«E' nel silenzio di questi sguardi che egli si sente posseduto, perduto
nel suo corpo, alienato, ristretto nelle sue strutture temporali, impedito
di ogni coscienza intenzionale. Egli non ha più in sé alcun
intervallo: non c'è distanza fra lui e lo sguardo d'altri, egli è
oggetto per altri tanto da arrivare ad essere una composizione a più
piani di sé, posseduto dall'altro "in tutti i piani possibili
del suo volto e in tutte le possibili immagini che di volta in volta possono
derivare dai vari atteggiamenti che si possono cogliere". Il corpo
perché sia vissuto è dunque nella relazione di una particolare
distanza dagli altri, distanza che può essere annullata o aumentata
a seconda della nostra capacità di opporsi. Noi desideriamo che il
nostro corpo sia rispettato; tracciamo dei limiti che corrispondono alle
nostre esigenze, costruiamo un'abitazione al nostro corpo.»
(in Corpo, sguardo e silenzio, 1965)