Franco Basaglia

La comunità possibile

di Mario Colucci, Peppe Dell'Acqua, Roberto Mezzina (1988)

 

La comunità terapeutica allargata (1)

[ « precedente | Pag. 4 di 5 | successiva » ]

Franco Basaglia iniziò il lavoro nell'Ospedale Psichiatrico di Trieste nell'Agosto del 1971.

Nell'accettare l'incarico di direttore si adoperò per formare un gruppo di giovani medici, psicologi, assistenti sociali, volontari, studenti. Non fu difficile: tutti erano stati attratti a Trieste dalla conoscenza della precedente esperienza goriziana e dall'influenza che le ipotesi critiche intorno alla psichiatria e alle istituzioni totali esercitavano sui mass-media, sulla classe politica e sull'opinione pubblica.

Franco Basaglia muoveva dalla consapevolezza, dopo la sperimentazione e la crisi della comunità terapeutica goriziana, che l'ospedale psichiatrico non aveva alcuna valenza di cura, era di per sè produttore di malattia; che bisognava, nell'avere "umanamente" cura dell'altro, ridefinire relazioni, scoprire spazi, fare emergere soggetti; che l'unica possibilità di agire una dimensione terapeutica nell'ospedale psichiatrico non poteva prescindere dalla sua stessa trasformazione (distruzione).

Per avviare il lavoro di cambiamento volle contare su un gruppo di giovani non ancora contaminato dalla psichiatria, volle sostenere egli stesso il percorso di formazione che quotidianamente il cambiamento costruiva nella pratica; certamente critico e in opposizione alla formazione statica e allora arcaica delle università.

Il modello della Comunità Terapeutica, che aveva sviluppato con originalità nell'Ospedale Psichiatrico di Gorizia nel precedente decennio, venne superato con rapide sequenze attraverso l'apertura, la trasformazione dell'Ospedale di Trieste e la costituzione di una rete di servizi territoriali alternativi e sostitutivi dello stesso ospedale.

  In quell'agosto risultano ricoverate a Trieste 1182 persone.

Il turno over in un anno è di circa 2500 pazienti, dei quali più del 90 per cento subisce il ricovero coatto (in base alla legge del 1904) e solo la restante percentuale gode del ricovero volontario introdotto nella legislazione italiana nel 1968.

Nel corso dei primi quattro anni di lavoro molta attenzione viene riservata al cambiamento degli spazi interni e ai sistemi di comunicazione e scambio all'interno del gruppo di lavoro e tra questo e i pazienti. In una prima fase vengono attivate riunioni quotidiane nei reparti e periodiche assemblee di tutti i pazienti. Particolare attenzione viene data alla formazione degli infermieri, affinché progressivamente abbandonino la tradizionale funzione di custodi, per assumere invece un ruolo attivo e prezioso nel processo di trasformazione dell'istituzione.

Vengono aperte le porte di tutti i reparti e soppresse le terapie shock e ogni forma di contenzione fisica.

Si favoriscono le uscite in città, suscitando attenzione e spesso allarme da parte della cittadinanza.

Nel corso dei primi anni di lavoro l'interesse di Basaglia e della sua équipe si concentra, più che sulla malattia, sulle storie personali dei pazienti, sui loro bisogni, sul rapporto con la comunità di provenienza. Si organizzano gruppi di convivenza (gruppi appartamento), dapprima all'interno dell'ospedale, poi in città.

I pazienti incominciano a organizzarsi tra di loro, fino a dare vita nel febbraio 1973 alla prima cooperativa, che associa sessanta persone, addette a mansioni di pulizia dei reparti, delle cucine e del parco: ognuno ha un regolare contratto sindacale. La firma del contratto segna la fine dell'ergoterapia e inaugura percorsi verso forme abitative ed emancipative reali.

Si apre una vertenza con l'amministrazione dell'ospedale affinché la cura e l'ospitalità siano riconosciute come diritto anche per quei pazienti non più bisognosi di ricovero ospedaliero, tuttavia ancora residenti in ospedale come ospiti di gruppo appartamento.
Viene aperto il cancello del parco dell'Ospedale psichiatrico.

Si organizzano concerti e feste promosse da associazioni politiche e culturali della città, che richiamano un numeroso pubblico di studenti, giovani e gente comune.
Si organizza un laboratorio di pittura, scultura, teatro, scrittura. Si costruisce Marco Cavallo, un grande cavallo azzurro di cartapesta, simbolo del desiderio di libertà, che viene portato per le vie della città in testa a un corteo l'ultima domenica di marzo del 1973.

Sempre più frequentemente si organizzano per i pazienti soggiorni in località di villeggiatura e uscite in gruppo per partecipare alle normali attività ricreative della città.

Fin dal 1972 la stessa organizzazione interna dell'ospedale viene cambiata: al criterio di sistemazione gerarchica per gravità nosografica, viene sostituito un criterio che raggruppa i pazienti per provenienza territoriale.

L'équipe, a sua volta, viene divisa in cinque gruppi, ciascuno operante in un'area di riferimento ben delimitata. Si dà inizio in tal modo al lavoro sul territorio, che ha come obiettivo la dimissione e il sostegno del paziente a casa, la presa in carico dei nuovi casi, la ricerca di un rapporto operativo con le istituzioni e i cittadini di quell'area di riferimento.

Il lavoro all'esterno dell'ospedale tra resistenze, successi e conflitti introduce i primi cambiamenti nella pratica terapeutica, nell'assetto istituzionale, nella formazione sul campo per infermieri e medici.

All'inizio del 1975 i pazienti ricoverati sono 800, circa un terzo ha già trovato collocazione all'esterno: in famiglia, in gruppi appartamento, nelle case popolari. Nessuno è stato trasferito in altre istituzioni.

  I primi presidi territoriali vengono attivati tra il 1975 e il 1977. Funzionanti come centri di riferimento diurno, producono una ulteriore diminuzione della popolazione dell'Ospedale e la riduzione della durata dei ricoveri.

Mentre va prendendo forma la rete dei servizi territoriali, è ancora attiva, e a pieno regime, l'organizzazione dell'Ospedale.

Questo è sicuramente il momento più delicato: le due forme organizzative devono funzionare contemporaneamente e l'investimento di risorse umane e materiali è più intenso.

Persistono e diventano più acute le forme di resistenza al cambiamento della struttura ospedaliera, mentre si fanno più vivaci le preoccupazioni per la diffusione nella comunità di strutture psichiatriche. Una svolta deve essere attuata: il massimo dell'impegno è rivolto alla cessazione delle funzioni dell'ospedale psichiatrico e all'attivazione di risposte concrete attraverso la rete dei servizi territoriali.

Nel 1977 i ricoverati scendono a 132, di cui 81 volontari; gli ospiti sono 433. Viene attivato un servizio di guardia psichiatrica presso l'astanteria dell'Ospedale Maggiore, che si trasformerà, dopo la legge, nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura con funzioni di pronto soccorso psichiatrico, di consulenza presso i reparti ospedalieri e di avvio della domanda ai Centri di Salute Mentale competenti per territorio, aperti ventiquattr'ore su ventiquattro.

Il 13 maggio 1978, sotto la spinta della concreta esperienza in atto a Trieste e in altre parti d'Italia e sotto la minaccia di un referendum abrogativo della legge 36/1904 e di un conseguente vuoto legislativo, viene approvata la legge 180, che istituisce un modello di assistenza assolutamente innovativo a livello mondiale, sancendo di fatto la fine del manicomio.

Nel 1980 una delibera dell'Amministrazione Provinciale sancisce le cessate funzioni dell'Ospedale psichiatrico di Trieste. Nell'agosto dello stesso anno muore, dopo breve malattia, Franco Basaglia.

La decostruzione della struttura manicomiale, delle istituzioni della psichiatria e il superamento della comunità terapeutica sono la sostanza del percorso triestino e hanno contribuito a rendere più visibili i passaggi che successivamente è stato necessario fare.

Molto semplificando il lavoro di cambiamento avviato in quegli anni potrebbe essere riassunto intorno a tre grandi temi:

-
La chiusura dell'ospedale psichiatrico come critica nella prassi della cultura e della clinica psichiatrica riconoscendo nella fine della grande utopia del manicomio il fallimento della psichiatria.
-
La costruzione di una rete di servizi concretamente alternativi come ricerca nella prassi di culture e procedure innovative e comunque necessariamente differenti.
-
Il "malato e non la malattia" al centro della ricerca per costruire percorsi terapeutici, riabilitativi e di emancipazione come costruzione nella prassi di partecipazione attiva degli utenti nei servizi come attori di cambiamento.

Alla luce di quanto è accaduto appare più chiara la mancanza di riflessione (oggi) e di ricerca intorno alle premesse che in questo ventennio hanno prodotto un cambiamento così profondo. C‘è bisogno di ritrovare i significati delle nuove forme organizzative e comprenderne le conseguenze in termini di avvio di nuove pratiche e nuove culture. Abbandonando l'ospedale psichiatrico abbiamo intanto scoperto che non la deistituzionalizzazione del manicomio era il nostro obiettivo ma, allora come oggi, la follia: le pratiche e i saperi che l'hanno definita, costruita e istituzionalizzata.

La dimensione affettiva del lavoro istituzionale (la presenza dei soggetti, possibile reciprocità tra gli attori dell'istituzione), la comunità, il potere, la libertà sono state e sono le questioni "centrali" che sono emerse. Devono meglio essere comprese se si vuole cogliere e coltivare l'effetto fecondo del cambiamento. Non potremo affrontare in questo testo esaustivamente tutte le questioni. Cercheremo di sottolinearne solo alcune e con estrema e riduttiva concisione. » continua

DSM - Via Weiss 5 - 34128 Trieste - Italy - Tel. (0039).040.3997360 Fax (0039).040.3997363 - e-mail: dsm@ass1.sanita.fvg.it

 

 

 

Numeri Utili Redazione del sito Mappa del sito Torna all'home page Come funziona il Dipartimento Guida ai servizi di salute mentale Siti utili Premesse Trieste: storia di un cambiamento Franco Basaglia Letteratura Link al sito Archivi Generali della Deistituzionalizzazione

Torna all'home page