«Ricordo che circa vent'anni fa sono andato in Inghilterra perché
si era avviata in quel paese una grande opera di rinnovamento dei programmi
istituzionali, sia nella medicina in generale che nella psichiatria in particolare.
Ho visitato molte di queste istituzioni e ho constatato che c'era un differente
rapporto tra medico e malato, - un rapporto più libero, meno coercitivo,
e mi sembrava di non riuscire più a capire il concetto di istituzione.
Lo capivo sì, perché lo avevo studiato, ma il vissuto che
avevo sperimentato fino a quel momento, vivendo nelle istituzioni italiane,
era molto differente dal concetto di istituzione quale vedevo nelle istituzioni
inglesi. Ed ho chiesto, vergognandomi, ad un collega inglese "cosa
vuol dire istituzione?".
Lui non sapeva darmi una risposta; si meravigliava molto della mia ineleganza
concettuale, - in quanto gli inglesi pensano che i "continentali' siano
molto più concettuali, molto più precisi nelle definizioni,
mentre loro sono molto pragmatici -, e guardandomi mi rispose in maniera
pragmatica: "l'istituzione è... - guardandosi in giro - ...questa",
e indicava con le mani. Eravamo nella stanza di un manicomio.
Così ho avuto l'illuminazione: l'istituzione in quel momento eravamo
noi due, là, in quel posto che era il manicomio. E ho cominciato
a capire che tutti i discorsi, che noi facevamo in quel momento, erano discorsi
che aprivano o chiudevano questa istituzione che eravamo noi due. Se noi
facevamo dei discorsi di apertura, l'istituzione era una situazione aperta;
se noi facevamo dei discorsi di chiusura, l'istituzione era un'istituzione
chiusa. Questo era il parlare, ma poi c'era anche il fare. Se un'istituzione
viene gestita dal suo personale in maniera chiusa, mentalmente e praticamente,
l'istituzione è chiusa; se fa l'opposto l'istituzione si apre.»
(in Lezione/conversazione con gli infermieri nel congedo da Trieste,
1979)