o che hanno famiglie estremamente distruttive e
conflittuali. Giovani che hanno subito un precoce distacco dalla
famiglia di origine e lunga istituzionalizzazione da minori,
che necessitano di assistenza continuativa ed intensiva. Giovani che in un
periodo della loro vita non ce la fanno/non possono vivere da soli o
necessitano di periodi di intensa progettualità individualizzata per
ri-tornare a vivere nella propria casa.
Parliamo di case e convivenze di utenti dei servizi di salute
mentale che a causa dell'avanzare dell'età, di disabilità legate alla
malattia o all'istituzionalizzazione subita, per la mancanza di una rete
sociale o familiare, soli, fanno fatica a continuare a condurre una vita
dignitosa ed autonoma e traggono vantaggio da una convivenza in cui
mettono in comune risorse e capacità.
Ci riferiamo a strutture residenziali a diversa intensità terapeutica, a
diversa intensità di assistenza, per bisogni differenziati,
per soggetti differenziati. Case-famiglia, case-albergo,
gruppi-appartamento, strutture terapeutico-riabilitative, comunità
terapeutiche.... ma tutte fortemente connotate come case, luoghi in cui
abitare, privi di regole istituzionali, in cui ri-appropriarsi di identità,
abilità, senso, potere contrattuale. Case inserite nel
contesto sociale, in uno scambio costante con questo.
Riteniamo le
strutture residenziali risorsa necessaria ed importante (anche se non
sufficiente):
Luoghi
in cui si può intravedere, nella continuità del rapporto
temporo-spaziale, nella qualità dell'habitat e delle relazioni del
piccolo gruppo, possibilità terapeutiche anche nelle situazioni in
cui ogni altro tentativo è fallito, in cui la continuità deve essere
verifica continua di progettualità, tappa di costruzione di pezzi di
salute.
Oggi in Italia la situazione delle residenze per la salute mentale è
differente nei vari territori, ma quasi dovunque, in una recente riavviata
attenzione per la chiusura degli ospedali psichiatrici, più in relazione alla
legge finanziaria che ad una ripresa di un dibattito tra i tecnici, sono
progettate o costituite residenze per persone con malattia mentale. Peraltro
continuano ad essere carenti, sia dal punto di vista quantitativo che
qualitativo, i Servizi di Salute Mentale capaci di farsi carico della domanda di
salute di un territorio, servizi forti, capaci di risposte complesse ed
articolate, servizi flessibili, capaci di modificarsi in relazione alla domanda.
In tale scenario le strutture residenziali, a volte affidate ad una
gestione del privato sociale totalmente autonoma e non supervisionata dal
servizio pubblico, rischiano o di soffocare nell’autoreferenzialità o
di divenire luoghi di nuova costruzione di istituzionalizzazione, luoghi
dell’abbandono.
Unica garanzia del reale superamento del manicomio e delle logiche che lo
sottendono è la costruzione del Dipartimento di Salute Mentale come
circuito di servizi alternativo al circuito manicomiale. Dipartimento
capace di farsi carico di tutta la domanda proveniente dal
territorio senza agire processi di esclusione legati alla gravità, a
comportamenti devianti connessi, fortemente integrato nella rete dei
servizi socio-sanitari e del volontariato. Dipartimento che
promuove e garantisce la salvaguardia, la promozione, la
restituzione, la ri-acquisizione dei diritti umani civili,
politici delle persone, senza distinzione di genere, ceto sociale,
etnia.
Le strutture residenziali sono importanti risorse del Dipartimento di Salute
Mentale se fortemente connesse con le altre strutture dello
stesso, quando sono situate nell'area funzionale ed operativa dei
Centri di Salute Mentale, in rapporto costante con i laboratori
espressivi, le attività di formazione ed abilitazione, le cooperative
sociali per l’inserimento lavorativo.
A questo punto ritengo utile fornire alcuni dati sul Dipartimento di Salute
Mentale (DSM) di Trieste, città di 250.000 abitanti, senza manicomio dal
1980, il cui Dipartimento è costituito da una rete di servizi interagenti ed
integrati così articolata:
- 4 Centri di Salute Mentale (CSM) aperti sulle 24 ore, 7 giorni su 7, forniti
di 8 posti letto per ospitalità anche notturna e 3 Centri sulle 12 ore, di cui
uno, Centro Donna-Salute Mentale affronta in un’ottica di genere la domanda di
salute posta dalle donne del territorio.
I Centri di Salute Mentale si fanno carico di tutta la domanda di cura,
prevenzione e riabilitazione del territorio di competenza. Ad essi accedono le
persone con problemi di sofferenza psichica, ma anche i loro familiari, i vicini
di casa, i cittadini in genere, direttamente, senza alcuna selezione per
diagnosi e/o comportamento, senza mediazione burocratica.
Forniscono prestazioni ambulatoriali e domiciliari, prestazioni di day-hospital,
farmacologiche, sostegno psicoterapico ai singoli e alle famiglie, sostegno
sociale, gestiscono gruppi appartamento, promuovono la formazione e
l'inserimento lavorativo degli/lle utenti, sostengono questi nei luoghi di
lavoro, sono strettamente collegati con i laboratori abilitativi, formativi,
ricreativi, espressivi del Centro-Diurno e con le cooperative sociali;
- il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC), fornito di 8 posti letto,
funziona come un pronto soccorso psichiatrico. Fornisce consulenze
all'astanteria dell'Ospedale Generale, risponde alle emergenze psichiatriche; le
persone inviate dal medico astante al SPDC durante il giorno, se necessitano di
una presa in carico, vengono affidate ai Centri di Salute Mentale, durante la
notte rimangono nel Servizio e il giorno successivo vengono affidate al Centro
di Salute Mentale di competenza;
- i laboratori del Centro Diurno sono luoghi di socializzazione, di
abilitazione, di formazione, laboratori espressivi e ricreativi: il
laboratorio di pittura, il laboratorio teatrale, il laboratorio musicale,
tre classi di una scuola di alfabetizzazione per adulti, due classi della scuola
delle 150 ore, il laboratorio di serigrafia, di ceramica, di restauro
mobili, di computer, di grafica, di lavoro sul corpo... Nei laboratori operano
artisti, maestri d'arte, professionisti, artigiani, maestri, insegnanti. Da un
anno sono stati attivati corsi di pre-formazione e di formazione professionale.
I laboratori
sono luoghi complessi dove si incontrano professionisti, utenti dei Servizi,
giovani della città che costruiscono insieme, attraverso il fare, un pezzo di
salute;
- le
cooperative sociali, sviluppatesi accanto al Dipartimento, sono 5 con 20
attività, hanno circa 200 soci lavoratori e lavoratrici, di cui più del 50%
provenienti dall'area del disagio e circa 70 utenti del DSM in formazione con
borse di formazione al lavoro.
- le
residenze sono 30, di cui 12 situate nel comprensorio dell'ex-ospedale
psichiatrico, 18 in città (tale suddivisione ci appare funzionale ad una
comparazione con altre esperienze italiane, ma va specificato che il
comprensorio di San Giovanni al momento attuale è parte integrante della città
dacchè cinque ex-padiglioni sono occupati dal Dipartimento di Scienze della
Terra dell'Università degli Studi, uno dal teatro comunale cittadino per la
costruzione delle scene e per le prove, uno dalla Scuola Superiore
Internazionale di Capitani di Mare, uno da una scuola professionale di lingua
slovena, uno è sede di 5 cooperative sociali, di associazioni. Nel comprensorio
hanno sede alcune attività produttive delle cooperative: un bar, un salone di
estetica, una falegnameria, una radio libera, una sala video, uno studio
fotografico).
A Trieste,
come si legge nel regolamento del Dipartimento di Salute Mentale del 1995, le
residenze sono distinte in residenze di integrazione sociale che ospitano utenti
del DSM con ridotte capacità di vita autonoma, che necessitano di supporto
nella vita quotidiana e traggono vantaggio dalla vita comunitaria e residenze
terapeutico-riabilitative che ospitano utenti con rilevanti problemi di
salute mentale, con gravi disabilità e assenza o nocività della rete
familiare, che necessitano di programmi terapeutici-riabilitativi
individualizzati.
Nel riportare
alcuni dati sulle strutture residenziali del Dipartimento di Salute Mentale di
Trieste farò riferimento ad uno studio in corso condotto dagli/lle operatori/trici
del servizio Abilitazione e Residenze insieme ad una ricercatore dell’Istituto
Mario Negri, finalizzato a mettere a punto un sistema di monitoraggio delle
strutture residenziali e di rilevazione delle caratteristiche strutturali ed
organizzative delle stesse. I dati sono riferiti alla rilevazione del novembre
1996.
Le residenze
sono 30 per un totale di 174 ospiti:
Per fornire
alcuni spunti alla discussione, semplificando vado ad indicare le
principali azioni attraverso cui si svolge il lavoro nelle case degli/lle ospiti
anziani:
Il lavoro
nelle case dei giovani è rivolto:
Gli/le ospiti
delle residenze, in particolare i/le giovani, sono alti utilizzatori dei
laboratori, dei luoghi di socialità, dei corsi di pre-formazione e di
formazione professionale.
Per tutti si lavora nella prospettiva di un "ritorno a casa" o al
passaggio ad un appartamento meno protetto. Elemento fondamentale nel lavoro è
il riconoscimento dell’altro/a come soggetto, portatore di valore e di senso,
la produzione di un clima affettivo nelle relazioni e negli scambi.