«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato
entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia
che Burton chiama "institutional neurosis" e che chiamerei
semplicemente istituzionalizzazione); viene immesso, cioè, in uno
spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo,
appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo
annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale
oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine,
perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il
malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto,
reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento. L'assenza di
ogni progetto, la perdita del futuro, l'essere costantemente in balia degli
altri senza la minima spinta personale, l'aver scandita e organizzata la
propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che –
proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo
e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante
su cui si articola la vita dell'asilo.»
(in La distruzione dell'ospedale psichiatrico, 1964)
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