«Voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola
resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento
e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità
sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò
che dice o che vorrebbe dire. La psichiatria non è stata che il segno
del sovrapporsi della razionalità dominante su questa parola che
le sfuggiva e la conferma - necessaria a questa razionalità - di
una comunicazione impossibile. Dal razionalismo illuminista al positivismo
si tratta sempre di una razionalità che definisce, suddivide e controlla
ciò che non comprende e non può comprendere, perché
lo ha oggettivato nel linguaggio della malattia, che è il linguaggio
di una razionalità che "constata".»
(in Follia/Delirio in Scritti, 1982)