«Una favola orientale racconta di un uomo cui strisciò in
bocca, mentre dormiva, un serpente. Il serpente gli scivolò nello
stomaco e vi si stabilì e di là impose all'uomo la sua volontà,
così da privarlo della libertà. L'uomo era alla mercé
del serpente: non apparteneva più a se stesso. Finché un mattino
l'uomo sentì che il serpente se n'era andato e lui era di nuovo libero.
Ma allora si accorse di non saper cosa fare della sua libertà: "nel
lungo periodo del dominio assoluto del serpente egli si era talmente abituato
a sottomettere la sua propria volontà alla volontà di questo,
i suoi propri desideri ai desideri di questo, i suoi propri impulsi agli
impulsi di questo che aveva perso la capacità di desiderare, di tendere
a qualcosa, di agire autonomamente. In luogo della libertà aveva
trovato il vuoto, perché la sua nuova essenza acquistata nella cattività
se ne era andata insieme col serpente, e a lui non restava che riconquistare
a poco a poco il precedente contenuto umano della sua vita".
L'analogia di questa favola con la condizione istituzionale del malato mentale
è addirittura sorprendente, dato che sembra la parabola fantastica
dell'incorporazione da parte del malato di un nemico che lo distrugge, con
gli stessi atti di prevaricazione e di forza con cui l'uomo della favola
è stato dominato e distrutto dal serpente. Il malato, che già
soffre di una perdita di libertà quale può essere interpretata
la malattia, si trova costretto ad aderire ad un nuovo corpo che è
quello dell'istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni aspirazione
autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se stesso. Egli diventa
un corpo vissuto nell'istituzione, per l'istituzione, tanto da essere considerato
come parte integrante delle sue stesse strutture fisiche.»
(in Corpo e istituzione, 1967)