Franco Basaglia

La comunità possibile

di Mario Colucci, Peppe Dell'Acqua, Roberto Mezzina (1998)

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La crisi della comunità terapeutica (1)

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Spesso la storia della psichiatria è stata segnata da trasformazioni apparentemente fatidiche, ma di rilevanza dubbia, comunque ambigua, tanto da non potersi dire se la loro fama debba attribuirsi ad una giusta ragione o a una ricorrente quanto vuota celebrazione. Gli esiti di una mitizzazione.

Michel Foucault scrive in Storia della follia nell'età classica: «la calma patriarcale della dimora di Tuke, dove si placano lentamente le passioni del cuore e i disordini dello spirito; la lucida fermezza di Pinel che domina con una sola parola e con un solo gesto i due furori animaleschi che ruggiscono contro di lui e lo guatano: immagini che porteranno lontano, e fino ai nostri giorni, il loro peso leggendario».

Alla fine del XVIII secolo è già operante il mito di una psichiatria riformata: Samuel Tuke, un quacchero inglese che fondò il Ritiro, un nuovo asilo psichiatrico, apparentemente più umano e senza coercizioni, e Philippe Pinel, un medico molto famoso in Francia al tempo della Rivoluzione per aver liberato dalle catene i folli della Bicetre, grande casa di internamento parigina, sono i due eroi di questa epopea di liberazione.

Ma ad un esame più disincantato l'operazione appare immediatamente di segno diverso: il Ritiro di Tuke, fatto valere come atto di filantropia e gesto di liberazione degli alienati, non è altro che una nuova forma di segregazione, «segregazione morale e religiosa che cerchi di ricostituire intorno alla follia un ambiente il più possibile rassomigliante alla comunità di quaccheri» (ibidem); alla base c'è il cosiddetto trattamento morale, per il quale la religione assume la duplice funzione di natura e di regola ed il folle deve essere portato a sentirsi responsabile di tutto ciò che nella sua malattia turba la morale e la società e a controllarsi. Al terrore delle catene si sostituisce l'angoscia chiusa della responsabilità: «la paura ora non regna più dall'esterno delle prigioni: ora infierisce dall'interno delle coscienze» (ibidem). I giorni del folle vengono meticolosamente organizzati secondo i ritmi di un lavoro imposto e non retribuito, spogliato di ogni valore produttivo, la sua vita perpetuamente offerta allo sguardo altrui, del custode come dell'uomo di ragione, oggetto di controllo e di punizione.

Non diversamente in Pinel: egli viene assunto a Bicetre con lo scopo precipuo di distinguere i folli dalle persone ragionevoli che vi erano state rinchiuse dal vecchio regime per motivi politici: «Bicetre racchiude certamente dei criminali, dei briganti, degli uomini feroci... ma contiene anche, si deve convenirne, una folla di vittime del potere arbitrario, della tirannia delle famiglie, del dispotismo... Le segrete nascondono uomini, nostri fratelli e nostri eguali, a cui l'aria è rifiutata, che vedono la luce solo attraverso stretti abbaini» (ibidem). Bicetre, prigione dell'innocenza, ossessiona l'immaginazione, come un tempo la Bastiglia: mitologia rivoluzionaria.

Ma anche Pinel è ben lungi dall'essere un riformatore: «Togliere le catene agli alienati delle segrete significa introdurli nel dominio di una libertà che sarà anche quello di una verificazione, significa lasciarli apparire in un'oggettività che non sarà più velata nelle persecuzioni e nei conseguenti furori; significa costruire un campo asilare puro... un dominio in cui la follia deve apparire in una verità pura, insieme oggettiva e innocente... in cui guadagna in precisione nel suo schema scientifico» (ibidem).

Sulle leggende di Tuke e di Pinel la psichiatria positiva ha costruito il suo edificio e silenziosamente, nella loro celebrazione, ha occultato le operazioni che organizzavano il mondo asilare, i metodi di guarigione e l'esperienza concreta della follia. La liberazione non è che l'altra faccia dell'internamento, la faccia nascosta e paradossalmente più feroce e repressiva: «L'internamento, le prigioni, le segrete, gli stessi supplizi, istituivano un dialogo muto tra la ragione e la sragione, un dialogo che era lotta. Anche questo dialogo è ora soppresso: il silenzio è assoluto; non c'è più linguaggio comune tra follia e ragione; al linguaggio del delirio non può rispondere altro che un'assenza di linguaggio, poiché il delirio non è un frammento di dialogo con la ragione, non è affatto linguaggio; nella coscienza alfine silenziosa, rinvia soltanto alla colpa» (ibidem). » continua

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