Maurizio
Costantino
Centro Studi e Ricerche sulla Salute Mentale del Friuli Venezia Giulia
1998
LEROS,
PICCOLA ISOLA DEL DODECANNESO,
Premessa
Dal
1989 al 1995 un’équipe italiana di operatori di salute mentale – coordinata
dal Centro Studi e Ricerche Salute Mentale della Regione Friuli Venezia Giulia
– ha lavorato fornendo sul campo una "consulenza tecnica" per la
trasformazione dell’Ospedale Psichiatrico di Leros (Grecia).
Questa presenza faceva parte di un Programma della Comunità Europea (Misura
813) che mirava ad una riforma complessiva dell’organizzazione psichiatrica
greca e si sviluppava ed articolava in coordinamento con il Ministero della
Sanità greco, nonché con le autorità locali.
Alla metà degli anni ’80 l’Ospedale Psichiatrico di Leros era stato al
centro di uno scandalo internazionale per le condizioni disumane in cui vivevano
oltre 3000 persone, provenienti da tutta la Grecia.
Sono
entrato per la prima volta al reparto B1 del Padiglione 11 dell’Ospedale
Psichiatrico di Leros nell’agosto del 1993: quattro stanzoni con 20 letti
ciascuno - niente lenzuola e cuscini, sudicie gommepiume per materassi, una
vecchia coperta - estate ed inverno; un grande refettorio - tavoli e sedie a
disposizione solo alle ore prefissate; un armadio con i vestiti di tutti i
giorni per 56 persone, due docce - di cui una inutilizzabile; una cucina dove
non si cucina, ma da dove si distribuiscono i pasti che gli internati vanno a
prendere alla cucina centrale.
Chi
da venti, chi da trenta anni: per tutti il tempo è scandito dal mangiare, dalla
distribuzione delle sigarette, dalla doccia settimanale.
Si
mangia: un piatto pieno al centro della tavola per quattro o cinque persone, uno
o due bicchieri di plastica, sempre
per quattro o cinque, così, dopo, c’è meno da lavare. I pasti durano cinque
minuti, di orologio. Si mangia poco
e male.
Per
lavarsi - dieci persone al giorno, cinque la mattina e cinque il pomeriggio - si
aspetta il proprio turno nudi in corridoio, proprio davanti la porta
d’ingresso del reparto. Ed anche se si è capaci di lavarsi, si viene lavati.
Il tutto dura venti minuti per gruppo, al massimo.
Le
sigarette, dopo il pranzo, possono essere due o tre, o nessuna, ad insindacabile
giudizio di chi distribuisce.
Per
alcuni c’è il lavoro. Un
internato per dodici ore al giorno gestisce le distribuzioni del cibo e lava, con impeccabile cura, docce e gabinetti. In cambio ha l’autorità
di chi può dare o togliere un pezzo di pane, ed un intero ripiano dell’unico
armadio per i suoi vestiti da
lavoro. Altri pazienti
puliscono il refettorio, rifanno quel poco che c’è da rifare dei letti,
trasportano le immondizie, o i vestiti sporchi alla lavanderia centrale.
Per
chi vuole allontanarsi almeno un po’, e ne ha le energie, ci sono un paio di
ore la mattina nella grande piazza d’armi di fronte al padiglione.
La
piazza d’armi era il centro della base navale che per cinquanta anni,
all’inizio del secolo, ospitò più di tremila militari italiani: caserme per
i soldati, magazzini, officine per idrovolanti, sommergibili e cannoni, villette
per ufficiali ed uffici. Questo era, prima, l’Ospedale Psichiatrico di Leros.
Quella
piazza d’armi, quella enorme spianata di terra rossa, battuta dal vento di
inverno, sotto il sole torrido d’estate, è stata per anni il teatro della
solitudine di centinaia di internati.
Uomini
mal vestiti, poco o per niente vestiti, distesi, rannicchiati per terra o,
silenziosi, camminando. Sguardi furtivi, mozziconi che passano di mano o
raccolti da terra. Scatti di corsa, che improvvisi nascono e muoiono, in assenza
di scopo. Uno piange ed un altro grida.
Per
un paio di ore al giorno nessuno ti dice cosa devi fare. Ma, paradossalmente,
questa libertà conferma a questi uomini che per quanto facciano, per loro non
c’è niente da fare.
Gli
infermieri dell’Ospedale - 400 per 400 internati uomini - non sono infermieri.
Sono filakès: guardiani. Contadini e pescatori che hanno trovato nell’impiego statale l’unica risposta al
depauperamento dell’isola. Mai gli è stato detto, e ancor meno mostrato o
dimostrato, che un ospedale può/deve almeno cercare di essere un luogo di cura,
di riabilitazione.
Li
guardo, discuto con loro. Vedo volti antichi, mani che hanno a che fare con la
terra, gente che conosce la fatica. Esprimono sentimenti forti, hanno il piacere
di condividere la bellezza della loro terra ed hanno paura che gli si porti via,
con l’ospedale, il loro pane.
Chiusi ed abbandonati essi stessi in quei padiglioni,
contraddittoriamente hanno resistito e si sono adeguati, hanno promosso la legge del più forte e nascosto la
loro comprensione dell’altro. Sadismo, sfruttamento, furono la regola. Compassione, protezione, le eccezioni.
Verso
la fine di quella prima visita un uomo mi avvicinò e mi mise in mano, con
discrezione, uno strano oggetto. Era
un intreccio di fettucce di stoffa, annodate. Animate.
Ricordo, in quel corridoio, una botte di acqua potabile con un bicchiere per 56
persone, la televisione - in alto - accesa, rumore di pentole di alluminio,
voci.
Ricordo
uno sguardo, dei capelli d’argento, un corpo agile e nodoso, di vecchio.
Ricordo,
insieme all’imbarazzo, il mio sollievo, la mia gratitudine per questo corpo
che senza nulla chiedere, affermava il suo esistere in quella
desolazione.
Novembre
1993
Quando,
mesi dopo, fu finalmente possibile iniziare un intervento in quel reparto, la
parola d’ordine fu molto
“semplice”: uscire con i pazienti.
Così,
ogni giorno, da quel reparto cominciarono ad uscire sei o sette persone.
Uscire
significava rompere il ritmo della vita normale del reparto. Significava aver
bisogno di vestiti, di soldi. Di una doccia calda fuori orario.
Uscire
poteva significare un nuovo modo di avvicinarsi a ciascun paziente, e
significava, per lui e per noi, misurarsi con la realtà delle persone, delle
cose, della natura, fuori.
Le
undici di mattina di una splendida giornata del gennaio 1994.
Vassili
( l’uomo del regalo di alcuni mesi prima), Sofia - una giovane operatrice del programma di riabilitazione, Maria -
una pulitrice del reparto, ed io, usciamo insieme.
Vassili:
giacca, cravatta, tutto un po’ più piccolo della sua taglia ed un po’
spiegazzato. Ma si intravede qualcosa che si ha quasi timore di ammettere: forse
è proprio per avere vissuto trenta anni in mezzo alla fame, al freddo, alla
paura, che il rispetto di sé che Vassili ci mostra è così indiscutibile.
Dove
si va? al ristorante, in riva al mare.
Ci
sediamo, viene ordinata una quantità di piatti, mentre Vassili, visibilmente
indifferente a questa inusuale abbondanza, con una mano davanti la bocca canticchia, con la cadenza di un
cantastorie.
“Leros, Lipsi, Athina,
Volos, Kalkida, Kimi”
“LEROS,
LIPSI, ATHINA, VOLOS, KALKIDA, KIMI.”
“OMONIA............,”
ed altre parole che non capisco
Ma
cos’è questa lista di nomi? luoghi?
Sono,
a ritroso, le tappe di un viaggio cominciato chissà quanti anni fa al suo
villaggio, nell’isola di Eubea, vicino Kimi.
”Voglio
tornare al mio villaggio!”.
Con
Sofia e Maria siamo attenti, stiamo chiacchierando con Vassili, e c’è una
certa consapevolezza che non sono chiacchiere fini a se stesse, ma che forse
quel cantare - fino ad oggi delirio - è, può, potrebbe essere, un futuro -
oltre che avere costituito un presente tra noi.
“OMONIA”
ed altre parole cantate, cantilenate, che non capisco, ma che hanno il ritmo
di una passeggiata.
“OMONIA”
che è tonda, che è il cuore di Atene.
Quanti
anni fa’? più di venti o trenta.
E’
un elenco di bar, negozi, tutt’intorno a piazza Omonia, quello che
Vassili ci snocciola!
Omonia,
il cuore di Atene, trenta anni fa.
Mercanti,
ambulanti, poeti, prostitute, trafficanti, protettori, clochards, viveurs,
musicisti, marinai, negozianti, gente dalle provincie di Grecia. Oriente ed
occidente.
Vassili
ne parla come se ci fosse in quel momento, ne parla come della sua vita, ne
parla - ne canta anzi, come cantando di sé.
“Voglio
andare al mio villaggio!”.
“Voglio
andare ad Atene!”.
“Si,
Vassili.”
Poi
Vassili si alzò e si mise a parlare ad alta voce, adirato. Il ristorante era
quasi vuoto. Io non capivo cosa dicesse. Né capii cosa gli disse Dimitri, il padrone del ristorante. Ma era
evidentemente un parlare proprio a lui, a Vassili. Un confronto che durò
qualche battuta e che finì con
soddisfazione d’entrambi.
Vassili,
quella mattina, era. Ascoltato,
capito, interrogato, risposto, ribattuto. Con una storia, una personalità,
forse un futuro.
Tornammo
in Ospedale ed all’assemblea
quotidiana di tutti gli operatori raccontammo cosa ci era successo. Si prospettò
l’idea di fare veramente questo viaggio a ritroso con Vassili. Si parlò di
lui, si incrociarono ricordi, osservazioni, perplessità.
Si
poteva organizzare praticamente questo viaggio? quali rischi, quali prospettive?
Riandare al passato, ad una famiglia che lo aveva dimenticato per trenta anni,
tutto ciò non lo avrebbe fatto poi rientrare a Leros con gravi rischi di
depressione - si chiese qualcuno?
Prevalse
una specie di buon senso. Ci fu un accordo implicito sul fatto che ciò che
contava forse di più era accertarsi se l’équipe nel suo complesso, e tre o
quattro persone più specificatamente, fossero disposte ad assumersi la
responsabilità di organizzare, ma soprattutto quella di aprirsi ad una
esperienza condivisa con Vassili, fuori da quei muri.......................
Credo
che non dimenticherò mai quell’assemblea.
I
partecipanti appartenevano a due gruppi: da una parte filakès con quindici,
venti, trenta anni di lavoro, dall’altra, giovani assunti per l’applicazione
del Programma finanziato dalla Unione Europea.
I
vecchi non potevano che essere sospettosi: in nome di cosa si veniva a cambiare
una vita a cui probabilmente ciascuno di loro aveva fatto una grande fatica ad
adattarsi, anche se qualcuno di loro aveva finito poi per adattarvisi con
particolare soddisfazione?
I
vecchi si erano trovati talvolta anche uno per turno con 100 internati. Cento
sconosciuti ai quali l’ultima tappa del viaggio, la deportazione a Leros,
aveva tolto anche gli ultimi brandelli di storia.
I
luoghi in cui questi contadini, pescatori si
erano ritrovati a lavorare come filakès avevano inequivocabilmente trasmesso
loro quale era la considerazione in cui gli internati erano tenuti dai
responsabili: poco mangiare, pochi vestiti, poco riscaldamento, niente medici o
quasi, catene.
Allora,
la lotta per sopravvivere in quelle condizioni, non era solo quella degli
internati, ma anche quella di chi ci lavorava. Per tutti – mi dicevo -
l’unico pensiero non poteva che essere sopravvivere a quel presente.
In
quell’assemblea si realizzò una
saldatura tra i due gruppi: nessuno stava dicendo ai filakès che ciò che
facevano era sbagliato, ma semplicemente che si poteva fare anche qualcosa
d’altro. Un ritorno alla propria
terra, forse a trovare semplicemente delle tombe, o dei muri di una casa
d’infanzia, od un compagno di scuola. E quei filakès, il valore della propria
terra, delle tombe, dei muri di casa, di un compagno, non l’avevano ancora perso.
In
breve si accertò che i soldi c’erano.
Febbraio
1994.
“Oggi
è il ventidue, due, millenovecentonovantaquattro: ventidue più due,
ventiquattro, più uno venticinque, più nove trentaquattro, più nove
quarantatré,
più quattro quarantasette e meno
uno quarantasei. Diviso due, fa ventitré. Domani è il ventitré. Usciamo?”
Benedetto
Vassili che da ventitré (sic!) anni, gioca con i numeri e forse si salva il
cervello, mentre tutti pensano che fettucce, canzoni e numeri non siano che
deliri!
Una
riunione, a partire dalla cartella clinica di Vassili : genitori morti, un
fratello ed una sorella al villaggio natio, due fratelli di cui non si avevano
notizie, nessun contatto durante i ventitré anni di ricovero a Leros, né con i
familiari, né con altri, due date di nascita con una differenza di sette anni,
un primo ricovero ad Atene nel 1965....ma soprattutto una partecipazione di
tutti alla discussione, impressioni, ricordi, la difficoltà di assumersi
un’inusitata responsabilità e la conferma che comunque Vassili sarebbe stato
tra i primi internati che avrebbero abbandonato il reparto per andare a vivere -
in gruppo di sei o sette - in un appartamento che si stava attivamente cercando.
Programma
al quale Vassili non rispondeva né sì né no, ma ricordando in maniera ferma e
posata che il suo obiettivo era il villaggio.
Vassili
si ritrovò, ed io credo anche che seppe mettersi, al centro dell’attenzione.
Non ci fu alcun protagonismo in questo da parte sua: era già, nel reparto, un personaggio “aspro” ed in
qualche modo rispettato. Forse anche per una sua avvertita indomabilità: erano
ventitré anni per esempio che non si riusciva ad impedirgli di tagliare strisce
di lenzuola con le quali confezionava, in una sequenza di nodi, i suoi oggetti
animati. Ma anche cinture e fettucce che sostituivano, con eleganza, i bottoni
spesso mancanti delle camicie.
Vassili
comunque seppe approfittare di quel nuovo clima, che contraddittoriamente si
andava determinando nel reparto ed attorno a lui. Anzi, sembrava
non attendere altro: cambiandosi in vista di una uscita, verificando di non
essere osservato o comunque facendo notare di sapere di essere osservato -
vuotava le tasche dei suoi innumerevoli oggetti personali. Indossava con fretta
trattenuta un vecchio completo blu gessato e fuori...... il barbiere era una
tappa d’obbligo di quelle prime uscite: il piacere di qualcuno che si prende
cura di te, due frasi, forse un senso di pulizia e poi...... in piazza.
La
piazza principale del paese, al caffè.
Osservava,
guardava la vita intorno a lui, forse tentava di riconoscere ciò che era
cambiato, e ciò che non cambierà mai.
Al
bar non voleva mai niente e solo dopo insistenze accettava un caffè od una
aranciata. Lo faceva in un modo che ci ha fatto pensare che questo ridurre a zero i suoi bisogni fosse stato proprio una scelta: quella di
non chiedere niente, di non aspettarsi niente, di non voler aspettarsi niente.
Non un adattarsi (dopo ventitré anni!) ad una situazione in cui non si ha alcun
diritto, ma proprio il non chiedere nulla, dicendo così all’istituzione, alle
persone che la incarnano:
“avete
potere, ma non vi chiedo e non vi chiederò mai nulla, perché il vostro dare o
non dare è arbitrario, è solo il vostro bisogno di dimostrare chi comanda.”.
A
volte scoppi d’ira. Improvvisa
come era scoppiata, si placava.
Inevitabili:
l’impressione di un profondo rifiuto e di un bisogno dirompente di dire, di
affermare la propria presenza. Un alzare la voce che mi pareva anche accolto dai
presenti come parte di quella abitudine mediterranea alla forte, ostentata e
quasi teatrale, espressione pubblica dei sentimenti.
E
poi - da solo - nei dintorni.
Passeggiate,
incursioni, dalle quali tornava sempre con qualcosa: un pacco di noccioline, due
frutti, una scatola di fiammiferi. Frutto incontestabile della sua autonoma
capacità di incontrare la gente.
Le
uscite dal B1 si moltiplicavano, la vita interna era profondamente messa in
discussione. Il Programma dell’Unione Europea trovava le condizioni
politico-istituzionali per svilupparsi. Le resistenze erano sempre forti:
l’intera economia dell’isola era stata gestita usando il manicomio come
fonte di soldi e privilegi. Non mi sembrava ingiustificata, da parte di molti
infermieri, quella resistenza al cambiamento che sembrava dire:
“non
è che state parlando di grandi cose, ma alla fine sarà solo un cambiamento di
comando, che nulla cambierà?”.
Poi
per Vassili, per il suo viaggio, apparvero i “volontari”: Lianna, psicologa che era incaricata dell’organizzazione dell’appartamento in
cui Vassili sarebbe dovuto andare ad abitare, e Iannis, infermiere che nello stesso appartamento sarebbe andato a lavorare.
Accordo
conseguito, preparativi, i soldi necessari, i documenti, i punti di appoggio
lungo il viaggio....fu Vassili a cambiare idea all’ultimo momento:
“Se
vado al villaggio, non tornerò a Leros, mai più!”
La
discussione, le discussioni, si svolsero per la prima volta nella storia del
reparto nella stanza degli infermieri ; Vassili seduto in una delle sedie
rigorosamente riservate agli operatori, ed attraverso la porta a vetri, tutti
avevano potuto vedere!
Grazie
Vassili: morte di un piccolo tabù.
Atene,
sabato 2 marzo 1993 ( per Vassili 23 anni dopo).
Siamo
sbarcati dalla nave che ci ha portato al Pireo, da Leros, alle otto di mattina.
Vassili, Lianna, Iannis (con sua
moglie) ed io.
Abbiamo
preso due stanze all’albergo “El Greco”, a due passi da piazza Omonia e
siamo subito usciti. Tuffati nel grande bazar che a quell’ora sta prendendo
vita, soprattutto in Athinas Odòs, la via del nostro albergo.
Negri
che vendono - parlando greco, naturalmente - foulards firmati ed impianti hi-fi; cittadini ex sovietici con un
obiettivo Zeiss, una chiave inglese, un orologio, un distintivo di Lenin in mostra su un tappetino; donne
vestite tutte di nero, bambini e sigarette, orologi, occhiali da sole, giacche
di pelle....camminiamo lì in mezzo, guardiamo, ci guardiamo, guardiamo Vassili,
che si muove come se fosse sempre stato lì.
Osserva
e, per alcuni minuti fermo davanti una vetrina, sfiora con la mano dei passanti:
un uomo, una vecchia, un ragazzo, una signora. Qualcuno di loro se ne accorge e
si volta, interrogativo. Ma lo sfiorare è stato così discreto, leggero, non
invadente........ nessuno protesta. Contatto. Non avevo mai visto Vassili fare
una cosa del genere e mai più, in seguito, gliela avrei vista fare.
Persone
e traffico ci avvolgono sempre di più. Lianna è di Atene e ci è abituata,
Iannis e sua moglie escono per la prima volta della loro vita da Leros.
Poi
uno, due giri per piazza Omonia. Si passeggia, quasi mani dietro la schiena.
Vassili
guarda, osserva, si ferma e guarda, osserva. La vita è intensa attorno a noi,
ma per noi è come se fossimo fuori dal tempo. Ciò che conta è Vassili, questo
suo rientro in un mondo che è tanto cambiato. Dove tutto è diverso, ma forse
allo stesso tempo riconoscibile, nel via vai, nei rumori, nel miscuglio di
razze, storie, sguardi.
E
Vassili ha questa qualità di esserci, pienamente, a contatto appunto, e di non
sembrare invaso, disturbato. Non un gesto, non una parola che segnalassero un
disagio, una paura, una distanza.
Poi,
forse per rispondere alla nostra
ansia di operatori sul come trascorrere il tempo, una proposta:
“Vassili, che ne direbbe di trovare un barbiere e farsi radere?”.
“Mio
fratello è barbiere, qui ad Atene.”
“...???........ricorda
dove?”.
“Certo!”.
“........e,
saprebbe andarci?”.
“Certo!
Andiamo, andiamoci.”
Eccitati,
attenti attraversiamo Atene.
Vassili
procede deciso, decisissimo, parla di una piazza proprio vicino al negozio del
fratello.
Lianna
conosce la via, ma è a Vassili che spetta andare avanti. Vassili davanti, noi
quattro dietro.
Ci
andiamo ; sulla porta, chiudendo la porta un giovane handicappato: no suo
padre non c’è, il caffè è chiuso, non sa niente di barbieri.
Allora
ci ritroviamo tutti in mezzo la strada. In un momento sospeso.
Da
una parte il proprietario del negozio di ferramenta ci chiama dentro, e
dall’altra quello del Cafe-nio, avvisato dal figlio, anche lui ci chiama. Era
un po’ perplesso il primo, ma ci ha ripensato e ci da il numero di telefono
del fratello di Vassili, ed il
secondo, nello stesso istante ci sta dando l’indirizzo!
Proviamo
a telefonare dal negozio del primo, ma non risponde nessuno.
Allora,
per salvarci dalle emozioni decidiamo di andare a pranzo e di chiamare dal
ristorante.
Emozioni?
Iannis non crede a ciò che ha visto: la memoria di Vassili, trent’anni dopo,
in questa Atene per lui misteriosa e caotica......
Dal ristorante Lianna
telefona. Sì lo ha trovato questo fratello! appuntamento in albergo alle 16.30!
era sorpreso, incredulo, forse intimorito ed è per questo che viene lui in
albergo e non Vassili a casa sua...
L’incontro
avverrà nella stanza più bella, due poltroncine ed un tavolino, un caffè e,
di noi, solo Lianna sarà presente.
Puntuale
il fratello arriva e meno di dieci minuti dopo Lianna ci annuncia che vanno
tutti e tre a casa.
Torneranno
tre ore dopo. Lianna stremata, Vassili imperturbabile. Ha i capelli tagliati e
la barba rasata.
E’
così che è andata, sembra un film a sentirlo raccontare: Vassili in poltrona
ed il fratello che, parlando, lo rade e gli taglia i capelli. E lunedì, dopodomani, il ”fratello ritrovato” andrà al villaggio
anche lui!
......E
ci prepariamo per uscire, che è sabato sera e siamo ad Atene!
Vassili
indossa la sua giacca viola di panno, ma con le falde l’una sull’altra ed
infilate nei pantaloni. Al posto della cintura una fettuccia , viola. Una
cravatta intonata. La giacca, così indossata, sembra un bolero e Vassili, potrà
forse apparire stravagante, ma è senz’altro elegante, e lui lo sa.
O
meglio, il suo curare il vestirsi è qualcosa di più, è identità, mi pare.
Così usciamo - e c’è ben poco che possa stupire un ateniese - e passiamo la
serata in una Ouzeria (nda. da: ouzo, alcolico locale a base di anice).
Ce
la godiamo, ognuno di noi a modo suo. Io mangio e bevo. Vassili, parco di queste
cose, sbocconcella dandoci quasi le spalle, ascoltando attentamente la
conversazione di due nostre vicine, scrutando apertamente le due ragazze dal
fittissimo parlare, che non lo hanno - per tutto il tempo - né ignorato né
integrato.
Trieste,
maggio 1998.
Vassili
è stato al suo villaggio, due volte.
Ha
rivisto le pietre e le persone. Ha stupito tutti ricordando nomi e fatti. Non ha
potuto , o saputo, o voluto, riavvicinarsi a sua sorella ed a suo fratello che
vivono nella vecchia casa di famiglia. Meglio, nella unica stanza, in mezzo alla
quale hanno innalzato un muro di separazione. Lui, da sempre inabile, vive
dell’aiuto dei paesani. Lei, dopo trent’anni ad Atene tra la strada e
l’Ospedale psichiatrico, si è rifugiata al villaggio e ne vive ai margini
sociali..
Non
è stato possibile garantire una presenza dei servizi di salute mentale che
accompagni il reinserimento di Vassili, e neanche attivare una pensione. Il
sindaco, ex compagno di scuola di Vassili, ha tentato, senza successo.
Tra
il primo ed il secondo viaggio al villaggio, Vassili:
ha portato un paio di scarpe
comprate ad Atene al suo amico Helias, nel reparto B1: Helias pare proprio
l’opposto di Vassili, tanto appare vulnerabile e dipendente. Le scarpe sono un
regalo prezioso, come oggetto e come segno. Il Vassili che ritorna dal viaggio e
che vuole subito rientrare per stare con i pedià (“i ragazzi”), fa risaltare una qualità di relazioni tra tutti gli
internati assolutamente altra da quanto ho mai conosciuto. Penso che è la
qualità delle relazioni tra i prigionieri. Questi uomini hanno dovuto e saputo
far incontrare violenza ed amore, mi pare,
ha raccontato a tutti gli altri
del suo viaggio; nel salone, per una volta riempito di emozioni esplicite, altri
hanno pensato: “ed io?”, e qualcuno lo ha detto, e le storie di ciascuno
ricominciano ad essere un diritto,
ha cominciato a raccontare. Per
esempio: aveva sedici anni e portava da mangiare ai partigiani, in montagna. Poi
lo chiamano nell’esercito regolare e viaggiando in jeep salta su una bomba
messa dai partigiani! Ma non racconta molto, e nessuno insiste per saperne di più.
ha chiesto di incontrare, ed ha
parlato con il Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale. Da
solo,
è andato a vivere in una casa di
campagna, con altri cinque vecchi internati; i vicini sono contadini e la festa
di inaugurazione, che li ha visti coinvolti ed organizzatori, è stata una vera
festa greca,
dopo un aspro scontro verbale per
la strada, con un vecchio infermiere, è stato sottoposto ad una terapia
farmacologica che lo sconvolge: “den borume!” – “non ce la faremo! Non
possiamo!”, mi dice, allo stremo delle sue forze. Ed invece, la rete di
rispetto ed amicizia è grande e, pur non riuscendo ad ottenere la riduzione dei
farmaci, accompagna Vassili attraverso questo rigurgito istituzionale,
si muove da solo nell’isola, ha
i suoi punti di riferimento, case che per lui sono sempre aperte e nascondigli
dei suoi beni,
torna ogni tanto in visita al B1,
ed il suo sguardo pieno di
compassione, ci dice quanto c’è ancora da fare.
Dopo
il secondo viaggio.
Vassili
ha deciso di restare a vivere a Leros.
Ad
ognuno di noi è dato un solo passato. A Vassili, ed ai moltissimi altri di
Leros, solo quel passato.
Sono tornato un paio di volte a Leros in
questi anni. E come me, altri operatori sono tornati e tornano a Leros. Avvinti
anche da una natura dolce e selvaggia, allusiva e prepotente come il vento
d’oriente che la spazza.
Immagino,
so, che anche altri come me sentono la profondità che Vassili e molti altri ci
hanno consentito di toccare. Per una volta, una consapevolezza limpida della
nostra umanità.