Maurizio Costantino  
Centro Studi e Ricerche sulla Salute Mentale del Friuli Venezia Giulia
1998

LEROS, PICCOLA ISOLA DEL DODECANNESO, VICINO LA COSTA TURCA  

Premessa

Dal 1989 al 1995 un’équipe italiana di operatori di salute mentale – coordinata dal Centro Studi e Ricerche Salute Mentale della Regione Friuli Venezia Giulia – ha lavorato fornendo sul campo una "consulenza tecnica" per la trasformazione dell’Ospedale Psichiatrico di Leros (Grecia).
Questa presenza faceva parte di un Programma della Comunità Europea (Misura 813) che mirava ad una riforma complessiva dell’organizzazione psichiatrica greca e si sviluppava ed articolava in coordinamento con il Ministero della Sanità greco, nonché con le autorità locali.
Alla metà degli anni ’80 l’Ospedale Psichiatrico di Leros era stato al centro di uno scandalo internazionale per le condizioni disumane in cui vivevano oltre 3000 persone, provenienti da tutta la Grecia.

Sono entrato per la prima volta al reparto B1 del Padiglione 11 dell’Ospedale Psichiatrico di Leros nell’agosto del 1993: quattro stanzoni con 20 letti ciascuno - niente lenzuola e cuscini, sudicie gommepiume per materassi, una vecchia coperta - estate ed inverno; un grande refettorio - tavoli e sedie a disposizione solo alle ore prefissate; un armadio con i vestiti di tutti i giorni per 56 persone, due docce - di cui una inutilizzabile; una cucina dove non si cucina, ma da dove si distribuiscono i pasti che gli internati vanno a prendere alla cucina centrale.

Chi da venti, chi da trenta anni: per tutti il tempo è scandito dal mangiare, dalla distribuzione delle sigarette, dalla doccia settimanale. 

Si mangia: un piatto pieno al centro della tavola per quattro o cinque persone, uno o due  bicchieri di plastica, sempre per quattro o cinque, così, dopo, c’è meno da lavare. I pasti durano cinque minuti, di orologio.  Si mangia poco e male.

Per lavarsi - dieci persone al giorno, cinque la mattina e cinque il pomeriggio - si aspetta il proprio turno nudi in corridoio, proprio davanti la porta d’ingresso del reparto. Ed anche se si è capaci di lavarsi, si viene lavati. Il tutto dura venti minuti per gruppo, al massimo.

Le sigarette, dopo il pranzo, possono essere due o tre, o nessuna, ad insindacabile giudizio di chi distribuisce.

Per alcuni c’è il lavoro.  Un internato per dodici ore al giorno gestisce le distribuzioni del cibo  e lava, con impeccabile cura, docce e gabinetti. In cambio ha l’autorità di chi può dare o togliere un pezzo di pane, ed un intero ripiano dell’unico armadio per i suoi vestiti  da lavoro.   Altri pazienti puliscono il refettorio, rifanno quel poco che c’è da rifare dei letti, trasportano le immondizie, o i vestiti sporchi alla lavanderia centrale.  

Per chi vuole allontanarsi almeno un po’, e ne ha le energie, ci sono un paio di ore la mattina nella grande piazza d’armi di fronte al padiglione.

La piazza d’armi era il centro della base navale che per cinquanta anni, all’inizio del secolo, ospitò più di tremila militari italiani: caserme per i soldati, magazzini, officine per idrovolanti, sommergibili e cannoni, villette per ufficiali ed uffici. Questo era, prima, l’Ospedale Psichiatrico di Leros.

Quella piazza d’armi, quella enorme spianata di terra rossa, battuta dal vento di inverno, sotto il sole torrido d’estate, è stata per anni il teatro della solitudine di centinaia di internati.

Uomini mal vestiti, poco o per niente vestiti, distesi, rannicchiati per terra o, silenziosi, camminando. Sguardi furtivi, mozziconi che passano di mano o raccolti da terra. Scatti di corsa, che improvvisi nascono e muoiono, in assenza di scopo. Uno piange ed un altro grida.

Per un paio di ore al giorno nessuno ti dice cosa devi fare. Ma, paradossalmente, questa libertà conferma a questi uomini che per quanto facciano, per loro non c’è niente da fare.

Gli infermieri dell’Ospedale - 400 per 400 internati uomini - non sono infermieri.  Sono filakès: guardiani. Contadini e pescatori  che hanno trovato nell’impiego statale l’unica risposta al depauperamento dell’isola. Mai gli è stato detto, e ancor meno mostrato o dimostrato, che un ospedale può/deve almeno cercare di essere un luogo di cura, di riabilitazione.  

Li guardo, discuto con loro. Vedo volti antichi, mani che hanno a che fare con la terra, gente che conosce la fatica. Esprimono sentimenti forti, hanno il piacere di condividere la bellezza della loro terra ed hanno paura che gli si porti via, con l’ospedale, il loro pane.

Chiusi  ed abbandonati essi stessi in quei padiglioni,  contraddittoriamente hanno resistito e  si sono adeguati, hanno promosso la legge del più forte e nascosto la loro comprensione dell’altro. Sadismo, sfruttamento,  furono la regola. Compassione, protezione, le eccezioni. 

Verso la fine di quella prima visita un uomo mi avvicinò e mi mise in mano, con discrezione, uno strano oggetto.  Era un intreccio di fettucce di stoffa, annodate. Animate.

Ricordo,  in quel corridoio, una botte di acqua potabile con un bicchiere per 56 persone, la televisione - in alto - accesa, rumore di pentole di alluminio,  voci. 

Ricordo uno sguardo, dei capelli d’argento, un corpo agile e nodoso, di vecchio.

Ricordo, insieme all’imbarazzo, il mio sollievo, la mia gratitudine per questo corpo  che senza nulla chiedere, affermava il suo esistere in quella desolazione.  

Novembre 1993  

Quando, mesi dopo, fu finalmente possibile iniziare un intervento in quel reparto, la parola d’ordine  fu molto “semplice”: uscire con i pazienti.

Così, ogni giorno, da quel reparto cominciarono ad uscire sei o sette persone.

Uscire significava rompere il ritmo della vita normale del reparto. Significava aver bisogno di vestiti, di soldi. Di una doccia calda fuori orario.

Uscire poteva significare un nuovo modo di avvicinarsi a ciascun paziente, e significava, per lui e per noi, misurarsi con la realtà delle persone, delle cose, della natura, fuori.

 Le undici di mattina di una splendida giornata del gennaio 1994.

Vassili ( l’uomo del regalo di alcuni mesi prima),  Sofia - una giovane operatrice del programma di riabilitazione, Maria - una pulitrice del reparto,  ed io,  usciamo insieme.

Vassili: giacca, cravatta, tutto un po’ più piccolo della sua taglia ed un po’ spiegazzato. Ma si intravede qualcosa che si ha quasi timore di ammettere: forse è proprio per avere vissuto trenta anni in mezzo alla fame, al freddo, alla paura, che il rispetto di sé che Vassili ci mostra è così indiscutibile.

Dove si va? al ristorante, in riva al mare.

Ci sediamo, viene ordinata una quantità di piatti, mentre Vassili, visibilmente indifferente a questa inusuale abbondanza,  con una mano davanti la bocca canticchia, con la cadenza di un cantastorie.

“Leros, Lipsi, Athina, Volos, Kalkida, Kimi”  
“LEROS, LIPSI, ATHINA, VOLOS, KALKIDA, KIMI.”  
e poi:  
“OMONIA............,” ed altre parole che non capisco ed il tavolo si riempie: polipo, zaziki, frittelle, tonno, stuzzichini............Vassili ha infine chiesto una spremuta d’arancio.

Ma cos’è questa lista di nomi? luoghi?

Sono, a ritroso, le tappe di un viaggio cominciato chissà quanti anni fa al suo villaggio, nell’isola di Eubea, vicino Kimi. Vassili ci sta a rispondere: ha fatto un po’ il muratore a Volos ed a Atene.....e poi:

”Voglio tornare al mio villaggio!”.  
Chiaro, indiscutibile, comprensibile, carico di senso.  
Con Sofia e Maria siamo attenti, stiamo chiacchierando con Vassili, e c’è una certa consapevolezza che non sono chiacchiere fini a se stesse, ma che forse quel cantare - fino ad oggi delirio - è, può, potrebbe essere, un futuro - oltre che avere costituito un presente tra noi.

“OMONIA” ed altre parole cantate, cantilenate, che non capisco, ma che hanno il ritmo  di una passeggiata.

“OMONIA” che è tonda, che è il cuore di Atene.

Quanti anni fa’? più di venti o trenta.

E’ un  elenco di bar,  negozi, tutt’intorno a piazza Omonia, quello che  Vassili ci snocciola!

Omonia, il cuore di Atene, trenta anni fa.

Mercanti, ambulanti, poeti, prostitute, trafficanti, protettori, clochards, viveurs, musicisti, marinai, negozianti, gente dalle provincie di Grecia. Oriente ed occidente.

Vassili ne parla come se ci fosse in quel momento, ne parla come della sua vita, ne parla - ne canta anzi, come cantando di sé.  

“Voglio andare al mio villaggio!”.  
“Voglio andare ad Atene!”.  

“Si, Vassili.”

Poi Vassili si alzò e si mise a parlare ad alta voce, adirato. Il ristorante era quasi vuoto. Io non capivo cosa   dicesse.  Né capii cosa gli disse Dimitri, il padrone del ristorante. Ma era evidentemente un parlare proprio a lui, a Vassili. Un confronto che durò qualche battuta e che  finì con soddisfazione d’entrambi.

Vassili, quella mattina, era.  Ascoltato, capito, interrogato, risposto, ribattuto. Con una storia, una personalità, forse un futuro.

Tornammo in  Ospedale ed all’assemblea quotidiana di tutti gli operatori raccontammo cosa ci era successo. Si prospettò l’idea di fare veramente questo viaggio a ritroso con Vassili. Si parlò di lui, si incrociarono ricordi, osservazioni, perplessità.  

Si poteva organizzare praticamente questo viaggio? quali rischi, quali prospettive? Riandare al passato, ad una famiglia che lo aveva dimenticato per trenta anni, tutto ciò non lo avrebbe fatto poi rientrare a Leros con gravi rischi di depressione - si chiese qualcuno?

Prevalse una specie di buon senso. Ci fu un accordo implicito sul fatto che ciò che contava forse di più era accertarsi se l’équipe nel suo complesso, e tre o quattro persone più specificatamente, fossero disposte ad assumersi la responsabilità di organizzare, ma soprattutto quella di aprirsi ad una esperienza condivisa con Vassili, fuori da quei muri.......................

Credo che non dimenticherò mai quell’assemblea.

I partecipanti appartenevano a due gruppi: da una parte filakès con quindici, venti, trenta anni di lavoro, dall’altra, giovani assunti per l’applicazione del Programma finanziato dalla Unione Europea.

I vecchi non potevano che essere sospettosi: in nome di cosa si veniva a cambiare una vita a cui probabilmente ciascuno di loro aveva fatto una grande fatica ad adattarsi, anche se qualcuno di loro aveva finito poi per adattarvisi con particolare soddisfazione?

I vecchi si erano trovati talvolta anche uno per turno con 100 internati. Cento sconosciuti ai quali l’ultima tappa del viaggio, la deportazione a Leros, aveva tolto anche gli ultimi brandelli di storia.

I luoghi in cui questi contadini, pescatori  si erano ritrovati a lavorare come filakès avevano inequivocabilmente trasmesso loro quale era la considerazione in cui gli internati erano tenuti dai responsabili: poco mangiare, pochi vestiti, poco riscaldamento, niente medici o quasi, catene.

Allora, la lotta per sopravvivere in quelle condizioni, non era solo quella degli internati, ma anche quella di chi ci lavorava. Per tutti – mi dicevo - l’unico pensiero non poteva che essere sopravvivere a quel presente.

In quell’assemblea  si realizzò una saldatura tra i due gruppi: nessuno stava dicendo ai filakès che ciò che facevano era sbagliato, ma semplicemente che si poteva fare anche qualcosa d’altro.  Un ritorno alla propria terra, forse a trovare semplicemente delle tombe, o dei muri di una casa d’infanzia, od un compagno di scuola. E quei filakès, il valore della propria terra, delle tombe, dei muri di casa, di un compagno, non l’avevano  ancora perso.

In breve si accertò che i soldi c’erano. Bisognava ora  che dei volontari si offrissero.

Febbraio 1994.

“Oggi è il ventidue, due, millenovecentonovantaquattro: ventidue più due, ventiquattro, più uno venticinque, più nove  trentaquattro, più nove  quarantatré, più quattro  quarantasette e meno uno quarantasei. Diviso due, fa ventitré. Domani è il ventitré. Usciamo?”

Benedetto Vassili che da ventitré (sic!) anni, gioca con i numeri e forse si salva il cervello, mentre tutti pensano che fettucce, canzoni e numeri non siano che deliri!

Una riunione, a partire dalla cartella clinica di Vassili : genitori morti, un fratello ed una sorella al villaggio natio, due fratelli di cui non si avevano notizie, nessun contatto durante i ventitré anni di ricovero a Leros, né con i familiari, né con altri, due date di nascita con una differenza di sette anni, un primo ricovero ad Atene nel 1965....ma soprattutto una partecipazione di tutti alla discussione, impressioni, ricordi, la difficoltà di assumersi un’inusitata responsabilità e la conferma che comunque Vassili sarebbe stato tra i primi internati che avrebbero abbandonato il reparto per andare a vivere - in gruppo di sei o sette - in un appartamento che si stava attivamente cercando.
Programma al quale Vassili non rispondeva né sì né no, ma ricordando in maniera ferma e posata che il suo obiettivo era il villaggio.

Vassili si ritrovò, ed io credo anche che seppe mettersi, al centro dell’attenzione. Non ci fu alcun protagonismo in questo da parte sua:  era già, nel reparto, un personaggio “aspro” ed in qualche modo rispettato. Forse anche per una sua avvertita indomabilità: erano ventitré anni per esempio che non si riusciva ad impedirgli di tagliare strisce di lenzuola con le quali confezionava, in una sequenza di nodi, i suoi oggetti animati. Ma anche cinture e fettucce che sostituivano, con eleganza, i bottoni spesso mancanti delle camicie.  
Vassili comunque seppe approfittare di quel nuovo clima, che contraddittoriamente si andava determinando nel reparto ed attorno a lui.  Anzi,  sembrava non attendere altro: cambiandosi in vista di una uscita, verificando di non essere osservato o comunque facendo notare di sapere di essere osservato - vuotava le tasche dei suoi innumerevoli oggetti personali. Indossava con fretta trattenuta un vecchio completo blu gessato e fuori...... il barbiere era una tappa d’obbligo di quelle prime uscite: il piacere di qualcuno che si prende cura di te, due frasi, forse un senso di pulizia e poi......  in piazza.

La piazza principale del paese, al caffè.  
Osservava, guardava la vita intorno a lui, forse tentava di riconoscere ciò che era cambiato, e ciò che non cambierà mai.

Al bar non voleva mai niente e solo dopo insistenze accettava un caffè od una aranciata. Lo faceva in un modo che ci ha fatto pensare che questo  ridurre a zero i suoi bisogni fosse stato proprio una scelta: quella di non chiedere niente, di non aspettarsi niente, di non voler aspettarsi niente. Non un adattarsi (dopo ventitré anni!) ad una situazione in cui non si ha alcun diritto, ma proprio il non chiedere nulla, dicendo così all’istituzione, alle persone che la incarnano:  
“avete potere, ma non vi chiedo e non vi chiederò mai nulla, perché il vostro dare o non dare è arbitrario, è solo il vostro bisogno di dimostrare chi comanda.”.  

A volte scoppi d’ira.  Improvvisa come era scoppiata, si placava.  
Inevitabili: l’impressione di un profondo rifiuto e di un bisogno dirompente di dire, di affermare la propria presenza. Un alzare la voce che mi pareva anche accolto dai presenti come parte di quella abitudine mediterranea alla forte, ostentata e quasi teatrale, espressione pubblica dei sentimenti.

E poi - da solo - nei dintorni.  
Passeggiate, incursioni, dalle quali tornava sempre con qualcosa: un pacco di noccioline, due frutti, una scatola di fiammiferi. Frutto incontestabile della sua autonoma capacità  di incontrare la gente.  
Le uscite dal B1 si moltiplicavano, la vita interna era profondamente messa in discussione. Il Programma dell’Unione Europea trovava le condizioni politico-istituzionali per svilupparsi. Le resistenze erano sempre forti: l’intera economia dell’isola era stata gestita usando il manicomio come fonte di soldi e privilegi. Non mi sembrava ingiustificata, da parte di molti infermieri, quella resistenza al cambiamento che sembrava dire:  
“non è che state parlando di grandi cose, ma alla fine sarà solo un cambiamento di comando, che nulla cambierà?”.   
Insomma il gioco era proprio interessante!!!  
Poi per Vassili, per il suo viaggio, apparvero i “volontari”: Lianna,  psicologa che era incaricata dell’organizzazione dell’appartamento in cui Vassili sarebbe dovuto andare ad abitare, e Iannis, infermiere  che nello stesso appartamento sarebbe andato a lavorare.
 
Accordo conseguito, preparativi, i soldi necessari, i documenti, i punti di appoggio lungo il viaggio....fu Vassili a cambiare idea all’ultimo momento:  
“Se vado al villaggio, non tornerò a Leros, mai più!”  
Il confronto con Vassili, si può immaginarlo, fu denso, a volte acuto, altre paternalistico. Alla fine Vassili si convinse, si convinse discutendo con Iannis, che la cosa non era possibile in quei termini.  
La discussione, le discussioni, si svolsero per la prima volta nella storia del reparto nella stanza degli infermieri ; Vassili seduto in una delle sedie rigorosamente riservate agli operatori, ed attraverso la porta a vetri, tutti avevano potuto vedere!  
Grazie Vassili: morte di  un piccolo tabù. 

Atene, sabato 2 marzo 1993 ( per Vassili 23 anni dopo).

 

Siamo sbarcati dalla nave che ci ha portato al Pireo, da Leros, alle otto di mattina.  
Vassili, Lianna,   Iannis (con sua moglie) ed io.  
Abbiamo preso due stanze all’albergo “El Greco”, a due passi da piazza Omonia e siamo subito usciti. Tuffati nel grande bazar che a quell’ora sta prendendo vita, soprattutto in Athinas Odòs, la via del nostro albergo.

Negri che vendono - parlando greco, naturalmente -  foulards firmati ed impianti hi-fi; cittadini ex sovietici con un obiettivo Zeiss, una chiave inglese, un orologio,  un distintivo di Lenin in mostra su un tappetino; donne vestite tutte di nero, bambini e sigarette, orologi, occhiali da sole, giacche di pelle....camminiamo lì in mezzo, guardiamo, ci guardiamo, guardiamo Vassili, che si muove come se fosse sempre stato lì.  
Osserva e, per alcuni minuti fermo davanti una vetrina, sfiora con la mano dei passanti: un uomo, una vecchia, un ragazzo, una signora. Qualcuno di loro se ne accorge e si volta, interrogativo. Ma lo sfiorare è stato così discreto, leggero, non invadente........ nessuno protesta. Contatto. Non avevo mai visto Vassili fare una cosa del genere e mai più, in seguito, gliela avrei vista fare.

Persone e traffico ci avvolgono sempre di più. Lianna è di Atene e ci è abituata, Iannis e sua moglie escono per la prima volta della loro vita da Leros.  
Poi uno, due giri per piazza Omonia. Si passeggia, quasi mani dietro la schiena.

Vassili guarda, osserva, si ferma e guarda, osserva. La vita è intensa attorno a noi, ma per noi è come se fossimo fuori dal tempo. Ciò che conta è Vassili, questo suo rientro in un mondo che è tanto cambiato. Dove tutto è diverso, ma forse allo stesso tempo riconoscibile, nel via vai, nei rumori, nel miscuglio di razze, storie, sguardi.

E Vassili ha questa qualità di esserci, pienamente, a contatto appunto, e di non sembrare invaso, disturbato. Non un gesto, non una parola che segnalassero un disagio, una paura, una distanza.

Poi, forse per rispondere alla  nostra ansia di operatori sul come trascorrere il tempo, una proposta:
“Vassili, che ne direbbe di trovare un barbiere e farsi radere?”.
“Mio fratello è barbiere, qui ad Atene.”  
“...???........ricorda dove?”.  
“Certo!”.  
“........e, saprebbe andarci?”.  
“Certo! Andiamo, andiamoci.”  
Siamo sorpresi, molto sorpresi,   andiamo: guidaci Vassili!.

Eccitati, attenti attraversiamo Atene.  
Vassili procede deciso, decisissimo, parla di una piazza proprio vicino al negozio del fratello. 
Lianna conosce la via, ma è a Vassili che spetta andare avanti. Vassili davanti, noi quattro dietro. Poi ci perdiamo, Lianna si ferma a chiedere indicazioni,  perdiamo lei... ma troviamo la piazza. Torniamo un po’ indietro, ritroviamo Lianna, e Vassili riparte, ed Iannis ha un sorriso esterrefatto. Una piccola via, Vassili si ferma davanti ad un negozio. Di ferramenta. Ancora su e giù per la via. Ma no, era proprio lì. Ed allora Lianna e Vassili entrano in quel negozio e chiedono. Si, c’era un barbiere, fino a quattro anni prima, proprio lì, ma è andato in pensione.  Sa niente del barbiere? questo è il fratello e non si vedono da tantissimo, vorremmo trovarlo. No, niente, provate a chiedere al Cafè-nio, un po’ più in giù.

Ci andiamo ; sulla porta, chiudendo la porta un giovane handicappato: no suo padre non c’è, il caffè è chiuso, non sa niente di barbieri.

Allora ci ritroviamo tutti in mezzo la strada. In un momento sospeso.

Da una parte il proprietario del negozio di ferramenta ci chiama dentro, e dall’altra quello del Cafe-nio, avvisato dal figlio, anche lui ci chiama. Era un po’ perplesso il primo, ma ci ha ripensato e ci da il numero di telefono del fratello di Vassili, ed  il secondo, nello stesso istante ci sta dando l’indirizzo!  
Proviamo a telefonare dal negozio del primo, ma non risponde nessuno.  
Allora, per salvarci dalle emozioni decidiamo di andare a pranzo e di chiamare dal ristorante.

Emozioni? Iannis non crede a ciò che ha visto: la memoria di Vassili, trent’anni dopo, in questa Atene per lui misteriosa e caotica......

Dal ristorante Lianna telefona. Sì lo ha trovato questo fratello! appuntamento in albergo alle 16.30! era sorpreso, incredulo, forse intimorito ed è per questo che viene lui in albergo e non Vassili a casa sua...  
L’incontro avverrà nella stanza più bella, due poltroncine ed un tavolino, un caffè e, di noi, solo Lianna sarà presente.  
Puntuale il fratello arriva e meno di dieci minuti dopo Lianna ci annuncia che vanno tutti e tre a casa.  
Torneranno tre ore dopo. Lianna stremata, Vassili imperturbabile. Ha i capelli tagliati e la barba rasata.  
E’ così che è andata, sembra un film a sentirlo raccontare: Vassili in poltrona ed il fratello che, parlando, lo rade e gli taglia i capelli. E  lunedì, dopodomani, il ”fratello ritrovato” andrà al villaggio anche lui!

......E ci prepariamo per uscire, che è sabato sera e siamo ad Atene!

Vassili indossa la sua giacca viola di panno, ma con le falde l’una sull’altra ed infilate nei pantaloni. Al posto della cintura una fettuccia , viola. Una cravatta intonata. La giacca, così indossata, sembra un bolero e Vassili, potrà forse apparire stravagante, ma è senz’altro elegante, e lui lo sa.

O meglio, il suo curare il vestirsi è qualcosa di più, è identità, mi pare.
Così usciamo - e c’è ben poco che possa stupire un ateniese - e passiamo la serata in una Ouzeria (nda. da: ouzo, alcolico locale a base di anice).

Ce la godiamo, ognuno di noi a modo suo. Io mangio e bevo. Vassili, parco di queste cose, sbocconcella dandoci quasi le spalle, ascoltando attentamente la conversazione di due nostre vicine, scrutando apertamente le due ragazze dal fittissimo parlare, che non lo hanno - per tutto il tempo - né ignorato né integrato.

Trieste, maggio 1998.

Vassili è stato al suo villaggio, due volte.

Ha rivisto le pietre e le persone. Ha stupito tutti ricordando nomi e fatti. Non ha potuto , o saputo, o voluto, riavvicinarsi a sua sorella ed a suo fratello che vivono nella vecchia casa di famiglia. Meglio, nella unica stanza, in mezzo alla quale hanno innalzato un muro di separazione. Lui, da sempre inabile, vive dell’aiuto dei paesani. Lei, dopo trent’anni ad Atene tra la strada e l’Ospedale psichiatrico, si è rifugiata al villaggio e ne vive ai margini sociali..

Non è stato possibile garantire una presenza dei servizi di salute mentale che accompagni il reinserimento di Vassili, e neanche attivare una pensione. Il sindaco, ex compagno di scuola di Vassili, ha tentato, senza successo.

Tra il primo ed il secondo viaggio al villaggio, Vassili:

Dopo il secondo viaggio.

Vassili ha deciso di restare a vivere a Leros.  
Ad ognuno di noi è dato un solo passato. A Vassili, ed ai moltissimi altri di Leros, solo quel passato.

Sono tornato un paio di  volte a Leros in questi anni. E come me, altri operatori sono tornati e tornano a Leros. Avvinti anche da una natura dolce e selvaggia, allusiva e prepotente come il vento d’oriente che la spazza.  
Immagino, so, che anche altri come me sentono la profondità che Vassili e molti altri ci hanno consentito di toccare. Per una volta, una consapevolezza limpida della nostra umanità.