Franco Basaglia

La comunità possibile

di Mario Colucci, Peppe Dell'Acqua, Roberto Mezzina (1988)

 

La comunità terapeutica allargata (2)

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Dal 1971 Trieste diventa un grande cantiere. Si capisce dal testo precedente quanto il processo di apertura vada avanti febbrilmente senza lasciare spazi segreti , nascondimenti, esclusione e la città, talvolta suo malgrado, viene riportata all'urgenza sulle questioni della follia. I primi quattro anni di lavoro bruciano nella tensione del cambiamento, tutto, con lo sguardo di oggi, sembra avvenire in quegli anni. Non c'è spazio per compromessi o ritardi, l'ingegneria basagliana deve lavorare doppio, con una mano dare formidabili colpi alle mura dell'ospedale, con l'altra disegnare le strutture di una comunità possibile.

Il cancello del parco dell'O.P. si era aperto. Un degente in quei giorni aveva scritto su un muro "San Giovanni è un ospedale aperto: in entrata e in uscita". Di questa apertura si discuteva nelle assemblee settimanali.

Se la libertà prima era impensabile adesso è impensabile che abbia fine, che possa arrestare la sua corsa.

La libertà non basta mai, si dice, e non basta chiudere il manicomio e rovesciare le istituzioni della psichiatria, non può bastare per legge amministrare la follia.
E' la questione delle libertà che è in gioco e rinvia non tanto e non solo alla libertà di essere matti, di urlare i deliri alla luna, di pagare con l'emarginazione, con l'abbandono, con la perdita dei propri diritti; non solo e non tanto la libertà di essere soli e bizzarri contro tutti e alla fine alla mercè di tutti, dimenticati dal mondo e schiavi del mondo, dell'inerzia delle amministrazioni, della stupidità delle burocrazie, della violenza delle istituzioni. La libertà diventa libertà per costruire esperienze di vita, esistenze singolari in tessuti collettivi, percorsi di emancipazione nella rete dello scambio e del contratto sociale, libertà per pensare altrimenti la comunità.

Non possiamo qui non ricordare esperienze storiche ed evidenti nel loro significato: la gioia della libertà delle prime comunità terapeutiche nei manicomi che si aprivano, le voci e la concitazione delle assemblee, la libertà degli internati che sperimentavano con stupore la possibilità di esprimere idee ed affetti, di accedere a lavori retribuiti, costruire cooperative, conquistare la propria casa e con questa la possibilità di una vita singolare ed intima. E come dimenticare il corteo dei "poveri cristi", del popolo dei manicomi, che finalmente procede goffo, affaticato, incerto, osteggiato e tuttavia pieno di speranza verso un uguaglianza allora appena intravista.

E' evidente quanto proprio questa questione crei, attraverso ineludibili conflitti e contraddizioni la strada per costruire le nuove "istituzioni inventate della salute mentale", e quanto il nuovo campo di tensione che si definisce introduca la questione della responsabilità. Non più la responsabilità esercitata e costruita nel manicomio come garanzia di sistemi coercitivi, punitivi, oggettivanti, ma responsabilità nel prendersi cura dell'altro. Libertà e responsabilità come rischio, educazione, limite nella ricerca di una alternativa ai codici del controllo sociale, alla salvaguardia delle storie personali, dei rapporti, degli scambi, dei conflitti.

Sono qui immediati i riferimenti critici alla istituzione della comunità terapeutica: sono ineliminabili e da attraversare i conflitti intorno al potere, ai poteri gerarchici. E' stata proprio la critica alla verticalità delle gerarchie, il riconoscimento dell'esercizio del potere improduttivo che ha contribuito a liberare risorse, a costruire soggetti e con questi relazioni orizzontali che trasgredivano le distanze secolari volute dai ruoli, ad attivare sistemi di comunicazione ricchi e singolari ancorché conflittuali.

In questo senso è diventata possibile la teoria e la pratica del lavoro di gruppo, ha acquistato senso il lavoro con la persona, la presa in carico come poi si è detto.
Libertà e critica del potere come premesse per garantire la presenza intrigante dei soggetti, degli uomini e delle donne. Ed è questa presenza - a pensarci bene - il passaggio più significativo di tutte le trasformazioni che sono avvenute. Ci riferiamo alla dimensione affettiva, al sentire soggettivo; ai sentimenti, a quanto di umanamente concreto è dentro questa presenza intrigante.

Si può anche riguardare la storia dell'esperienza triestina come la storia di una comunità, in quanto gruppo di tecnici che, pur in una direzione affatto diversa dalla comunità terapeutica, e cioè mettendo in scena ed agendo il conflitto tra diverse anime del processo di deistituzionalizzazione, si è coagulato attraverso un'identità di sfida, di comunità "contro". La definizione di comunità appare quanto mai precaria in questo caso e certamente pochi dei protagonisti saranno disposti ad accettarla. Ma è un fatto che questa comunità era definita anch'essa, come l'istituzione che avrebbe dovuto governare, da un suo fuori, e venne dunque integrata solo come minoranza nella città. Il suo restava un potere che poteva esercitarsi solo in quello che era ritenuto il luogo di esercizio di un sapere, di una competenza riconosciuta - l'istituzione ed il suo "specifico" tecnico. Solo a volte sembrò possibile, ma sempre in modo difficile e contradditorio, l'alleanza, nel sociale, con altre minoranze non integrate nella città, o con "i movimenti".

Benchè l'azione trasformativa fosse stata resa possibile e sostenuta da scelte politico-amministrative locali, si andava certamente contro le leggi e le prassi sociali vigenti, fondate sull'esclusione. Dunque l'alleanza coi soggetti oppressi dall'istituzione era in un certo senso "contro la comunità": il rifiuto a voler continuare a contenere la miseria sociale che essa espelleva nel manicomio, nascosta sotto la definizione di malattia.

Vi coesisteva necessariamente l'utopia dell'uscita, del riversare, "scodellare" quella miseria nella comunità (nel trasgredire in massa le regole dell'internamento, come era accaduto con Marco Cavallo), e dunque del ricongiungersi ad essa, nel forzare il muro.
 Il forte riferimento di gruppo, importato dalla comunità terapeutica (la riunione quotidiana dell'équipe) si declinava in una pratica del confronto a tutto campo, spesso spietato ma onesto, aperto, in cui la leadership ed il potere che essa incarnava ruotava attorno ad una esplicitazione fondata esclusivamente su contenuti. Il confronto ed il conflitto, la dialettica, tendeva da questo centro ad estendersi e moltiplicarsi a tutti i livelli, fino all'ultimo, al malato con cui era difficile parlare.
 La C.T. si consuma nei primi otto mesi e poi, come modello, viene abbandonata. Il suo residuo è forse la nostalgia appunto di un centro, di un luogo di riconoscimento, di rappresentazione, della scena del potere e del suo smontaggio (la sua "pedagogia"). I ruoli istituzionali, si diceva, andavano infatti assunti e negati insieme.

  Dal 1981 prende forma definitiva e si rafforza la nuova rete dei Servizi di Salute Mentale (D.S.M.). Alla struttura amministrativa dell'OP si sostituisce il Dipartimento di Salute Mentale. La direzione dell'OP prima e del D.S.M. poi viene assunta da Franco Rotelli che avvia un significativo lavoro di attivazione e sviluppo della cooperazione sociale connessa ai programmi di emancipazione delle persone affette da disturbo mentale.

Attualmente, e dopo 20 anni di lavoro nel territorio, la rete dei servizi è sufficientemente definita e identificabile.
Sono attive quattro unità operative territoriali per altrettante aree della città che rispettano i confini dei distretti sanitari e delle unità operative territoriali dei servizi sociali di base del Comune.

Ogni area conta su un Centro di Salute Mentale aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Due centri aperti 12 ore. Attività distrettuali e un Centro Donne Salute Mentale che fonda la sua attività e i suoi programmi per far fronte al particolare disagio delle donne in rapporto al disturbo mentale e alle istituzioni. Una unità operativa gestisce e coordina tutti i programmi e le risorse relative alla residenzialità e la riabilitazione.
Nel parco di San Giovanni sono presenti 70 ospiti in 12 gruppi appartamento, nel resto della città circa 60 persone vivono in residenze con differente intensità di sostegno*.
Luoghi specifici per attività ricreative, formative, espressive, di scolarizzazione, sono stati costruiti. Sono intensi i programmi di qualificazione e inserimento lavorativo presso le già citate cooperative sociali oltre che in aziende e imprese della città. Un'ultima unità operativa svolge le funzioni di pronto soccorso e di emergenza psichiatrica (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, SPDC) presso l'ospedale civile in stretto coordinamento con i servizi territoriali.

L'assetto dei servizi, dei centri di salute mentale, l'impresa sociale, la partecipazione attiva di utenti e familiari, il Centro Donne danno vita a uno scenario molto articolato e che meglio di ogni altro indicatore restituisce il senso, la tensione, la fatica, i rischi, la contraddittorietà del progetto (dell'utopia) dei servizi e degli operatori verso le nuove istituzioni per la salute mentale.

Se le prime esperienze della comunità terapeutica hanno segnato l'avvio del cambiamento nelle istituzioni psichiatriche, è stato il riconoscimento del paziente come attore del processo terapeutico e l'accento sul valore delle relazioni che hanno costruito i passi successivi. La persistenza all'interno delle istituzioni, l'arresto dei processi innovativi al loro interno, la mancanza di relazioni con il mondo, con le contraddizioni della realtà hanno alla fine riprodotto, malgrado il portato innovativo della comunità terapeutica, modelli di gestione rigidi, fenomeni di stagnazione, mortificazione ulteriore delle individualità.

Questo è quanto ancora oggi accade nelle infinite riproduzioni della comunità terapeutica, pubblica o privata che sia, nel campo della psichiatria come in quello della tossicodipendenza.

E tuttavia tornando a Franco Basaglia e alla sua concezione della comunità terapeutica "come luogo nel quale sia possibile avvicinarsi reciprocamente in un rapporto umano che, proprio in quanto spontaneo, immediato e reciproco, diventa terapeutico", comprendiamo che "l'apertura al mondo della dialettica, dell'opposizione, dell'accordo ottenuto mediante reciproco convincimento e non con la prevaricazione e la forza" ha permesso l'apertura dell'ospedale psichiatrico prima e lo sviluppo delle potenzialità terapeutiche del lavoro comunitario poi. Perché è proprio "nel mondo", alla luce delle "contraddizioni della realtà" che è possibile recuperare la forza di quelle esperienze (della comunità terapeutica).

Il servizio territoriale può essere (è così nella nostra esperienza) il mondo della comunità terapeutica che oggi definiamo diffusa, in quanto capace di contenere tutti gli elementi della rete, che intorno al servizio comunitario si costruisce.
La comunità reale, alla presenza concreta dei servizi di salute mentale, dei matti in definitiva, deve cimentarsi col rischio del suo cambiamento: sviluppare le potenzialità che contiene - la comunità possibile - per dare a ciascuno la sua voce.
Il "fare comunità" del servizio territoriale sembra possa concretizzarsi nel tentativo di far emergere strutture di senso nella vita delle persone, nel trovare i nessi della malattia con la normalità o, al contrario, rendere visibili le esistenze negate; nel comunicare queste scoperte, nel restituire, arricchite, le esperienze al contesto, agli altri servizi del territorio, ovunque, a chiunque.

Comunità terapeutica diffusa consiste nel decostruire, smontare, attraverso azioni pratiche, semplici ed evidenti, l'immaginario della follia; ridurre le distanze e rendere impraticabile l'alienità. E', ancora, creare occasioni, le più svariate, ma anche le più naturali dove l'incontro tra persone permetta il riconoscimento reciproco, dei soggetti nella loro interezza, restituendo ad ognuno la possibilità di cercare un senso.

E' evidente che è l'organizzazione flessibile del lavoro e del centro di salute mentale come area sociale di scambio a produrre quel clima comunitario che genera tra mille difficoltà e contraddizioni i migliori risultati sul piano dell'abilitazione e dell'emancipazione sociale: l'attività di supporto sociale verso il "fuori", l'accompagnamento (andare nel territorio "col paziente sulle spalle" dicevamo negli anni ‘70), l'essere e l'andare con il paziente costruisce il rapporto di mediazione con il reale, con il mondo.

L'uso del tempo, il tempo reale, il tempo della realtà (come già abbiamo evidenziato) in rapporto alle inerzie istituzionali diventa centrale per favorire l'uscita dalle condizioni di ritiro e di inerzia. Il tempo nelle istituzioni è scandito da regole esterne alle persone, nel centro di salute mentale, nel clima comunitario, può essere invece un valore di cui le persone possono essere aiutate a riappropriarsi. Il tempo passato a contatto con questo servizio va riempito con atti, presenze e prestazioni riconosciute utili dalla persona stessa; è il tempo proprio del paziente che deve coniugarsi con l'intervento terapeutico-riabilitativo in modi spesso sicuramente ambigui e conflittuali, ma proprio per questo produttivi.

La comunità che continuiamo ad immaginare è dunque un dentro che spinge verso un fuori.

Il nostro lavoro si è sempre connotato come conflitto contro l'interno, l'istituzione, il dato apparentemente fisso e immutabile, un interno coercitivo. Spingersi verso il fuori, verso il mondo ha permesso di incontrare produttivamente la realtà contraddittoria, conflittuale, accidentata, aspra e diversa comunque dalle realtà artificiali costruite nelle istituzioni, nelle comunità terapeutiche chiuse. E' qui importante cogliere nella nozione di fuori il suo significato originario di porta (fores è la porta di casa, forestiero è chi viene da fuori); il fuori altro non è che uno spazio che sta al di là di un spazio delimitato, ma è anche il varco, la porta, l'accesso: in una parola "il volto del dentro".

La libertà: la comunità diventa terapeutica nel momento in cui si scopre che la terapia deriva dall'esercizio di una libertà di parola e di azione attorno alla bocca muta e al corpo immobile della follia. Parola e azione che "sfondano" di fatto la comunità terapeutica in cerca di una comunità possibile dove sperimentare la pratica del riconoscimento, la costruzione delle identità e la comunicazione delle differenze.

* Dei 40 edifici che costituivano l'Ospedale Psichiatrico solo alcuni sono utilizzati dal D.S.M. come sede di residenze del C.S.M. di S. Giovanni, del SERT (servizio per le tossicodipendenze), di laboratori, delle classi di alfabetizzazione, degli uffici e delle officine delle cooperative; gli altri spazi (reparti e servizi generali) sono stati acquistati e riutilizzati da Enti pubblici e privati per scuole pubbliche, università, officine.
Il Dipartimento di Scienze della Terra occupa cinque padiglioni completamente ristrutturati; hanno trovato posto nel parco anche l'Istituto Internazionale di Perfezionamento per la Navigazione, un Centro Diurno per gli Adolescenti con difficoltà gestito dal Comune, la Scuola per Manager (MIB), l'istituto tecnico con lingua d'insegnamento slovena (già dal 1979), la Direzione della Divisione Prevenzione dell'Azienda Sanitaria e altri padiglioni ancora vuoti prevedono ulteriori insediamenti universitari. Il parco dell'ex O.P.P. è attraversato da un moderato traffico automobilistico e progressivamente si sta integrando all'assetto urbanistico e alla viabilità del rione di S. Giovanni.

-FINE-

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