«L'originalità del modello triestino sta forse proprio qui.
Non tanto, o non solo, nell'aver cercato di cooptare al proprio progetto
gli abitanti della città (...), bensì nell'aver proposto un
terreno molto diretto di confronto, dato dall'evidenza di scelte agite sotto
gli occhi di tutti. Ciò ha comportato l'esplicita assunzione in prima
persona, da parte degli operatori, della responsabilità e del carico
di ogni singola decisione presa lungo il percorso, e una profonda identificazione
degli operatori con i propri pazienti.
D'altra parte, il consenso e il dissenso hanno trovato in questo metodo
la possibilità pubblica di segnalare i contenuti e i limiti di un
agire speciale, riferito allo scarto che esiste tra l'astratta adesione
al riconoscimento dei diritti del malato e l'effettiva possibilità
di un suo potere nella vita della città. La prima è facilmente
ottenibile a parole; la seconda è destinata ad aprire contraddizioni
e conflitti che – una volta affrontati e concretamente agiti- possono
costituire il terreno di crescita dei diritti, di arricchimento di risorse
per l'intera comunità.»
(in La vocazione terapeutica, 1979)
Foto di Raffaele Venturini
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