«...l'istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere
violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale
e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi,
non si rivela soltanto l'oggetto della violenza di un'istituzione deputata
a difendere i sani dalla follia; né soltanto l'oggetto della violenza
di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme,
il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale
da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell'istituto
deputato a controllarlo.
Di fronte a questa presa di coscienza, ogni discorso puramente tecnico si
ferma. Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica
in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare
contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla?
L'irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura
del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla
malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è
quindi un fatto economico- sociale più che tecnico-scientifico»
(in Morire di classe, 1969)